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La lenta apnea

Apneista che scende

 

24 luglio 2014

“Gli occhi ti diventano più azzurri quando guardi l’acqua”. Gliel’aveva detto sua moglie, Laura, poco dopo che si erano conosciuti quando ancora non erano sposati ed era venuta a vedere una partita di domenica, standosene seduta per tutto il pomeriggio sui gradoni della piscina scoperta, anche nel tempo dell’allenamento che aveva preceduto l’incontro.
Lo aveva aspettato fuori dagli spogliatoi, da dove era uscito coi capelli bagnati, gocce che scorrevano sul collo insieme alle endorfine della vittoria. Laura glielo aveva detto così, dandogli un bacio obliquo sulle labbra.
Non suonava come un complimento stravagante, anzi, piuttosto l’intuizione di ciò che lo rendeva felice. Quello che non le aveva mai rivelato era che, spesso, nei secondi prima di addormentarsi, ciò che lui vedeva era un indistinto ondeggiare azzurro, uno smagliarsi del colore che andava verso il basso o si dilatava, e non sapeva se fosse l’ultima immagine della piscina registrata dalla retina o solo un’allucinazione cromatica, come altre ne aveva, a volte premendo le palpebre sopra il cuscino, quando dormiva di pancia.
Un anno dopo essersi conosciuti si erano sposati e sistemati: lei aveva avuto una cattedra alla scuola media, lui era stato assunto in banca. Quando era arrivato il contratto su carta intestata con il simbolo dei tre massi racchiusi dentro l’ovale, e il suo nome stampato sopra più volte, Nicola Cordelli aveva pensato che la pietra era più solida dell’acqua, che due stagioni in nazionale erano state un’enorme soddisfazione ma alla soglia dei trent’anni era meglio costruire qualcosa di duraturo. La passione si poteva trasferire, dentro un ufficio bancario, dentro un matrimonio.
Gli anni che erano seguiti parevano avergli dato ragione. Lo avevano assegnato all’ufficio di Padova, quindi da lunedì a venerdì era lontano da casa. All’inizio c’era stata qualche difficoltà. Laura si era lamentata della solitudine durante la settimana e spesso anche Nicola trovava tristi le sue cene nel monolocale di via Beato Pellegrino, anche se la fame dopo due ore di piscina – non aveva smesso infatti di allenarsi – gli dava una determinazione fisiologica sufficiente a non immalinconirsi troppo e, ora che aveva sparecchiato, la stanchezza aveva già fatto il resto.
Laura cominciò a venire a Padova, sfruttando il giorno libero. Prendeva il treno la sera prima, così dormivano insieme, pranzavano insieme, spesso in un ristorante vicino all’ufficio e affacciato sul Brenta, qualche volta riuscivano a fare una passeggiata prima che lui la riaccompagnasse a prendere il treno.
Marco doveva essere stato concepito nella passione compressa, e per questo più concentrata, di quella notte alla settimana che passavano insieme nel monolocale di Padova, o durante un fine settimana quando Nicola tornava nella villetta a schiera con giardino, comprata con mutuo ventennale, e c’erano cene con amici e musica ad aspettarlo, insieme allo scorrere vuoto e potenziale del tempo il sabato mattina, mentre preparava la sacca con costume occhialini e accappatoio per andare a nuotare e qualche volta si fermava anche per fare una partita. Non aveva infatti perso del tutto il giro della squadra anche se inevitabilmente c’era sempre meno gente della sua età. Dopo la piscina andava a fare la spesa al supermercato, con la lista per la settimana che aveva compilato la sera prima, insieme a Laura. Quel che seguiva era un dolce scivolare verso l’ora della domenica sera in cui avrebbe ripreso un treno. Lì iniziava la sua immersione, la lenta apnea che sarebbe durata i successivi cinque giorni.
