Monthly Archives: giugno 2013

Reservoir Leaders

La "Maid" di Banksy su un muro di Londra

Banksy, “Maid”, London wall

25 giugno 2013

Adesso che tutto è finito, non mi sembra nemmeno che sia stato vero. Voglio dire: io a lavorare in un mondo che non è quello dei comuni mortali ci sono abituata: da vent’anni ogni mattina vado da Enniskillen al resort di Lough Erne, un 5 stelle dove arrivano da tutto il mondo, ma solo i ricchissimi. Qui mezzo litro d’acqua costa 12 euro.

Sono nata e cresciuta nelle Midlands, mi chiamo Gwendoline, che è anche il secondo nome della first lady inglese, Samantha Cameron. Unica somiglianza, di mestiere io faccio la cameriera. Come me ce ne sono milioni sul pianeta. Be’, non proprio. Non a tutte le cameriere capita di servire durante un G8.

“Gwen, non lasciarti sfuggire nulla, raccontaci tutto”. Mi tempestano così da mesi le amiche, che sanno come da vicino politici, magnati, attori e sportivi – quelli di cui vedi le foto smaglianti su tutti i giornali e blog – siano pieni di difetti e mancanze che è sempre un piacere scoprire, perché se fossero pure impeccabili potremmo convincerci dell’idea abbastanza cretina che siano di una razza superiore, idea che con ogni evidenza provano a inculcarci, per giustificare il fatto che loro sono lì, a godere di privilegi che solo una manciata di umani al mondo può permettersi. E invece no. Lo so per esperienza: certe volgarità, come infilarsi le dita in bocca perché un boccone di cibo si è incagliato nei denti, lasciare chewing gum sulla moquette della stanza, o sui braccioli delle poltrone. Per non parlare degli assorbenti nella tazza del wc, delle impronte di piedi sporchi sulle lenzuola.

Il cielo era grigio quando sono arrivati, tirava vento freddo. Li guardavo dalla finestra, mentre procedevano in giacca e pantaloni scuri, senza cravatta, verso una specie di podio, dove sono saliti per salutare. Il podio era messo di traverso, come i blocchi di partenza di una corsa di atletica. Ma loro non avevano niente di atletico, piuttosto la scena mi ricordava l’inizio di Reservoir Dogs di Tarantino, quando la banda di delinquenti vestiti tutti uguali cammina in fila, e ti domandi se si ammazzeranno fra di loro, prima di ammazzare qualcun altro. L’unica differenza, rispetto al film, è che qui c’era una donna, in pantaloni e giacca verde pisello, perché la tedesca nemmeno sui colori si adegua al resto dei maschi. L’ho osservata con attenzione, questa Angela Merkel. Come la bocca le si pieghi all’ingiù molto più spesso di quanto dovrebbe, come stia attenta a mantenere centimetri preziosi di distanza, a limitare le zampate incoraggianti di Obama, le dita di Putin che tamburellano nervose ovunque si appoggino, come quelle dei tassisti sul volante. E d’altronde, è risaputo: Putin ha fatto anche il tassista. Angela sorrideva davvero solo a noi, sue simili, donne, anche se cameriere. Colpa di Cameron che per fare scena ha deciso che le mogli stavolta stavano a casa, niente feste, niente gite, meno spese, come se poi il problema fosse quello. Così, amiche, non ho nemmeno dettagli interessanti sui vestiti da raccontare. Il summit doveva essere business focused. Lo slogan: “Tasse, trasparenza, trade”, quel dio del commercio che gli Inglesi venerano da cinque o sei secoli, seminando una religione triste su tutto il globo. Complimenti Cameron! Hai dato l’esempio a tutti della funzione reale delle donne: costosi accessori, che gli uomini preoccupati delle sorti del mondo non possono permettersi. I protestanti sulla collina di Enniskillen hanno scritto: G8 NWO WAR CRIMINALS. Ma tra una battuta e l’altra, tra un ciack e l’altro, Cameron si sarà reso conto che Reservoir Dogs era una parodia? Amiche, cancellatemi subito, PRISM ci spia, tutti.

