Category Archives: Letteratura

Autori e opere di letteratura italiana e letteratura straniera. Scrittori, scrittrici, traduzioni, mondo letterario, editoria

Come il vento selvaggio che passa

crying_hearts4 marzo 2020

Come il vento selvaggio che passa, pubblicato per la prima volta in Italia da Minimum Fax nella traduzione di Andreina Lombardi Bom, è il penultimo romanzo di Richard Yates e uscì, col titolo originale di Young Hearts Crying, nel 1984. A distanza di vent’anni dal romanzo d’esordio Revolutionary Road, salutato come capolavoro da Tennessee Williams e Kurt Vonnegut, Yates tornava a scrivere la storia di una giovane coppia con aspirazioni artistiche che si sgretolano via via con lo sgretolarsi della vita coniugale, sotto i colpi della prosa quotidiana e delle delusioni della vita adulta. Rispetto ai Wheleer di Revolutionary Road i Davenport, Michael e Lucy, di Come il vento selvaggio che passa sono però destinati a una fine assai meno tragica e all’attraversamento della giovinezza fino all’età matura. A metà degli anni ’80, Yates era uno scrittore sessantenne molto apprezzato dai propri colleghi e dalla critica, ma che non era mai riuscito a vendere abbastanza libri da poterci vivere, transitava da un college all’altro degli Stati Uniti insegnando in corsi di scrittura creativa, inseguendo fellowship e grants che gli consentissero di portare a termine il romanzo successivo. La coincidenza fra arte e vita, nonché la possibilità di vivere di arte dovevano apparirgli allora sotto una luce beffarda e Yates, che in ciascuna delle proprie opere ha disseminato frammenti di autobiografia, la riflette non solo nella coppia di Lucy e Michael ma in ciascun personaggio del romanzo.

A un precetto artistico e iper-letterario risale infatti l’insegnamento che il protagonista Michael, come Yates veterano della seconda guerra mondiale, apprende da un istruttore di tiro, in un campo di addestramento in Texas: “Cercate di ricordarvelo, uomini. Ciò che distingue un professionista in qualunque campo – e intendo in qualunque campo – è che riesce a far sembrare facile quello che è difficile.” Siamo all’inizio del romanzo, quando Michael non ha ancora chiaro davanti a sé nulla della propria vita professionale e sentimentale e, dissimulato fra gli ordini burberi della vita militare, troviamo un precetto che risale nella sua originaria formulazione al Cortegiano di Baldassarre Castiglione: la vera arte – anche quella di vivere da signori – è la disinvoltura con cui vengono superate e nascoste le difficoltà. La cultura umanistica italiana ha coniato un nome specifico per questo atteggiamento, è la sprezzatura, che incontriamo tanto nelle vite dei pittori, quanto nella musica e nelle regole di comportamento.

Riuscire a fare sembrare facile ciò che è difficile è l’ideale e il demone che governa buona parte del romanzo di Yates: Michael che accetta un modesto lavoro di pubblicista mentre nel tempo libero scrive drammi e poesie, tormentandosi con l’idea di non essere mai nel posto giusto, ritiene che questo ideale sia incarnato da Tom Nelson, un pittore arrivato presto al successo e alla fama eppure descritto come inconsapevole, infantile – inscena imponenti battaglie di soldatini di latta nel cortile – sottilmente cinico e forse nemmeno così bravo; Lucy ammira Diana Maitland, sorella di un altro aspirante pittore, segretamente desiderata dal marito, per i suoi modi pieni di non-chalance, vorrebbe essere come lei spontanea e sofisticata a un tempo, mentre si sente una perenne ragazzina perbene, trascurata da genitori troppo ricchi. Lucy e Michael una volta chiuso il loro matrimonio cercano di nuovo amanti e compagne coinvolti con quello che l’autore con tono esecrante definisce ‘il mondo dell’arte’. Perché? Ciò che Yates vuole raccontarci non è solo il contrasto fra il desiderio di una vita spesa fra alti ideali e piacevolezze mondane con la prevedibilità borghese urbana e suburbana della middle upper class americana, ma anche l’enorme difficoltà di una generazione a trovare una propria identità nella vita adulta in un momento storico di cambio di valori e di modelli sociali come fu il dopoguerra.

