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Così simile a una morte

Simona Fagiani, "Fiocco di neve", 2012

Simona Fagiani, “Fiocco di neve”, 2012

27 novembre 2013

Il 25 novembre si è celebrata la Giornata contro la violenza sulle donne, fra i tanti articoli usciti mi ha particolarmente colpito quello pubblicato da Tiziana de Rogatis su Leparoleelecose, per  l’accento che pone sulla corporeità dell’essere donna e su come ciò si esplichi, anche e con particolare ambivalenza, nel diventare madre. Qualche giorno prima era uscito su R di Repubblica, a firma di Helena Janeczek, un articolo che prendeva spunto dal film di Alina Marazzi, Tutto parla di te (2013), per riflettere su come la maternità sia un tema che fatica a slegarsi da cliché rappresentativi, stretto fra la retorica del ruolo sociale e il tabù a parlare di quello che veramente accade in questo attraversamento, così traumatico, del corpo e della psiche femminile. Ad entrambe le autrici, e al film di Alina Marazzi, sono debitrice di aver riportato la mia attenzione su un argomento al quale ho dedicato un racconto, l’ultimo della raccolta Segni sottili e clandestini, che qui ripropongo.


Così simile a una morte

130 su 90. 140 su 110. 160 su 120.
Ti vuoi calmare?
Così ti scoppia il cuore. Va troppo forte. Ma cosa stai pompando nelle vene? Adrenalina, mica sangue. Guarda che hanno appena iniziato e ne avrai almeno per mezz’ora, quindi te lo ripeto, e adesso mi ascolti, calmati.
È la voce che mi sovrasta e mi arriva da dietro, attraverso la bottiglia della flebo con tante cannucce a cui sono attaccata, non la vedo, ma le sue mani calde e cosparse di balsamo tigre mi stanno massaggiando il collo e il petto fin dove possibile, perché avevo detto di aver freddo e stavo battendo i denti.
Finalmente qualcuno che mi ascoltava e faceva una gentilezza, un gesto d’umanità, visto che da tre giorni contrattavo senza successo, facevo complicate mediazioni psicologiche con infermieri e dottori per limitare i danni, per farli accedere al mio corpo con qualche grazia.
– Per favore, stia attento all’inclinazione dell’ago. Per favore mi allenti la cinghia sulla pancia. Per favore, non ce la faccio ad arrivare in bagno. Per favore, lasciatemi dormire.

– Calmati, piano così, piano, respira.
Perché la pressione continuava a salire anziché scendere, nonostante fossi stata curarizzata e sedata e una coda di pvc molle spuntasse dalla mia schiena, attaccata a un catetere inserito sulla delicata superficie della dura all’altezza della seconda vertebra lombare, dove iniettava sostanze che mi paralizzavano dalla vita in giù, in teoria abolendo dalla mappa dei sensi quella parte del corpo.
Infatti non sentivo. Niente più gambe, niente più glutei, niente più pancia.
Chi ha detto che non sentire sia meglio? Meglio del dolore, d’accordo. Ma, come recitano i trattati medici sul tema delle lesioni nervose, al cui effetto è assimilabile l’anestesia spinale, la perdita di sensibilità è il principale insulto all’organo che governa il resto: il cervello. Toglietegli il controllo del suo regno che si estende dalla punta dei capelli a quella dei piedi, o anche solo di una parte, e vedrete l’insurrezione manifestarsi sotto forma di disagio generalizzato, una confusione che è anche peggio del dolore, perché non è localizzabile e non rispetta nessuna scala di tempo.
È dal corpo che s’impara il senso della gerarchia e il bisogno insopprimibile di essere guidati, coordinati in maniera sequenziale, come se l’estraneità del luogo che abitiamo – che è pelle, ossa, sangue, cartilagini, nervi, muscoli, organi e tessuti molli – fosse sempre pronta a rivelarsi in un dolore, una perdita di funzione, un’anomalia. Io sono il mio braccio rotto, ma non il dolore che mi causa. Io sono la mia fronte, disperatamente lei, tonda e alta, ma non il mal di testa che l’assedia.
Un allenamento feroce a cui ci si sottopone fin da piccoli – cosa vuoi che sia quel taglietto ti passerà subito, pensa a qualcos’altro, – l’infanzia è piena di storie sul male che passa.
Ma il fatto è che, a guardarli bene i bambini che si coccolano le ferite, che ripetono l’insistenza di un mal di pancia trascinandosi dal divano alle braccia della mamma, si scopre un attaccamento momentaneo e curioso al disagio, al campanello d’allarme. È lì che s’insinua il dubbio che non tutto sia sotto controllo.
C’è l’agitazione, ad esempio, quando dopo un paio di ore di imbambolamento da anestesia, dal dentista, uno si ritrova a sfregarsi nevroticamente la lingua contro la gengiva, cercando, tastando per vedere se torna, ed è chiaro che con la sensibilità tornerà anche il dolore, il prurito o il fastidio, ma meglio quello del nulla anestetico, che non ha tempo, non ha nome, non è di nessuno.
La gengiva che fa male è indubitabilmente mia, (non è più un buco di niente nella mia guancia, è un buco di dolore) quando finirà di farmi male, sarò guarita, sarà un nuovo giorno. Io e la mia gengiva.