(Pubblicato sul Fatto Quotidiano il 24 giugno 2013)

 

La memoria degli Uffizi

"Cabinet de curiositées" di Domenico Remps (1690), Opificio delle Pietre dure, Firenze

Domenico Remps, “Cabinet de curiositées”, 1690, Opificio delle Pietre dure, Firenze.


12 giugno 2013

La storiografia artistica da Vasari in poi e la letteratura di viaggio, specie quella del Grand Tour, hanno abituato nei secoli i lettori a una prosa ricca di dettagli che vanno molto oltre la descrizione scientifica delle opere o le informazioni sui loro autori. Aneddoti, riflessioni di carattere estetico e filosofico, storie che riguardano il modo in cui chi narra ha avuto modo di conoscere i tesori d’arte custoditi in collezioni private e musei costituiscono, da sempre, il sale di testi che altrimenti rischierebbero di essere meri elenchi, dove ci si perderebbe o si finirebbe a sbadigliare anche davanti al più pirotecnico sforzo verbale di restituire un capolavoro.
D’altra parte, i moderni cataloghi dei musei, quando disponibili e attendibili sotto il profilo filologico – e di molti musei italiani si lamenta l’assenza di cataloghi aggiornati o l’assenza tout-court – sono strumenti preziosi di conoscenza in senso positivista, ma difficilmente contengono il tipo di narrazione che lega memoria personale e memoria storica nello sforzo di presentarsi davanti alle opere con delle domande, più che con delle informazioni.
In questo senso appare, invece, molto riuscito l’agile libro che Francesco Cataluccio dedica a uno dei musei più visitati al mondo, nonché principale museo di Firenze, dove l’autore è nato e cresciuto.
Non una guida, non un memoriale, ma l’uno e l’altro insieme. La memoria degli Uffizi, (Sellerio 2013), pur attenendosi con cura storica e ricchezza di riferimenti bibliografici alla progressione delle sale del museo, è un intreccio di percorsi conoscitivi scalati nel tempo della vita dell’autore e attraverso le intersezioni che la Storia ha avuto con la celebre raccolta.
La prima pagina del libro si apre con la rievocazione della visita in età infantile al museo, insieme ai genitori. Era il rito laico della domenica al quale l’autore si sottometteva volentieri insieme al fratello; il prolungamento di quel lessico famigliare fatto di giochi, indovinelli, osservazioni e ragionamenti verso i quali erano stimolati in una forma di educazione permanente, solo che a fornirne la materia erano opere sontuose nei colori e nelle dimensioni, misteriose per il tipo di figure, capaci di sollecitare l’immaginazione ben oltre il tempo della visita.
L’inquietudine per la mancanza di ombre nelle figure delle tavole del Duecento e Trecento – chi non ha ombra non ha materia e non esiste – si prolungava nella testa dell’autore bambino fino allo stadio dove andava a vedere le partite notturne: anche i calciatori sotto le luci incrociate dei riflettori non proiettavano ombre, ma svolazzavano immateriali sul campo, come gli angeli e i santi dei dipinti medievali. Da adulto questa fantasia sulle ombre avrebbe incontrato il celebre libro di Gombrich dedicato al tema.
Nelle sale del Tre e Quattrocento l’autore, accompagnando il regista Andrej Tarkovskij, avrebbe voluto fargli osservare come la raffigurazione, sullo stesso dipinto, di episodi avvenuti in tempi diversi li rendeva straordinariamente simultanei allo spettatore, mentre il regista russo notava piuttosto l’affievolirsi dello splendore delle aureole, prodromo di decadenza della fede.
La perplessità di giudizio del padre sul Tondo Doni di Michelangelo – “movimenti innaturali, figure ambigue” – diventa per l’autore adulto campo di prova per una possibile lettura psicanalitica dell’arte, ma anche la variante di un’iconografia che risale a Luca Signorelli e alla sua Madonna con bambino tra gli Ignudi, pure agli Uffizi.
Il libro è anche ricco di notazioni sulle vicende materiali dell’edificio, sul valore simbolico e su quel valore di costume di cui oggi si parla così poco proprio perché numerosi luoghi urbani hanno perso la capacità di produrre rituali aggreganti. Dell’ingresso da dietro, da Piazza del Grano, apprendiamo ad esempio che ospitava, un tempo, un chiosco dove si vendevano panini al lampredotto caldo, e che lì dovrebbe sorgere la nuova entrata, progettata fin dal 1998 dall’architetto giapponese Arata Isozaki, e mai costruita fra mille polemiche.
Del corridoio vasariano definito dal padre dell’autore “il cordone ombelicale che ci ha aiutato a liberare la città”, essendo l’unico collegamento rimasto fra nord e sud, dopo il bombardamento dei ponti nella Seconda guerra mondiale, ritroviamo un’efficace quanto spaesante descrizione, nelle parole di un membro della delegazione giovanile del Partito comunista di Leningrado alla quale Cataluccio, slavista, fece da interprete e da guida: “Sembra di stare dentro la carlinga di un aereo”.
Gli Uffizi, come tutti i musei, sono una narrazione complessa, in cui il visitatore deve fare la fatica ma anche gustare la ricchezza di costruire un proprio percorso, rifuggendo dalla pretesa di vedere tutto e tutto in una volta, ma scegliendo, ove sia possibile, gli orari meno frequentati quando non si deve lottare fra la ressa delle teste e lo scalpiccio dei piedi sui pavimenti lignei, che gemono e sopportano ogni giorno un numero forse eccessivo di visitatori.
Dalla decorazione della Tribuna ottagonale, vero cuore del museo, apprendiamo che un progetto cosmologico era alla base della raccolta:

