Monthly Archives: febbraio 2014

Ars est celare artem. Da Aristotele a Duchamp

Trompe l'Oeil Portrait of a Lady (oil on canvas) by Colyer or Collier, Edwaert (c.1640-c.1702) oil on canvas 64.5x33 Museum of Finnish Art, Ateneum, Helsinki, Finland Dutch, out of copyright

Edwaert Coyler, “Trompe l’Oeil Portrait of a Lady”, Helsinki, Ateneum, Museum of Finnish Art, 1670 ca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

18 febbraio 2014

Uno dei capisaldi della cultura letteraria e figurativa occidentale vuole che l’arte sia veramente riuscita quando non si vede, quando è talmente dissimulata da produrre un’impressione di disinvoltura, spontaneità, grazia, facilità, assenza di fatica e di studio. Risultati che sappiamo essere di rado un frutto naturale, piuttosto l’esatto contrario. Si tratta, quindi, di un paradosso sotto diversi punti di vista. Come si ottiene infatti la spontaneità senza affettazione, come si dissimula l’artificio fino a farlo sembrare naturale? La lunghissima vita di questo principio, applicabile alla retorica quanto al galateo, ai cosmetici, al vestiario come all’arte ippica, sarebbe impensabile fuori dalla cornice di mimesis, ossia fuori dalla convinzione che il gesto artistico sia sempre imitazione di qualcosa, che la si voglia chiamare natura, realtà o in maniera più metafisica la cosa in sé. Ars est celare artem di Paolo D’Angelo, riproposto ora da Quodlibet, ne ripercorre la storia. La dissimulazione degli artifici retorici, delle tecniche e dei saperi, ha la sua origine nell’ambito dell’oratoria classica e giudiziaria, è infatti Cicerone nel De oratore a ricordare come Crasso e Antonio, protagonisti del dialogo, avessero contribuito a diffondere la credenza di essere del tutto privi di istruzione e di non sapere nemmeno il greco. Quintiliano renderà del tutto esplicito il senso di questo episodio: “Gli antichi ebbero persino l’abitudine di dissimulare la loro bravura oratoria, e Marco Antonio tanto consiglia, perché gli oratori abbiano più credito e si sospettino meno i trucchi degli avvocati”. Il terreno di origine è quello del discorso legale che, per convincere della verità, deve spogliarsi di ogni orpello e porsi sullo stesso piano dell’interlocutore. La dissimulazione è concepita come un altro mezzo nella gamma di mezzi retorici, una delle tante figure con cui si struttura e si forgia la materia trattata, al punto tale che perfino l’assenza di figure o di ornato (per usare un termine che investe anche l’arte figurativa) viene intesa essa stessa come un espediente. Un artificio che fa sembrare naturale ciò che non lo è.

Insomma, perché l’arte sia efficace suasiva e naturale non si può ricorrere che all’arte, o quantomeno non si può prescindere dall’insieme di regole e aspettative estetiche in dotazione, non fosse altro che per negarle o dissimularle. Di questo ulteriore paradosso era consapevole l’autore greco del trattato Del Sublime, nel quale si suggerisce, per la prima volta, che si possa distinguere fra arte, intesa come tecne, e arte come risultato di un procedimento estetico che, in misura sempre imprevedibile, può prescindere dalle regole o romperle. Su questo crinale, ambiguo in sé, corrono tutte le formulazioni successive, tra cui la più celebre e linguisticamente interessante è quella del Cortegiano di Baldassarre Castiglione, “la sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi.” Ne sarà eletto campione Raffaello, in contrapposizione al maestro di difficoltà ed esibizione d’arte, Michelangelo, nel dialogo l’Aretino di Ludovico Dolce (1557). La sprezzatura avrà enorme risonanza in tutta Europa, nelle traduzioni e nei contesti più svariati, da norma letteraria a virtù sociale. Quel che è singolare è che il valore della dissimulazione dell’arte è condiviso sia dalle poetiche cosiddette classiciste sia da quelle barocche e in seguito anticlassiciste. Fino al Settecento inoltrato il contraltare della dissimulazione è l’effetto di natura (e si può ben immaginare come ossimorica sia questa formulazione applicata all’arte dei giardini e del paesaggio, ad esempio), tanto che il precetto tecnico (dissimulare l’artificio) diventa un principio estetico generale: la naturalezza come somma qualità.

