Category Archives: Filosofia

Storia della filosofia e percorsi del pensiero contemporaneo

Ritmi di festa. Corpo, danza, socialità

Mary Wingham ad Ascona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(30 novembre 2014)

Le feste, coi loro rituali e le specifiche modalità legati a luoghi e storia, sono da tempo oggetto privilegiato di studio da parte degli antropologi che in esse rinvengono la trasposizione simbolica delle paure, dei bisogni e della loro elaborazione da parte delle diverse civiltà e comunità etniche. Siamo abituati a pensare alla festa come a un evento programmato e conclusivo che ricorda e celebra un passaggio gioioso, spesso avvenuto in seguito a un periodo di difficoltà, oppure a un momento di licenza dalle regole (prototipo di tutte le feste di quel genere è il carnevale), in tutti i casi colleghiamo l’essere in festa alla musica, al ballo, a tutta la gamma di piaceri del corpo, e soprattutto alla condivisione di quanto elencato sopra con altri esseri umani. Ben più difficile ci riesce concepire una manifestazione di allegria e di festeggiamento in un frangente di guerra, di privazione, o di indifferenza reciproca. Il libro di Paolo Apolito, docente di Antropologia culturale all’Università di Roma Tre, ponendosi l’intento di indagare le motivazioni biologiche e pre-culturali dell’impulso festivo, parte proprio da quei casi estremi di festeggiamento avvenuti in condizioni ostili, come quello che si tenne a partire dalla notte di Natale del 1914, lungo la linea del fronte che andava dal mare del Nord alla Svizzera e vedeva contrapposti gli eserciti inglesi e francesi a quelli tedeschi. Secondo la testimonianza di Graham Williams, un fuciliere britannico, verso la mezzanotte del 24 dicembre, al di là delle trincee, si cominciarono a vedere tante piccole luci di alberelli accesi, seguite dal canto “Stille Nacht Heilige Nacht”. Dopo la prima sorpresa gli Inglesi risposero con il tradizionale inno natalizio “The first Nowell”. Altri canti di pace, di buona novella, di amore seguirono e arrivarono anche gli applausi, da una parte e dall’altra. Rompendo il divieto degli alti gradi di entrambi gli eserciti, per lunghi tratti del fronte, i combattenti si diedero una tregua. Seppellirono i morti, si scambiarono il cibo, i canti, le bevande, l’umanità, ben sapendo che da un momento all’altro sarebbero tornati a spararsi l’uno contro l’altro. Questo è solo uno dei numerosi episodi riuniti da Apolito per dimostrare come il canto, la recita di versi, lo scambio di cibo, di battute e di gesti possano innescare anche fra sconosciuti, o addirittura fra nemici un istinto a riconoscersi, in quanto esseri della stessa specie, radicato nel nostro fondo evolutivo che, da questo punto di vista, ci vede molto simili ad alcuni primati, ma anche a molti altri animali. A un impulso cinetico che li fa volare o nuotare compatti, e così preservare il singolo all’interno della comunità, obbediscono infatti stormi di uccelli e branchi di pesci, così come ad un livello già più evoluto gli scimpanzé si abbracciano e si toccano, creano momenti di attenzione comunitaria producendo suoni e risate, quando si ritrovano dopo una separazione. Insomma come gli animali, anche gli umani si aggregano spontaneamente e reagiscono agli stimoli ambientali, e altrui, tendendo a sincronizzarsi con essi. D’altronde che il movimento, di qualunque tipo, sulla Terra tendesse a sintonizzarsi l’aveva già dimostrato nel 1665 Christian Huygens con gli studi sulle oscillazioni in sincrono di due orologi a pendolo con diversi archi di oscillazione, definito entrainment. Un generale entrainment regola gli scambi fra gli umani.