Nei desideri di Francesco I, l’ambiente della Tribuna doveva simboleggiare il cosmo e i suoi quattro elementi: Aria (la lanterna con la rosa dei venti; Acqua (le conchiglie); Fuoco (le pareti di velluto rosso cremisi); Terra (il marmo e le pietre dure del pavimento).

E con uno sguardo allargato a fondere studio ed esperienza, l’autore ci guida attraverso le stanze che sono reali e interiori, perché gli Uffizi nelle sue pagine sono veramente un luogo in cui conoscenza, senso civico, storia e immaginazione s’incontrano:

Questa galleria è un risarcimento estetico nella sovente brutta precarietà del mondo: ti fa sentire coi piedi saldi nella Bellezza e nella Storia. E, nello stesso tempo, ti immerge in una vita immaginaria.

Francesco Cataluccio ci ha proposto, esemplarmente, il suo percorso; ma se la prima pagina riannoda al museo la memoria personale e familiare – una memoria peraltro ricchissima di stratificazioni culturali e di incontri significativi – l’ultima ci lascia una testimonianza non meno efficace, proprio nel suo essere così poco mediata dal punto di vista letterario:

Nulla può aiutare a capire meglio che cosa siano gli Uffizi di questa piccola notizia comparsa sui giornali sabato 14 luglio 2012: “Vanessa Capodieci, 16 anni, che restò ferita nell’attentato di Brindisi in cui morì la sua compagna di scuola Melissa Basso, ha subìto cinque trapianti di pelle. È uscita ieri dal centro di Ustioni dell’ospedale di Cisanello di Pisa e ha chiesto al padre di visitare gli Uffizi”.