Cosa impedirebbe a Lucy, che gode della fortuna di tre-quattro milioni di dollari di rendita, di fare una vita agiata e dedicarsi a ciò che ama? Il problema è che Lucy non ha una vera e propria passione, s’innamora di Michael perché lo vede colto e pieno di parole che sembrano svelare il senso della vita, ma presto il ruolo di moglie accomodante e umbratile le sta stretto, vuole emanciparsi e lo fa sia dal punto di vista sessuale sia da quello intellettuale; per amore e per mettere alla prova se stessa tenta di fare l’attrice, la scrittrice, la pittrice, scoprendo di volta in volta quanto sia esiguo lo spazio riservato all’affermazione femminile, e quanto mediocri e meschini possano rivelarsi gli uomini di cui si dice che abbiano la stoffa, infine quanta frustrazione ci sia nell’essere sempre una dilettante. Michael, viceversa, conosce meglio i propri desideri, avere una bella ragazza, possibilmente intelligente al proprio fianco, e diventare un poeta riconosciuto; ma non riesce mai a trasformarli in un coerente progetto di vita, rifiuta di vivere con il denaro di Lucy, si avvilisce con un lavoro insignificante, si gingilla a tal punto con la propria autocommiserazione e con l’alcol da venire internato in un ospedale psichiatrico per due volte.

A confronto con i campioni di virilità che la letteratura americana del dopoguerra ha sfornato, da Updike a Roth, Yates raffigura in Michael Davenport un uomo che fatica a crescere, che nella guerra – anche intesa come mero scambio di pugni fra amici sbronzi a una festa – trova ancora l’unico solido contrappeso a una vita altrimenti priva di credibilità. È un adolescente mai cresciuto che deve fare i conti con il fatto di non sapere gestire il proprio talento – il riconoscimento delle poesie pubblicate non è mai abbastanza – di non sapere mantenere una relazione amorosa oltre il tempo fisiologico della reciproca scoperta, di non riuscire nemmeno a immaginarsi padre di un figlio maschio, destinato prima o poi a sostituirlo, mentre la figlia avuta con Lucy rimarrà per lui l’eterna bambina-ragazza che compiace il suo narcisismo. Seguiamo Lucy e Michael nell’affrontare, attraverso vite separate, tutto quello che nel dopoguerra ha sconvolto le convenzioni sociali: il femminismo, la diffusione della psicanalisi, la rivoluzione sessuale, le droghe, il movimento hippie e quello camp. Nell’arco di tempo che va dal 1947 alla fine degli anni settanta, Lucy e Michael da adorabili giovani sognatori, e novelli sposi, diventano disillusi ex-coniugi. Si ritrovano a Cambridge dove si erano riconosciuti e, in una cena dove tutta l’arte del dialogo di Yates brilla al suo massimo fulgore, riescono a confessarsi senza mai nominarli i reciproci fallimenti, la caduta delle molte chimere inseguite, il tramonto definitivo di un ideale di vita artistico; nessuno dei due ci crede più. Ma noi che li abbiamo seguiti fin lì, sappiamo quanta nostalgia, quante lacrime ingoiate ci sia in questo abbandono che non è di due ex amanti, ma della giovinezza e del sogno (molto americano) di poter essere artisti della propria esistenza.

(Questo articolo è apparso su La Lettura il 22 febbraio 2020)

Onori

s-l1600

 

24 gennaio 2020

Si conclude con Onori la trilogia iniziata nel 2015 da Rachel Cusk e in maniera circolare l’inizio di questo libro riprende quello del primo, Resoconto.