Tutto questo fornisce una spiegazione che va ben al di là degli intenti dichiarati e dell’opportunità di festeggiare per una ragione specifica, ma affonda le sue radici nel senso ritmico dell’uomo, sviluppato in maniera molto superiore rispetto a qualsiasi altro animale, e presente fin dal concepimento e dalla vita fetale nel corpo della madre, rispetto alla quale il bambino adegua costantemente il proprio ritmo. Un elemento fondamentale che si unisce al senso del ritmo è poi la capacità mimetica, e anche questa si trova negli esseri umani molto più sviluppata che negli animali. La mimesi è stata posta alla base dei nostri processi di apprendimento, essendo sempre attiva attraverso i neuroni specchio che di recente godono di gran fama nel mondo delle neuroscienze grazie alle importanti scoperte di Rizzolatti, ma in un certo senso erano stati empiricamente intuiti già parecchio tempo fa; da Adam Smith, ad esempio, che aveva capito benissimo come noi tendiamo ad adeguarci fisicamente a chi abbiamo davanti, compiendo o mimando, o anche solo mentalmente ripercorrendo, gli stessi movimenti e gesti. Casi esemplari sono appunto le coppie madre e bambino e gli innamorati: prodigiosi universi ritmici e mimetici dove ogni parola, ogni sguardo, ogni azione tende ad avere un’eco, una risposta, un controcanto. A questo istintivo e primordiale bisogno di riconoscimento obbedirono probabilmente gli indigeni d’America al loro primo contatto con i colonizzatori che salutarono con grandi festeggiamenti, generosità e apertura, come testimoniano le lettere di Cristoforo Colombo e il diario di Antonio Pigafetta. Poveri indigeni, non sapevano di festeggiare l’inizio della loro brutale fine. Ma il punto è proprio questo: spesso non importa che chi festeggia si riconosca in un comune ideale, sappia dare un seguito conseguente all’impulso iniziale o in taluni casi governare le conseguenze della festa, come dimostrano l’odierna inconcludenza politica di molti movimenti che si aggregano in maniera festosa, o le derive dei festeggiamenti negli stadi. Gli impulsi di festa, legati a una matrice biologica profondissima e insopprimibile, prevalgono e sorgono anche nelle occasioni più impensate, sta poi all’elaborazione culturale dell’uomo renderli un’occasione di aggregazione vera, di conoscenza transetnica, di allargamento dell’umanità.

(La recensione è apparsa sul sito de La ricerca il 21 ottobre 2014)

Riccardo Donati, Nella palpebra interna

Recensione al libro: Riccardo Donati, Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione, Le lettere, Firenze 2014

ALTRE SCRITTURE > 2014

Se la scuola francese, letteraria e filosofica, ha posto un particolare accento sulla centralità dello sguardo nell’intersezione con la scrittura, dal libro di Régis Debray, Vita e morte dell’immagine. Una storia dello sguardo in Occidente (Il Castoro, Milano 1999, ed. or. 1992) ai saggi di Yves Bonnefoy, Lo sguardo per iscritto. Saggi sull’arte del Novecento (Le lettere, Firenze 2000) non è mai mancata nella tradizione critica italiana un’attenzione a quella peculiare zona di scambio fra scrittura e arte, intendendo per ques’ultima una varietà espressiva che lo storico dell’arte Ludovico Ragghianti definiva già a metà degli anni Trenta del secolo scorso come “arti della visione”, a prefigurare e anticipare l’esplosione più recente dei cosiddetti visual studies.

Riccardo Donati ci offre con questo volume una ricognizione selettiva e molto interessante di come i poeti italiani del Novecento si siano accostati non solo e non tanto alle opere d’arte, quanto alla modalità del pensare e del fare poetico in termini di creazione visiva, attraverso un procedimento di assimilazione che opera con codici diversi e nella consapevolezza che il poeta è nei confronti del visibile come un cacciatore il cui sguardo prosegue a mo’ di dardo, o lancia, ben oltre il momento del guardare, per usare una metafora venatoria molto calzante coniata da Valerio Magrelli.

Donati utilizza come griglia le quattro categorie desunte dallo storico tedesco Heinrich Wölfflin, articolate nei “Concetti fondamentali della storia dell’arte”, e distingue pertanto fra ‘sguardo evento’, ‘sguardo avvento’, ‘sguardo esperimento’, ‘sguardo accecamento’.