(In una versione più breve la recensione è uscita su Alias il 20 maggio 2013)

 

 

 

© Felicità − Tutti i diritti riservati

”Masque-Portrait de Camille Claudel” di August Rodin

August Rodin, ”Masque-Portrait de Camille Claudel”, 1895 circa, Paris Musée Rodin.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


4 giugno 2013

Trenta piccole dita si muovono attraverso la creta morbida stesa sul tavolo di legno.
Prima è la terra verde, malleabile e filante, a trasmettere il piacere di affondarci le dita, di sentirle risucchiate e sospinte in nuove direzioni, poi è il ritmo quasi musicale dei piccoli polsi che roteano, dei palmi che schiacciano e spiattellano, degli indici che si sovrappongono e si sporcano. Gioiosamente. Le mani impastano frenetiche, e la terra si fa impastare, non riesce a stare in una forma definita per più di un minuto. Un polpastrello l’afferra nuovamente e la spreme, ne esce un petalo di fiore che poco dopo si trasforma in un fungo per finire in una ruota d’auto. Con la creta si può fare di tutto, ma proprio tutto.
“Voglio modellare una decappottabile, con il tetto che si apre”. Francesco annuncia con una certa solennità, ascoltando la sua voce, che rompe il silenzio di api mosche e altri insetti laboriosi in aria e sui rami sopra di loro. Gaia solleva la testa e vede nel cielo la scia vaporosa e bianca di un aereo, magari è lì sopra, suo padre, che da cinque giorni non torna a casa, e poi rivolta all’amico: “Troppo difficile. Guarda che ti stai prendendo tutta la mia creta”.
Gaia tira su con il naso e fa un certo rumore di rubinetto intasato, ha le mani troppo sporche per soffiarselo con un fazzoletto e teme che mentre lei è impegnata in quell’operazione noiosa, i suoi due amici ne approfitteranno per rubarle un po’ del prezioso materiale. Non è per sfiducia o malafede. Stanno giocando da mezz’ora meravigliosamente bene. Stanno giocando in quella maniera in cui ogni bambino vorrebbe poter continuare per sempre. Il gioco perfetto con gli amici perfetti. È la parità dei loro desideri a tenerli uniti e in allerta. La fusione dei loro desideri passata come corrente elettrica attraverso le lingue di creta, che da una mano sgusciano nell’altra, li rende felici e vicini, incredibilmente vicini. Dalle mani di Gaia a quelle di Francesco a quelle di Marta, e poi di nuovo da capo, magari spruzzando un po’ d’acqua sul panetto di terra, che per via del vento caldo fa presto a seccarsi.
Lui non le dice mai quanto starà via.
Gaia deve resistere alla tentazione, al bisogno ormai impellente, di andare a lavarsi le mani e liberarsi il naso, perché sa che loro invece non resisteranno alla tentazione di impadronirsi della sua idea, del suo desiderio e gli daranno un’altra forma.
Resiste e soffia, e tira su. Si passa l’incavo del gomito coi peli radi che fanno solletico sotto il naso per raccogliere quel filo che non smette di colare, alla fine cede.
“Non toccate il mio pezzo. Sto facendo una grotta” e indica con le mani grigie e rosa il mucchietto che appoggiato sul tavolo si affloscia informe su se stesso. Marta e Francesco annuiscono, e continuano a impastare. Gaia corre nell’angolo del cortile dove c’è un lavandino in pietra e lo apre a tutto spiano bagnandosi abbondantemente mani, braccia, e un po’ anche la maglietta, ma tanto che importa, pensa, girando gli occhi in alto: il cielo estivo l’abbaglia, è un tale caldo che può solo fare piacere avere del fresco addosso che evapora.
Però in genere lui telefona. L’aereo è precipitato e nessuno gliel’ha detto.
Mentre corre al tavolo di legno a cui Marta e Francesco stanno con la serietà di due vecchi artigiani urla: “Aspettatemi”.
