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Memoria come ricordo personale e come memoria letteraria

La memoria degli Uffizi

"Cabinet de curiositées" di Domenico Remps (1690), Opificio delle Pietre dure, Firenze

Domenico Remps, “Cabinet de curiositées”, 1690, Opificio delle Pietre dure, Firenze.


12 giugno 2013

La storiografia artistica da Vasari in poi e la letteratura di viaggio, specie quella del Grand Tour, hanno abituato nei secoli i lettori a una prosa ricca di dettagli che vanno molto oltre la descrizione scientifica delle opere o le informazioni sui loro autori. Aneddoti, riflessioni di carattere estetico e filosofico, storie che riguardano il modo in cui chi narra ha avuto modo di conoscere i tesori d’arte custoditi in collezioni private e musei costituiscono, da sempre, il sale di testi che altrimenti rischierebbero di essere meri elenchi, dove ci si perderebbe o si finirebbe a sbadigliare anche davanti al più pirotecnico sforzo verbale di restituire un capolavoro.
D’altra parte, i moderni cataloghi dei musei, quando disponibili e attendibili sotto il profilo filologico – e di molti musei italiani si lamenta l’assenza di cataloghi aggiornati o l’assenza tout-court – sono strumenti preziosi di conoscenza in senso positivista, ma difficilmente contengono il tipo di narrazione che lega memoria personale e memoria storica nello sforzo di presentarsi davanti alle opere con delle domande, più che con delle informazioni.
In questo senso appare, invece, molto riuscito l’agile libro che Francesco Cataluccio dedica a uno dei musei più visitati al mondo, nonché principale museo di Firenze, dove l’autore è nato e cresciuto.
Non una guida, non un memoriale, ma l’uno e l’altro insieme. La memoria degli Uffizi, (Sellerio 2013), pur attenendosi con cura storica e ricchezza di riferimenti bibliografici alla progressione delle sale del museo, è un intreccio di percorsi conoscitivi scalati nel tempo della vita dell’autore e attraverso le intersezioni che la Storia ha avuto con la celebre raccolta.
La prima pagina del libro si apre con la rievocazione della visita in età infantile al museo, insieme ai genitori. Era il rito laico della domenica al quale l’autore si sottometteva volentieri insieme al fratello; il prolungamento di quel lessico famigliare fatto di giochi, indovinelli, osservazioni e ragionamenti verso i quali erano stimolati in una forma di educazione permanente, solo che a fornirne la materia erano opere sontuose nei colori e nelle dimensioni, misteriose per il tipo di figure, capaci di sollecitare l’immaginazione ben oltre il tempo della visita.
L’inquietudine per la mancanza di ombre nelle figure delle tavole del Duecento e Trecento – chi non ha ombra non ha materia e non esiste – si prolungava nella testa dell’autore bambino fino allo stadio dove andava a vedere le partite notturne: anche i calciatori sotto le luci incrociate dei riflettori non proiettavano ombre, ma svolazzavano immateriali sul campo, come gli angeli e i santi dei dipinti medievali. Da adulto questa fantasia sulle ombre avrebbe incontrato il celebre libro di Gombrich dedicato al tema.
Nelle sale del Tre e Quattrocento l’autore, accompagnando il regista Andrej Tarkovskij, avrebbe voluto fargli osservare come la raffigurazione, sullo stesso dipinto, di episodi avvenuti in tempi diversi li rendeva straordinariamente simultanei allo spettatore, mentre il regista russo notava piuttosto l’affievolirsi dello splendore delle aureole, prodromo di decadenza della fede.
La perplessità di giudizio del padre sul Tondo Doni di Michelangelo – “movimenti innaturali, figure ambigue” – diventa per l’autore adulto campo di prova per una possibile lettura psicanalitica dell’arte, ma anche la variante di un’iconografia che risale a Luca Signorelli e alla sua Madonna con bambino tra gli Ignudi, pure agli Uffizi.
Il libro è anche ricco di notazioni sulle vicende materiali dell’edificio, sul valore simbolico e su quel valore di costume di cui oggi si parla così poco proprio perché numerosi luoghi urbani hanno perso la capacità di produrre rituali aggreganti. Dell’ingresso da dietro, da Piazza del Grano, apprendiamo ad esempio che ospitava, un tempo, un chiosco dove si vendevano panini al lampredotto caldo, e che lì dovrebbe sorgere la nuova entrata, progettata fin dal 1998 dall’architetto giapponese Arata Isozaki, e mai costruita fra mille polemiche.
Del corridoio vasariano definito dal padre dell’autore “il cordone ombelicale che ci ha aiutato a liberare la città”, essendo l’unico collegamento rimasto fra nord e sud, dopo il bombardamento dei ponti nella Seconda guerra mondiale, ritroviamo un’efficace quanto spaesante descrizione, nelle parole di un membro della delegazione giovanile del Partito comunista di Leningrado alla quale Cataluccio, slavista, fece da interprete e da guida: “Sembra di stare dentro la carlinga di un aereo”.
Gli Uffizi, come tutti i musei, sono una narrazione complessa, in cui il visitatore deve fare la fatica ma anche gustare la ricchezza di costruire un proprio percorso, rifuggendo dalla pretesa di vedere tutto e tutto in una volta, ma scegliendo, ove sia possibile, gli orari meno frequentati quando non si deve lottare fra la ressa delle teste e lo scalpiccio dei piedi sui pavimenti lignei, che gemono e sopportano ogni giorno un numero forse eccessivo di visitatori.
Dalla decorazione della Tribuna ottagonale, vero cuore del museo, apprendiamo che un progetto cosmologico era alla base della raccolta:

Nei desideri di Francesco I, l’ambiente della Tribuna doveva simboleggiare il cosmo e i suoi quattro elementi: Aria (la lanterna con la rosa dei venti; Acqua (le conchiglie); Fuoco (le pareti di velluto rosso cremisi); Terra (il marmo e le pietre dure del pavimento).

E con uno sguardo allargato a fondere studio ed esperienza, l’autore ci guida attraverso le stanze che sono reali e interiori, perché gli Uffizi nelle sue pagine sono veramente un luogo in cui conoscenza, senso civico, storia e immaginazione s’incontrano:

Questa galleria è un risarcimento estetico nella sovente brutta precarietà del mondo: ti fa sentire coi piedi saldi nella Bellezza e nella Storia. E, nello stesso tempo, ti immerge in una vita immaginaria.

Francesco Cataluccio ci ha proposto, esemplarmente, il suo percorso; ma se la prima pagina riannoda al museo la memoria personale e familiare – una memoria peraltro ricchissima di stratificazioni culturali e di incontri significativi – l’ultima ci lascia una testimonianza non meno efficace, proprio nel suo essere così poco mediata dal punto di vista letterario:

Nulla può aiutare a capire meglio che cosa siano gli Uffizi di questa piccola notizia comparsa sui giornali sabato 14 luglio 2012: “Vanessa Capodieci, 16 anni, che restò ferita nell’attentato di Brindisi in cui morì la sua compagna di scuola Melissa Basso, ha subìto cinque trapianti di pelle. È uscita ieri dal centro di Ustioni dell’ospedale di Cisanello di Pisa e ha chiesto al padre di visitare gli Uffizi”.

(In una versione più breve la recensione è uscita su Alias il 20 maggio 2013)

 

 

 

L’immaterialità

Fornasetti, "Viso e fondo marino n. 2"

28 aprile 2013

Lungo un certo periodo della mia vita, per ragioni di ricerca e di lavoro, ho frequentato diversi archivi storici. Cercavo notizie relative a opere e artisti vissuti mediamente quattro o cinque secoli fa.

Questo tipo di informazioni si trova, in genere, sepolto in mezzo a contratti, note di pagamento, liste delle cose più inverosimili: il mobilio di castelli e dimore, le partite di mattoni e tavole di legno necessari per lavori edilizi, le ambascerie di corte, abbozzi di opere letterarie, lettere personali, testamenti ed eredità. E quando si dice che gli archivi sono polverosi si dice bene: la carta accoglie e produce polvere, accoglie i frammenti del mondo che la circonda, assorbe i liquidi, trattiene i capelli, il sudore delle dita, le lacrime.

Forse trattiene anche qualcosa di più. Gli impulsi e i pensieri di chi quelle carte le ha compilate, o raccolte, o conservate, o trafugate nei secoli. Impronte e tracce fisiche che rimandano a esseri in carne e ossa con una psiche, una volontà, una storia.

Un archivio storico è soprattutto un luogo fisico. Si deve andare in un certo posto per consultarlo e anche quel posto è parte della sua vita, del senso che trasmette, e della fatica. Perché il più delle volte, dopo ore di consultazione, non si trova l’informazione giusta e allora si ha l’impressione di essere stati nel luogo sbagliato (spesso ci si è pure spostati di città), magari ciò che si cercava era solo nel contenitore di documenti successivo, o sotto un’altra dicitura.

Internet ha smaterializzato questo mondo. Intendiamoci, gli archivi storici rimarranno (si spera) anche se in parte digitalizzati e quindi accessibili ovunque.

Ma per quanto riguarda i viventi l’archivio, la miniera cui attingere per trovare informazioni, per capire o scoprire, non è più o non necessariamente collocabile in un certo luogo fisico. È nella rete, come serie di informazioni più o meno ordinata, più o meno facile da reperire, più o meno sensata nei collegamenti, ma c’è, e fluttua liquida. Immateriale. Tutti noi abbiamo avatar, immagini e parole, estratti di noi stessi che vagano in rete.