Dunque ero in quella condizione con la pressione che saliva troppo, un’anestesista gentile che cercava di persuadermi alla calma e intanto metteva nuovo valium tra le droghe infilate nella schiena. Un tendino verde tirato tra me e lei, che da diciotto ore cercava di nascere.
Prima c’era stata la lunga idiozia del parto naturale. Di naturale non poteva aver nulla, visto che non mi dilatavo, le contrazioni erano irregolari e insufficienti e subito mi era stata infilata una flebo che iniettava ossitocina, l’ormone che a distanza regolare di tre minuti causa contrazioni sistematiche, una specie di terremoto che andava dai piedi alla testa e lì, quando arrivava, picchiava come un bastone.
Ma lei non scendeva, io non mi dilatavo, intanto l’ossitocina calava in vena, squassando tutta quella pancia, e il liquido continuava a scorrere e defluire inzuppando lenzuola e materasso, quel liquido che sapeva di lei e di me insieme, di lei e di me prima del tempo, prima che si staccasse e ancora, in quel momento, non si era staccata. Liquido amniotico, acqua della memoria prima della coscienza, prima che diventassimo due persone separate, a cominciare una storia.

– Non è che poi rimane senza acqua?
– No, figurati, non ti preoccupare. Hai un tale eccesso di liquido amniotico che può durare così ancora una giornata intera.
E si era sfilata il guanto con cui aveva appena controllato lo stato della mia dilatazione, in mezzo alle gambe gonfie.
L’aveva detto l’ostetrica dell’ultimo turno, quella giovane coi capelli color lampone che poi mi aveva dato delle confezioni di miele Ambrosoli da mangiare con un cucchiaino da tè, per tirarmi su, o forse per distrarmi vedendomi esasperata, stanca e forse inconsapevolmente affamata. Il miele l’avevo divorato con gratitudine, perché mi ricostruiva e distraeva dal fatto che il dolore era più forte di quello che avessi potuto immaginare, e la sequenza dei fatti non andava bene: non succedeva quello che doveva succedere.
L’unica cosa che funzionava, era che continuavo a produrre oblio, acqua magica che l’avvolgeva, e ritardava e attutiva il momento della separazione.
Dopo il miele, l’ostetrica aveva insistito per accompagnarmi in bagno a svuotare la vescica. Il tragitto era breve, ma dovevo portarmi dietro la flebo di ossitocina, sentivo la camicia bagnata fradicia appiccicarsi lungo le cosce.
Mi sembrava un’impresa impossibile appoggiarmi sulla tazza del water e decidere di lasciare uscire almeno la pipì.
L’ostetrica fuori dalla porta scostata del bagno scherzava:
– Non mollarla nel water la bambina.
Intanto canticchiava, il suo turno stava per finire.
Altro che. Facevo perfino fatica a orinare, tanto la mia pancia era contratta. È stata una delle pipì più lunghe della mia vita, per il tempo che ci ho messo a produrre un esile rigagnolo, e con lo sciacquone avrei voluto sparire anch’io.