Stabilire quanta creta le abbiano sottratto è difficile, quasi impossibile. Ricorda di avere posato un mucchietto con impressa la forma dei suoi polpastrelli, che è lì ad aspettarla, ma il volume che occupava nell’incavo delle sue mani, questo non riesce a ricordarlo. Così a scanso di equivoci e per non fare la figura della credulona, o di quella che si lascia ingannare, attacca per prima: “Chi ha preso la mia creta?”
Silenzio, a parte il ronzio delle specie che d’estate impollinano e seminano.
Forse è lui che chiama la mamma di mattina presto, sul cellulare.
Deve accontentarsi del silenzio, quel silenzio rotondo in cui sente i loro tre cuori battere e cercare un accordo sotto il cotone delle magliette, o deve spingere il proprio cuore a qualche battito in più, a un’accelerazione forzata, nel dire di nuovo a voce più alta: “Ridatemi la creta che mi avete preso”? La sua voce, che non crede troppo a quello che dice ma di più al suono di come lo dice, la precede e la mette sul piede di una guerra contro tutti.
Non è giusto che non le dicano come stanno le cose.
“Io non ti ho preso nessun pezzo di creta!” Protesta Francesco, “sono rimasto sul mio confine.” E traccia, con l’indice e il medio fangosi, una riga sul tavolo. Ma è troppo impegnato nella difficile elaborazione del cofano della sua macchina per fare l’offeso, gli basta spostarsi verso destra, come segno di indignazione per una colpa che non ha commesso.
Con un sospiro, un soffio d’aria calda che rende ancora più appiccicosa e intima quella che le loro tre teste vicine stanno respirando, Marta spinge un grumo di pasta verde verso le dita grassottelle di Gaia che tamburellano protettive intorno al suo mucchietto. Gaia indugia ad appropriarsi della pallina molliccia.
“Sei stata tu”. Dice sollevando di poco il mento, con il cuore che si muove più forte sotto il cotone. E se papà le avesse abbandonate? Si fosse trovato un’altra casa, un’altra famiglia?
“Sì, ma era solo un pezzettino, mi serviva per fare una foglia”. Marta non osa aggiungere che quel frammento tolto alla grotta, a quella che Gaia pretende che diventi una grotta, è insignificante, mentre in vista del suo vaso di fiori, è una foglia. Stava diventando proprio una foglia sotto le sue mani, col bordo rialzato e la riga nel mezzo.
Gaia non ha ancora afferrato il pezzetto di creta, prende tempo, immerge la mano nel barattolo al centro del tavolo dove hanno messo l’acqua che serve a tenere umida la terra. Con la mano libera fa palline. Marta sospinge di nuovo la cosiddetta foglia verso la parte di Gaia, che è così obbligata a osservare meglio l’oggetto della contesa e si sforza di indovinarci una foglia, quella che la sua amica pretende che sia una foglia e invece sembra solo un ricciolo di fango. Francesco, che si allontana a cercare un rametto per fare i tergicristalli della sua macchina, le lascia alla loro lotta di femmine.
“Sei sicura che sia una foglia?” domanda Gaia.
Magari, invece, è lui in pericolo. Qualcuno vuole fargli del male. La testa di papà strozzata da due giri di corda, nooo.
Marta indica il contorno del pezzo di creta e lo sfiora con un gesto un po’ manierato, come le hanno insegnato che si fa con la pelle dei neonati, il fratello che le è nato da pochi mesi.
“Sì, non vedi che ha la forma di una foglia?”
“No, direi proprio di no. Sei solo tu che la vedi” fa Gaia, sostenuta. Ma mentre lo dice sente tirare in gola e ha l’impressione di qualcosa che stia per rompersi dentro e fuori di lei, e tutt’intorno. E allora: “Puoi prenderla, a me non serve. Ho cambiato idea, non faccio più una grotta. Farò un pesce”. Nel dirlo Gaia ha deglutito come fa quando deve mandare giù in fretta qualcosa che non le piace.

