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Storie di corpi

Fotografia di Herbert List

(Fotografia di Herbert List)

16 marzo 2017

Il corpo di ciascuno porta scritta in ogni sua cellula la propria storia. Da piccola, sugli otto o nove anni, amavo saltare un muretto basso, insieme a mio fratello e ad altri compagni di gioco. Un giorno caddi sullo spigolo di cemento vivo e mi tagliai il ginocchio. Sangue, dolore acutissimo, quattro punti di sutura senza anestesia. Nei giorni seguenti e fino a che non mi sentii in grado di camminare e correre, sorvegliavo attentamente le mie reazioni fisiche turbata all’idea di non poter tornare come prima. Ma anche dopo, quando il ginocchio non mi faceva più male, mi percepivo cambiata dall’incidente, come se la mia minuscola identità infantile fosse stata messa alla prova e io dovessi essere sicura di potermi riconoscere con una cicatrice rosso vivo e l’allerta del pericolo ormai attivata.

Di passaggi simili a questo, e spesso ben più traumatici, è piena la vita. Ciò che è singolare è come questi piccoli o grandi traumi continuino a lavorare dentro di noi anche a distanza di anni, anche quando crediamo di aver dimenticato, metabolizzato, guarito.

Roland Barthes scrive che “il corpo dell’altro è sempre un’immagine per me”: ciò che io vedo dell’altro ma anche di me stesso, dal momento che nello sguardo non mi abbraccio mai per intero nemmeno allo specchio, può essere solo la superficie che accoglie i moti dall’interno, ma non li esprime mai del tutto. Ognuno custodisce nei propri organi, nei propri arti, nel proprio sangue e nella propria pelle un archivio vivente della propria esistenza, gioie e dolori. A volte questo archivio sta così ben serrato che solo con la vecchiaia se ne depositano i segni all’esterno. A volte i colpi subiti dalla vita sono così forti che uno se li porta addosso, ben evidenti ed esposti a tutti.

È ciò che penso ogni volta che guardo una persona, specie se mi confronto con una persona che abbia una qualche disabilità. È ciò che penso ogni volta che mi guardo allo specchio e so di non potermi vedere in piedi, perché da parecchio non posso più camminare.

Si usa indiscriminatamente la parola disabile/i per indicare una categoria, dimenticando che le categorie non dicono mai niente sugli individui e sulla loro storia, che è sempre personalissima e inalienabile. Si usa la parola disabile/i con riferimento a un problema sociale di integrazione, o a un problema medico per molte patologie ancora lontane dall’essere curabili, si usa la parola disabile/i per indicare una minoranza che vive una forma di minorità, di discriminazione esistenziale e professionale.

Quello che io so è che ognuno di questi corpi offesi ha lottato, e lotta ogni giorno, anche solo per sopravvivere, anche solo per elaborare un ponte fra ciò che era e ciò che è diventato, o ciò che non è mai potuto essere.

Qualcuno diventa un grande atleta, in grado di suscitare entusiasmo e rompere la barriera dell’invisibilità. Chi non prova ammirazione e simpatia immensa per gli atleti paraolimpici?

È comprensibile e giusto che vengano additati come esemplari: vivono vite piene di virtù. Ma non tutti dispongono delle risorse fisiche e psicologiche per compiere l’acrobazia di superare se stessi e i propri limiti: più modestamente cercano di conviverci.

Poi ci sono gli altri, i sani: dall’esterno non lasciano vedere smagliature, godono di perfetta salute, ma dentro quali ferite, quali spaccature portano? Dovremmo imparare tutti ad avere uno sguardo che vada oltre le diversità apparenti.

La notte ha la mia voce, in fondo parla di questo: dei limiti che ognuno prima o poi incontra e del desiderio insopprimibile se non proprio di vincerli, di addomesticarli, perché come diceva una grande artista, Carol Rama, “i dolori, se te li coccoli con un po’ di gentilezza, diventano più sopportabili”.

(Questo articolo è uscito il 15 marzo su «Vanity Fair»)