Monthly Archives: dicembre 2014

Sulla soglia

Jelena Todorovic, “Lo scomponimento rosso”

Jelena Todorovic, “Lo scomponimento rosso”

30 dicembre 2014

Per attraversare una soglia che non c’è, se non dentro di noi, se non nel tempo che è la cosa che più ci sfugge, che si fa?

Io cerco di mettere in fila un po’ di cose: quelle brutte, quelle belle, faccio il conto degli amici, dei luoghi cari, delle occasioni, dei libri, di ciò che ho perso di quello che è arrivato nuovo e inaspettato, poi mi dico: questa è stata la tua vita fin qui, in questo anno, appena trascorso. E sempre, ma proprio sempre, mi viene da pensare che è un bilancio incompleto, che molto si sottrae all’elenco e non è solo colpa delle falle della memoria.

Sulla soglia ci arrivo sempre con le idee un po’ confuse, cercando di mettere a fuoco come attraverso una lente il senso e la direzione di quello che mi sta accadendo. Ma forse anche questa è una costrizione/costruzione.

I punti in cui la vita si mostra ‘più lucida’ si allineano agli altri, in cui più o meno sordamente l’ho occupata. E perché, e come, decidere cosa ha senso e cosa non lo ha?

Ieri sera un tramonto remoto, come lo sono quelli invernali in cui il Sole è tanto lontano dalla Terra, ma rosa e acceso da mangiarsi tutto il cielo ha suggellato una giornata lenta e insignificante. Accettare il contrasto, la contraddizione, l’insignificanza senza farsene annichilire, questa mi pare una delle sfide per l’anno che viene. O se preferite, uno dei miei buoni propositi.

Buon 2015 a tutte e a tutti!

Andrea Camilleri, La creatura del desiderio

Hermine Moos, "Alma Mahler-bambola"

15 dicembre 2014

Gli automi e le bambole hanno goduto di una fama incredibile tra Sette e Ottocento. Abbinati a meccanismi a orologio o a dispositivi per produrre musica costituiscono anche il primo passo verso quella cibernetica realizzata dai computer che tanto impatto sta avendo sulla nostra vita oggi. Ma dietro la confezione di bambole e automi c’è una lunghissima tradizione legata al simulacro, alla sostituzione della persona originale con una fittizia che nell’antichità trova spazio in numerose opere e miti, basti pensare a quello di Pigmalione. Animare l’inanimato, o ricreare l’oggetto del desiderio attraverso un suo sostituto, sono espedienti ai quali si ricorre ogni qual volta lo sguardo emotivo prevale su quello razionale e il bisogno è eccedente rispetto alla reale possibilità di soddisfarlo.

L’opera letteraria che più di tutte ha celebrato la complessità del rapporto con la bambola – feticcio, sostituto, proiezione interiore, doppio e molto altro – è probabilmente Der Sandmann dello scrittore tedesco Ernst Theodor Hoffmann, pubblicato nel 1815, da cui venne tratto anche un celebre balletto, Coppélia, o La fille aux yeux d’émail, sulla musica di Delibes. Storia di un amore difficile, di un maleficio che fa sostituire o scambiare l’amata con una bambola e infine di una follia che termina nel suicidio del protagonista.

Quando ci sono di mezzo le bambole, a volte la vicenda può chiudersi in maniera rocambolesca e positiva, ma più spesso spunta una vena ossessiva, la possibilità di deragliare, l’inganno e l’autoinganno, infine una perdita di contatto con la realtà dagli esiti grotteschi o disastrosi. Per quanto il bel libro di Massimo Fusillo, Feticci (il Mulino 2011) abbia messo in luce il terreno comune condiviso con la creatività dagli oggetti investiti da ossessioni feticiste, rimane ineludibile l’aura di mancanza che tali oggetti portano con sé e, insieme al potenziale immaginifico, anche quello distruttivo.