Fa ancora il caldo di prima, ma le due bambine hanno smesso di sudare, si sentono fresche improvvisamente, e anche un po’ stanche, non sanno da quanto tempo sono lì in piedi al tavolo di legno in giardino sotto l’ombra dei tigli. La misura del tempo viene dalla fame che comincia a farsi sentire.
Li raggiunge la voce della mamma di Gaia, è una voce simpatica e adulta per il solo fatto che è distratta, come gli adulti spesso sono, impegnati in altre conversazioni, in altri pensieri, spesso al telefono.
Chissà cosa pensa, forse pensa a lui.
La voce li invita a fare merenda dalla finestra e poi diventa un po’ meno simpatica quando li raggiunge fuori e vede che Gaia ha chiuso male il rubinetto e un’inondazione sta per tracimare dal grande lavandino in pietra.
“Ma da quanto tempo l’avete lasciato aperto? Guarda qui appena un filo, eppure s’è riempita la vasca. Sarà più di un’ora che scorre l’acqua. Che spreco!” Dice strizzando con forza la manopola.
“Un’ora quant’è, mamma?” chiede Gaia impensierita all’idea di aver sprecato, più che l’acqua, un’ora a non far nulla, a non creare forme, a non modellare la creta, ad essere solo arrabbiata, o a credere di dover esserlo con la sua amica Marta.
“Sessanta minuti, un giro intero delle lancette sull’orologio” risponde la mamma di Gaia e Francesco mostra il suo orologio alle amiche, è un regalo della nonna di cui va fiero, e anche del fatto che sa leggere il tempo.
“In una giornata ci sono ventiquattro ore, dodici di giorno e dodici di notte. Lo sapete vero?” Cantilena la voce della mamma.
Sì, se lo ricordano, ma lo scorrere delle ore continua a essere un mistero, un mistero che a volte si avvicina come le ombre sui muri, come l’ombra della sagoma, che è la sua, in cui Gaia sta immersa tra la porta e il corridoio buio, ci sta immersa ora, le sembra di nuotarci dentro, fa piccoli movimenti per deformarla, senza che però il mistero si sveli.
“Chiudete la porta, altrimenti entra il caldo”.
Gaia e Marta si prendono per mano, seguono Francesco e la mamma, lungo il corridoio e poi dentro la cucina dove c’è un’oscurità che fa piacere dopo tanto caldo. Mangiano il gelato in silenzio e si sentono solo i toc-toc dei cucchiaini contro la porcellana.
“Avete ancora le mani e le unghie piene di creta, fareste meglio a lavarle dopo. Mettettevi sotto la cannella, tanto con questo caldo, se anche vi bagnate…” osserva la mamma, con voce molto distratta.
I tre bambini corrono subito fuori con il tubo della gomma dell’acqua a spruzzarsi, a sfregarsi le mani, e raccogliere aghi di pino per togliere il nero sotto le unghie e quindi risporcarsi di nuovo. Si toccano le braccia, si abbracciano, Francesco le bacia sulle guance e le chiama “principesse”. Il pomeriggio prende un’altra velocità.
Sfrecciano con i monopattini sul selciato, fanno complicati e pericolosi zig-zag tra i vasi di gerani. Volano promesse di matrimonio. Francesco sposerà Marta e poi Gaia, vivranno insieme. Per sempre.
Gaia affonda di nuovo in quel sentimento pieno e avvolgente che la tiene unita ai suoi amici, spinge forte sul monopattino e butta la testa all’indietro, per sentire meglio l’aria all’attaccatura sudata dei capelli sul collo. Ha l’impressione di aver dimenticato qualcosa, ma che non fosse importante.
Sul tavolo sono rimasti i pezzi di creta, ormai seccati, e informi, a parte la macchina di Francesco, perfetta. Nessuno ha più voglia di tornare a quel gioco, sembra che sia passato moltissimo tempo da quando erano lì a impastare.