Grazie al fiume di ossitocina in endovena, dalle tre di notte alle undici del mattino avevo raggiunto i fatidici 2 cm che servono per potere applicare l’anestesia epidurale, la panacea di tutte le partorienti, l’assoluzione dal dolore. Ma era tardi, e pur combinando l’azione di ossitocina, che contraeva e anestesia che toglieva il male della contrazione, qualcosa nei tracciati cominciava a segnalare degli scompensi. Il fatto è che eravamo stanche, tutte e due credo, nonostante il dolore fosse stato sostituito da una specie di nebbia fredda, in cui non distinguevo più molto; il cuore faceva su e giù nei tracciati. Il ginecologo, quello che aveva sostenuto l’assoluta naturalità del parto, era stato alla fine messo a tacere dal chirurgo il quale, data un’occhiata ai tracciati del momento e all’ecografia del giorno prima, in cui si visualizzavano quattro chili di bambina, disse che non sarebbe mai nata, se non in una sala operatoria.
Dunque non era servito a nulla, tutto quello sforzarmi a sopportare, perché la natura facesse il suo corso.
Non c’era pericolo che scivolasse fuori in un impeto liberatorio e precipitasse dritta nella tazza del water come, dando retta alle parole dell’ostetrica, per un attimo, sollevandomi a mia volta dall’asse, avevo sperato e temuto. Eravamo entrambe prigioniere di quella pancia dura come un tamburo, che per effetto di tanta tensione si stava aprendo in una rosa di smagliature concentriche intorno all’ombelico. Lingue di fuoco che segnalavano il cedimento della cute.
C’era a quel punto tanta droga nelle mie vene, avevo a disposizione quantitativi notevoli di ormoni, miei e sintetici, e siccome ero chiaramente uno di quei casi di cui si sarebbe detto, poi, che era stato un parto un po’ difficile, e la mia volontà contava meno di nulla, mi sono concessa un sogno. Per protesta, evasione dalla sala parto, dalle infermiere che, agli ordini del chirurgo, mi stavano depilando e infilando nuovi aghi.
– No, non lì, le assicuro che così mi viene un ematoma.
Infatti dopo cinque minuti era già livido, e via altro ago, altro buco.
A cosa potevo aggrapparmi se non a un sogno? Un sogno che è cominciato mentre mi trasportavano in sala operatoria, attraversando un corridoio lungo nemmeno dieci metri.
– Attenti alle flebo. Mettete una coperta che altrimenti prende freddo. Uno, due, tre, ecco la mettiamo sul lettino operatorio.
E mi scendevano lacrime di frustrazione e d’impotenza.

Arrancavo al fiume, un piccolo fiume dalle rive morbide, tra i sassi con l’acqua che scorreva e arrivava alle caviglie, mi sedevo e aspettavo che ti decidessi a uscire, che ti persuadessi a scendere. Era ora. C’era il sole, il fiume scorreva, altra acqua ti avrebbe preso. Era ora di entrare nel tuo tempo. Finalmente uscivi, trascinata dalla forza della corrente e io svenivo, o mi addormentavo o morivo. Insomma, venivo meno.