Lo ‘sguardo evento’ si caratterizza per Donati nella coincidenza di visione personale e gesto artistico come atto che non imita la realtà ma la amplia. Ne sono portatori poeti e prosatori come Emilio Villa, Toti Scialoja, Piero Bigongiari e Bartolo Cattafi. Fondamentale per questo gruppo è il riferimento alla pittura di Jackson Pollock e l’identificazione del gesto artistico, del suo farsi e divenire, con l’opera stessa. Lo sguardo evento è quello che concepisce una cosmopoiesi infinita che trascende i limiti del testo e trasborda nei paratesti (Villa) ma fa anche assumere la responsabilità della visione, distinguendola dall’immagine, al suo creatore che è così inestricabilmente connesso alla propria opera (Scialoja), centrale è poi la riflessione sul binomio caso e caos, in cui l’opera d’arte si colloca come un moltiplicatore di possibilità che la forma s’imponga su quest’ultimo. Caratteristico dello sguardo evento è l’estasi, l’uscita da sé; l’arte sulla quale si proiettano sempre pulsioni libidiche è in grado di provocarla secondo Bigongiari grande ammiratore e studioso della pittura fiorentina del Seicento. Mentre per Cattafi la scrittura sollecita le potenzialità plastiche della visione; la mano, elemento ricorrente nella sua scrittura, taglia e plasma l’aria e la pagina, come quella degli uomini primitivi lasciava il segno sulle pareti delle grotte. Cattafi è anche il poeta che più di tutti presagisce e soffre la perdita dello sguardo evento nell’era dominata dalla riproducibilità e indistinzione seriale delle immagini digitali.

Lo ‘sguardo avvento’ è caratterizzato dall’autore come la ricerca di un senso ultramondano e ultrasensoriale, pur a partire da una datità fisica anche intensamente indagata ed esperita, e raccoglie invero poeti e autori molto diversi fra loro: Mario Luzi, Alfonso Gatto, Giovanni Testori e Pierpaolo Pasolini.

Di Luzi è dunque ricordata la predilezione per il pittore senese Simone Martini la cui pittura evocata nel Viaggio terrestre e celeste è varco verso un tutto che ci trascende, verso la luce che ci avvolge anche quando non ce ne accorgiamo, in un processo in cui l’arte sublima il magma del reale e della storia. Di Alfonso Gatto è ricostruito l’arrivo a Firenze e il contatto con la geometria urbana di impianto rinascimentale, avvertita come glaciale e funerea, per contro la ricerca del colore che scaturisce da dentro e che deriva dal vedere interiore del pittore francese Cézanne, molto caro a Gatto che elabora una poetica dell’assecondare la realtà a essere, la durata a durare. Per Giovanni Testori, artista e letterato, l’opera non è epifania o varco per l’eternità, ma incarnazione delle miserie e dello splendore umano. La predilezione per i corpi caravaggeschi, per i nudi, diventa in Testori una forma di idolatria non della bellezza estetica che essi recano ma della verità umana che comunicano, come le bottiglie di Giorgio Morandi che non rappresentano ma presentano se stesse in forma di tempo eternato.

Assai complesso è il rapporto di Pasolini con le arti, anche perché oltre a riconoscere un primato assoluto al magistero del più grande storico dell’arte del Novecento italiano, Roberto Longhi, Pasolini praticò e mescolò le arti, dalla poesia al cinema al disegno sotto il segno di una ricerca della sacralità dell’esistere che oscilla in certi momenti della sua vita e della sua opera verso la sacralizzazione feticista dei corpi amati.