Un caso esemplare in tal senso è il racconto che Andrea Camilleri fa dell’ossessione del pittore austriaco Oskar Kokoschka per Alma Mahler, La creatura del desiderio (Skira, I ed. 2013, II ed. 2014). Utilizzando materiali in gran parte inediti e sconosciuti al pubblico italiano, Camilleri racconta le vicende del tormentato amore fra il giovane Kokoschka e la bella Alma, vedova del compositore Gustav Mahler. Tre anni di inseguimenti, di lettere stravolte dalla passione e dalla gelosia che per Kokoschka si rivolge non solo verso la mondanità salottiera che Alma non smette di frequentare, ma anche verso il passato su cui troneggia la figura del marito morto. I due vanno a vivere insieme, in una casa che sarà colpita da diverse sciagure, tra cui anche un’invasione di rospi, la convivenza è resa difficile dal carattere burbero del pittore, dalla sua gelosia ma anche dalla leggerezza di Alma che non vuole rinunciare alla frequentazione di uomini e donne del bel mondo. Un aborto, voluto da Alma che ormai non sopporta più la vita con Oskar, incrina per sempre la loro vita di coppia. Allo scoppio della guerra il pittore si arruola per fuggire da Alma, che ormai ha lasciato la loro casa comune. Ferito gravemente la supplica di poterla rivedere, ma Alma non andrà mai a trovarlo in ospedale, né dà segno di preoccuparsi quando viene portato a Stoccolma nelle mani del premio nobel Barany che lo sottopone ad ulteriori scariche di elettroshock. Anche queste risultano inutili a guarirlo dallo struggimento per la perdita dell’amata Alma. Rientrato in Germania gli viene affidata una cattedra alla scuola di Belle Arti di Dresda e qui, probabilmente dopo aver visitato verso la fine di giugno del 1918 una mostra di bambole di una straordinaria artigiana di Monaco, Hermine Moos, decide d’accordo con il proprio medico di farsi eseguire una bambola di dimensioni naturali che sia la replica esatta di Alma. Nel carteggio con Hermine Moos durato nove mesi, tanti furono necessari alla confezione della bambola, emerge tutta la maniacalità di tale progetto per il quale Kokoschka elabora disegni e descrizioni minuziosissime, valendosi della memoria ma anche dei molti ritratti compiuti e da lui conservati di Alma. Quando la bambola arriva in casa di Kokoschka, la servetta Terèse capisce subito quale gioco il padrone voglia mettere in scena e lo asseconda, vestendo e truccando il pupazzo, che ormai viene esibito da Oskar in società come la “mia signora” e viene utilizzato per compiere quei rituali erotici che la servetta aveva da tempo imparato a svolgere con il padrone, ma che ora con il simulacro presente dell’amata si colorano di tutt’altra luce. La bambola Alma va a teatro, presenzia alle cene con amici e viene mandata perfino da sola in carrozza. Alma Mahler viene informata di quanto sta accadendo, a Dresda, al suo ex amante e commenta con puntualità: “Così potrà credere di tenermi prigioniera tutta per sé”. A porre termine al delirio di Kokoschka subentra un incidente avvenuto a una festa data in casa: due amici si prodigano in attenzioni verso la bambola che risvegliano nel pittore la furiosa gelosia di un tempo: caccia gli invitati e si accanisce sulla bambola Alma, decapitandola e abbandonandola svestita in giardino. Il mattino seguente la polizia credendo di scorgere un cadavere nudo entra in casa del pittore per interrogarlo, ma davanti a quello che pensavano essere un corpo di donna morto si rendono conto che si trattava solo di una bambola. È solo una bambola, ammette il pittore, ma quanto spossessamento interiore, quanta violenza e mancanza sono stati fatti passare attraverso quell’assemblaggio di segatura, seta, fili, capelli, vernici e imbottiture cucite ad arte dalle mani sapienti di Hermine Moos, così tanti da doversene liberare con un’uccisione rituale e a suo modo sanguinosa.

Storia di una passione furiosa, di una patologia mentale e di una potenza artistica che fece eseguire a Kokoschka uno dei suoi dipinti più celebri, La sposa del vento, quella con Alma Mahler come ci viene raccontata da Andrea Camilleri, attraverso la vicenda della bambola, può essere letta anche come prototipo di molte vicende di solitudine del nuovo millennio e delle civiltà tecnologiche più progredite: dalle bambole gonfiabili, disponibili nei sexy shop di tutto il mondo, ai pupazzi personalizzati che in Giappone costituiscono una compagnia fissa di moltissimi giovani che forse in questo modo elaborano o sublimano la difficoltà di relazione con l’altro sesso e con il desiderio frustrato.

(Questo articolo è uscito sul sito de La Ricerca)