Author Archives: Alessandra Sarchi

La vita dei libri

Immagine di un libro aperto

9 febbraio 2018

Vasari nella vita di Leon Battista Alberti, che era architetto ma anche letterato, dice che “i libri agevolmente vanno per tutto; e per tutto s’acquistano fede; purché e’siano veritieri e senza menzogne”.

Vasari aveva presente un mondo molto diverso dal nostro, ma anche se i meccanismi per cui i libri diventano famosi o portano fama a chi li scrive non sono più così virtuosamente legati all’essere veritieri o senza menzogna, si può ancora dire che i libri siano lo strumento che in maniera talvolta misteriosa e imprevedibile avvicina le persone e i luoghi.

La notte ha la mia voce è uscito poco meno di un anno fa e continua a portarmi in luoghi dove non ero mai stata, e farmi incontrare persone che hanno una vita distante dalla mia, che sono di generazioni differenti e alle quali sono grata per aver speso una parte del loro tempo sulle mie pagine.

Nonostante da alcuni mesi stia lavorando fitto a un libro di saggi su alcuni autori che amo, La notte ha la mia voce continua a trascinarmi e chiedermi di incontrare le persone, ha una sua vita, come tutti i libri, s’infila nelle finali dei premi, – i prossimi sono il premio Bergamo e il premio Wondy – insomma mi chiede di essere ancora accompagnato. O forse è lui che accompagna me.

Gli sono grata per questo, e sono grata a tutti coloro che passano di qui, si fermano a leggere e magari avrebbero voglia di proseguire.

 

Non so perché non ho fatto il pittore

Renato Guttuso, "Ritratto di Alberto Moravia", Roma Casa Museo di Moravia

Renato Guttuso, “Ritratto di Alberto Moravia”, Roma Casa Museo di Moravia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di che cosa è fatto l’immaginario figurativo di uno scrittore contemporaneo italiano? In maniera un po’ massimalista, si potrebbe rispondere che è in larga parte globalizzato, televisivo, cinematografico e digitale, raramente nutrito di un rapporto diretto con gli artisti. In poco più di un cinquantennio si è realizzato ciò che Alberto Moravia preconizzava su Nuovi Argomenti nel 1959 a proposito del romanzo: cinema e televisione si sono impadroniti di territori vastissimi e hanno sottratto al narratore “la rappresentazione oggettiva della realtà. O perlomeno pseudo-oggettiva e naturalistica”. Moravia era troppo curioso e attento ai mutamenti per dire se ciò fosse un bene o un male in assoluto, ma apparteneva a una generazione e a un tipo di formazione intellettuale per la quale, viceversa, la conoscenza della pittura, storica e moderna, la frequentazione degli artisti, delle gallerie, dei musei, era imprescindibile. Significava avere consapevolezza e competenza di una tradizione culturale in senso lato, al tempo stesso era un gesto di collocamento, di presa di posizione rispetto al presente. È ciò che emerge dal volume, in uscita per Bompiani, Non so perché non ho fatto il pittore. Scritti sull’arte 1934-1990. Novanta testi divenuti ormai rarissimi, ordinati cronologicamente e corredati da preziose schede orientative da Alessandra Grandelis, autrice anche dell’ampia introduzione, e accompagnati da fotografie e dipinti grazie alla ricerca iconografica di Nour Melehi. L’attenzione di Moravia per l’arte si estende lungo l’arco intero della sua vita, attraverso l’innamoramento per certi pittori antichi e moderni, dei quali l’autore ammira la maggior prossimità di sguardo rispetto alla realtà, intendendo con questa, non tanto e non solo il visibile, ma l’intrico ineffabile e polisemico in cui siamo immersi. Leggiamo in un testo su Giuseppe Capogrossi del 1942: “Certi nudi, certe figure, certi paesaggi attirano l’uomo in un mondo di analogie profonde, la comprensione delle quali spesso non è affidata a poteri razionali.” Per Moravia l’arte, e la pittura in particolare, mantiene con il mondo percepito dai sensi un grado di maggior complicità. Ma non si tratta solo di una predilezione innestata in una sensibilità visiva spiccata e maturata nel vissuto – va ricordato che il padre di Moravia era pittore dilettante, la sorella Adriana Pincherle era pittrice di un certo valore, un grande amore giovanile, Lélo Fiaux, era pure pittrice – piuttosto l’interesse per la pittura è uno degli elementi dell’articolata riflessione sui modi di rappresentare la realtà che accompagna tutta la scrittura di Moravia, romanziere e saggista.