Niente di così epico e simbolico. Il tutto, da quel momento in poi, ossia da quando mi hanno portato in sala operatoria, è stato molto pilotato, prevedibile, da protocollo ospedaliero. Salvo la pressione altissima che non rientrava affatto nei parametri e che era frutto della mia agitazione, della paura e della rabbia che era seguita alla mortificazione per aver sprecato tempo, consumando dolore e attesa. A quella maniera non sarebbe mai nata, né io con le mie forze, né io più tutta la chimica che mi avevano iniettato ero stata capace di consegnarla al mondo che aspettava fuori: un padre, impaziente, agitato e un po’ inutile come tutti i padri in queste circostanze, fiori di magnolia che spandevano profumo in una calda mattina di fine maggio, nonne anche loro in attesa, da qualche parte, con qualche finta distrazione in atto, un nome infine, il suo, che aspettava di essere pronunciato.
Ma la scienza fa progressi e rende possibile ciò che fino a ieri sembrava impossibile. E questo significava che contro la natura e contro quello che la medicina aveva fino a quel momento suggerito di fare – contrazioni indotte, analgesia spinale – chirurgicamente l’avrebbero tirata fuori, sottraendola al sonno in cui lei si era beata fino ad allora. Quel sonno spesso in cui è avvolta ancora, nelle mattine d’inverno, quando la sveglio e lei è piena di notte e di sogni, si gira dall’altra parte, e mi chiede di lasciarla dormire.
Nel passaggio tra la sala parto e la sala operatoria era definitivamente crollato il mio umore. Avevo, soprattutto, perso il contatto con il mio corpo e con quell’altro che da nove mesi ci abitava dentro: se prima la sentivo come fardello di dolore, ora non la sentivo proprio più, era sparita nella nebbiolina fredda che mi avvolgeva dai piedi allo sterno.

Intanto, di là dal tendino verde, spostavano, divaricavano, aspiravano. Rumori da cucina: spacchettamenti di provviste, elettrodomestici accesi, una ventola che andava.
– Passami il bisturi. Allarga e aspira.
– Attenzione, sotto c’è l’aorta.
Le carote nel cassetto in basso, il macinato in alto. Il bang della sportella del frigo quando si chiude.
E chiacchieravano del più e del meno, paragonando la mia pancia ad altre pance, filtrando altre vite, in sequenze di banalità e grottesco, dentro la mia che mi sembrava così cruciale e terrificante e così deludente a quel punto. La suocera che mi avrebbe fatto capire che c’era da aspettarselo, da un mezzo fisico come il mio, un fallimento del genere, mia madre che mi avrebbe sommerso con la sua ansia e la sua commiserazione, e soprattutto quel non essere riuscita ad andare fino in fondo, quell’aver perso potere sul mio corpo, che adesso era in balia totale di altri. Un’intera stirpe che aveva deciso di sanzionare il proprio fallimento biologico, la propria inettitudine alla procreazione proprio su di me. Prima c’era stato il cancro all’utero di una nonna, di questo morta e per questo mai conosciuta, varie disfunzioni qua e là, sempre legate alla pratica del dare la vita: due strane gemelle, concepite per effetto di oscure cure in Svizzera, un altro cancro, stavolta curato, difetti ormonali che avevano causato la comparsa di una “cugina barbuta”. Per forza doveva esserci in famiglia un segmento di Dna debole, incline a sbagliare.
In fondo cosa potevo permettermi se non un parto a metà? Un parto in terza persona, in cui il mio contributo poteva essere solo quello di stare calma, e invece mi agitavo. Mentre infermieri e medici trafficavano sulla mia pancia, da un pezzo sparita dal mio monitor di controllo e, insieme ad essa, il senso di ciò che si stava compiendo.