Nella terza sezione dedicata allo ‘sguardo esperimento’, inteso come dispositivo di indagine che a diversi livelli mette in discussione l’immagine, Donati raccoglie quattro autori molto distanti: Cesare Zavattini, Giovanni Raboni, Andrea Inglese, Edoardo Sanguineti e Nelo Risi. Di Zavattini analizza nello specifico il poemetto composto per il pittore Antonio Ligabue, cogliendo nell’ossessione per il ritratto caratteristica anche di Van Gogh, pure molto amato da Zavattini, la complessa dinamica dell’identificazione con l’altro da sé, in una scomposizione dell’io che parte dal ‘je est un autre’, riflettendolo all’infinito. Di Raboni si sofferma sul testo de Le nozze, costruito sulla pittura di Jan Van Eyck e in particolare sul celebre dipinto I coniugi Arnolfini, con il quale il poeta milanese istituisce un gioco di rispecchiamento che è un modo per abitare, con la propria vicenda biografica trasfigurata, l’immagine facendone il luogo di una temporalità che sottrae al logorio gli accadimenti come in parte fa anche Andrea Inglese nel poemetto La liberazione di Andromeda, ispirato al dipinto di Cosimo di Piero, e affisso sotto forma di poster nel bagno dell’autore, inconsapevole allegoria e forma fissata per sempre di una vicenda amorosa che solo una volta terminata è stata riconosciuta come modellante. Di Sanguineti, che al pari di Pasolini, ebbe un intenso scambio con le varie arti, anche quelle performative, si prende in considerazione soprattutto la raccolta Mauritshuis, dedicata al Museo olandese omonimo, che il poeta torinese percorre con ironia dissacrante, innescando un meccanismo di lettura e degradazione comico-satirica, sia nei confronti dei dipinti che celebrano l’opulenta borghesia nordica del ’500-’600, sia il luogo stesso del museo istituzionalmente votato a onorare il bello. Nella medesima direzione di uno smascheramento dell’arte come forma di controllo sociale, viene annoverato anche il componimento del regista e poeta Nelo Risi, Un albero appeso al muro, dove non solo si denuncia la vieta autolegittimazione dell’arte contemporanea in quanto tale, ma anche il venire meno di qualsiasi forma di reale sprone cognitivo, contestatario: meglio sarebbe quell’albero riportarlo alla terra, che tenerlo appeso dentro una artificiosa cornice.

Infine lo ‘sguardo accecamento’ sarebbe quello che maggiormente caratterizza i contemporanei, presi da una divaricazione tra occhi e sguardo, tra avere sotto la vista migliaia di immagini e vederle per davvero, che Yves Bonnefoy ha teorizzato essere effetto dell’impatto tecnologico sulle abitudini visive. Per reazione alla sovrabbondanza iconica di cui siamo bersagliati, l’artista e poeta contemporaneo cerca nel ‘non veduto oculare’ quel di più di informazione e percezione che gli consente di suscitare ‘una visività più fluida’, una forma di autoscopia o eteroscopia che trascina il corpo dentro l’opera stessa. Ed ecco allora che il corpo inteso come insieme di organi senzienti, ma scollegati, un corpo dunque spossessato, visto attraverso sonde ecografiche e protesi, è quello che si trova nell’opera di Valerio Magrelli accostato agli svitamenti anatomici del pittore Francis Bacon. La natura disindividuante dello sguardo accecamento avvicina il corpo umano, inteso come dissezione anatomica e biologica, a quello animale slittando verso una desessualizzazione dello sguardo che si percepisce molto bene nel lavoro poetico di Elisa Biagini messa a confronto non solo con la poetica dello sguardo rivolto all’interno dell’artista Giuseppe Penone, ma anche con l’autoscultazione, sempre per tramite di strumenti medici, di Mona Hatoum. Anche la quotidianità domestica così presente nella poesia di Biagini diventa oggetto di uno sguardo che non cerca conforto ma tracce del passaggio fisico, della convivenza fra il corpo e le sue estensioni: lavandini, tazze, pavimenti, federe, fili e lenzuoli. Di tutt’altra tonalità ma sempre con una forte scissione tra vedere ed essere parassitato da visioni esterne è l’opera poetica di Tommaso Ottonieri di cui si prende in considerazione, oltre alle riflessioni teoriche, soprattutto il volume Cinema come poesia. Chiude infine il capitolo Gabriele Frasca, di cui si analizza soprattutto Il fermo volere, romanzo uscito nel 1987 e poi nel 2004 con le illustrazioni del cartoonist Luca Dalisi, una riscrittura per l’occhio e per l’orecchio in cui gli eventi si dipanano in maniera allucinatoria, complanare, schizzoide a partire dalla duplicità stessa dei due codici di scrittura e immagine.

(La ricerca, 30 maggio 2014)