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“Il giardino delle mosche” di Andrea Tarabbia

Stalin

14 febbraio 2016

Per lo scrittore che s’impegni a dar forma alla vita o alle imprese di un criminale il rischio di cadere nelle trappole della cronaca, con la inevitabile attrazione per il morboso e la manichea volontà di giustizia sommaria, è fin troppo presente. Non si può dire tuttavia che questa sfida non abbia premiato nel tempo chi ci si è applicato con rigore e onestà assoluti, e va detto che gli esiti più interessanti si hanno proprio quando l’assunzione del punto di vista coincide con quello di colui che ha compiuto il male e non delle vittime. È la posizione più difficile perché richiede a chi scrive una virtuosa sospensione del giudizio e una faticosissima aderenza psicologica al proprio personaggio. Penso a libri come A sangue freddo di Truman Capote, a Le benevevole di Jonathan Littell, a L’avversario di Emmanuel Carrère, molto diversi fra di loro per tecnica narrativa e stile, ma accomunati da un ampio spazio concesso alla voce del colpevole.

L’ultimo libro di Andrea Tarabbia s’inserisce a buon diritto e in modo molto riuscito in questo filone. Il giardino di mosche (Ponte alle Grazie 2015) è la lunghissima deposizione, non priva di divagazioni, ricordi e allucinazioni che il criminale russo Andrej Čikatilo rilascia al capo della polizia Kostoev durante l’interrogatorio a seguito della cattura avvenuta nel 1990, dopo dodici anni di omicidi efferati, cinquantasei per la precisione e svariati altri confessati ma impossibili da verificare.

Quella che parla è dunque fin da subito la voce del ‘mostro di Rostov’, come veniva definito dai mezzi di comunicazione, ed è la voce pacata di un uomo mite come egli ama definirsi, come la moglie lo definiva. Un compagno iscritto al partito, padre di due figli, marito amorevole.

Eppure fin dalla nascita evocata in una modalità allucinatoria e affabulante nelle prime pagine del libro – e quindi all’inizio dell’interrogatorio – Čikatilo si presenta sotto il segno della violenza e della miseria. Nato nel 1936 in Ucraina, durante la carestia causata dalle requisizioni di grano di Stalin, Čikatilo è alla lettera figlio della fame, uno dei rari bambini sopravvissuti al saccheggio e agli atti di cannibalismo, storicamente provati, di cui forse il fratello maggiore rimase vittima. Emarginato dai compagni di scuola perché miope, sbeffeggiato dalla madre perché incontinente, isolato in età adolescenziale perché incapace di stare con le ragazze in quanto impotente, Čikatilo è un uomo pieno di mutilazioni ma non privo di ambizione e di volontà, e soprattutto dotato di grande capacità manipolatoria: convinto comunista, riesce a non farsi espellere dal partito e a non perdere il lavoro, nonostante in più occasioni venga accusato di molestie sessuali ai danni dei propri studenti, nel periodo in cui svolge il lavoro di insegnante; pur incapace di avere rapporti sessuali completi, con una personalissima tecnica riesce a ingravidare due volte la moglie e quindi a sentirsi formalmente un vero uomo, in grado di dare figli alla patria. Ma dietro la facciata di una vita costruita in una comunione tanto esasperata quanto nevrotizzante con gli ideali di un paese passato dallo Zarismo al Comunismo, senza mai provare uno spiraglio di elaborazione democratica e quindi critica e individuale, cova una volontà ferrea di rivalsa che spinge Čikatilo dal 1978 in poi a volere soddisfare le proprie pulsioni sessuali annientando e martoriando vittime sempre scelte fra minori, emarginati, donne e ragazzine vulnerabili. Uccidendo, sgozzando e mutilando gode e si sente nel giusto. Čikatilo dichiara infatti di avere compiuto i suoi crimini per ripulire il proprio Paese dall’immoralità e dalla corruzione che ai suoi occhi s’insinuano negli anni della perestrojka di Gorbacev, e in effetti è proprio in quegli anni che i suoi omicidi si intensificano.