– Hai visto l’ittero che aveva il bambino nigeriano che abbiamo tirato fuori stanotte?
E tac, il bisturi era tonfato su un piattino d’acciaio. Rumore d’aspirapolvere.
– Sarà che il giallo sulla pelle scura fa ancora più impressione…
Ecco, ci mancava solo che nascessi gialla.
– Oh, ci siamo quasi. Come andiamo con la pressione?
– Eh, sempre allegra.
Ha detto la voce dietro di me, la voce che era anche un paio di mani gentili che mi massaggiavano.
Poi ho capito che era il momento. Avevano smesso i pettegolezzi, erano concentrati.
Con un rumore di plastica gonfiata e stracciata, di cellophane bucato lateralmente, l’hanno sottratta per sempre al viluppo di sangue, acqua, placenta che era stata la sua tana e che aveva rischiato di diventare la sua prigione. Nel silenzio perfetto e irreale delle grandi occasioni, come quando appare la sposa sulla soglia della chiesa e tutti trattengono il fiato.
L’hanno sollevata sopra il tendino verde tenendola con la faccia tutta gonfia e chiazzata verso di me, una specie di enorme ranocchio con gli occhi chiusi che faceva quasi paura.
Dovevo chiamarla col suo nome per farla diventare la piccola divinità dei miei sogni.
L’ho pronunciato piano mentre la mettevano vicino a me col musetto ancora tutto sporco di muco, e finalmente l’ho sentita.
Prima il fresco di una guancia che, così morbida, così intatta, così perfettamente curvata, così come io me l’ero sentita dentro tante volte, poteva esserci solo lei. Era un contatto perfetto, pieno di parole, ricordi, promesse, dove si aboliva la distinzione tra la mia pelle e la sua. Guancia a guancia. Un fresco che era quello della neve quando cade sulla terra secca ed è soffice, impalpabile, e tiene cristallizzata nell’aria l’acqua. Un fresco che d’ora in poi sarebbe stato il fresco in assoluto, il mio modo di riconoscerla e ritrovarla fra mille. Anche quando, come lei dice nella sua fantasia infantile, rinascerà e forse avrà cambiato faccia, colore di capelli, ma io sono certa che la sua guancia avrà conservato quel velluto morbido solo per me. Anche quando nei primi mesi dopo che era nata, pur guardandola e riguardandola a volte confondevo la mappa dei suoi lineamenti, mutevoli e ancora così poco definitivi, – perché la superficie che indossiamo è continuo adattamento – e lei cominciava ad adattarsi al mondo e io a lei. Grazie a quel fresco che era la mia guida, il mio faro di notte, la mia certezza che lei mi appartenesse e io a lei. Una sensazione fuori dal tempo, anche se era entrata nel tempo, uscendo da me. Non in riva a un fiume, ma in una sala operatoria. E già venivano a prenderla per lavarla e vestirla, e già sentivo gli strilli che tagliavano l’aria ed erano la sua voce perentoria di protesta. Mentre sotto, dietro la tenda verde, spremevano e tiravano, e poi cucivano e suturavano, di nuovo tra una chiacchiera e l’altra.

– Tra un po’ dovresti cominciare a sentire le gambe. Prova a muovere i piedi.
Una dottoressa, mentre mi riportano in corsia, dice incoraggiante.
I miei piedi erano come avvolti nel ghiaccio e divorati da un esercito di formiche, la pancia era tornata al suo posto, sotto i fianchi, e la sentivo: bruciava.
Con una mano mi sono allungata verso il lettino in cui l’avevano messa di fianco al mio.
Avvolta nel suo pigiamino ricamato di margherite, gli occhi chiusi e lunghi, con le palpebre cosparse di macchie rosa scuro, dormiva. Ho accostato un dito alla sua guancia, per sentire ancora quella meraviglia di fresco. C’era, era sempre lì. Era il mio premio, il risarcimento.
L’infermiera intanto toglieva i resti della sala operatoria: i cateteri, la sonda nella schiena, aggiustava la flebo, e rinforzava la fasciatura intorno alla pancia. Mi infilava un termometro per provarmi la febbre. Si allontanava, con un ultimo sguardo che comprendeva il mio letto e la culla di fianco. Tutto era in ordine.
C’eravamo tutt’e due, lei nella sua freschezza, io con le cicatrici.
Ma ero troppo stanca per domandarmi cosa tenesse insieme le due cose, cosa ci avesse tenuto insieme in quel passaggio insensibile e analgesico, così simile a una morte.
E poi già li vedevo arrivare, dal corridoio, parenti e amici ognuno con il suo carico di domande e di curiosità. Ognuno pronto a stupirsi che, da una, fossimo diventate due, perché di queste cose non si finisce mai di stupirsi. 