Adesso potevano esagerare. Potevano correre sui monopattini e farsi accompagnare dalla velocità che con l’esagerazione sembra avere rapporti intimi, in certi momenti.
Una volta trovata la formula giusta lo schema e il ritmo, la felicità ti segue come l’aria che attraversa i capelli, mentre fai per la centesima volta lo stesso giro sul selciato, schivando il vaso di geranio, curvando alla panchina, frenando là dove inizia la ghiaia. Coi piedi e i muscoli delle gambe che friggono a forza di cercare l’equilibrio. Anche per cento volte, per tutto il tempo che rimane del pomeriggio, un tempo che anche stavolta sarà l’ombra che contiene e non spiega il succedersi delle cose.
Però le ombre si possono deformare, come il tempo e la creta, pensa Gaia mentre bevono succo di frutta, perché tutti e tre si sono accorti di avere sete nello stesso momento. Così non è troppo terribile che arrivi a quel punto la madre di Marta e si prenda anche Francesco per riportarli a casa, l’importante è che prometta che si vedranno il giorno dopo.
Ora Gaia è da sola in giardino seduta sulla panchina, la mamma le dice di riordinare i giochi. Forse la voce più che distratta è triste, perché è quasi sera ed è possibile che suo padre non torni come succede da un po’ di sere. Di giorno non ci fanno molto caso ma alla sera la mamma sembra sempre sul punto di dirle qualcosa di importante, invece poi le chiede semplicemente di non apparecchiare il posto a tavola perché tanto suo padre non verrà a cena, come se fosse la cosa più normale del mondo.
I suoi genitori stanno per separarsi e lei sarà costretta a dividersi fine settimana e vacanze, giochi, vestiti e quantità uguali d’amore in due case diverse, come la sua amica Chiara. Oppure: qualcuno ha catturato suo padre, l’ha fatto a pezzi sul bordo della strada in mezzo a sacchetti di cellophane. O forse: l’aereo è precipitato e devono riconoscere i corpi. Aspettano a dirglielo per paura che s’impressioni, ma tanto lei queste cose le ha già viste molte volte in tv.
La porta si apre, segue il rumore corto dei passi della mamma sulla ghiaia. Si siede di fianco a Gaia e se la prende a sedere sulle ginocchia. La sua bambina. Se la bacia in fronte e sulle guance stropicciandole un po’ i capelli.
“Sei contenta della giornata coi tuoi amici?” le chiede.
“Perfetta.”
“Addirittura…” e la scruta da vicino con i suoi occhi chiari. Gaia è pronta quando la mamma inizia: “Tesoro, ti è mancato papà?” Deglutisce e caccia quella sensazione di duro e secco che ha già provato un’altra volta durante il giorno, si fa coraggio e: “Mamma, rinuncio alla Barbie che ti avevo chiesto per il mio compleanno”.
“Troppo tardi – sorride la mamma – per la Barbie. Papà torna domani sera, hanno finito di montare il cantiere”.
Gaia affonda nel petto della mamma, alla ricerca dell’unico suono che riesce ad ascoltare in quel momento. Dunque niente brandelli del corpo di suo padre per la strada, né auto rubata, né ricatti, niente separazioni e liti per i soldi, niente valigie per il fine settimana. Tutto a posto, tutto regolare come il battito che le riempie l’orecchio, e le dice quanto ha rischiato per ben due volte quel giorno. Ha rinunciato a una grotta di creta e a una Barbie, in cambio di una amica e di suo padre. Ha capito che certe cose è meglio non pensarle, perché una volta che hanno preso forma nella testa pretendono di essere vere, e impongono dei sacrifici e degli scambi.
È sera, quasi buio. La mamma si alza e la prende per mano, fanno due passi verso il tavolo di legno.
“Ti aiuto a mettere via la creta?” propone la mamma. Gaia guarda le sagome grigie sul tavolo, si avvicina e nota che in superficie la creta si è seccata diventando più chiara, un colore sabbia che porta dentro le sue impronte digitali e quelle dei suoi amici.
“Preferirei lasciare tutto così”.
“Perché?”
“Perché oggi ero felice”.
Gaia si gira e si mette a correre verso la casa, sente che di nuovo il mistero si è avvicinato e l’ha sfiorata, lei può solo cercare di mettere in salvo la sua formula, nascondendola a tutti perfino alla mamma.

Questo racconto è stato pubblicato nel 2007 nell’antologia Narratori attraverso, a cura di Alessandro Scansani e Ivano Bariani, per ricordare i vent’anni di attività della casa editrice Diabasis. Lo ripropongo qui perché fu un’edizione con tiratura davvero limitata e fuori commercio, e da allora non credo abbia circolato granché.