Ancora all’inizio del Novecento ne troviamo una traccia vistosa nella Recherche di Proust, nell’apprezzamento che fa la nonna del narratore per la disinvolta e negletta eleganza, i modi naturali, dell’amico Saint Loup.

Tuttavia, il paradosso è diventato non più eludibile con le avanguardie, insieme alla necessità di chiarire che cosa si debba intendere per arte e cosa per natura, o realtà, un connubio tanto duraturo quanto ambivalente. Se in campo letterario la discussione si è estesa dalla semiotica al recente dibattito sul realismo (di Walter Siti è l’enunciazione dissociativa, o ossimorica, il realismo è l’impossibile) nel campo della arti figurative, da Duchamp in poi, l’arte è così tanto riuscita a nascondere l’arte da insediarsi in un cesso rotto o in una scatola industriale di sapone. D’Angelo argomenta che qui la parabola trova il suo compimento: l’arte ha dissimulato completamente se stessa, il prezzo è quello di essere divenuta parassitaria di tutto ciò che l’ha preceduta.

(Recensione uscita su Alias domenica 16 febbraio 2014)

L’iris selvatico

Il fiore dell'iris ritratto da Declan McCullagh nel 2005

Declan McCullagh, “Iris”, 2005

6 febbraio 2014

a Bettina G.

In questi giorni di fine inverno o principio di primavera – la cosa non è chiara poiché il clima è bizzarro – mi è capitato di scorgere margherite e viole sui bordi della strada. Se la troppa pioggia non le ha stramazzate, le teste bianche e viola si protendono verso il sole, un po’ come fa la gente sostando nelle piazze e cercando un angolo assolato.
L’istinto e la fame biologica per la luce ci accomunano tutti, animali piante umani. Quale sia il rispettivo fine nel cosmo rimane materia di speculazione, e per alcuni di poesia.
Il nostro esistere consapevole, almeno nella sua traduzione verbale, ci fa cogliere l’altro esistere, all’apparenza muto, eppure dotato di senso.
La poetessa americana Louise Glück ha dedicato un intero libro di liriche al dialogo reale e metafisico fra gli umani e le piante, s’intitola The Wild Iris (1992) ed è stato tradotto in italiano da Massimo Bacigalupo per le edizioni Giano nel 2003.
Louise Glück immagina e descrive un giardino in cui le piante, non meno degli umani, prendono la parola e raccontano la loro esperienza di vita, invocano Dio, gli rimproverano la durezza del creato.
Molti si vergognano a parlare con chi non risponde: la natura, gli animali, Dio; eppure non è sopprimendo questa voce, o tenendone le distanze tramite lo schermo di un antropocentrismo moderno e postumano, che avremo le cose più chiare o la vita più dolce.
Louise Glück ne parla nella poesia Daisies:

Go ahead: say what you’re thinking. The garden
is not the real world. Machines
are the real world. Say frankly what any fool
could read in your face: it makes sense
to avoid us, to resist
nostalgia. It is
not modern enough, the sound the wind makes
stirring a meadow of daisies: the mind
cannot shine following. And the mind
wants to shine, plainly, as
machines shine, and not
grow deep, as, for example, roots. It is very touching,
all the same, to see you cautiously
approaching the meadow’s border in early morning,
when no one could possibly
be watching you. The longer you stand at the edge,
the more nervous you seem. No one wants to hear,
impressions of the natural word: you will be
laughed at again; scorn will be piled on you.
As for what you’re actually
hearing this morning: think twice
before you tell anyone what was said in this field
and by whom.

Margherite
Avanti, di’ quel che pensi. Il giardino
non è il mondo vero. Le macchine
sono il mondo vero. Di’ francamente ciò che
ogni sciocco
potrebbe leggerti in faccia: è logico
evitarci, opporsi alla nostalgia. Non è
abbastanza moderno, il suono che fa il vento
agitando un campo di margherite: la mente
non può brillare seguendolo. E la mente
vuole brillare, scopertamente, come
brillano le macchine, e non
crescere in profondità, come, ad esempio, le radici.
È commovente,
lo stesso vederti avvicinare
cautamente il bordo dei prati di primo mattino,
quando certo nessuno potrebbe
osservarti. Più stai ferma al limite,
più sembri nervosa. Nessuno vuol sentire
impressioni del mondo naturale: sarai
derisa di nuovo; ti copriranno di disprezzo.
Quanto a ciò che stai davvero
ascoltando stamattina: pensaci due volte
prima di riferire cosa fu detto in questo campo
e da chi.

(trad. di M. Bacigalupo)