 

Prospettiva rovesciata

L'interno del Teatro Sociale di Gualtieri14 novembre 2013

Quando ero una ragazzina, ma anche fino ai primi anni di università, ho macinato parecchi chilometri in bicicletta. Essendo nata e cresciuta in quella vasta pancia piatta che è il lato destro del Po, andare in bici significava esplorare un territorio in apparenza tutto uguale e che solo i canali, le file di pioppi e i campanili dei paesi scandivano con una qualche forma di ritmo e cesura.

La noia della pianura può essere infinita, e altrettanta l’immaginazione che ci vuole per popolarla.

Seguendo uno di questi canali e le acque limacciose che vi scorrono arrivavo, nelle mie gite più lunghe, a Gualtieri, un paese costruito sull’argine del Po e dominato da una piazza e da un palazzo di impianto rinascimentale imponente, elegante e un po’ surreale nella piattezza circostante che nei millenni era stata palude, terramare, e infine zona di faticosa bonifica.

Provavo sollievo e una gioia intima nel trovarmi davanti al palazzo costruito per volere di Cornelio Bentivoglio, un esponente della famiglia un tempo signora di Bologna, e su progetto di un architetto famoso nelle corti della seconda metà del Cinquecento, Giovan Battista Aleotti detto l’Argenta, già impiegato presso gli Estensi.

Mi sentivo meno sola con il tedio di un clima umido sempre e ovunque, con le onnipresenti zanzare, con l’edilizia post bellica e del boom economico così priva di interesse e deprimente. Arrivata a Gualtieri c’era un palazzo affrescato all’interno con storie ispirate all’Eneide di Virgilio, al De urbe condita di Livio e alla Gerusalemme liberata di Tasso, e dietro il palazzo c’erano gli argini, bastioni verdi che racchiudono il grande fiume che ha sagomato quel paesaggio e ne trattiene ancora tutta la forza vitale. Chi percorre la pianura padana sa e sente, infatti, come il suo centro sia il fiume, e non c’è da stupirsi che lungo il suo corso si sia sviluppata tanta storia e tanta narrazione letteraria.

Durante uno di questi pellegrinaggi visitai anche quello che rimaneva del teatro sociale situato all’interno del palazzo. Lì dentro il tempo si era più o meno fermato alla fine degli anni Settanta quando il teatro era adibito a cinema, il palco e la scena erano stati demoliti per lavori di consolidamento, i piccioni volavano e nidificavano ovunque dal tetto rovinato.

Poco tempo fa ci sono tornata. Da quando nel 2006 l’Associazione Teatro Sociale di Gualtieri si è incaricata di farlo rivivere, rendendolo di nuovo agibile, il teatro ha ripreso la sua attività. Manca sempre il palcoscenico, ma con una scelta coraggiosa e intelligente, l’Associazione ha deciso di capovolgere il punto di vista trasformando in scena l’area della platea e il ferro di cavallo dei palchetti, ora gli spettatori stanno là dove un tempo era il palco.

Entrando in questo spazio che porta come un corpo antico tutti i segni delle proprie peripezie, tutti gli accorgimenti strutturali, i puntelli, le aperture che via via ne hanno disossato l’unità originaria non si ha un’impressione di rovina e di abbandono, al contrario di immensa possibilità.