La incontriamo nell’articolo che apre la raccolta Rembrandt pittore dell’inquietudine, pubblicato nel 1934, a seguito di un viaggio compiuto in Olanda. Moravia coglie magistralmente la differenza fra l’uso del chiaroscuro, del buio e della luce, teatrale e studiato in Caravaggio, inscindibile viceversa da una forma di ‘riverenza per il mistero’ in Rembrandt. Scrive, nella cartolina inviata ad Anna Laetitia Pecci Blunt, finanziatrice della galleria la Cometa: “Rembrandt non è davvero addietro sul nostro tempo”. L’impasto di oscurità e luce di cui vivono le figure del pittore olandese, secondo la testimonianza dell’attrice Rosita Steenbeek è l’esito che era stato tenuto presente da Moravia nella stesura de Gli indifferenti, romanzo d’esordio che si svolge nel chiuso di interni avvolti di ombra, di tende pesanti e di specchi nei quali i protagonisti invano cercano di riconoscere la propria immagine.

Ma è attraverso l’esercizio critico sul pittore e amico Renato Guttuso, cui sono dedicati sei scritti, che possiamo seguire come attraverso un sismografo le oscillazioni, nel pensiero di Moravia, del concetto di realismo, così importante nel dibattito fra cinema, arti figurative e letteratura nel dopoguerra italiano. Nel testo che gli dedica nel 1940, Guttuso è presentato come un pittore animato da “un certo ansioso e sensuale accanimento ad afferrare la realtà”. Due anni dopo già lo colloca nell’ambito di un espressionismo che non abbandona le forme. Nel testo del 1951 ne fa l’artista che ha sperimentato e superato i due estremi pericoli di un “tempo malato”: astrattismo e verismo fotografico. A undici anni di distanza, due anni dopo l’uscita de La noia, che ha come protagonista – è bene ricordarlo – un pittore astratto fallito, Guttuso è per Moravia come Giacobbe che lotta con l’angelo nella battaglia per rappresentare il reale, e vince grazie a una forma di umanesimo marxista che non si lascia traviare dagli eccessi di astrattismo.

Moravia conosce e ha frequentato le avanguardie di rottura del primo Novecento, quella surrealista gli è particolarmente cara, ma non crede alla riproposizione di una nuova avanguardia negli anni ’60. Scrive, a ridosso della nascita del gruppo 63: “Oggi il neocapitalismo ha fatto suoi molti dei procedimenti e delle armi del marxismo, pur senza cambiare i fini; e quella stessa borghesia che nel 1910 si stringeva impaurita all’art pompier, oggi ha accettato l’arte di avanguardia, anzi ha fatto di più, l’ha democratizzata, trasformando i prodotti d’avanguardia in beni di consumo”.

Se in Guttuso Moravia proietta un alter ego che è politico e storico, ma en artiste, attraverso altri pittori fornisce indicazioni sul proprio immaginario, ad esempio i bambini spioni di Leonardo Cremonini sono come Agostino/Moravia che sulla spiaggia di Viareggio scopre il sesso.

Gli intrecci e le reciproche illuminazioni, fra arte e letteratura, che emergono da queste pagine sono molteplici e aiutano a ripercorrere gran parte della cultura del Novecento italiano, con un’attenzione assidua per le donne artiste, Antonietta Raphaël, Giosetta Fioroni, Leonor Fini, Titina Maselli e molte altre, da sottolineare per la qualità e precocità, considerato che la prima fondamentale ricognizione sul tema, L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, di Lea Vergine è del 1980.

(La recensione è uscita su La Lettura il 19 novembre 2017)

 

Mirare al bersaglio

 

Piccioni in volo

7 novembre 2017

“Ho sognato piccioni. Uno stormo di piccioni in volo, come quelli che ci sono all’università, ricordi?”
Giacomo guarda sua madre, spalancando gli occhi dietro le lenti che ingrandiscono le iridi azzurre, come se dovesse acciuffare lì, in quello spazio, l’immagine dei volatili di cui gli sta parlando. Poi si alza dal tavolo della colazione, sposta di lato la tazza del latte, prende dallo zaino di scuola un foglio, l’astuccio con i pennarelli e inizia a disegnare. Prima gli occhi rossi e tondi, poi le sagome grigie e celesti, le ali aperte, le code nere.

Sono proprio i suoi piccioni. Angela gli sorride.

Giacomo dice poche parole, si fatica a capire la logica delle sue rare frasi, ma disegna con precisione qualsiasi cosa, specie gli animali.

