Category Archives: Estetica

Note di estetica: teorie della percezione, giudizio sul bello, linguaggi figurativi

Non so perché non ho fatto il pittore

Renato Guttuso, "Ritratto di Alberto Moravia", Roma Casa Museo di Moravia

Renato Guttuso, “Ritratto di Alberto Moravia”, Roma Casa Museo di Moravia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di che cosa è fatto l’immaginario figurativo di uno scrittore contemporaneo italiano? In maniera un po’ massimalista, si potrebbe rispondere che è in larga parte globalizzato, televisivo, cinematografico e digitale, raramente nutrito di un rapporto diretto con gli artisti. In poco più di un cinquantennio si è realizzato ciò che Alberto Moravia preconizzava su Nuovi Argomenti nel 1959 a proposito del romanzo: cinema e televisione si sono impadroniti di territori vastissimi e hanno sottratto al narratore “la rappresentazione oggettiva della realtà. O perlomeno pseudo-oggettiva e naturalistica”. Moravia era troppo curioso e attento ai mutamenti per dire se ciò fosse un bene o un male in assoluto, ma apparteneva a una generazione e a un tipo di formazione intellettuale per la quale, viceversa, la conoscenza della pittura, storica e moderna, la frequentazione degli artisti, delle gallerie, dei musei, era imprescindibile. Significava avere consapevolezza e competenza di una tradizione culturale in senso lato, al tempo stesso era un gesto di collocamento, di presa di posizione rispetto al presente. È ciò che emerge dal volume, in uscita per Bompiani, Non so perché non ho fatto il pittore. Scritti sull’arte 1934-1990. Novanta testi divenuti ormai rarissimi, ordinati cronologicamente e corredati da preziose schede orientative da Alessandra Grandelis, autrice anche dell’ampia introduzione, e accompagnati da fotografie e dipinti grazie alla ricerca iconografica di Nour Melehi. L’attenzione di Moravia per l’arte si estende lungo l’arco intero della sua vita, attraverso l’innamoramento per certi pittori antichi e moderni, dei quali l’autore ammira la maggior prossimità di sguardo rispetto alla realtà, intendendo con questa, non tanto e non solo il visibile, ma l’intrico ineffabile e polisemico in cui siamo immersi. Leggiamo in un testo su Giuseppe Capogrossi del 1942: “Certi nudi, certe figure, certi paesaggi attirano l’uomo in un mondo di analogie profonde, la comprensione delle quali spesso non è affidata a poteri razionali.” Per Moravia l’arte, e la pittura in particolare, mantiene con il mondo percepito dai sensi un grado di maggior complicità. Ma non si tratta solo di una predilezione innestata in una sensibilità visiva spiccata e maturata nel vissuto – va ricordato che il padre di Moravia era pittore dilettante, la sorella Adriana Pincherle era pittrice di un certo valore, un grande amore giovanile, Lélo Fiaux, era pure pittrice – piuttosto l’interesse per la pittura è uno degli elementi dell’articolata riflessione sui modi di rappresentare la realtà che accompagna tutta la scrittura di Moravia, romanziere e saggista.

La incontriamo nell’articolo che apre la raccolta Rembrandt pittore dell’inquietudine, pubblicato nel 1934, a seguito di un viaggio compiuto in Olanda. Moravia coglie magistralmente la differenza fra l’uso del chiaroscuro, del buio e della luce, teatrale e studiato in Caravaggio, inscindibile viceversa da una forma di ‘riverenza per il mistero’ in Rembrandt. Scrive, nella cartolina inviata ad Anna Laetitia Pecci Blunt, finanziatrice della galleria la Cometa: “Rembrandt non è davvero addietro sul nostro tempo”. L’impasto di oscurità e luce di cui vivono le figure del pittore olandese, secondo la testimonianza dell’attrice Rosita Steenbeek è l’esito che era stato tenuto presente da Moravia nella stesura de Gli indifferenti, romanzo d’esordio che si svolge nel chiuso di interni avvolti di ombra, di tende pesanti e di specchi nei quali i protagonisti invano cercano di riconoscere la propria immagine.

Ma è attraverso l’esercizio critico sul pittore e amico Renato Guttuso, cui sono dedicati sei scritti, che possiamo seguire come attraverso un sismografo le oscillazioni, nel pensiero di Moravia, del concetto di realismo, così importante nel dibattito fra cinema, arti figurative e letteratura nel dopoguerra italiano. Nel testo che gli dedica nel 1940, Guttuso è presentato come un pittore animato da “un certo ansioso e sensuale accanimento ad afferrare la realtà”. Due anni dopo già lo colloca nell’ambito di un espressionismo che non abbandona le forme. Nel testo del 1951 ne fa l’artista che ha sperimentato e superato i due estremi pericoli di un “tempo malato”: astrattismo e verismo fotografico. A undici anni di distanza, due anni dopo l’uscita de La noia, che ha come protagonista – è bene ricordarlo – un pittore astratto fallito, Guttuso è per Moravia come Giacobbe che lotta con l’angelo nella battaglia per rappresentare il reale, e vince grazie a una forma di umanesimo marxista che non si lascia traviare dagli eccessi di astrattismo.