In banca si occupava di polizze assicurative legate ai mutui, da quando era nato Marco la stipula di mutui era cresciuta esponenzialmente, il settore che la banca aveva sempre monitorato con avida e conservatrice diffidenza sembrava essere diventato il parco giochi dove si spremevano interessi in fretta e in quantità. C’era chi procacciava il cliente, chi verificava la solidità della sua posizione economica, chi istruiva la pratica per il mutuo e chi, come lui, gliel’assicurava alla vita, alla casa, per cementare meglio un intrico che di per sé doveva valere tutte le ore di lavoro, i sacrifici, le rinunce, forse qualcosa in più.
Quando era in banca Nicola sentiva spesso una forma di rigidità, se avesse dovuto localizzarla avrebbe detto che stava fra il bacino e la nuca, ma dietro. La sentiva più forte quando altri impiegati si avvicinavano a lui, quando si creavano gli inevitabili momenti di tensione di ogni posto di lavoro. Un formicolio sotto la testa che scendeva lungo la colonna. Anche alle cene fra colleghi, anche nelle occasioni in cui si allentavano i nodi alle cravatte e si facevano discorsi su sport e passatempi, Nicola non riusciva mai a lasciarsi andare.
Il mondo della banca rimaneva quello della squadra avversaria di una partita di pallanuoto, solo che intorno non aveva più i compagni della sua, non aveva chi gli copriva le spalle e tagliava l’acqua; gli sembrava poco credibile che lui e gli altri vestiti in completi blu o grigi dovessero condividere un obiettivo, anziché essere l’uno contro l’altro come lui sentiva che erano. Eppure, nei cosiddetti incontri motivazionali, la metafora del ‘fare squadra’ era una delle più ricorrenti.
I trentatré metri di acqua clorata da macinare con le gambe, da solcare con le braccia, da schiacciare con la palla galleggiavano sempre sotto le sue palpebre nel dormiveglia, insieme alle piastrelle che si sfaldavano nei riflessi della luce filtrata della piscina, la rilassatezza sboccata degli spogliatoi, l’ossigeno rubato all’aria, all’acqua.
Tutto quell’ossigeno che gli riempiva i polmoni, il cervello, le vene, i corpi cavernosi.
Quando Marco aveva tre anni, Nicola era stato trasferito nella sede centrale, a Siena.
Una promozione, in pratica una complicazione: non poteva più spostarsi in treno, ci voleva troppo tempo, ora usava un’auto, interamente scaricabile e detraibile dalle tasse, e non era che uno degli innumerevoli vantaggi economici; avrebbero presto saldato il mutuo e forse comprato una casa più grande con quel che guadagnava ora.
Anche a Siena Nicola aveva preso un piccolo appartamento, in un edificio fuori le mura, località Acquacalda, vicino alla piscina comunale. Anche a Siena era la banca a pagarglielo. Non aveva stretto legami, non ne aveva il tempo. L’unica persona fuori dalla banca che aveva conosciuto era il proprietario dell’edicola davanti al condominio dove dormiva, Giuseppe.
Anche lui era un appassionato di pallanuoto, conosceva la formazione della nazionale degli ultimi trent’anni, allenatori e punteggi di partite. Nicola aveva fatto in modo che i giornali del proprio ufficio arrivassero dall’edicola di Giuseppe, d’altronde qualsiasi dirigente a Siena aveva il suo edicolante, il suo pasticcere, il suo barista, il suo calzolaio.
Aveva cominciato a portare Marco in piscina con sé più o meno in quel periodo, al sabato mattina, poi lo aveva iscritto ai corsi. A cinque anni Marco sapeva già nuotare e fare una perfetta respirazione con il crawl. A sette anni lo aveva preso con sé nell’attraversare la baia dei Conigli a Lampedusa, nonostante le proteste di Laura. Sembrava avere la stoffa dell’agonista, diceva l’allenatore della piscina che lo aveva già selezionato per le gare regionali dei piccolissimi.

