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Sulla panchina

Panchine

23 settembre 2014

«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata. È vacanza a portata di mano. Sulle panchine si contempla lo spettacolo del mondo, si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo.»

Così lo scrittore Beppe Sebaste, in un fortunato libretto della collana “Contromano” di Laterza, Panchine, pubblicato per la prima volta nel 2010 e ora giunto alla sua quinta edizione, definiva l’oggetto che è anche al centro dell’indagine del recente libro di Michael Jakob pubblicato da Einaudi.

Beppe Sebaste sottolinea a più riprese il valore politico e civico di un luogo di sosta che, essendo di tutti e per tutti è anche l’espressione di una comunità che si concede tempo per conoscersi, pensare, parlare. Dunque un segno di civiltà. Basterebbe pensare alle recenti polemiche sorte perché un sindaco del Nord Est ha deciso di eliminare le panchine dal centro del proprio paese allo scopo di evitare che gli extracomunitari vi sostino sopra, per capire quanto l’aspetto di civiltà conti in quest’oggetto che è molto di più di un semplice arredo urbano. Il libro di Michael Jakob, Sulla panchina. Percorsi dello sguardo nei giardini e nell’arte (Einaudi 2014) esamina i molteplici aspetti di questo oggetto, a metà fra la fruizione pubblica e quella privata, in relazione alla storia dei giardini, del gusto e del paesaggio. Alla funzione primaria, urbana e concepita per regolarizzare rapporti di incipiente democrazia e condivisione della cosa pubblica quali si vennero realizzando nell’Italia dei Comuni lungo il Trecento, si ricollega anche Jakob osservando come tale funzione non fosse mai disgiunta – e questo fin dall’antichità a Pompei o ad Agrigento per esempio – da una precisa volontà di offrire una veduta programmata dello spazio. Le panchine che sorgevano come costole dei palazzi pubblici e signorili, e talvolta anche delle chiese, in tutto il Centro Italia alla fine del Medioevo offrivano una vista privilegiata e focalizzata dello spazio urbano, tale per cui risultavano immediatamente chiari i rapporti politici e di forza.

Evoluzione assai sofisticata di questa lontana matrice è invece la serie di panchine che troviamo nel giardino di Ermenonville, residenza di caccia e di ritiro in campagna con un giardino all’inglese, realizzata dal marchese René de Girardin tra il 1762 e il 1775.

Qui il gusto per il pittoresco, ovvero di una natura non geometricamente regolata come nei giardini all’italiana, ma accortamente predisposta a suscitare una meraviglia spontanea, incontra la funzione contraddittoria delle panchine: nate come complemento alla vita urbana, le panchine si ritrovano ad essere simulate da fondi muschiosi, da rialzi naturali opportunamente sfruttati per godere la miglior vista all’interno di percorsi che sono panoramici e introspettivi per il promeneur alla ricerca di sé e di un contatto vivificante con la natura, secondo la diffusa sensibilità rousseoiana.

Il massimo dell’artificio si sposa dunque alla massima pretesa di naturalezza. A coronamento di questo progetto avviene un fatto imprevisto e altamente simbolico, Rousseau ospite della tenuta e del marchese de Girardin a partire dal maggio 1778 vi muore il 2 luglio dello stesso anno. Su un’isoletta popolata da alti pioppi cipressini viene allestita la sua tomba, che da quel momento in poi diviene il fulcro della promenade all’interno della tenuta. E quando il pellegrinaggio all’isola diventa eccessivo e quindi proibito, la panca delle madri di famiglia posta sulla riva opposta assume il ruolo di punto di contemplazione privilegiato. Riflessione sullo scorrere del tempo, elegia, introspezione, contatto con la natura, identificazione con un uomo circondato subito da un’aureola di santità laica, questi gli elementi che tantissimi visitatori, fra cui potenti, reali, capi di stato e intellettuali da tutta Europa, cercano nella visita a Ermenonville e nella vista della tomba di Rousseau, celebrata da componimenti e incisioni innumerevoli. La panca delle madri di famiglia, con la sua iscrizione che inneggia alla vita, è il punto di osservazione ideale di una passeggiata che è una forma di viaggio interiore che si confronta con la morte. Paradossalmente la fama del luogo non viene meno quando la tomba di Rousseau è trasferita al Pantheon, e si crea quasi un culto dell’assenza, un culto dell’immagine che continua a racchiudere il desiderio dei visitatori, tanto che Jakob la definisce pre-televisiva.

Questa macchina che include monumenti simbolici, disposizione del paesaggio e panchine messe ad arte per poterne opportunamente godere ha un illustre precedente nel giardino voluto nel Seicento dal principe Vicino Orsini a Bomarzo. Tra mostri di pietra e animali esotici scolpiti sono disposte infatti lunghe panche, piene di iscrizioni o dalle terminazioni metamorfiche, dalle quali è possibile avere una vista ‘guidata’ al giardino per coglierne i rimandi letterari e mitologici. D’altro stile, invece, e con una funzione diversa sono le panche disposte da Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi artefice della reggia di Caserta e del giardino monumentale che culmina nella grande cascata, nell’altro giardino che si apre dietro la cascata: qui la vegetazione non è più rigorosamente regimata come nella parte principale, e una serie di panche molto basse sagomate su un marmo che conserva segni dell’estrazione e mima nodi e fronde avvinghiati. Da queste panchine non si ammira nessuna vista privilegiata, sono troppo basse per porsi all’altezza di un punto di fuga prospettico. In questo modo, argomenta Jakob, Carlo Vanvitelli, prendendo le distanze dal padre, porta al culmine la contraddizione del dispositivo panchina, quale si era già enucleata nel giardino di Ermenonville, fra tensione massima alla natura e artificio dissimulato.