Moravia conosce e ha frequentato le avanguardie di rottura del primo Novecento, quella surrealista gli è particolarmente cara, ma non crede alla riproposizione di una nuova avanguardia negli anni ’60. Scrive, a ridosso della nascita del gruppo 63: “Oggi il neocapitalismo ha fatto suoi molti dei procedimenti e delle armi del marxismo, pur senza cambiare i fini; e quella stessa borghesia che nel 1910 si stringeva impaurita all’art pompier, oggi ha accettato l’arte di avanguardia, anzi ha fatto di più, l’ha democratizzata, trasformando i prodotti d’avanguardia in beni di consumo”.

Se in Guttuso Moravia proietta un alter ego che è politico e storico, ma en artiste, attraverso altri pittori fornisce indicazioni sul proprio immaginario, ad esempio i bambini spioni di Leonardo Cremonini sono come Agostino/Moravia che sulla spiaggia di Viareggio scopre il sesso.

Gli intrecci e le reciproche illuminazioni, fra arte e letteratura, che emergono da queste pagine sono molteplici e aiutano a ripercorrere gran parte della cultura del Novecento italiano, con un’attenzione assidua per le donne artiste, Antonietta Raphaël, Giosetta Fioroni, Leonor Fini, Titina Maselli e molte altre, da sottolineare per la qualità e precocità, considerato che la prima fondamentale ricognizione sul tema, L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, di Lea Vergine è del 1980.

(La recensione è uscita su La Lettura il 19 novembre 2017)

 

Pavone e rampicante. Vita e arte di Mariano Fortuny e William Morris

Ivy House Morris

2 maggio 2017

Cosa lega Mariano Fortuny e William Morris? Apparentemente non molto, eccetto il fatto di aver prodotto entrambi, come parte di un’attività artistica e artigianale ben più estesa, stoffe decorate e ricamate con sontuosi motivi ornamentali divenuti famosi in tutto il mondo.

Mariano Fortuny (Granada 1871 – Venezia 1949) nasce in seno a una facoltosa famiglia di artisti; dopo la precoce morte del padre, la madre si trasferì con il figlio a Parigi frequentando il bel mondo dell’aristocrazia e dei collezionisti, poi nel 1889 si stabilirono a Venezia.

William Morris (Walthamstow 1834 – Hammersmith 1896) era figlio di borghesi che avevano fatto fortuna con la produzione dello stagno, era cresciuto nelle campagne boscose dell’Essex e dopo aver conosciuto Edvard Burne Jones e Philip Webb all’Università di Oxford, entrò in contatto con Dante Gabriele Rossetti e il giro della confraternita preraffaellita da lui fondata nel 1848.

Nel 1899 Mariano Fortuny acquistò Palazzo Pesaro Orfei, dove qualche anno dopo si sarebbe trasferita anche Henriette Negrin, conosciuta a Parigi. Si sposarono nel 1924, dopo più di vent’anni di felice convivenza e proficua collaborazione artistica e professionale.

William Morris prese in matrimonio, nel 1859, la figlia di uno stalliere che aveva posato come modella per Dante Gabriele Rossetti, la bella e ombrosa Jane Burden, tante volte ritratta dal pittore italo-inglese di cui fu a lungo l’amante; un matrimonio piuttosto infelice anche se non mancarono due figlie.

Fortuny si nutrì di un immaginario mediterraneo: per la decorazione e la fattura delle sue stoffe attingeva a motivi e stili della Grecia antica e dell’Oriente, reiventandoli e ricreandoli. Morris era legato alle saghe nordiche islandesi, studiava la natura – il rigoglio continuo di piante, fiori, animali – per poterli riprodurre con “ordine e immaginazione” nei propri manufatti. Fortuny visse sempre in mezzo ad aristocratici e fu un ammiratore incondizionato dell’opera wagneriana, per la quale studiò e realizzò apposite luci di scena.

Morris detestava Wagner, nell’ultima fase della sua vita aderì con convinzione al marxismo e al socialismo, non riuscendo mai a conciliare il fatto che gli oggetti che produceva avessero un costo elevato e non fossero alla portata di tutti.