Quando ho pensato che avrei voluto aprire un sito, che fosse un po’ blog, un po’ archivio di quello che scrivo e ho scritto, l’immagine che si formulava nella mia mente era uno strano ibrido: c’era l’idea della rete come un mare aperto, in cui le cose si trovano un po’ per caso, un po’ perché tendono ad aggregarsi come colonie di coralli e di alghe, ma c’era anche quella del luogo accogliente e riparato in cui si ci può fermare, perché è stato pensato per raccogliere con ordine, per fare memoria, comunicare e dialogare.

Se siete arrivati fin qui la curiosità non vi manca, buona navigazione!

Il registratore

ALTRE SCRITTURE > 2013

Per molto tempo l’ascolto della musica è stato un rituale legato alla stanza della mia casa d’infanzia definita sala: moquette turchese scuro per terra e divani in pelle marrone, un grande stereo con giradischi addossato a una parete, molto spazio fra il tavolo e le poltrone. Per conquistarmi quel territorio ci fu bisogno di dimostrare a mio padre che sapevo maneggiare con perizia la puntina, inserirla in modo appropriato nei solchi neri senza graffiare, e che mi accorgevo se c’era polvere e sapevo toglierla con un pannetto antistatico speciale, di color arancione. Avevo bisogno della sala, e del giradischi soprattutto, perché a sette anni avevo iniziato a frequentare un corso di danza classica, disciplina che con più o meno assiduità ho praticato per i vent’anni successivi. Passavo i pomeriggi a ripetere gli esercizi appresi a scuola dalla mia insegnante russa, insieme ai nomi di musicisti che nella loro grafia straniera racchiudevano il mistero di mondi che in tutto ritenevo superiori al mio. Ai valzer viennesi di Strauss si affiancarono i notturni di Chopin, le Gymnopédies di Satie, e Prokofiev e Fauré, tutti in vinile, tutti richiesti e attesi come prezioso regalo di natale, di compleanno, di promozione.

Sentivo un legame intimo fra la puntina del giradischi e la danza classica, una questione di metrica che trasformava un’esperienza tutta fisica in una miracolosamente astratta. Quando la puntina si posava nel solco entrava in un tempo speciale, slegato dalla realtà, come lo erano i movimenti che avevo imparato a fare, dotati di una loro ragione interna e di armonia, ma insensati a un occhio distante, come poteva essere quello di mio fratello, che ogni tanto veniva a sbirciare e rideva.

Poi arrivò il registratore. Mio padre ce lo depositò sul tavolo in cucina: un parallelepipedo portatile di metallo grigio chiaro, con una griglia di fori regolari da cui usciva la musica nella parte superiore, una finestrella centrale di plastica dove inserire la cassetta, munito di filo e spina, ma anche di pile. Conoscevamo già le cassette per via dell’impianto in auto, ma da quel momento in poi avremmo potuto ascoltare e registrarle dove volevamo, disse mio padre, mostrandocene una vergine e il tasto su cui premere per farlo. Mio fratello accolse con entusiasmo l’invito di REC, il tasto nero di plastica, modellato con una conchetta al centro fatta apposta per accogliere il polpastrello. Cominciò a sperimentare prima con un semplice ‘ciao’, poi con qualche verso sguaiato e qualche frase più lunga, di stampo già televisivo: ‘signore e signori, benvenuti anche questa sera …’

Io mi irrigidii. Non ci voleva un genio a capire che quell’affare poco più grande di un sussidiario scolastico, e perfino dotato di un manico, sarebbe diventato l’oggetto del contendere domestico e che avremmo lottato per poter ascoltare in camera, in bagno, ovunque, le cassette con le canzoni di Donna Summer e dei Bee Gees che fino a quel momento avevamo acoltato solo in auto. Ma c’era dell’altro. Non mi piacque il rumore di plastica prolungato emesso dal tasto per far partire la musica, o fermarla, e quando poi venne fuori che si poteva andare avanti e indietro nell’ascolto delle canzoni con quel fruscio prolungato da gatto in amore l’intera faccenda diventò sempre più deludente.

Il registratore non produceva il tempo inciso con la puntina del giradischi che per finire si sospendeva in una specie di estatico oh, mentre la stanghetta rientrava in sede. Il registratore strisciava sul tempo ed era capace di mangiarsi il nastro come pane.

Un giorno mio fratello registrò a mia insaputa una conversazione fra me e lui, quando me la fece riascoltare disse: “Fanno così anche i terroristi e i rapitori”. Di sicuro aveva una idea ben vaga dell’uso della tecnologia da parte di quest’ultimi, sui quali poi le sue, e le mie, idee dovevano essere ancora più imprecise, estrapolate dall’ascolto di telegiornali e discorsi degli adulti. Però era chiaro che con quell’oggetto, che si chiamava per l’appunto registratore e non mangianastri come quello dell’auto, era il presente a venir messo in gioco, con i suoi pericoli, la sua indefinitezza, la sua possibile sporcizia. Nessuno di noi due sapeva quanto poco impieghi il presente a ruotare su se stesso e diventare distante, ricco di sfumature e di testimonianza. E come il rumore possa, se modulato, diventare suono.

(Doppiozero, 2 gennaio 2013)