“Tenga tutti i suoi disegni, anche gli scarabocchi più insignificanti”. Le ha raccomandato il medico che lo segue. Angela li conserva tutti, dentro carpette colorate allineate in un ripiano basso della libreria. Alcuni li ha portati nello studio che all’università condivide con una collega. Ha incollato su un armadietto di metallo un cane. Giacomo lo ha disegnato con una sola bic nera a tratti fitti e marcati durante un pomeriggio in cui, per qualche ora, Angela ha dovuto portarselo al lavoro. Poi si è messo davanti al davanzale, dove i piccioni piovono coi loro escrementi, le piume spulciate dai becchi che turbinano e si depositano. L’università è uno dei posti più sporchi che Angela conosca, e le tocca andarci quasi tutti i giorni, da tanti anni, da quando ricorda di essere adulta.

Anche oggi dopo aver accompagnato Giacomo a scuola, Angela parcheggia l’auto e cammina sotto il portico, evitando una pozza di vomito e birra, due punkabbestia sdraiati con il cane in mezzo e un venditore di fumo nordafricano. Quando varca il portone e arriva al cortile interno, solleva lo sguardo verso la rete di protezione che hanno messo per evitare che i piccioni si tuffino dai cornicioni: piume e cielo reticolato. Per terra mozziconi di sigarette e polvere.

“Da quando è diventato tutto così squallido?” Lo chiede a Vanda, mentre si accascia sulla sedia di una piccola stanza che funge anche da portineria. Vanda è lì da sempre, ha resistito grazie a chissà quale rivendicazione del sindacato, o forse solo per la propria testardaggine, alla cessione dei lavori di pulizia a una ditta esterna. Metà bidella metà portinaia, ad Angela ricorda sua madre, che per qualche anno ha fatto lo stesso mestiere in una scuola di provincia con la serietà con cui si fanno le cose necessarie. Pulire i banchi, disinfettare i bagni, spazzare le aule, togliere la polvere del gesso dalle lavagne, portare a casa uno stipendio, far studiare i figli, sopravvivere a un matrimonio deludente, sapendo di non essere né la prima né l’ultima cui è toccato, perché nel frattempo Vanda ha imparato a osservare le vite degli altri, e ad ascoltare. Le chiede se vuole un caffè, che si è già avviata a preparare sulla piastra elettrica e dice:

“È stato peggio in passato, figlia mia. Non puoi ricordarlo, ma ti assicuro di aver visto anche le sedie volare qua dentro. E perché poi? Uno dice: l’università, un posto dove si dovrebbe essere liberi di pensare, di farsi un’idea del mondo. E invece le belle parole e i pensieri che vengono raccontati qui fanno a pugni con le cose per come sono. Fuori e dentro. Allora sporchi i muri, imbratti le porte, fai la rivoluzione, poi torni indietro, lasci che lo sfacelo vecchio e nuovo arrivi.”

“Ma allora è sempre la stessa storia”, dice Angela, “eppure qualche anno fa eravamo in tanti a manifestare sul tetto del dipartimento contro una riforma che ci metteva gli uni contro gli altri. Io ci credevo. Credevo che ce l’avremmo fatta, invece poi.”

Angela s’interrompe, le strisciano in mente gli acronimi Anvur e Vqr, come lente bisce d’acqua, le penose riunioni cui aveva partecipato, l’adesione ortodossa e infervorata di molti, il qualunquismo di altri che la riforma se l’erano lasciata scivolare addosso, né più né meno degli esami di fine anno. Ha l’impressione che Vanda non abbia bisogno di conoscere questi dettagli. Che abbia una visione d’insieme chiara – potere è sempre una questione di potere e adesso lo vogliono anche le donne – le aveva detto una volta, mentre l’aiutava a fotocopiare volantini.

Ma Angela sa pure che per Vanda, come per sua madre, la vera domanda è: perché aver studiato, essere diventata una professoressa non l’abbia resa felice. Certo, quel bambino problematico. Certo, un matrimonio andato male, e adesso pure quell’altro uomo inaffidabile. Ma lei è una professoressa!, esclama talvolta quando si raccontano le cose che non vanno, e succede con una certa frequenza che le cose non vadano, negli ultimi tempi.

“Come sta Giacomo?”

Angela le porge il disegno con i piccioni. “Creazione di stamattina.”

Vanda prende il foglio, lo avvicina e si mette gli occhiali. “Dio mio, sono proprio loro!” E fa per appendere il disegno sulla piccola bacheca alle sue spalle. “Posso tenerlo, vero?”

Angela annuisce e prima di uscire dalla stanza, le chiede: “Hai visto F passare stamattina?”

“Passato. Ritirata la posta e ripartito” risponde Vanda, guardandola dritta e neutra.

Angela schiaccia fra le dita un bottone della giacca, dice grazie e se ne va.

Sale sulle scale, passa davanti allo studio chiuso di F, si ferma un attimo. Non ci lasceremo mai, le aveva scritto, ma erano passati alcuni mesi da allora. Angela vorrebbe entrare e depositare stampate sulla sua scrivania le centinaia di messaggi che le ha mandato, e disatteso. Ma tira dritto e arriva in fondo al corridoio, dove la sua collega ha lasciato la porta aperta e un programma radiofonico a basso volume acceso.

C’erano stati momenti belli, anzi a dire il vero proprio grandiosi, anche lì.

Non quando era diventata ricercatrice, perché la fatica e l’incertezza legata a quel momento avevano schiacciato l’euforia, e nemmeno quando si era accorta di aver trovato un suo modo per insegnare senza annoiarsi, perché anche quello era stato un processo lento, piuttosto quando lei e altri colleghi avevano protestato contro la riforma e, sul tetto del dipartimento, aveva conosciuto F, appena trasferito da Milano. Lui aveva capito il suo senso di colpa per il fatto che non riusciva mai a sentirsi abbastanza soddisfatta di essere una professoressa, e quanto questo avesse a che fare con quell’altro senso di colpa verso la sua provenienza modesta, il tradimento di cui si sentiva responsabile. Ne avevano parlato a lungo, lui le aveva detto che non c’era niente di più bello che parlare con lei, a parte baciarla. Poi avevano immaginato ciò che si poteva fare per provare a modificare la riforma. Avevano scritto insieme la famosa lettera al rettore, coinvolgendo più di un centinaio di colleghi di facoltà diverse, gente che non si era mai incontrata prima. Quello era stato un momento grandioso.

Poi F le aveva insegnato a sparare. Un sabato pomeriggio l’aveva portata al poligono di tiro. Con quanta riluttanza aveva indossato le cuffie, preso in mano l’arma e: mira al bersaglio. Stai concentrata, scarica tutto lì.

Ti disperdi troppo, indulgi in cose che ti distraggono dall’obiettivo. Lascia credere agli altri quello che vogliono, tu punta alla tua meta. Alla nostra meta, ogni tanto F si era lasciato sfuggire.

Angela non immaginava che sparare le sarebbe piaciuto tanto. Che potesse ricavarne una soddisfazione così sfacciata. Punti, coordini l’occhio e la mano, colpisci. Finisce tutto lì e ti senti alleggerita, curiosamente irresponsabile.

Vanda era solita ripetere che è difficile indovinare i vizi della gente da fuori, e si riferiva non solo ai professori del dipartimento. Suo marito, ligio impiegato del catasto, l’aveva obbligata a convivere per anni con un rissoso pappagallo brasiliano che, con la sua gabbia, ingombrava metà del soggiorno, pensa un po’.

Chi avrebbe mai sospettato – si era compiaciuta Angela – che F, professore ordinario, studioso dell’Ortis di Foscolo, capace di spiegarne la modernità agli studenti a partire dalla frase ”ci fabbrichiamo la realtà a nostro modo”, avesse una collezione di fucili da caccia d’epoca, e avesse regalato a lei, per il suo quarantacinquesimo compleanno, una piccola pistola con le iniziali incise sul calcio?

Angela detestava la caccia, ma sparare aveva tirato fuori una parte di sé che non conosceva. Una piccola rivoluzione, arrivata col desiderio, che cerca sempre quello che non si vede. F l’aveva cercata e cercata, e lei si era lasciata trovare.

Appena entra nello studio Manuela, la sua collega, la informa che Antonia Pantoni ha avuto l’abilitazione, sarà quindi lei, e non loro, a passare di ruolo, il prossimo anno. Angela assorbe l’informazione come uno sciroppo amaro, non si concede nemmeno un commento. In commissione c’era anche F.

Riceve due studenti, commenta i capitoli che hanno consegnato delle rispettive tesi. Più di una volta ha la tentazione di alzarsi e andare alla finestra per cacciare i piccioni che sbattono molesti contro il vetro o tubano sul davanzale. Manuela le legge nel pensiero e dice: “Non ci lasciano mai”.

“Loro no. Mai.” le fa eco Angela.

A fine mattina ripassa da Vanda e le chiede un doppione delle chiavi del palazzo, vorrebbe tornare in studio di sera.

All’uscita da scuola Angela accompagna Giacomo dal padre, mercoledì è il suo turno. Entra in dipartimento disinnescando l’allarme, come Vanda le ha insegnato a fare, e l’accoglie un vuoto che non riconosce in quel luogo.

Sale lungo le scale e arriva allo studio. Non ha bisogno di accendere la luce perché dalla finestra entra ancora il chiaro della sera, è fine maggio, il cielo è solcato da rondini. Sul davanzale, nessun piccione. Sono tutti in fila sul cornicione opposto, gonfi nelle loro piume grigie. Angela apre la finestra, inserisce il silenziatore nella canna, prende la mira e spara.

Questo racconto è uscito su “L’Espresso” del 22 ottobre 2017)