Antonia Byatt è scrittrice e studiosa troppo raffinata e consapevole per non dichiarare, fin dalla prima pagina di Pavone e rampicante. Vita e arte di Mariano Fortuny e William Morris, uscito ora per Einaudi, come l’intreccio delle due biografie nasca dalla personalissima associazione sviluppata dopo una visita a Venezia. Il fluttuare acquamarino nei canali, unito all’oscurità degli interni di Palazzo Pesaro Orfei, in cui scintillano le luci mutevoli degli abiti di Fortuny, le aveva richiamato alla memoria il verde della campagna inglese intorno a Kelmescott Manor, abitazione e laboratorio di campagna di Morris. Al tempo stesso, con il senso della sovrapposizione di piani temporali, delle analogie e delle contrapposizioni che le riconosciamo fin dai suoi romanzi più famosi, come Possessione e Angeli e insetti, Byatt non rinuncia a ripercorrere l’ordito che tale associazione suggerisce nei suoi contrasti e affinità, per arrivare a una consapevolezza simile a quella dello storico greco Plutarco e delle sue Vite parallele. Dice infatti riguardo la tormentata vita coniugale di Morris e i molti cambi di sede della sua attività: “Non credo che sarei riuscita a chiarire questi pensieri e sensazioni se non fossi stata contemporaneamente impegnata a immaginare la vita domestica di Fortuny a Palazzo Pesaro Orfei.”

Byatt indaga il piacere tattile e visivo che sprigiona dall’arte di entrambi e cerca di ricollocarne l’origine nel contesto di contatti umani e professionali che ebbero. Fuori da qualsiasi mitologia del genio artistico isolato, Byatt riconosce la loro straordinaria forza di espansione estetica: entrambi seppero costruire un gusto riconoscibile e largamente apprezzato. In un momento in cui la produzione industriale stava per soppiantare quella artigianale, Morris e Fortuny fecero ricorso a tecniche di lavorazione della stoffa, di stampa e di tintura, desunte da trattati rinascimentali e antiche ricette. La preziosità e laboriosità di questo tipo di manifatture non impediva che entrambi mirassero a creare oggetti funzionali a un’idea di comfort e di benessere quotidiano, unendo l’utile al bello. Un concetto al centro della modernità e di quello che sarebbe poi diventato il design industriale. Le carte da parati, i chintz e le tende realizzate da Morris erano talmente moderne che sono tuttora in produzione, i vestiti di Fortuny, la famosa sciarpa “Knossos” e l’abito “Delphos”, vennero considerati così naturalmente eleganti e liberatori, rispetto all’armamentario di corsetti e sottogonne all’epoca in uso, che se ne appropriarono donne dello spettacolo, emblemi di seduzione ed emancipazione come Eleonora Duse e Isadora Duncan. La scrittrice e saggista americana Susan Sontag (1933-2004), una delle più acute osservatrici di come l’era tecnologica abbia inciso sulle nostre esistenze, si fece seppellire vestita con un abito di Mariano Fortuny.

Byatt individua un elemento unificante dell’attività e della vita di Fortuny e Morris nella loro devozione per il lavoro manuale, nel piacere di sviluppare un’abilità unica con l’esercizio dell’occhio e della mano. Fortuny depositò una grande quantità di brevetti relativi a supporti e meccanismi illuminotecnici per il teatro, alla stampa policroma di tessuti, alla plissettatura a raggiera. Morris secondo la sua più illustre biografa, Fiona MacCarthy, fu esperto “di calligrafia, cucina, modellatura su argilla, tintura, miniatura, pittura e disegno, fabbricazione della carta, incisione su pietra, ricamo e arazzo, tessitura, intaglio e incisione su legno”.

Byatt riconosce che molto della fortuna di entrambi si legò alla letteratura: per Fortuny fu la consacrazione di Proust, che nella Recherche trasformò i mantelli e le vestaglie cangianti con pavoni e fenici in metafore di morte e resurrezione, in metafore della scrittura stessa, come i mosaici e i capitelli veneziani popolati dai medesimi soggetti.

Per Morris la letteratura fu parte integrante dell’espressione del proprio talento: fu poeta, romanziere, saggista e traduttore con opere ripubblicate in diverse edizioni, fino all’ultima, un inedito in verità, il diario del viaggio in Islanda, pubblicato nel 2011 a cura di Lavina Greenlaw, con il titolo Questions of Travel. William Morris in Iceland.

Byatt però guarda oltre il filtro letterario, gli scrittori e la letteratura si concentrano invariabilmente su temi come l’amore e la morte, ma rinunciano a parlare di una cosa altrettanto presente e importante nella realtà umana: il lavoro. Fortuny e Morris furono viceversa febbrili e gioiosi lavoratori.

Sembra di avvertire qui un’eco del pensiero che il sociologo Richard Sennett ha formulato nel libro Homo Faber (2008), riportando l’accento non solo sulla manualità, ma sul sapere fare bene un lavoro come acquisizione di una vita intera, in contrapposizione ai miraggi della flessibilità contemporanea.

