Category Archives: Memoria

Memoria come ricordo personale e come memoria letteraria

Sulla soglia

Jelena Todorovic, “Lo scomponimento rosso”

Jelena Todorovic, “Lo scomponimento rosso”

30 dicembre 2014

Per attraversare una soglia che non c’è, se non dentro di noi, se non nel tempo che è la cosa che più ci sfugge, che si fa?

Io cerco di mettere in fila un po’ di cose: quelle brutte, quelle belle, faccio il conto degli amici, dei luoghi cari, delle occasioni, dei libri, di ciò che ho perso di quello che è arrivato nuovo e inaspettato, poi mi dico: questa è stata la tua vita fin qui, in questo anno, appena trascorso. E sempre, ma proprio sempre, mi viene da pensare che è un bilancio incompleto, che molto si sottrae all’elenco e non è solo colpa delle falle della memoria.

Sulla soglia ci arrivo sempre con le idee un po’ confuse, cercando di mettere a fuoco come attraverso una lente il senso e la direzione di quello che mi sta accadendo. Ma forse anche questa è una costrizione/costruzione.

I punti in cui la vita si mostra ‘più lucida’ si allineano agli altri, in cui più o meno sordamente l’ho occupata. E perché, e come, decidere cosa ha senso e cosa non lo ha?

Ieri sera un tramonto remoto, come lo sono quelli invernali in cui il Sole è tanto lontano dalla Terra, ma rosa e acceso da mangiarsi tutto il cielo ha suggellato una giornata lenta e insignificante. Accettare il contrasto, la contraddizione, l’insignificanza senza farsene annichilire, questa mi pare una delle sfide per l’anno che viene. O se preferite, uno dei miei buoni propositi.

Buon 2015 a tutte e a tutti!

Prove di trasmissione della memoria

Piazza Lenin a Cavriago (Reggio Emilia)

Piazza Lenin a Cavriago (Reggio Emilia)

14 agosto 2014

Non abitiamo il tempo, anche se è esperienza comune nascere, accumulare anni e morire, e così facendo credere di avere occupato una parte di tempo, piuttosto è il tempo che ci abita con l’inganno giornaliero della luce e dell’oscurità, della veglia e del sonno, delle stagioni. Crediamo di scorrere verso qualcosa, da un punto all’altro e in certi momenti, quando vediamo che le cose e le persone che amavamo non sono più, o non sono più nel modo in cui le abbiamo conosciute, abbiamo la percezione di una perdita che è soprattutto di tempo: che non tornerà più. Proprio lì si rivela che non siamo padroni dei nostri giorni, ma che essi con un flusso più potente di vita, tutta la vita universale anche quella di cui non abbiamo la più remota percezione, ci attraversano e ci sagomano. La sagoma che rimane, come un guscio vuoto, si riempie presto di nostalgia. Abbiamo sempre nostalgia di essere stati.

A volte questa nostalgia prende il colore di un momento storico preciso, perché il tempo ha abitato noi e mille altri contemporaneamente e in certi punti si è creata tutta un’energia in una certa direzione.

Stamattina, bevendo un tè in un bar all’aperto sulla fiancata est della chiesa di San Petronio a Bologna, pensavo chissà perché, forse per la sospensione ferragostana il non-tempo delle ferie assolute, agli anni in cui ho lavorato all’archivio fotografico del Comune di Cavriago, a pochi chilometri da Reggio Emilia.

Era la fine degli anni novanta, ero da poco tornata dagli Stati Uniti, con un desiderio fortissimo di ritrovare la mia terra, la solida, ingenua e sognante convinzione con cui ero cresciuta che tutto si potesse fare, a volerlo fare bene. L’Emilia cooperativa, l’Emilia dell’inesausta narrazione sul valore e le conseguenze della Resistenza, l’Emilia delle biblioteche e dei servizi alle persone mi avevano cresciuta con questa convinzione. E non era del tutto infondata. Ricordo l’esperienza nel Comune di Cavriago come straordinaria, per la disponibilità a collaborare degli impiegati, per la facilità con cui si potevano fare progetti e crederci. Tutto scricchiolava intorno, e c’erano segni avanzati di una realtà ormai superata, tirata verso una direzione che non era più, per certo, quella del socialismo tascabile. Eppure, ancora funzionava. Ancora ha funzionato. Cavriago, Comune di meno di novemila anime, è riuscito a realizzare un centro di cultura, il Multiplo, che non ha molti eguali in Italia e che sarebbe più facile incontrare a Berlino.

