Category Archives: Mito

Note, scritture, riferimenti alla mitologia classica e non

Trasparenza

Sottacqua

9 settembre 2014

Acqua, vetro, cornee degli occhi, bolle di sapone, plexiglass, diamanti, cristalli, ghiaccio in strati sottili, carta velina, ali di libellula, velo tessuto fine sono alcuni degli stati in cui la materia è attraversata dalla luce e consente allo sguardo di passare oltre, frangersi e riflettersi.

Di questi solo l’acqua si lascia attraversare completamente e una volta attraversata siamo in un altro mondo, in un altro elemento, come si dice.

Ci penso sempre, prima di buttarmi in acqua, al mare soprattutto, sapendo che non sarà solo il contatto con la diversa temperatura a scuotermi, ma anche il passaggio a un altro mondo, dove le regole sono diverse e la massa liquida che mi circonderà equanime, pervasiva, modellabile racchiude un universo.

All’inizio c’è sempre un po’ di timore, poi vince la meraviglia per tutto ciò che fluttua, s’insegue sul fondo, fra le posidonie, gli scogli, la sabbia e i sassi, e il moto delle onde che rende la trasparenza e la visibilità un miraggio, una specie di caleidoscopio dove distanze e dimensioni sono falsate.

Io che lì sotto posso sopravvivere solo a certe condizioni – prendere aria – ogni 30 40 secondi, un minuto al massimo – e continuando a nuotare, mi dimentico di me.

La trasparenza è una strana qualità, dal punto di vista fisico, credo che esistano studi in merito e Vladimir Nabokov ha scritto un curioso libretto che s’intitola Transparent Things. La mia attrazione per l’acqua trasparente e per tutto ciò che si lascia attraversare credo venga dall’idea di poter cambiare stato, dimensione. Di poter essere altro dall’insieme di cellule che invecchia del mio corpo; al fondo credo ci sia un’idea di rigenerazione in questo attraversamento.

Per gli antichi le anime, una volta lasciati i corpi, dovevano passare nell’oceano prima di arrivare alla loro destinazione finale. Infatti sui sarcofagi romani troviamo spesso scene di thiaso marino, con nereidi, tritoni, conchiglie e genietti psicopompi.

Sull’anima ho le idee poco chiare, sulla destinazione finale ancora meno, ma è un mito molto bello e quando vedo l’acqua del mare ne sento intatta la forza di persuasione.

Apollo e Dafne

"Apollo e Dafne" di Antonio del Pollaiuolo, 1470-80, © The National Gallery London

Piero e Antonio del Pollaiolo, “Apollo e Dafne”, 1470-1480, © The National Gallery London 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 dicembre 2013

Nell’antichità greca alberi animali e fenomeni naturali erano spesso abitati da divinità o soggetti alla loro incredibile capacità metamorfica. Zeus poteva prendere le sembianze di pioggia d’oro o di nuvola per sedurre Danae o la ninfa Io.

Atena si tramutava volentieri in nottola, per apparire ai suoi protetti, Artemide poteva farsi cerva e ingannare pastori e cacciatori. La metamorfosi era repentina e reversibile, la dea o il dio ne uscivano ancora più splendidi di prima, come se la percezione liquida e diffusa del mondo consentisse loro di sgusciare attraverso le apparenze e riaffermare sempre la loro incorruttibilità, un paradosso meraviglioso: attraversare tutti gli stati della materia e le sue forme, rimanendo immortali.

Ma se a un umano capitava di infastidire un dio, violandone più o meno consapevolmente l’imperscrutabile volere, o il capriccio, finiva i propri giorni trasformato in fonte, in uccello, in pietra, in maiale, rimpiangendo con amarezza il proprio gesto.

Questa fantasia che stringe i legami fra l’organico e l’inorganico, fra l’animale e il vegetale, fra divino e mortale, esercita anche ora, che agli dèi olimpi non crediamo più da un pezzo, un suo fascino, è un modo che ci consente di pensare la prossimità nostra con il resto del creato, o per usare l’espressione del poeta Andrea Zanzotto l’eros della terra, l’eros della natura verso l’uomo e dell’uomo verso la natura. Lo squilibrio creativo/creaturale che ci rende tanto asimmetrici nella nostra condizione.

E come tutte le faccende che coinvolgono l’eros, si tratta di capire dove stia il limite, la reciprocità, il fine comune.

Le parole di Zanzotto lo dicono meglio di chiunque altro: “La natura, con i suoi paesaggi che erano giardini, erano selve, erano tutto quello che vogliamo, ha impiegato milioni di anni, con una serie infinita di piccole variazioni, di strade sbagliate e troncate, per divenire quale noi la conosciamo, nel momento in cui la osserviamo. Sia data, per esempio, una certa situazione a: ad essa siamo pur arrivati con l’ausilio di un cervello che la stessa natura ci ha fornito, una mente che può ragionare, ricostruire la propria storia. A differenza di quelli umani i “progetti” della natura non si presentano mai come “progetti”, essendo “genesi” anch’essi, poiesis nel senso più arcaico della parola, che è il far essere quello che non si prevedeva esserci: li si potrebbe allora rappresentare come una serpentina, un grande albero con i rami potati, Holzwege, strade perse o sentieri nel bosco che si perdono nel nulla. Eppure è precisamente da questo intricato processo che risulta la situazione dell’essere umano pensante e indagante, appunto la situazione a in cui si trova. (…)

L’essere umano “progetta” qualcosa di raggiungibile al di fuori dell’effettivo corso naturale delle cose: al posto di una linea rastremata, estremamente complicata, pone allora una linea retta, perché il suo è un progetto di tipo ingegnerile, mentre il mondo può anche sembrare la peggior prova in fatto di ingegneria (un buon ingegnere avrebbe forse escogitato qualcosa di meglio della catena alimentare, distribuzione in cui ci si mangia a morsi …). Questa progettazione, per così dire lineare, potrà apparire anche meno lineare di quanto lo sia il processo naturale, ma potrebbe non necessariamente provocare la creazione di un essere b rispetto al nostro stato di partenza; voglio dire che, mentre la natura da un a dove siamo collocati, attraverso giri e rigiri, potrebbe arrivare ad un punto b, noi arriviamo molto probabilmente a un a, senza scostarci dalla situazione cui la natura ci ha destinati. È solo un’immagine poetica, se lo è, e niente di più, non ho certo la presunzione di inquadrare in astratto un problema di biogenetica, ma solo di lanciare piccoli allarmi che possono giungere anche da considerazioni tutto sommato non eccelse, come questa. Ma è necessario salvaguardare quella sensazione meravigliosa che si ha nel discorrere di questo Eros a cui diamo tutte le valenze possibili, perché in effetti uno potrebbe anche innamorarsi di un albero: e non è impossibile che Apollo abbia donato a Dafne lo status di albero per poterla amare frustrato; poveraccio quanti disastri in amore ha subito! Sono molto più numerosi gli scacchi che i suoi successi, ma non è questa la sede di enumerare le discrasie di Apollo; quella di Dafne, però, resta esemplare perché Dafne è anche l’alloro, quindi il simbolo di una pseudo-eternità…” (Il paesaggio come eros della terra, ora ripubblicato in Andrea Zanzotto, Luoghi e paesaggi, a cura di Matteo Giancotti, Bompiani 2013).

 

 

 

 

 

 

Senza voce

Il racconto è disponibile in pdf con le illustrazioni di Anna Deflorian.

(Senza voce è stato pubblicato nel 2013 sulla rivista WATT Senza alternativa, all’interno del volume 3,14)