Siamo di nuovo su un aereo e la voce narrante identificata con una scrittrice chiamata Faye – nome pronunciato una sola volta in ciascuno dei tre romanzi – viaggia verso l’Europa, dove l’attendono una serie di festival e incontri letterari. È seduta di fianco a un uomo che, per evitare di cadere scompostamente addormentato, le racconta la propria vita, soprattutto la morte sofferta del cane appena soppresso perché ammalato. Nel rievocare il rapporto speciale che ciascun membro della sua famiglia aveva con l’animale da lui addestrato, l’uomo attraversa molti temi incontrati nei due precedenti romanzi: la difficoltà dei rapporti fra genitori e figli, la famiglia come luogo in cui il fallimento diventa più intollerabile perché colpisce l’idea stessa di poter agire bene, la disparità fra uomini e donne, l’incomunicabilità, il racconto come forma dell’esistenza. Lungo il resto del romanzo non ci saranno più figure dolenti come quella dell’uomo che ha perso il cane, piuttosto una folta schiera di personaggi variamente legati all’editoria: giornalisti, scrittori, agenti, organizzatori di festival. Ma già all’interno di questo lungo monologo, funereo senza essere elegiaco, si avverte una nota critica nei confronti di quella che era stata una delle convinzioni ribadite a più riprese nei precedenti della saga, ossia che le storie abbiano comunque valore e debbano essere ascoltate. Betsy, la figlia dell’uomo che ha appena seppellito il cane, grazie a una superiore sensibilità sa intuire le sfumature di menzogna nei discorsi familiari, lo fa a partire dal suono e dalla voce, e trova scampo solo nella comunicazione senza parole col cane. Pur non incontrando più Betsy, dopo questa sua apparizione attraverso le parole del padre, molti altri personaggi ne ribadiranno l’assunto: i racconti che facciamo della nostra vita, lungi dall’essere veri, sono manipolatori, bruciano e consumano la nostra essenza. E questo avviene non solo perché, come dice la scrittrice Linda, incontrata al primo festival cui partecipa Faye, “i sentimenti nessuno li può vedere” e quindi sono difficilmente trascrivibili, ma anche perché come afferma il direttore editoriale della protagonista: “Si potrebbe vedere l’intera storia del capitalismo come una storia di combustione, un bruciare non solo di materie sepolte nelle viscere della terra per milioni di anni, ma anche di conoscenza, idee, cultura e perfino bellezza, in altre parole di qualunque cosa abbia impiegato del tempo a svilupparsi e crescere (…) nel caso dei miei autori best-seller va a fuoco il concetto stesso di letteratura.” Molte altre critiche esplicite o implicite vengono rivolte all’industria culturale, appendice sempre sull’orlo dell’implosione dell’onnivoro sistema dei consumi di massa, ma si ha l’impressione che Cusk in Resoconto e in Transiti volesse concedere ampio diritto di parola ad armatori, parrucchieri, carpentieri, gente incontrata letteralmente per strada che raccontandosi ponevano domande universali sull’esistere, e che qui invece tale diritto di parola, affidato agli addetti del mestiere, si tramuti in finzione, intesa come fuga dalla realtà, inganno e malafede.

