Monthly Archives: gennaio 2014

Fango

Alberto Burri, Grande cretto nero, 1977

A. Burri, “Grande cretto nero”, 1977

23 gennaio 2014

In uno dei tanti video che circolano in questi giorni in rete sulle zone alluvionate nel territorio di Modena, ho visto due uomini a bordo di una barca a motore aggirarsi per il paese di Bomporto, sommerso dall’acqua fangosa: le case chiuse e allagate fino al secondo piano, i cassonetti dell’immondizia che vagano, le auto che galleggiano.

A un certo punto appare una bara che ondeggia sulle acque, i due sulla barca fanno commenti, una voce dice: “L’hai ripresa la bara?” con un tono tra il faceto e l’incredulo.

Questa scena mi ha ricordato un film importante e molto bello, El viaje di Fernando Solanas (Argentina 1992), dove si raccontava del viaggio di un ragazzo per raggiungere il padre attraverso l’America Latina, le sue molte contraddizioni, le sue dittature. Anche lì, dopo l’alluvione di Buenos Aires, una bara galleggiava e racchiudeva visivamente il senso di sfascio e di irrealtà di un paese dove la libertà e la democrazia erano soffocate, la corruzione imperante.

Quello era il mondo sognante e visionario del realismo magico, si diceva.

Eppure è successo anche nella ricca e progressista Emilia, che essendo una pianura alluvionale coi fiumi dovrebbe avere una certa dimestichezza, con il buon governo pure.

“Se si vuole veramente la ripresa economica, se si vogliono determinare nuove possibilità di occupazione, se si vuole avere la garanzia per l’aumento della produttività e quindi del reddito nazionale e il benessere delle popolazioni, le scelte da farsi in primo luogo sono quelle della difesa da così vaste ondate di piena dei fiumi e non la televisione a colori o le autostrade”.

Così parlava dopo le alluvioni del 1972-73, Domenico Pietri, il sindaco di Campogalliano, comune di Modena interessato dal passaggio dei fiumi Secchia e Panaro; gli stessi che in questi giorni hanno esondato allagando un’area molto vasta e tutto il centro abitato di Bomporto.

A quarant’anni di distanza le sue parole sono state largamente disattese: abbiamo avuto orge di tivù a colori e un moltiplicarsi vertiginoso di strade e autostrade.

Che c’entrano queste, d’altronde, con l’esondazione dei fiumi? Che male possono avere fatto televisori e autostrade? Un nesso evidente, a dire il vero non c’è.

Eppure nella preoccupazione di un sindaco che amministrava un comune in nome del bene di tutti, per il presente e per il futuro, mi pare di sentire una capacità di visione che oggi sembra mancare del tutto.

I soldi pubblici sono stati destinati altrove, la zona vanta il parcheggio più grande d’Europa – c’è da essere fieri di una tale colata di cemento – in compenso le casse di espansione dei corsi d’acqua non sono mai state collaudate e la manutenzione degli argini è stata affidata a colonie di roditori, le nutrie.

Pazienza se una serie di comuni, già colpiti dal terremoto di due anni fa, ora sono inagibili, sfollati e coperti dal fango.

Non so se questo inviterà a un viaggio amministratori e responsabili, un viaggio vero, in cui ci si toglie dalla comodità della poltrona davanti allo schermo, o dal sedile di un’auto, e si tocca con le proprie mani con i propri piedi la realtà del territorio in cui si vive.

Da toccare e calpestare, e infine eventualmente da pulire, ora c’è molto fango.

De l’amour

Edward Burne Jones, "Pan e Pische", 1874 ca., da collezione privata

Edward Burne Jones, “Pan e Pische”, 1874 ca., collezione privata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13 gennaio 2014

Stendhal, in De l’amour, testo scritto mentre viveva un’impossibile e cocente relazione amorosa con Matilde Viscontini Dembowsky, cioè all’incirca a partire dal 1819, tratteggia una sorta di ars amandi romantica. Si ama la bellezza, e la bellezza è ciò che suscita amore. Tuttavia la bellezza per essere percepita ha bisogno di distanza, affinché l’immaginazione possa rincorrere ogni palpito e costruire quell’impalcatura di cui solo l’innamorato conosce le vie, le corrispondenze e i segreti.

La parola chiave per Stendhal è cristallisation, ovvero quel processo che in natura avviene a un rametto di legno che cada in una miniera di sale e nel giro di qualche mese intorno al suo scheletro veda fiorire un ricamo di sofisticate incrostazioni che ne ampliano il volume e la bellezza.

Allo stesso modo avviene in amore, l’amato s’installa nella nostra psiche ramificando la sua presenza fin dove possibile e accrescendo il senso di meraviglia e di bellezza, almeno fino a quando ci è parzialmente precluso, o in qualche modo serba il proprio segreto. La quotidianità e l’eccesso di prossimità sembrano fare a pugni con l’idealizzazione amorosa.

Dall’epoca in cui scriveva Stendhal la concezione dell’amore è parecchio cambiata, per quanto rimangano vere molte dinamiche psicologiche da lui descritte. Di sicuro continua ad essere uno dei temi più comuni e, a questo punto dopo secoli di letteratura, più difficili da raccontare, proprio perché appartiene all’esperienza universale, ma in tale esperienza ciascuno si sente a suo modo unico.

Nel mio nuovo romanzo, L’amore normale (uscirà a marzo per Einaudi), si parla anche di questo.

Mi piacerebbe che chi passa di qui e legge arricchisse la lista di libri che parlano di questo argomento o di romanzi che ne raccontano. Io ne elencherò alcuni, che non sono affatto una bibliografia esaustiva, ma solo letture che mi hanno accompagnato e ispirato mentre scrivevo il romanzo. A voi di suggerirne altri.

Platone, Il convito
W. Goethe, Le affinità elettive, 1809
G. Flaubert, Madame Bovary, 1856
Denis de Rougemount, L’amour et l’Occident, 1939
R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, (1977) ed. it. Einaudi, 1979
E. Illouz, Perché l’amore fa soffrire, il Mulino, 2013
Buyng-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, 2013
J. Updike, Couples, Knopf, 1968
A. Dubus, Non abitiamo più qui, (Adultery and Other Stories, 1975-1980) ed. it. Mattioli 1885, 2009
L.G. Tin, L’invenzione della cultura eterosessuale, Due punti, 2010