Category Archives: Mito

Note, scritture, riferimenti alla mitologia classica e non

Penelope e il regno delle donne

Immagine di Penelope da ceramica attica a figure rosse

4 novembre 2013

Il mio primo incontro con la nozione che possa esserci stato un momento nella storia dell’umanità in cui la società era organizzata e retta dalle donne, anziché dagli uomini, è avvenuto grazie a un libro molto bello della scrittrice canadese Margaret Atwood, tradotto in italiano come Il canto di Penelope.

Atwood immagina che Penelope racconti la propria storia dall’aldilà, dove passeggia nei campi elisi, brucando ogni tanto qualche fiore di croco, chiacchierando con le amiche e ricordando la vita terrena; mentre Ulisse e la bella Elena non resistono alla tentazione di tornare fra i vivi, reimmergendosi nel ciclo senza fine delle vicende, Penelope mette ordine ai ricordi e ci racconta la sua versione dei fatti. Uno spazio inedito acquisisce l’episodio dell’uccisione delle dodici ancelle da parte di Ulisse, dopo il ritorno a Itaca e la riappropriazione del trono. Che bisogno c’era, si domanda Penelope, di sacrificare quelle dodici ragazze che le erano state di compagnia e di aiuto nei lunghissimi anni di assenza del marito? Per quale ragione dopo aver subito le angherie dei Proci, dovevano pure essere passate alla lama da Ulisse e appese come funebri banderuole alle bipenni del cortile della reggia?

Atwood, sulla scorta di studi fondamentali sul diritto materno come quelli di Jakob Bachofen, ritiene che in questa vicenda si debba scorgere una vistosa traccia del passaggio da una società matriarcale, inspirata al culto dell’armonia con la natura (le dodici fanciulle, sarebbero simbolicamente i dodici mesi dell’anno solare) al diritto maschile impostosi con la violenza e il conflitto.

Chiunque abbia studiato le società matriarcali, e sono pochissime quelle oggi rimaste e molto incerte da ricostruire quelle dell’antichità, rileva un dato comune: l’assenza di conflitto, il prevalere di un’organizzazione basata su legami di solidarietà.

Per noi cresciuti in una cultura essenzialmente impregnata di valori maschili e del tutto tributaria a un sistema patriarcale, risulta molto difficile immaginare un mondo in cui i padri e i maschi non siano più i depositari del potere e dell’autorità, anche se proprio quest’ultimi sono messi in discussione e in crisi nei rispettivi ruoli da almeno mezzo secolo, in Occidente.

Molte delle mie riflessioni si sono ampliate quando ho incontrato il libro di Ricardo Coler, Il regno delle donne, (Trad. it. Angela Masotti, Nottetempo 2013), dedicato al suo soggiorno in Cina, presso i Mosuo, l’unica comunità interamente matriarcale esistente al mondo.

Su Doppiozero è stata pubblicata l’intervista che ho fatto all’autore e la potete leggere qui.

Le lacrime degli eroi

John Flaxman, "Achille trascina il corpo di Ettore", 1793 ca.John Flaxman, “Achille trascina il corpo di Ettore”, 1793 ca.

