Monthly Archives: maggio 2013

Dagli antipodi alle rotonde

"Gli antipodi" del Maestro delle Metope

Maestro delle Metope, “Gli antipodi”, Modena, Museo del lapidario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 maggio 2013

In questi giorni sto preparando qualche lettura e riflessione per un incontro organizzato il prossimo 8 maggio alla Biblioteca delle Arti di Reggio Emilia. Il tema dell’incontro, legato al mio romanzo Violazione, ruota intorno al paesaggio e alla natura che sono tutt’altro che sinonimi, e solo per spiegare questa differenza ci sarebbero un bel numero di argomenti da affrontare.

Spiegare il paesaggio è più facile, in apparenza, che spiegare la natura, ammesso che quest’ultima si lasci mai afferrare in una definizione efficace o esaustiva.

Si può partire dall’esempio della Toscana – filari di cipressi, pini marittimi, ville antiche che punteggiano a mezza costa le colline – per dare l’idea di come una campagna considerata fra le più belle al mondo sia tutt’altro che spontanea e frutto, invece, di una secolare convivenza fra l’opera degli umani, l’orografia e il clima.

Ciò che mi commuove nei (bei) paesaggi è anche il pensiero implicito della fatica e del lavoro umano che sono costati, perché i fossi non si scavano da soli, le vigne non si dispongono di propria volontà su terrazzamenti sorretti da muretti a secco, e così via.

Io nei paesaggi vedo il deposito di vite umane, dedizione e tempo, l’infinità del tempo delle generazioni che su una certa porzione di pianeta hanno lasciato il proprio segno, cercando un’identità, un’appartenenza. Un po’ come nei dipinti di Arcimboldi si possono vedere le verdure o i pesci uno ad uno, oppure la figura intera che essi contribuiscono a delineare. Ma per tornare all’appartenenza, che è il cuore dei paesaggi, non necessariamente c’è dietro un progetto estetico o urbanistico altisonante. Lo scrittore Franco Arminio, che si è inventato la paesologia come forma di pensiero, di scrittura e di condivisione, cerca questo cuore là dove esiste ancora una forma di ascolto fra gli uomini e le cose intorno, là dove il suolo che calpestiamo e i luoghi in cui viviamo non sono solo l’espressione più o meno camuffata, abbellita o brutale, dell’unica ragione che domina il nostro tempo: quella economica del profitto fine a se stesso. Questi luoghi sono sempre più spesso abbandonati, lasciati in disparte dalla modernità, ma riescono a darci qualcosa che altrove è stata polverizzata, frantumata, distrutta: la meraviglia, una specie di riconciliazione con la materia di cui siamo fatti.

Nel medioevo, pur sapendo che la terra era una sfera, gli abitanti della parte boreale immaginavano che gli abitanti che si trovavano nella parte diametralmente opposta – l’emisfero australe – camminassero coi piedi speculari e opposti e fossero dotati di ogni sorta di mostruosità, nel corpo e nell’ambiente. Per il medioevo cristiano, immaginare l’altro, immaginare la diversità, voleva dire circoscrivere, ammettere un regno del mirabile e del pericoloso, da tenere a bada, ma anche da scolpire sui capitelli delle chiese, o da dipingere nelle miniature dei libri. Il mondo era allora, ed è stato per tanto tempo, pieno di stupore.

Della possibilità di meravigliarsi io sento la mancanza. Ogni volta che percorro la via Emilia e registro l’irrazionale monotonia che affastella da una parte e dall’altra dell’antica strada romana, e da una parte e dall’altra della autostrada che le scorre parallela, grappoli fitti di case (oggi sempre più sfitte, invendute, disabitate) capannoni e fabbriche (oggi sempre più in dismissione, vuoti) sorti così, come se l’unico criterio fosse quello di occupare lo spazio, mi domando: come si fa a vivere coi sogni e i pensieri schiacciati negli autogrill fatti in serie, nella spazzatura che riempie i fossi e deborda nei campi, nell’asserragliarsi dei centri storici su se stessi, come se fossero musei di qualcosa che non esiste più, nei condomini tutti uguali di aree residenziali che sono dormitori, nelle rotonde che si sono centuplicate negli ultimi dieci anni e sono l’emblema del nostro girare in tondo, e a vuoto, come i criceti nella ruota. Come si fa?

Ultimamente, in alcune rotonde, hanno messo allestimenti botanico-artistici, anfore da cui zampilla acqua, sassi del deserto, esotismi così. Ulteriori rifrazioni aleatorie del nostro immaginario incoerente, televisivo. E quando possono ci stupiscono con stazioni dell’alta velocità che sembrano enormi carcasse di dinosauri e ponti, magari belli di notte quando sono illuminati, ma inutili perché come le rotonde girano su se stessi, aggrovigliano retoricamente lo spazio per portarci solo al prossimo parcheggio, al prossimo megastore o ipermercato, perché è lì che di sicuro ci portano, è quello il luogo in cui sappiamo ancora cosa fare con istruzioni precise: parcheggiare, entrare, comprare, pagare. E se ci prende una lieve vertigine, un certo senso di nausea, sarà colpa delle rotonde. Del resto fuori da quelle sapremmo dove andare? Dello spazio e della terra, se ne fossero rimasti liberi da parcheggi svincoli e lottizzazioni, sapremmo cosa fare?

Per gli antipodi ci vuole immaginazione, e a noi sembra essere venuta a mancare quasi del tutto.