Esemplare è la rivelazione di una giornalista: la protagonista dice di averla incontrata in precedenza e averne ammirato la capacità di raccontare la propria dimensione familiare con misura e garbo, mentre ora le si rivela come una saccheggiatrice di vite altrui, di quella della sorella che ha invidiato e del cui divorzio si è compiaciuta, di quelle delle autrici che intervista, spacciandosi per donna autonoma e autodeterminata quale in realtà non è: perfino il suo matrimonio appoggia su una costante finzione che la malattia del marito la costringe a perpetuare. Una forma di disonestà individuale e di opacità ambiziosa circonda chi si muove nei paraggi della parola come professione, ma il problema è assai più vasto, come suggerisce l’organizzatore di un altro convegno cui la protagonista partecipa: “Ogni volta che pensava al futuro, aveva detto suo figlio, doveva rammentare a se stesso che il senso della propria storia era pura illusione, perché non restava più abbastanza per raccontare altra storia: abbastanza tempo, abbastanza risorse, abbastanza autenticità. Ogni cosa è stata consumata.” La disillusione si proietta dunque su un sistema economico e sociale che si autodivora, il capitalismo, su un continente, l’Europa, che si autoelide a partire dalla Brexit, su rapporti di forza uomini-donne ancora troppo sbilanciati, come apprendiamo da un’altra intervistatrice della protagonista: “Ben presto mi sono accorta, ha detto, che in realtà non c’era nulla di peggio che essere un mediocre maschio bianco di mediocre talento e intelligenza: anche la più derelitta casalinga, ha detto, è più vicina al dramma e alla poesia di quanto lo sia lui, perché se non altro, come ci mostra Louise Bourgeois, è capace di avere più di una prospettiva.” Dalla questione femminile a quella ecologica ed economico-politica, Onori intreccia temi e riflessioni che prevalgono sulle storie individuali: è una polifonia dove le singole voci sono continuamente rotte e disturbate dal rumore di fondo dell’epoca in cui viviamo.

Ridicole, talora proprio grottesche, appaiono le figure che gravitano intorno alla letteratura ridotta a spettacolo di se stessa; anche quando raccontano fatti toccanti non si guadagnano del tutto la fiducia del lettore perché l’autrice ha disseminato innumerevoli allarmi sulla credibilità di un mondo (che non è solo quello letterario) in cui la giustizia è sacrificata al successo, all’ambizione e a un desiderio senza freni. Cosa sono gli onori, tributati a chi scrive, se non pericolosi specchi per le allodole? Ma cos’è in generale la gloria umana, se non la miseria del giorno dopo? Con Onori Cusk ha scritto il suo libro più intensamente morale, sancito da un andamento saggistico che talora s’impone nel cuore dei monologhi e incalza con domande la cui risposta presuppone sempre un’assunzione di responsabilità: rimanere o partire, mentire o dire la verità, sottomettersi o rivendicare il proprio spazio. L’immagine finale della protagonista che fluttua tra le onde, mentre un uomo nudo piscia in mare a pochi metri da lei, ci restituisce l’estrema vulnerabilità di una donna, e scrittrice, che si fa carico di queste domande.

L’architettrice

G.B. Zelotti, "Allegoria del’Architettura", Villa Emo a Fanzolo, 1565

G.B. Zelotti, “Allegoria del’Architettura”, Villa Emo a Fanzolo, 1565

11 dicembre 2019

Melania Mazzucco è tornata al romanzo storico per cimentarsi, dopo Tintoretto, con una figura ben più oscura e inafferrabile, quella di Plautilla Bricci, vissuta a Roma fra il 1616 e il 1704. I documenti d’archivio e le fonti la segnalano come pictura et architectura celebris, ma a volerla cercare su un manuale di storia dell’arte o su un repertorio degli artisti del Seicento romano, non la si troverebbe nemmeno in una nota a pie’ di pagina. Eppure Plautilla Bricci ha firmato con grafia elegante e consapevolezza del proprio ruolo, tanto da inventarsi il neologismo architettrice, opere dipinte e progetti edilizi. Viene da domandarsi perché sia scomparsa dalla memoria e dalla storia dell’arte, tanto che la prima e unica monografia a lei dedicata ad opera di Consuelo Lollobrigida, Plautilla Bricci, Pictura et architectura celebris. L’architettrice del barocco romano, risale appena al 2017. Come ha potuto scivolare nell’oblio l’autrice della domus magna di Palazzo Benedetti in via Monserrato, domicilio di Elpidio Benedetti, agente di Mazzarino e poi fiduciario del re di Francia e del primo ministro Colbert, autrice anche della cappella di San Luigi, nella celebre chiesa di San Luigi dei Francesi, e della villa detta il Vascello, voluta sempre dall’abate Benedetti sul Gianicolo, fuori la porta San Pancrazio? La risposta per Mazzucco è semplice ed è il motore di un romanzo che opera su due livelli, la restituzione storica e quella simbolica: Plautilla Bricci era una donna. E di donne architetto non solo abbiamo tracce scarse nei secoli passati, ma anche nella contemporaneità le poche note, come Zaha Hadid, finiscono per essere rappresentate con caratteri mascolini, o peggio ancora come ‘moglie di’, sorte toccata a Charlotte Perriand, coniuge di Le Corbusier.