La panchina è anche luogo di rappresentazione ufficiale di individui: dal musico Mezzettino di Watteau ai Coniugi Andrews di Gainsborough, fino al ritratto seduto di Puškin e alle fotografie di Tolstoj a Jasnaja Poljana, e a quelle di Lenin a Gorki Park, la gamma dei soggetti e i loro possibili messaggi orchestrati anche grazie al supporto sul quale siedono è davvero estesa.

Se ci si siede per concedersi relax e quiete, come gli aristocratici ritratti sullo sfondo della loro campagna inglese, si comunica un messaggio molto chiaro sul proprio ruolo sociale e sul posto che la proprietà della campagna occupa nella costruzione di tale identità. Le numerose immagini fotografiche di Lenin seduto sulla panchina della dacia in cui si ritira negli ultimi anni di vita giocano con le possibilità scopiche e semantiche messe in luce da questo oggetto nelle rappresentazioni dei secoli XVIII e XIX. Mentre in precedenza la panchina serviva per fissare, un paesaggio, l’orizzonte, un monumento, è ora lei a fissarci attraverso lo sguardo sornione del leader rivoluzionario puntato verso l’obiettivo o nella tragica assenza del leader medesimo nel film di Dziga Vertov, Tre canti su Lenin. La panchina deserta, come nel celebre dipinto di Manet La panchina (1883), parla della malattia e della morte ma anche del potere lasciato, del potere vacante e presto sussunto da Stalin, non a caso ritratto sulla medesima panca insieme a Lenin. E non a caso, in una catena di trasmissione iconografica ininterrotta, l’incontro fra il leader russo Putin e il primo ministro Medvedev è stato immortalato fotograficamente in una panchina in mezzo alla natura, riproposizione di un idillio da cui la storia ci ha insegnato a diffidare.

A un significato tutto diverso rimanda invece la scena finale de L’avventura di Antonioni girata su una panchina: qui i due amanti inscenano il fallimento di una relazione amorosa, la panchina è il luogo da cui l’agonia dell’eros moderno viene decretata: è un luogo di spaesamento e spossessamento.

Il saggio di Jakob termina su due panchine pubbliche, quella del Parc Güell a Barcellona e quella del parco della villa Durazzo Pallavicini a Genova Pegli. Da entrambe si può osservare una porzione di città: mentre quella barcellonese si proietta sulla città di cui costituisce una parte fondante dell’identità moderna, quella della villa genovese intercetta la non-architettura dei raccordi stradali e della crescita industriale disseminata, una veduta non prevista, ma di cui la panchina fornisce l’eloquente supporto: alle spalle un mondo di bellezza, davanti un mondo di complicato e discutibile sviluppo urbanistico.

Trasparenza

Sottacqua

9 settembre 2014

Acqua, vetro, cornee degli occhi, bolle di sapone, plexiglass, diamanti, cristalli, ghiaccio in strati sottili, carta velina, ali di libellula, velo tessuto fine sono alcuni degli stati in cui la materia è attraversata dalla luce e consente allo sguardo di passare oltre, frangersi e riflettersi.

Di questi solo l’acqua si lascia attraversare completamente e una volta attraversata siamo in un altro mondo, in un altro elemento, come si dice.

Ci penso sempre, prima di buttarmi in acqua, al mare soprattutto, sapendo che non sarà solo il contatto con la diversa temperatura a scuotermi, ma anche il passaggio a un altro mondo, dove le regole sono diverse e la massa liquida che mi circonderà equanime, pervasiva, modellabile racchiude un universo.

All’inizio c’è sempre un po’ di timore, poi vince la meraviglia per tutto ciò che fluttua, s’insegue sul fondo, fra le posidonie, gli scogli, la sabbia e i sassi, e il moto delle onde che rende la trasparenza e la visibilità un miraggio, una specie di caleidoscopio dove distanze e dimensioni sono falsate.

Io che lì sotto posso sopravvivere solo a certe condizioni – prendere aria – ogni 30 40 secondi, un minuto al massimo – e continuando a nuotare, mi dimentico di me.

La trasparenza è una strana qualità, dal punto di vista fisico, credo che esistano studi in merito e Vladimir Nabokov ha scritto un curioso libretto che s’intitola Transparent Things. La mia attrazione per l’acqua trasparente e per tutto ciò che si lascia attraversare credo venga dall’idea di poter cambiare stato, dimensione. Di poter essere altro dall’insieme di cellule che invecchia del mio corpo; al fondo credo ci sia un’idea di rigenerazione in questo attraversamento.

Per gli antichi le anime, una volta lasciati i corpi, dovevano passare nell’oceano prima di arrivare alla loro destinazione finale. Infatti sui sarcofagi romani troviamo spesso scene di thiaso marino, con nereidi, tritoni, conchiglie e genietti psicopompi.

Sull’anima ho le idee poco chiare, sulla destinazione finale ancora meno, ma è un mito molto bello e quando vedo l’acqua del mare ne sento intatta la forza di persuasione.