Monthly Archives: agosto 2013

Le lacrime degli eroi

John Flaxman, "Achille trascina il corpo di Ettore", 1793 ca.John Flaxman, “Achille trascina il corpo di Ettore”, 1793 ca.

21 agosto 2013

Che gli eroi dei poemi omerici piangessero dovremmo averlo imparato a scuola, forse anche solo leggendo i brani antologizzati dell’Iliade e dell’Odissea poiché innumerevoli sono le occasioni e le ragioni per cui Ulisse, Achille, Priamo, Ettore, Patroclo, Agamennone e tutti gli altri versano lacrime abbondanti, gridano e si disperano. Il loro pianto è, d’altra parte, così espressivo e pieno di sfumature che solo una rivisitazione attenta al contesto, ai rimandi interni e alla secolare tradizione intessuta nei poemi, può riavvicinarci al senso.
È ciò che fa Matteo Nucci nel suo Le lacrime degli eroi (Einaudi 2013) calandosi fisicamente nella geografia dei luoghi, prima ancora che nelle parole di quegli uomini che ci hanno trasmesso modelli di pensiero e comportamento. Dunque: nel Ceramico di Atene, dove Pericle proruppe in pianto davanti al cadavere del figlio Paralo, ucciso dalla peste; davanti alla porta dei Leoni, a Micene, sulla soglia di una città che contiene già tutta la tragedia degli Atridi; nella stradina in discesa che dalla Pnice porta al Pireo, percorsa da Socrate e Glaucone all’inizio della Repubblica, e chissà quante volte da Platone, dopo la morte dell’amato maestro; sotto le mura di Troia dove si svolsero i duelli mortali fra Ettore, Patroclo, Achille.
I luoghi fanno le storie e i luoghi sono depositi di memoria di cui si nutrono le storie; Nucci studioso del mondo greco, e narratore, sa bene che non possiamo capire il mondo antico senza riappropriarci dei suoi spazi, reali e dell’immaginario. Il pianto occupava un enorme spazio nel mondo omerico, essendo legato alla memoria, alla percezione della finitezza umana e alla definizione dell’identità. Hannah Arendt, in un fine passaggio de La vita della mente, sottolinea che presso i Feaci Ulisse piange al canto dell’aedo Demodoco perché sente parlare di sé in terza persona, l’oggettivazione da parte altrui delle proprie sventure è fonte di identità; Ulisse sa chi è proprio mentre si abbandona a quella scomposizione momentanea di ragione, controllo e corporeità che, fisiologicamente, è il pianto.
Tuttavia, a un livello più profondo, il libro di Nucci sembrerebbe attingere il suo innesco da una domanda implicita, la cui spia più evidente è nella dedica a Zdenek Zeman: siamo disposti a concedere altrettante manifestazioni di emotività ai nostri eroi di oggi, e a noi stessi? Tutti noi cresciuti nel divieto o nella riprovazione delle lacrime, specie se pubbliche, specie se piante da un uomo?
Questo divieto, che tanto ci separa dal mondo di Omero, è indissolubile dalla negazione e rimozione della morte che la società dei consumi e dell’edonismo ha innalzato a ideologia, come spiegava già Philippe Ariès nella sua Storia della morte in Occidente, ed è la ragione per cui andiamo ai funerali con gli occhiali scuri e ci vietiamo le lacrime, a volte perfino con gli amici. Eppure non è cosa di oggi.
Anzi, Nucci ci insegna che proprio dal padre del pensiero occidentale, Platone, scaturì il più forte anatema verso le lacrime, definite materia da donnicciole, non da uomini di governo. Se Platone in cuor suo si univa alle lacrime congiunte di Priamo e Achille, nemici stretti da un abbraccio di mortalità che comprende il figlio Ettore e l’amico Patroclo non meno che loro stessi, nel XXIV libro dell’Iliade, nella realtà del suo tempo il filosofo riteneva che per educare uomini adatti al governo quelle effusioni fossero da bandire.
E così l’età perduta iniziava già con Platone e sanciva la distanza da un mondo in cui gli eroi si misuravano nella loro grandezza anche, e soprattutto, per la maniera in cui accettavano la morte e il dolore: con calde lacrime di riconoscimento, di sottomissione allo scorrere di un flusso superiore, perché nelle lacrime – liquido vitale – c’era tutta la consapevolezza dialettica di avere un corpo ed essere un corpo (mortale).
A quanto argomenta Nucci, si può aggiungere che Platone avvertì il pericolo che le lacrime incrinassero il dominio razionale su quella sfera tanto problematica che era per lui il corpo, ed ebbe consapevolezza che il pianto come gesto sociale, al pari del riso, fosse un potentissimo elemento normativo.
Il grande trasloco verso la metafisica operato dal filosofo imponeva che si diffidasse di eruzioni emotive che riportavano con forza la psiche alle sue contraddizioni. Con la stessa ambigua distanza presa rispetto alla poesia, anche le lacrime per Platone dovevano essere una rinuncia sofferta ma necessaria; chi poteva garantire della loro autenticità, del loro contenuto di verità, del loro controllo?
E noi, non siamo ancora a interrogarci sul significato profondo, sul significato vero delle lacrime del Ministro del lavoro, Elsa Fornero, piante in pubblico all’annuncio della riforma del sistema pensionistico?