Come se la catarsi auspicata dal teatro antico per via di immedesimazione e di empatia fosse qui in grado di prodursi perché la confezione del rito borghese del teatro, una volta rotta, è stata lasciata scoperta e permeabile. La distanza fra spettatore e scena capovolta è resa più ambigua e sottile. L’estetica contemporanea del frammento e del cantiere aperto influiscono nel gusto e nel fascino per un luogo simile, ma ancora di più – credo – la tensione creativa che invade chiunque entri, come se toccasse a ogni spettatore completare il quadro, la scena, trovare il proprio equilibrio dinamico in quello spazio non definitivo e aperto.

Questo luogo ha trovato in me un’immediata consonanza, come se fosse l’incarnazione fisica del teatro mentale che per mesi e mesi mi ha occupato la mente mentre scrivevo il nuovo romanzo, in uscita a marzo 2014.

Ho avuto l’impressione che i palchetti fossero le nicchie ideali per tutti i personaggi che dicono ‘io’ all’interno della narrazione e che, prendendo la parola in prima persona, dal proprio punto di vista, raccontano vicende di coppia e legami sentimentali, illuminando di volta in volta una porzione diversa della scena.

So di aver scritto un romanzo con un forte impianto teatrale, ma non immaginavo che esistesse il teatro ‘vero’ di questo romanzo e che fosse il Teatro Sociale di Gualtieri.

Penelope e il regno delle donne

Immagine di Penelope da ceramica attica a figure rosse

4 novembre 2013

Il mio primo incontro con la nozione che possa esserci stato un momento nella storia dell’umanità in cui la società era organizzata e retta dalle donne, anziché dagli uomini, è avvenuto grazie a un libro molto bello della scrittrice canadese Margaret Atwood, tradotto in italiano come Il canto di Penelope.

Atwood immagina che Penelope racconti la propria storia dall’aldilà, dove passeggia nei campi elisi, brucando ogni tanto qualche fiore di croco, chiacchierando con le amiche e ricordando la vita terrena; mentre Ulisse e la bella Elena non resistono alla tentazione di tornare fra i vivi, reimmergendosi nel ciclo senza fine delle vicende, Penelope mette ordine ai ricordi e ci racconta la sua versione dei fatti. Uno spazio inedito acquisisce l’episodio dell’uccisione delle dodici ancelle da parte di Ulisse, dopo il ritorno a Itaca e la riappropriazione del trono. Che bisogno c’era, si domanda Penelope, di sacrificare quelle dodici ragazze che le erano state di compagnia e di aiuto nei lunghissimi anni di assenza del marito? Per quale ragione dopo aver subito le angherie dei Proci, dovevano pure essere passate alla lama da Ulisse e appese come funebri banderuole alle bipenni del cortile della reggia?

Atwood, sulla scorta di studi fondamentali sul diritto materno come quelli di Jakob Bachofen, ritiene che in questa vicenda si debba scorgere una vistosa traccia del passaggio da una società matriarcale, inspirata al culto dell’armonia con la natura (le dodici fanciulle, sarebbero simbolicamente i dodici mesi dell’anno solare) al diritto maschile impostosi con la violenza e il conflitto.

Chiunque abbia studiato le società matriarcali, e sono pochissime quelle oggi rimaste e molto incerte da ricostruire quelle dell’antichità, rileva un dato comune: l’assenza di conflitto, il prevalere di un’organizzazione basata su legami di solidarietà.

Per noi cresciuti in una cultura essenzialmente impregnata di valori maschili e del tutto tributaria a un sistema patriarcale, risulta molto difficile immaginare un mondo in cui i padri e i maschi non siano più i depositari del potere e dell’autorità, anche se proprio quest’ultimi sono messi in discussione e in crisi nei rispettivi ruoli da almeno mezzo secolo, in Occidente.

Molte delle mie riflessioni si sono ampliate quando ho incontrato il libro di Ricardo Coler, Il regno delle donne, (Trad. it. Angela Masotti, Nottetempo 2013), dedicato al suo soggiorno in Cina, presso i Mosuo, l’unica comunità interamente matriarcale esistente al mondo.

Su Doppiozero è stata pubblicata l’intervista che ho fatto all’autore e la potete leggere qui.