“La mia vita è collegata alla vita del paese” afferma nella domanda di grazia rivolta a El’cin nel 1992. Ed è proprio su questo collegamento che Andrea Tarabbia ha lavorato, scorgendo in Čikatilo non solo un caso psichiatrico, un criminale abominevole, ma una specie di metafora incarnata del soverchiante rapporto con il potere che in Russia ha preso storicamente la forma del Comunismo. Niente nella sua biografia giustifica o attenua le colpe di cui è responsabile, ma allo stesso tempo l’ossessione per il potere, che diventa potere di morte sull’altro, avrebbe potuto assumere quelle forme se non all’interno di un contesto in cui lo Stato implode e divora i suoi cittadini, quale ci viene descritto ne Il giardino di mosche?

A controbilanciare una narrazione che non è solo allegoria di una parabola storico-politica, e ad arginare la figura insostenibile di Čikatilo, così prossima, nonostante le reiterate autoproclamazioni di mitezza all’‘uomo e cattivo e malato’ de Le memorie del sottosuolo di Dostoevskji, Tarabbia lascia che l’ultima parte del racconto sia affidata al capo della polizia Issa Magomedovic Kostoev. Di etnia inguscia, quindi al pari dell’ucraino Čikatilo, figlio di una famiglia oggetto di persecuzioni e deportazioni durante l’era staliniana, Kostoev ha perso fratelli e sorelle, la sua infanzia di musulmano perseguitato non è stata molto diversa da quella dell’accusato che sta interrogando, eppure ha scelto la legge. La reazione scomposta di Čikatilo davanti alla scoperta di quanto spurio, ai suoi occhi integralisti, sia il dna di chi lo interroga e rappresenta la legge è il momento di rivelazione aperta di quanto nefasta sia l’idea di potere e di Stato introiettata da Čikatilo, incapace di scorgere il proprio simile, anzi pronto a infierire su chiunque gli appaia defettivo rispetto all’ideale monolitico, irreale e castrante che ha coltivato dentro di sé.

Apertosi con una natività dai toni cupi e crudi, Il giardino delle mosche si chiude con un’esecuzione che non è liberazione e forse nemmeno giustizia, offuscata com’è dal dubbio e dall’esitazione espressi da Kostoev – in questo antitetico a Čikatilo – sulla legittimità di ogni uomo a esercitare potere di vita e di morte sul proprio prossimo.

(Questa recensione è già stata pubblicata su Doppiozero)

Maschere

maschere

3 febbraio 2016

Mi preparo al debutto di Sex & Disabled People a Milano il prossimo 7 febbraio, e penso che recitare me stessa è curioso. Ogni giorno si sceglie una parte, io è un altro, abbiamo tutti dieci e cento avatar e via di questo passo, ma anche nella finzione si deve attingere a un fondo di verità, o il gioco di mettersi in scena non sta in piedi, per me poi che sto sempre seduta questa metafora è doppiamente insidiosa.

Ma cosa vuol dire metterci la faccia? Affrontare il fatto che gli altri leggano/vedano quello che ti attraversa, sagomarlo per loro, affinché passi un messaggio, un pensiero, emozioni?

Cesare Zavattini ne Gli altri scriveva: “Noi non abbiamo il coraggio di guardare a lungo le facce, probabilmente per paura ancestrale della realtà, e forse le civiltà non sono che meravigliosi sforzi di costruire qualcosa al dì fuori del reale”.

Forse per questo furono inventate nell’antichità le maschere.

Forse per Zavattini la realtà non è così positiva, né così facilmente accettabile e perciò necessita sempre di uno sforzo di cosmesi, di addomesticamento; questa è una nozione di civiltà e cultura che tiene dentro di sé la contraddizione: non esiste elaborazione, non esiste superamento se non come tradimento della realtà. Che poi è non poca parte del fare artistico.

Siamo entrati in un’era di espressività legittimata e incoraggiata a tutti i livelli, i social ne sono un caso e un supporto evidente. Ma appunto: i filtri, l’elaborazione, le regole, la forma non sono forniti dal medium, ma ancora scelte in qualche misura individuali.

La parola detta, pronunciata a voce alta davanti a un pubblico, è prova di pensiero, prova di esperienza.

Bisogna trovare la maschera giusta.