(Questo articolo è uscito su Alias il 23 giugno 2013)

Cicale

La bandiera del Kazakistan

Bandiera del Kazakistan

13 agosto 2013

Ieri, in giardino, ho sentito qualcosa che assomiglia al canto delle cicale, ma il vento qui soffia troppo forte e non si può mai essere certi della natura dei rumori.
Siamo sorvegliati, ripresi, ascoltati minuto per minuto, a volte non mi fido nemmeno dei suoni prodotti dal mio corpo. La paura che mi attorciglia il ventre mi tradirà, il respiro sincopato accelera ciò che temo che accada da un momento all’altro: che mi portino in prigione, che mettano Alua in un orfanotrofio. Così lui sarà costretto a tornare, e Nursultan avrà vinto per sempre, su di noi, sulla democrazia, sulla possibilità che questo paese cambi.
Le cicale. Sotto i pini marittimi e fra gli oleandri che circondavano la casa, in Italia a Casalpalocco, dovevano nascondersi migliaia di cicale, le sentivamo per ore. Ci sedevamo fuori sul prato e dopo un po’ vedevo Alua che andava sotto i cespugli o di fianco alla siepe per cercarle, avrebbe voluto prenderne una e tenerla, come si tiene un gatto o un cagnolino.
Le piaceva molto quel canto ininterrotto, come una ninnananna.
Sembrava dovesse durare per sempre. È dolce la primavera in Italia e già così piena di fiori, profumi e insetti che invece, il più delle volte, non arrivano nemmeno nella breve estate kazaka. Ma anche quella dolcezza ci ha tradito. Forse non era fatta per noi. Non avremmo dovuto fidarci di un paese così prodigo di bellezza e così avaro di comprensione.
Cercavano lui, hanno detto i poliziotti quando sono entrati la notte fra il 28 e il 29 maggio. Le cicale, allora, non cantavano. Hanno perquisito e rovistato tutta la casa, mi hanno portata in questura, senza Alua che quando si è svegliata non mi ha più trovato. In questura c’erano almeno quattro computer nella stanza dell’interrogatorio. Bastava digitare il nome di Mukhtar Ablyazov e sarebbero uscite una valanga di informazioni e la principale, quella che, prima ancora che incriminato di truffe finanziarie, era dissidente politico del regime kazako, un regime più volte denunciato da Amnesty International per violazione dei diritti umani. Ma è con l’accusa di truffatore che sono venuti a cercarlo, e con l’accusa di aver documenti falsi mi hanno portato al centro di identificazione e di espulsione di Ponte Galeria. Le parole dissidenti rifugiati politici non sono mai emerse. Nessuna verifica. Ma intanto il consolato kazako premeva. Intanto aveva già preparato, per rimpatriarmi, un aereo privato il cui costo, da solo, avrebbe risparmiato le tasse ai cittadini di Astana per un anno. I miei avvocati non hanno fatto in tempo ad arrivare. L’espulsione era già stata firmata. Alua è stata prelevata a forza e, con la menzogna, hanno detto ai domestici e agli zii che la portavano in questura, ma l’hanno condotta direttamente all’aeroporto.
Adesso il governo italiano, o meglio la magistratura, ammette che ci sono state delle irregolarità, che l’espulsione è stata una violazione. Ma intanto, ormai, io e Alua siamo qui, prigioniere di un’altra casa, in un paese in cui perfino il nome della capitale sta per essere cambiato in quello del suo dittatore. Leggo che è per via del petrolio, per via di accordi fra il precedente primo ministro italiano, Silvio Berlusconi e Nursultan Nazarbayev, che l’Italia gli ha fatto questo favore, consegnandogli una donna incensurata e una bambina di sei anni.
Mentre conto i minuti, e spero che non arrivi la sentenza della mia incarcerazione, guardo Alua giocare in giardino. Non cerca più le cicale, forse le ha dimenticate. Per noi hanno smesso da tempo di cantare.

(Questo articolo è apparso sul Fatto Quotidiano, nella rubrica del Diario Immaginario, il 12 agosto 2013.)