Di quel tempo ho nostalgia in questi giorni. Di quando era bello ed era possibile credere e l’utopia dava forma a una realtà comunque migliore.

Gli Offlaga Disco Pax avevano capito presto la resa di un sogno e con la loro musica e le loro parole lo hanno cantato. Questa è la sagoma di tempo che mi è rimasta:

Durezza e incanto

Immagine di una casa di campagna

3 giugno 2014

Qualche giorno fa ho visto il film Le meraviglie di Alice Rohrwacher. Daniela Brogi ne ha fatto una recensione molto puntuale e bella su Leparoleelecose, sottolineando come sia la terra fantasmatica dell’adolescenza il fulcro del racconto di Gelsomina, la giovane protagonista che vive in un casolare fra Toscana e Umbria, con la famiglia, tre sorelle madre e padre, più un bambino in affido e una compagna dei genitori. Per scelta ideologica il capofamiglia, di origine tedesca, ha deciso di darsi alla terra, all’apicoltura, creando un piccolo mondo di sussistenza, fragile e remoto rispetto al resto.

La mia infanzia e primissima adolescenza hanno avuto tanti punti in comune con quella di Gelsomina, visto che ho trascorso moltissimo tempo con i nonni materni che erano contadini, non per scelta, ma per nascita e necessità.

Dunque del film ho apprezzato molto il tono descrittivo delle attività manuali, dello stare con gli animali, con il tempo atmosferico, spesso subendolo, che è proprio di chi la campagna la vive come dimensione totale di vita, e non come luogo di evasione domenicale, come è diventata perlopiù, e per i più, oggi.

D’estate quando stavo più spesso coi nonni, conoscevo la scansione ferrea della loro giornata. Si alzavano alle 4 e mezza ogni mattina per mungere le mucche, portavano poi il latte al caseificio, pulivano la stalla, davano da mangiare alle galline e ai conigli e andavano nei campi dove c’era ora da seminare, ora da tagliare e trebbiare, ora da raccogliere. Si riposavano un’ora dopo pranzo, mentre io e mio fratello faticavamo a prendere sonno e spesso ridevamo senza ragione, sentendo i nonni russare dall’altra stanza, poi ricominciavano: di nuovo mungevano le mucche, raccoglievano le uova deposte dalle galline, pulivano il portico e la stalla, annaffiavano l’orto. Poi c’erano le varianti stagionali: la vendemmia, l’uccisione del maiale, la spalatura della neve in inverno, l’impagliatura delle sedie di cui mio nonno era un professionista. Mai un giorno di ferie, mai un momento in cui si potessero allontanare dalla casa perché dal loro lavoro e dalla loro presenza dipendevano altri animali, altre vite organiche di erba, di frutti, di coltivazioni. E la vita va accudita costantemente.

Era un’esistenza durissima, ma con una sua assolutezza e una sua giustifcazione inoppugnabile: tu devi esserci per dare da mangiare agli animali, tu devi esserci per tagliare l’erba del fosso, per irrigare i campi, per raccogliere il fieno e la legna, tutte queste mansioni avevano un senso, producevano risultati concreti.

C’era il latte, il formaggio, il miele, la cacca delle mucche e dei maiali, il foraggio, i conigli, le galline e le uova da mangiare, l’uva e gli altri frutti. Tutto questo era la vita che ti apparteneva, e prosciugava di fatica, ma non di senso: il senso era lì. Eri fra le cose, con le cose, eri fra gli animali e con gli animali. A volte penso che l’incanto di cui ancora mi scopro capace venga dagli anni passati a dare una funzione concreta ad azioni con le quali si stabiliva un rapporto con il mondo circostante: come non farsi beccare dalle galline quando davo loro da mangiare su richiesta della nonna, come riempire il cesto dell’uva più in fretta degli adulti, come sentirsi benissimo dopo una giornata in mezzo al sole dei campi, o, non potendo andare in piscina, immaginare che un prato allagato dai tubi d’irrigazione fosse un mare verde e con l’acqua bassa.

Quel mondo a un certo punto a me non bastava più, come forse non basta alla protagonista adolescente del film, e mi sento molto lontana dall’idealizzarlo. Lavorare la terra è fatica, allo stato puro. Però quell’infanzia è ancora un tesoro di cose assolute cui attingere, cose che erano la vita nella forma più espansa e forte che io abbia conosciuto.