Byatt usa infine un aggettivo insolito per definire tanto gli studi sulla crescita arborea trasferiti su carta e stoffa da Morris, quanto le trasparenze e i simbolismi raffinati degli abiti di Fortuny: ai suoi occhi sono commoventi perché, in maniera diversa e più accostante rispetto alle opere d’arte uniche o monumentali, questi esemplari di artigianato artistico hanno trasmesso motivi e simboli desunti e reinventati a partire da tradizioni millenarie, immettendoli nella vita domestica. Testimoniano la volontà di riprodurre le forme organiche, fissarle in pattern visivi da portare addosso, da ammirare alle pareti, da foderare letti, cuscini e lampade. Per questo melagrane, pavoni e rampicanti assurgono a commoventi aneliti di un’eternità terrestre.

 

Storie di corpi

Fotografia di Herbert List

(Fotografia di Herbert List)

16 marzo 2017

Il corpo di ciascuno porta scritta in ogni sua cellula la propria storia. Da piccola, sugli otto o nove anni, amavo saltare un muretto basso, insieme a mio fratello e ad altri compagni di gioco. Un giorno caddi sullo spigolo di cemento vivo e mi tagliai il ginocchio. Sangue, dolore acutissimo, quattro punti di sutura senza anestesia. Nei giorni seguenti e fino a che non mi sentii in grado di camminare e correre, sorvegliavo attentamente le mie reazioni fisiche turbata all’idea di non poter tornare come prima. Ma anche dopo, quando il ginocchio non mi faceva più male, mi percepivo cambiata dall’incidente, come se la mia minuscola identità infantile fosse stata messa alla prova e io dovessi essere sicura di potermi riconoscere con una cicatrice rosso vivo e l’allerta del pericolo ormai attivata.

Di passaggi simili a questo, e spesso ben più traumatici, è piena la vita. Ciò che è singolare è come questi piccoli o grandi traumi continuino a lavorare dentro di noi anche a distanza di anni, anche quando crediamo di aver dimenticato, metabolizzato, guarito.

Roland Barthes scrive che “il corpo dell’altro è sempre un’immagine per me”: ciò che io vedo dell’altro ma anche di me stesso, dal momento che nello sguardo non mi abbraccio mai per intero nemmeno allo specchio, può essere solo la superficie che accoglie i moti dall’interno, ma non li esprime mai del tutto. Ognuno custodisce nei propri organi, nei propri arti, nel proprio sangue e nella propria pelle un archivio vivente della propria esistenza, gioie e dolori. A volte questo archivio sta così ben serrato che solo con la vecchiaia se ne depositano i segni all’esterno. A volte i colpi subiti dalla vita sono così forti che uno se li porta addosso, ben evidenti ed esposti a tutti.

È ciò che penso ogni volta che guardo una persona, specie se mi confronto con una persona che abbia una qualche disabilità. È ciò che penso ogni volta che mi guardo allo specchio e so di non potermi vedere in piedi, perché da parecchio non posso più camminare.

Si usa indiscriminatamente la parola disabile/i per indicare una categoria, dimenticando che le categorie non dicono mai niente sugli individui e sulla loro storia, che è sempre personalissima e inalienabile. Si usa la parola disabile/i con riferimento a un problema sociale di integrazione, o a un problema medico per molte patologie ancora lontane dall’essere curabili, si usa la parola disabile/i per indicare una minoranza che vive una forma di minorità, di discriminazione esistenziale e professionale.

Quello che io so è che ognuno di questi corpi offesi ha lottato, e lotta ogni giorno, anche solo per sopravvivere, anche solo per elaborare un ponte fra ciò che era e ciò che è diventato, o ciò che non è mai potuto essere.

Qualcuno diventa un grande atleta, in grado di suscitare entusiasmo e rompere la barriera dell’invisibilità. Chi non prova ammirazione e simpatia immensa per gli atleti paraolimpici?

È comprensibile e giusto che vengano additati come esemplari: vivono vite piene di virtù. Ma non tutti dispongono delle risorse fisiche e psicologiche per compiere l’acrobazia di superare se stessi e i propri limiti: più modestamente cercano di conviverci.

Poi ci sono gli altri, i sani: dall’esterno non lasciano vedere smagliature, godono di perfetta salute, ma dentro quali ferite, quali spaccature portano? Dovremmo imparare tutti ad avere uno sguardo che vada oltre le diversità apparenti.

La notte ha la mia voce, in fondo parla di questo: dei limiti che ognuno prima o poi incontra e del desiderio insopprimibile se non proprio di vincerli, di addomesticarli, perché come diceva una grande artista, Carol Rama, “i dolori, se te li coccoli con un po’ di gentilezza, diventano più sopportabili”.

(Questo articolo è uscito il 15 marzo su «Vanity Fair»)