Da una parte c’è quindi la storia, che nelle migliaia di carte compulsate dall’autrice rivela in Plautilla Bricci un’artista in contatto con i più grandi della sua epoca, da Giuseppe Cesari Cavalier d’Arpino a Pietro da Cortona, dall’altra c’è l’incapacità della storia stessa a trattenere l’importanza di una figura di donna pittrice e architetto, poiché tale figura manca di modelli e di esempi nell’immaginario antico e contemporaneo. Di qui la necessità e l’importanza del romanzo di Melania Mazzucco, che è dichiaratamente opera di immaginazione, ma è proprio di questa immaginazione che abbiamo bisogno per cominciare a dare voce e carne a figure che per il semplice fatto di essere donne non hanno avuto diritto di rappresentazione. Mazzucco intesse un racconto della vita di Plautilla che è attento alla trama dei rapporti umani: chi poteva frequentare una ragazzina, e poi una donna, artista nella Roma del Seicento? Come emerse il suo talento? Quali incontri furono determinanti per aprirle una carriera nell’arte in un contesto storico che, se da un lato vede la prima insorgenza di donne di stato forti, come Anna d’Austria e Maria de’ Medici, con i loro equivalenti intellettuali nelle femmes savantes, Marie de Gournay e Madeleine de Scudery, dall’altro è ancora largamente misogino. Ecco che gli elementi dell’anagrafe diventano i tasselli su cui cresce la trama romanzesca: l’importanza del padre, Giovanni Bricci, artista e poligrafo, e tuttavia figlio di un fabbricatore di materassi e per questo, nonostante una vita spesa a erudirsi, condannato al soprannome poco lusinghiero di Giano Materassaio; l’indigenza endemica della famiglia costretta a frequenti traslochi; la sorella Albina, destinata per bellezza e temperamento a prendere marito, e quindi indirettamente responsabile della condizione di vergine devota all’arte di Plautilla; il fratello Basilio che le sarà compagno nelle imprese d’arte, l’amicizia con la carmelitana Eufrasia Benedetti, a sua volta pittrice dilettante e fautrice dell’incontro con il fratello, l’abate Elpidio Benedetti, al quale Plautilla si lega a vita in una corrispondenza di sentimenti, di intelletto, di imprese professionali. Una lunga vita, peraltro, che scorre sullo sfondo di una Roma fastosa e miserabile al tempo stesso, e che la scrittura di Mazzucco rende in tutta la sua matericità: fango nelle strade, case fredde, sporcizia, malattie, ma anche l’opulenza delle stoffe, dei colori per la pittura, il fruscio della carta al lume di candela, la porosità del marmo e del travertino posati nei cantieri.

Le sorti di Plautilla Bricci si dipanano in alternanza al racconto del destino ultimo toccato alla sua opera più prestigiosa, la villa del Vascello sul Gianicolo, utilizzata dall’esercito garibaldino come ultimo baluardo a difesa della Repubblica di Roma contro le truppe francesi nel 1849. Ciò che rimane oggi di quella costruzione eccentrica e fantastica basterebbe da solo a innescare curiosità e interesse per le vicende della donna che ne concepì il progetto. Il romanzo di Melania Mazzucco ce la restituisce viva, singolare e affascinante come dovette essere quella donna affetta da cataplessia, che vide il mare una sola volta, non uscì mai da Roma, eppure arrivò a progettare per il re di Francia.

(Questo articolo è uscito su La lettura del 30 novembre 2019)