La mattina di gennaio in cui arrivano i finanzieri, Nicola è entrato da pochi minuti dentro la Rocca Salimbeni, sono le otto di mattina, non è riuscito nemmeno a salire al proprio ufficio, è stato bloccato sulle scale da un ufficiale con l’ordine tassativo di non aprire il computer, di non fare niente, di aspettare. Da quando lavora lì è già successo in un’altra occasione, anche se gli sembra che il numero degli ufficiali in divisa color canna di fucile, visti mentre entrava, sia di gran lunga superiore alla volta precedente. Pensa che nell’attesa leggerà il giornale, Giuseppe fa sempre in modo che i quotidiani siano consegnati prima che lui arrivi.
In cima al pianerottolo incontra un suo collega, che lo guarda come si guarda un complice, con un lieve tremito della testa, senza dire niente. In mano ha il bicchierino di plastica del caffè del distributore automatico.
Nicola entra nel proprio ufficio e si siede dietro la sedia girevole, in effetti i giornali sono sul tavolo. Dalla porta lasciata aperta vede passare altri finanzieri, si accosta un giornale e ne guarda i titoli di prima pagina, ma non riesce veramente a leggerlo. Un numero gli scorre davanti, come un orario sullo schermo digitale di una stazione o di un aeroporto, quei 10 e rotti miliardi con cui MPS ha comprato Antonveneta, un prezzo che è quasi il doppio di quello che la banca valeva in realtà. Lo sanno tutti, ma è una di quelle cose di cui non si parla perché appartengono alla sfera dell’indicibile, dirle vorrebbe chiedersi che ci stanno a fare tutti quanti lì dentro giorno dopo giorno, coi loro lauti stipendi, i benefit, e la diciassettesima.
Però adesso ci sono i finanzieri, i computer bloccati, l’arrivo dei colleghi ai quali viene impartito il medesimo ordine: non toccate niente, tutti fermi. E quel numero li farà saltare per aria, Nicola ne è certo.
A un certo punto si alza e va in corridoio, l’ufficio del numero uno è sotto perquisizione, a seguire gli uffici del numero due e del numero tre, che è il suo diretto superiore. Alle 10.30 viene comunicato che alcuni di loro possono andare a casa. Altri no, dovranno restare. Nicola è fra quelli che dovranno restare. Vengono ordinati panini per tutti all’ora di pranzo, non si può nemmeno uscire dalla banca. Nicola vorrebbe sapere che cosa cercano di preciso, ma non può parlare con il suo capo, anche questo gli viene impedito dal semplice fatto che ormai sta chiuso con tre ufficiali da diverse ore nel suo quartier generale. Solo la segretaria si è affacciata e con il volto stravolto, l’alone del sudore sotto le ascelle, gli ha bisbigliato sulla porta: si sta mettendo molto male, per tutti quanti.
Nell’attesa del suo turno, Nicola si sente soffocare, il corpo è indolenzito, i muscoli delle gambe rigidi. Sale le scale verso il terzo piano, tanto per sgranchirsi. Al pianerottolo si ferma, qualche anno prima hanno aperto una porta finestra che dà sulle scale antincendio, si appoggia con tutto il corpo al vetro, potrebbe anche aprire, ma scatterebbe l’allarme.
Fuori il cielo è chiaro e fermo, anche le nuvole hanno l’immobilità perfetta delle basse temperature, fa freddo, lì non ci sono radiatori e il gelo penetra attraverso la finestra. Nicola lascia che invada ogni sua parte. Lo sente prima sulle mani e sul volto col naso schiacciato sul vetro, poi scendere dal collo al petto coperto solo dalla camicia, fino ai fianchi, dove prima si allarga, poi si restringe in un unico punto. Come l’aria nei polmoni quando si risale da un’immersione. Nicola si appiattisce ancora di più col bacino fino a sentirla, incredibile e forte, la sua erezione contro il vetro. E tutto si sradica veloce. Con una mano cerca in tasca le chiavi dell’appartamento e il badge che gli consente di entrare in Rocca Salimbeni, li stringe fino a farsi male alle dita.
La segretaria arriva alle sue spalle e gli dice che lo stanno cercando. Nicola si volta e rimane fermo per un momento, appeso all’attesa della segretaria che lo guarda e dice, come se lo notasse per la prima volta e come se fosse un’osservazione pertinente: lei ha gli occhi così azzurri.
Poi Nicola scende nel suo ufficio, sostiene una specie di interrogatorio che si svolge senza troppe sorprese, con garbo. I finanzieri fanno una copia di tutto quello che si trova sul suo computer, sigillano i cassetti e lo pregano di tenersi a disposizione.
Quando esce dalla Rocca Salimbeni, sono le quattro e mezza del pomeriggio, sta già facendo buio. Entra in una tabaccheria, prende una busta imbottita e dei francobolli, poi va in un bar e si siede a un tavolo ordinando succo di pomodoro. Compila un breve biglietto di dimissioni, chiude dentro la busta le chiavi e il badge e infila tutto nella prima cassetta della posta all’uscita del bar.
Poi passa dall’appartamento dove ritira un paio di libri, un cambio di biancheria, la sacca del nuoto. Si ferma a salutare Giuseppe, e parte per tornare a casa.
Non tornerà mai più a Siena.

