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Verità, realismo, autenticità

P. Aretino, "Emblema di Veritas", frontespizio di Adriaen Willaert, Cinque Messe, presso Francesco Marcolini, Venezia 1536

Pietro Aretino, “Emblema di Veritas”, frontespizio di Adriaen Willaert, “Cinque messe”, presso Francesco Marcolini, Venezia 1536

17 ottobre 2014

Durante uno dei recenti incontri di presentazione de L’amore normale, a Padova nell’ambito della Fiera delle Parole, lo scorso 12 ottobre, Emanuele Zinato mi ha chiesto fra le tante e puntuali sollecitazioni sul testo, condivise con un pubblico molto partecipe, come mi collocassi rispetto a quella che sembra essere una direzione maestra della narrativa italiana contemporanea: l’autofiction. Vorrei continuare a rifletterci qui, anche per chi all’incontro avrebbe voluto ampliare un tema dalle molte implicazioni.

La domanda di Emanuele Zinato mi è parsa molto sensata, visto che fino a quel punto si era ragionato di verità dei sentimenti, invocando la dichiarazione di Walter Siti sull’attuale incapacità a parlarne in termini non retorici, e considerato che proprio Siti ha poi scelto la via di una messa in scena costante di un io reale e di un io fittizio indissolubilmente legati a produrre quell’effetto di realtà sulla pagina scritta che dovrebbe fare esclamare al lettore: qui c’è del vero!

Sempre Siti ha poi scritto un pamphlet, Il realismo è l’impossibile (Nottetempo 2012), in cui dichiara come anche questa sia una tecnica, un virtuosismo fra i tanti con cui l’arte che è finzione, e tale rimane, può arrivare a dirci cose che pur essendo finte sono verissime.

Non di rado mi capita di cogliere un fremito di piacere e di assenso fra i lettori nel venire a sapere che dietro il romanzo che leggono c’è una cosiddetta ‘storia vera’, e altrettanto spesso mi è capitato di scambiare con amiche e amici che scrivono l’opinione che il tale o tal altro romanzo era più o meno credibile, la voce narrante suonava più o meno artefatta o al contrario naturale. Da dove viene questa fame di realtà? Ed è poi realtà la parola adeguata, considerato che da sempre nell’arte è stato pattuito un patto mimetico ma anche sublimante e di evasione e di stravolgimento del reale? Insomma considerato il fatto che a sospendere la nostra incredulità – the suspension of disbelief coniata da S.T. Coleridge nel 1817 – davanti a un testo narrativo non è quasi mai il contenuto in sé e per sé ma l’impasto fra forma estetica e intenzionalità, siamo sicuri che quello che cerchiamo è la realtà?

Siccome nella realtà siamo immersi, ma per conoscerla abbiamo bisogno di mille mediazioni, tra cui quelle artistiche in primis, l’impressione è che tutta questa fame di realtà venga dalla percezione di essere immessi in un flusso costante di informazioni e rappresentazioni fittizie e non veritiere: molto di quello che transita sui vari media, i giornali, le fiction televisive, specie italiane, i reality show, costituisce uno story telling continuo che se da una parte alimenta il desiderio innato di storie, dall’altra ci rende sempre più titubanti sul loro statuto di rilevanza, verità, credibilità.

Ecco dunque che per me risulta molto comprensibile la via dell’autofiction – lo scrittore che si mette in gioco in prima persona e filtra attraverso la sua esperienza il mondo – e tuttavia non credo che sia l’unica o necessariamente la più interessante strada per arrivare a quella che preferirei ora chiamare autenticità.

I personaggi dei miei romanzi vivono dentro di me, e di me, in una misura che non saprei dire, ma se così non fosse non potrei mai dare loro vita sulla pagina perché io per prima non li sentirei vivi, credibili. Quello che è richiesto allo scrittore è uno sforzo costante non solo di attendibilità, per quella basterebbe del buon giornalismo, ma di empatia vera e propria: sentire quello che i suoi personaggi sentono, forgiare i loro pensieri come se fossero i propri, animarli delle proprie ossessioni. La materia di ciò che scrivo sta dentro di me e nella mia realtà, non meno che i fatti più o meno rilevanti che mi accadono ‘per davvero’ ogni giorno.