Monthly Archives: agosto 2014

Di spalle

Antonio Pisanello, "Monaco seduto su una panca", Codex Vallardi 2332, XV secolo

Antonio Pisanello, “Monaco seduto su una panca”, Codex Vallardi 2332, XV secolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

23 agosto 2014

Pisanello ha ritratto alcune delle più notevoli figure di schiena della storia dell’arte del XV secolo. Impiccati soprattutto, dunque figure del crimine e della vergogna, come apprendiamo dall’ebook di Luigi Grazioli, Figura di schiena, che qui ho recensito (vedi Altre scritture 2014).

Questa invece è una singolare immagine di monaco, ammesso che la titolazione del disegno sia corretta. Seduto (o perché no? Seduta) avvolto in un mantello col cappuccio che ne rende indistinguibili le fattezze fisiche, ma comunica efficacemente l’ingombro sulla panchina di legno, questo corpo dandoci le spalle ci pone parecchi interrogativi sulla propria identità, sulla propria attività e perfino sulla sua reale presenza: gli mancano infatti i piedi. Sta dunque sospeso, potrebbe essere un fantoccio, una finzione che non cela una creatura vivente. Così mi pare la premonizione delle tantissime figure moderne che dal Romanticismo in poi dandoci le spalle ci invitano all’introspezione, allo sprofondamento nel mistero della natura e dell’umanità. Una schiena dice sempre la solita cosa: girami, vai oltre, vieni a scoprirmi. Un richiamo al quale è impossibile resistere, un innesco narrativo anche là dove la narrazione non esiste, o è tutta da immaginare, come nel caso del disegno di Pisanello dove non c’è sfondo o contorno che aiuti a collocare e contestualizzare la figura, darle un seguito.

Ma anche questo è possibile che fosse intenzionale da parte del pittore: un bravo artista concede moltissimo all’immaginazione del suo spettatore.

Prove di trasmissione della memoria

Piazza Lenin a Cavriago (Reggio Emilia)

Piazza Lenin a Cavriago (Reggio Emilia)

14 agosto 2014

Non abitiamo il tempo, anche se è esperienza comune nascere, accumulare anni e morire, e così facendo credere di avere occupato una parte di tempo, piuttosto è il tempo che ci abita con l’inganno giornaliero della luce e dell’oscurità, della veglia e del sonno, delle stagioni. Crediamo di scorrere verso qualcosa, da un punto all’altro e in certi momenti, quando vediamo che le cose e le persone che amavamo non sono più, o non sono più nel modo in cui le abbiamo conosciute, abbiamo la percezione di una perdita che è soprattutto di tempo: che non tornerà più. Proprio lì si rivela che non siamo padroni dei nostri giorni, ma che essi con un flusso più potente di vita, tutta la vita universale anche quella di cui non abbiamo la più remota percezione, ci attraversano e ci sagomano. La sagoma che rimane, come un guscio vuoto, si riempie presto di nostalgia. Abbiamo sempre nostalgia di essere stati.

A volte questa nostalgia prende il colore di un momento storico preciso, perché il tempo ha abitato noi e mille altri contemporaneamente e in certi punti si è creata tutta un’energia in una certa direzione.

Stamattina, bevendo un tè in un bar all’aperto sulla fiancata est della chiesa di San Petronio a Bologna, pensavo chissà perché, forse per la sospensione ferragostana il non-tempo delle ferie assolute, agli anni in cui ho lavorato all’archivio fotografico del Comune di Cavriago, a pochi chilometri da Reggio Emilia.

Era la fine degli anni novanta, ero da poco tornata dagli Stati Uniti, con un desiderio fortissimo di ritrovare la mia terra, la solida, ingenua e sognante convinzione con cui ero cresciuta che tutto si potesse fare, a volerlo fare bene. L’Emilia cooperativa, l’Emilia dell’inesausta narrazione sul valore e le conseguenze della Resistenza, l’Emilia delle biblioteche e dei servizi alle persone mi avevano cresciuta con questa convinzione. E non era del tutto infondata. Ricordo l’esperienza nel Comune di Cavriago come straordinaria, per la disponibilità a collaborare degli impiegati, per la facilità con cui si potevano fare progetti e crederci. Tutto scricchiolava intorno, e c’erano segni avanzati di una realtà ormai superata, tirata verso una direzione che non era più, per certo, quella del socialismo tascabile. Eppure, ancora funzionava. Ancora ha funzionato. Cavriago, Comune di meno di novemila anime, è riuscito a realizzare un centro di cultura, il Multiplo, che non ha molti eguali in Italia e che sarebbe più facile incontrare a Berlino.

Di quel tempo ho nostalgia in questi giorni. Di quando era bello ed era possibile credere e l’utopia dava forma a una realtà comunque migliore.

Gli Offlaga Disco Pax avevano capito presto la resa di un sogno e con la loro musica e le loro parole lo hanno cantato. Questa è la sagoma di tempo che mi è rimasta: