Category Archives: Arte

Contributi di storia dell’arte e di critica d’arte. Collezionismo, mostre, eventi

Storia di una copertina

Adelaide Cioni, "Ab ovo. White egg", 2020 (courtesy P420, Bologna)

Adelaide Cioni, “Ab ovo. White egg”, 2020 (courtesy P420, Bologna)

18 settembre 2020

A fine gennaio 2020, quando ancora ci trovavamo in era pre-pandemica o forse vi eravamo già entrati ma non lo sapevamo, andai a vedere Arte Fiera a Bologna, e lì mi imbattei nell’opera di Adelaide Cioni “Ab ovo”.

Fu amore a prima vista non solo per la qualità accostante pur nella dimensione astrattiva che hanno tutte le opere di Adelaide Cioni, ma anche perché l’uovo nel mio ultimo romanzo riveste un ruolo figurale importante: è il dono fatto dalla protagonista all’amica, è il simbolo dell’incarnazione e della generazione, è l’oggetto che pende sulla testa della Madonna della Pala di Brera di Piero della Francesca e che attira l’attenzione per il suo essere sospeso al nulla, forma perfetta e inscalfibile.

L’uovo di Piero della Francesca mi sembrava un po’ l’equivalente visivo di quel concepimento senza congiunzione carnale che avviene, grazie alla fecondazione eterologa, nel mio romanzo.

Un’astrazione della medicina che scardina i meccanismi fisiologici e consente un’altra vita, là dove non sarebbe stato possibile. Poi nel dipinto ci sono molti altri elementi che sono finiti nel mio romanzo: la posizione instabile del bambino che pare scivolare dalle ginocchia della madre, l’imperturbabilità della Vergine, dei Santi e degli angeli, i riflessi misteriosi sull’armatura di Federico da Montefeltro, la luce tersa e irreale quanto l’architettura che li racchiude.

L’uovo di Adelaide Cioni, morbido e spugnoso, è così diventato la copertina del mio libro, e di questo le sono grata.

L’architettrice

G.B. Zelotti, "Allegoria del’Architettura", Villa Emo a Fanzolo, 1565

G.B. Zelotti, “Allegoria del’Architettura”, Villa Emo a Fanzolo, 1565

11 dicembre 2019

Melania Mazzucco è tornata al romanzo storico per cimentarsi, dopo Tintoretto, con una figura ben più oscura e inafferrabile, quella di Plautilla Bricci, vissuta a Roma fra il 1616 e il 1704. I documenti d’archivio e le fonti la segnalano come pictura et architectura celebris, ma a volerla cercare su un manuale di storia dell’arte o su un repertorio degli artisti del Seicento romano, non la si troverebbe nemmeno in una nota a pie’ di pagina. Eppure Plautilla Bricci ha firmato con grafia elegante e consapevolezza del proprio ruolo, tanto da inventarsi il neologismo architettrice, opere dipinte e progetti edilizi. Viene da domandarsi perché sia scomparsa dalla memoria e dalla storia dell’arte, tanto che la prima e unica monografia a lei dedicata ad opera di Consuelo Lollobrigida, Plautilla Bricci, Pictura et architectura celebris. L’architettrice del barocco romano, risale appena al 2017. Come ha potuto scivolare nell’oblio l’autrice della domus magna di Palazzo Benedetti in via Monserrato, domicilio di Elpidio Benedetti, agente di Mazzarino e poi fiduciario del re di Francia e del primo ministro Colbert, autrice anche della cappella di San Luigi, nella celebre chiesa di San Luigi dei Francesi, e della villa detta il Vascello, voluta sempre dall’abate Benedetti sul Gianicolo, fuori la porta San Pancrazio? La risposta per Mazzucco è semplice ed è il motore di un romanzo che opera su due livelli, la restituzione storica e quella simbolica: Plautilla Bricci era una donna. E di donne architetto non solo abbiamo tracce scarse nei secoli passati, ma anche nella contemporaneità le poche note, come Zaha Hadid, finiscono per essere rappresentate con caratteri mascolini, o peggio ancora come ‘moglie di’, sorte toccata a Charlotte Perriand, coniuge di Le Corbusier.

Da una parte c’è quindi la storia, che nelle migliaia di carte compulsate dall’autrice rivela in Plautilla Bricci un’artista in contatto con i più grandi della sua epoca, da Giuseppe Cesari Cavalier d’Arpino a Pietro da Cortona, dall’altra c’è l’incapacità della storia stessa a trattenere l’importanza di una figura di donna pittrice e architetto, poiché tale figura manca di modelli e di esempi nell’immaginario antico e contemporaneo. Di qui la necessità e l’importanza del romanzo di Melania Mazzucco, che è dichiaratamente opera di immaginazione, ma è proprio di questa immaginazione che abbiamo bisogno per cominciare a dare voce e carne a figure che per il semplice fatto di essere donne non hanno avuto diritto di rappresentazione. Mazzucco intesse un racconto della vita di Plautilla che è attento alla trama dei rapporti umani: chi poteva frequentare una ragazzina, e poi una donna, artista nella Roma del Seicento? Come emerse il suo talento? Quali incontri furono determinanti per aprirle una carriera nell’arte in un contesto storico che, se da un lato vede la prima insorgenza di donne di stato forti, come Anna d’Austria e Maria de’ Medici, con i loro equivalenti intellettuali nelle femmes savantes, Marie de Gournay e Madeleine de Scudery, dall’altro è ancora largamente misogino. Ecco che gli elementi dell’anagrafe diventano i tasselli su cui cresce la trama romanzesca: l’importanza del padre, Giovanni Bricci, artista e poligrafo, e tuttavia figlio di un fabbricatore di materassi e per questo, nonostante una vita spesa a erudirsi, condannato al soprannome poco lusinghiero di Giano Materassaio; l’indigenza endemica della famiglia costretta a frequenti traslochi; la sorella Albina, destinata per bellezza e temperamento a prendere marito, e quindi indirettamente responsabile della condizione di vergine devota all’arte di Plautilla; il fratello Basilio che le sarà compagno nelle imprese d’arte, l’amicizia con la carmelitana Eufrasia Benedetti, a sua volta pittrice dilettante e fautrice dell’incontro con il fratello, l’abate Elpidio Benedetti, al quale Plautilla si lega a vita in una corrispondenza di sentimenti, di intelletto, di imprese professionali. Una lunga vita, peraltro, che scorre sullo sfondo di una Roma fastosa e miserabile al tempo stesso, e che la scrittura di Mazzucco rende in tutta la sua matericità: fango nelle strade, case fredde, sporcizia, malattie, ma anche l’opulenza delle stoffe, dei colori per la pittura, il fruscio della carta al lume di candela, la porosità del marmo e del travertino posati nei cantieri.

Le sorti di Plautilla Bricci si dipanano in alternanza al racconto del destino ultimo toccato alla sua opera più prestigiosa, la villa del Vascello sul Gianicolo, utilizzata dall’esercito garibaldino come ultimo baluardo a difesa della Repubblica di Roma contro le truppe francesi nel 1849. Ciò che rimane oggi di quella costruzione eccentrica e fantastica basterebbe da solo a innescare curiosità e interesse per le vicende della donna che ne concepì il progetto. Il romanzo di Melania Mazzucco ce la restituisce viva, singolare e affascinante come dovette essere quella donna affetta da cataplessia, che vide il mare una sola volta, non uscì mai da Roma, eppure arrivò a progettare per il re di Francia.

(Questo articolo è uscito su La lettura del 30 novembre 2019)

La felicità delle immagini, il peso delle parole

Copertina Bompiani

 

“Ora, purtroppo lei dovrà usare le parole, cioè la metafora, mentre io, con molta minor fatica, userò lo sguardo.”
(Goffredo Parise)

“Beato te che quando prendi la matita o il pennello in mano, scrivi sempre in versi!”
(Pier Paolo Pasolini)

 

 

Alessandra Sarchi
La felicità delle immagini, il peso delle parole
Cinque esercizi di lettura di Moravia, Volponi, Pasolini, Calvino, Celati
Bompiani Overlook, Milano 2019
In copertina: Antonio Donghi, Nudo, olio su tela, 1928, particolare, collezione privata
Progetto grafico: Polystudio

Le recensioni a La felicità delle immagini, il peso delle parole di Alessandra Sarchi sono pubblicate in RASSEGNA STAMPA. Altro materiale sul saggio sarà disponibile nella sezione EXTRA, mentre sul sito web di Bompiani è presente una pagina dedicata al libro.