21 agosto 2013

Che gli eroi dei poemi omerici piangessero dovremmo averlo imparato a scuola, forse anche solo leggendo i brani antologizzati dell’Iliade e dell’Odissea poiché innumerevoli sono le occasioni e le ragioni per cui Ulisse, Achille, Priamo, Ettore, Patroclo, Agamennone e tutti gli altri versano lacrime abbondanti, gridano e si disperano. Il loro pianto è, d’altra parte, così espressivo e pieno di sfumature che solo una rivisitazione attenta al contesto, ai rimandi interni e alla secolare tradizione intessuta nei poemi, può riavvicinarci al senso.
È ciò che fa Matteo Nucci nel suo Le lacrime degli eroi (Einaudi 2013) calandosi fisicamente nella geografia dei luoghi, prima ancora che nelle parole di quegli uomini che ci hanno trasmesso modelli di pensiero e comportamento. Dunque: nel Ceramico di Atene, dove Pericle proruppe in pianto davanti al cadavere del figlio Paralo, ucciso dalla peste; davanti alla porta dei Leoni, a Micene, sulla soglia di una città che contiene già tutta la tragedia degli Atridi; nella stradina in discesa che dalla Pnice porta al Pireo, percorsa da Socrate e Glaucone all’inizio della Repubblica, e chissà quante volte da Platone, dopo la morte dell’amato maestro; sotto le mura di Troia dove si svolsero i duelli mortali fra Ettore, Patroclo, Achille.
I luoghi fanno le storie e i luoghi sono depositi di memoria di cui si nutrono le storie; Nucci studioso del mondo greco, e narratore, sa bene che non possiamo capire il mondo antico senza riappropriarci dei suoi spazi, reali e dell’immaginario. Il pianto occupava un enorme spazio nel mondo omerico, essendo legato alla memoria, alla percezione della finitezza umana e alla definizione dell’identità. Hannah Arendt, in un fine passaggio de La vita della mente, sottolinea che presso i Feaci Ulisse piange al canto dell’aedo Demodoco perché sente parlare di sé in terza persona, l’oggettivazione da parte altrui delle proprie sventure è fonte di identità; Ulisse sa chi è proprio mentre si abbandona a quella scomposizione momentanea di ragione, controllo e corporeità che, fisiologicamente, è il pianto.
Tuttavia, a un livello più profondo, il libro di Nucci sembrerebbe attingere il suo innesco da una domanda implicita, la cui spia più evidente è nella dedica a Zdenek Zeman: siamo disposti a concedere altrettante manifestazioni di emotività ai nostri eroi di oggi, e a noi stessi? Tutti noi cresciuti nel divieto o nella riprovazione delle lacrime, specie se pubbliche, specie se piante da un uomo?
Questo divieto, che tanto ci separa dal mondo di Omero, è indissolubile dalla negazione e rimozione della morte che la società dei consumi e dell’edonismo ha innalzato a ideologia, come spiegava già Philippe Ariès nella sua Storia della morte in Occidente, ed è la ragione per cui andiamo ai funerali con gli occhiali scuri e ci vietiamo le lacrime, a volte perfino con gli amici. Eppure non è cosa di oggi.
Anzi, Nucci ci insegna che proprio dal padre del pensiero occidentale, Platone, scaturì il più forte anatema verso le lacrime, definite materia da donnicciole, non da uomini di governo. Se Platone in cuor suo si univa alle lacrime congiunte di Priamo e Achille, nemici stretti da un abbraccio di mortalità che comprende il figlio Ettore e l’amico Patroclo non meno che loro stessi, nel XXIV libro dell’Iliade, nella realtà del suo tempo il filosofo riteneva che per educare uomini adatti al governo quelle effusioni fossero da bandire.
E così l’età perduta iniziava già con Platone e sanciva la distanza da un mondo in cui gli eroi si misuravano nella loro grandezza anche, e soprattutto, per la maniera in cui accettavano la morte e il dolore: con calde lacrime di riconoscimento, di sottomissione allo scorrere di un flusso superiore, perché nelle lacrime – liquido vitale – c’era tutta la consapevolezza dialettica di avere un corpo ed essere un corpo (mortale).
A quanto argomenta Nucci, si può aggiungere che Platone avvertì il pericolo che le lacrime incrinassero il dominio razionale su quella sfera tanto problematica che era per lui il corpo, ed ebbe consapevolezza che il pianto come gesto sociale, al pari del riso, fosse un potentissimo elemento normativo.
Il grande trasloco verso la metafisica operato dal filosofo imponeva che si diffidasse di eruzioni emotive che riportavano con forza la psiche alle sue contraddizioni. Con la stessa ambigua distanza presa rispetto alla poesia, anche le lacrime per Platone dovevano essere una rinuncia sofferta ma necessaria; chi poteva garantire della loro autenticità, del loro contenuto di verità, del loro controllo?
E noi, non siamo ancora a interrogarci sul significato profondo, sul significato vero delle lacrime del Ministro del lavoro, Elsa Fornero, piante in pubblico all’annuncio della riforma del sistema pensionistico?

(Questo articolo è uscito su Alias il 23 giugno 2013)

Senza voce

Illustrazione di Anna Deflorian per il racconto "Senza voce" di Alessandra Sarchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9 luglio 2013

Questo è l’incipit del mio racconto pubblicato nell’antologia WATT 3,14 (2013), a cura di Leonardo Luccone e IFIX. L’illustrazione, come le altre del racconto, è di Anna Deflorian. Per saperne qualcosa di più si può consultare il sito: http://www.wattmagazine.it/.
L’intero volume è dedicato alla Grecia e ai suoi miti. Non è un libro da spiaggia, è grande come un vecchio disco in vinile ed è fatto di carta bella, di illustrazioni preziose; piuttosto è un libro da dopo spiaggia, quando il sole e la luce riportano la mente a una liquidità maggiore, all’apertura che ci vuole per accogliere i sogni e le immagini.

Il sole batteva a picco sul capo ricciuto e un poco sudato di Atteone, giovane cacciatore, stirpe di dèi e ninfe, il giorno in cui vagava sul monte Citerone. Per cercare frescura s’inoltrò in un boschetto e lì sorprese Artemide, dea dei boschi e della caccia, nuda al bagno attorniata dalle sue ninfe. Non è chiaro quanto Atteone avesse desiderato e cercato questo incontro o gli fosse capitato per caso. Alcuni dicono che si fosse travestito da cervo per potersi avvicinare senza destare sospetto, ma questo sarebbe stato ben misero inganno per la dea dei boschi che fra leoni cervi orsi cinghiali trascorreva le giornate, e ora li uccideva con l’arco e le frecce ora se ne prendeva cura, con lo stesso distacco di chi controlla vita e morte, essendone immune.

Ma cos’era il destino per questo giovane cacciatore nel pieno delle forze e della bellezza?
Atteone era figlio di Aristeo e Autònoe, i quali a loro volta erano il risultato dell’unione di Apollo e della ninfa Cirene e di Cadmo, fondatore di Tebe e domatore di mostri, e di Armonia la leggiadra figlia nata dagli amori di Ares e Afrodite. Essendo nipote di Apollo, Atteone aveva come prozia Artemide stessa, che di Apollo era sorella gemella. Una linea di luce pura, di fierezza e di sovrano distacco, di dominio delle passioni gli scorreva nel sangue. E il saggio centauro Chirone, suo maestro, doveva averla coltivata nell’istruire il discepolo. Ma un’altra vena divina era innestata nel suo corpo mortale: Autònoe sua madre, letteralmente colei che pensa da sé, era sorella di Semele madre di Dioniso, dio degli eccessi e dei furori viscerali, di cui Atteone era dunque cugino.
Fra la superiorità pura dell’intelletto e l’immersione vitale Atteone muove passi incerti, in un luogo di cui peraltro conosceva ogni dirupo e anfratto, e non sarà un caso che il monte Citerone sia al confine tra due regioni: Attica e Beozia. Ciò che le fonti chiamano destino, dovette essere per Atteone la scoperta di un passaggio, di due alternative opposte e di una soglia definitiva.