Marco ha dodici anni e fa agonismo, ottimi tempi a dorso. Nicola lo ha portato a vedere le partite della nazionale di pallanuoto, gli ha insegnato i principali passaggi, gli riesce un buon tiro a sciarpa. Al mare spesso hanno giocato insieme, ma Marco non ha mai manifestato la volontà di far parte di una squadra. Nicola lo accompagna alle gare e lo osserva sul trampolino al tuffo, prima della partenza: le narici che vibravano, la fronte tirata, prima del tuffo, poi lui sa che il respiro si sincronizza a ogni fibra per ingoiare cinquanta metri, e poi altri cinquanta per quattro volte. Questa è la sua misura. Non l’attenzione spasmodica ai minimi movimenti degli altri, alle distanze d’acqua da accorciare per arrivare in buca, ai colpi da evitare, al centroboa da aiutare, all’ellissi di sette da mantenere in equilibrio, quella cosa tanto vera e miracolosa che è il gioco di squadra.
No: cinquanta metri secchi e poi altri cinquanta, per quattro volte, andando semplicemente più forte degli altri, da solo.

(Il racconto La lenta apnea è inedito)

Residual Hauntings

Fotografia-installazione "Residual Hauntings" di Catherine Bertola

18 luglio 2014

Una giovane artista britannica, Catherine Bertola (Rugby 1976), nei mesi in cui è stata ospite del programma di promozione dell’arte contemporanea della Brontë Society and Parsonage Museum di Haworth ha realizzato una serie di fotografie intitolandole Residual Hauntings. In queste fotografie le figure delle tre sorelle, riprese in gesti di quotidianità casalinga, appaiono come fantasmi dai contorni fluttuanti nelle stanze della dimora del curato Patrick Brontë dove vissero gran parte della loro vita. Una di queste mi colpisce: i tre fantasmi sembrano inseguirsi intorno al tavolo del soggiorno, quello dove verosimilmente hanno letto e scritto, disegnato e ricamato insieme, in innumerevoli occasioni.

Nei romanzi di Charlotte, Emily e Anne sono costanti i rinvii, le citazioni rovesciate e il dialogo fra le tre sorelle, così diverse fra di loro, così determinate a difendere la loro individuale originalità, rieccheggia nelle pagine, come se non avessero mai smesso di parlarsi, di spiare le reciproche reazioni. Non deve essere stata facile la convivenza, il padre e il fratello figure labili, la mancanza di prospettive economiche, la malattia che decimava la famiglia.

Avevano la scrittura, ognuna un sentire imperioso e, come tutti, molti fantasmi da inseguire e tenere a bada.

La mia intervista con Loredana Lipperini a Fahrenheit

8 luglio 2014

Ieri pomeriggio a Fahrenheit (Rai Radio 3) sono stata intervistata da Loredana Lipperini su L’amore normale, Libro del giorno del programma.

L’intervista integrale la trovate qui.

Agli inizi di agosto L’amore normale potrà essere votato come Libro del mese di luglio, seguendo le indicazioni riportate in home page dal sito di Fahrenheit.