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Fisionomia di un territorio, interazione con l’uomo, percezione dell’ambiente e sua rappresentazione

Villaggi e ‘viaggi’ industriali in Emilia Romagna

Massicciata della ferrovia dismessa di Modena

23 aprile 2016

Da piccola, negli anni ’70, ho trascorso molti pomeriggi nel cortile di una fabbrica che produceva tappatrici per bottiglie e altri articoli da ferramenta. Mia madre lavorava lì come contabile e segretaria e se, dopo la scuola nessuno poteva badarmi, la seguivo in ufficio, due stanze con bagno al piano terra di una casa che era quella dove i proprietari dell’impresa risiedevano, nell’ala a fianco e ai piani superiori. Però io da lì uscivo subito. Vagavo per tutto il pomeriggio, almeno finché non faceva scuro, tra i resti delle lavorazioni ammassati in un gran mucchio di filamenti gommosi colorati che si potevano plasmare e che quindi m’impiegavano le mani e la fantasia a lungo, o tra certe armature di metallo che per le proporzioni e la corrosione della ruggine si prestavano a diventare archi di un castello, porte magiche per attraversare le epoche.

La solitudine la sentivo solo quando mia madre mi richiamava dentro, spesso in coincidenza con l’ora di uscita degli operai dalla fabbrica, quando suonava una flebile sirena a liberare una decina di uomini in tuta blu, le mani macchiate di nero; gettavano saluti al buio e sbattevano le portiere delle auto parcheggiate in fila. Il rumore secco e ripetuto col quale gli operai si lasciavano alle spalle la fatica per tornare a casa o alla vita fuori dalla fabbrica, sagomava la misura del tempo che avevo passato là fuori, nel cortile dove nelle crepe del cemento spuntavano ciuffi di camomilla tra i quali si inseguivano le lucertole, mie uniche compagne di gioco. Poi lasciavamo anche noi quel posto e percorrevamo in auto la strada in cui sfilavano un’autocarrozzeria, un grande capannone con attrezzi agricoli e trattori in esposizione, un campo incolto ma recintato, un’altra fabbrica di cemento e prodotti edilizi. Mentre piano piano il paese della Bassa padana in cui vivevamo ci riavvolgeva con le sequenze di case, portici medievali e negozi, mi domandavo cosa sarebbe successo nelle ore successive al cortile vuoto, al capannone di fianco, a tutta quella via che era il villaggio artigianale, che mi pareva già così vuoto di giorno e che chissà cosa diventava di notte. Eppure era tutt’altro che vuoto, anzi in febbrile espansione in quegli anni.

La definizione di villaggio imparata a scuola diceva che si trattava di un insediamento di modesta entità, anticamente sprovvisto di un piano urbanistico, ma legato ad alcune attività lavorative, non diceva nulla riguardo al fatto che potesse essere un luogo che si trasformava, che l’energia compressa del lavoro o la sua potenzialità creativa potevano diventare una solitudine così vasta e imprevedibile da non essere contenuta nella parola stessa. All’epoca non avevo ancora in tasca il termine che in seguito mi avrebbe accompagnato spesso nell’attraversare il paesaggio industriale, una parola che mi sarebbe arrivata sovraccarica di connotati filosofici, economici e psicanalitici accumulati lungo tutto il Novecento: alienazione. Il corrispettivo per me di cemento che si sgretola nei cortili, di strade che non vanno da nessuna parte se non nel retro di una fabbrica, di posti dove la gente entra ed esce a orari fissi ed è come se non fosse mai stata lì, o avesse preferito non esserci, di aree carico-scarico, di aiuole dove nessuno ha mai raccolto un fiore, di case attaccate al capannone, o costruite sopra la fabbrica, intorno i panni stesi su un filo, le tende alle finestre, un’auto parcheggiata davanti all’ingresso, la cuccia del cane e il suo abbaiare.

Dagli anni settanta del secolo scorso a oggi gli spazi occupati da attività industriali e manifatturiere, ma anche solo dal deposito e transito necessario ai mezzi di locomozione di entrambe, sono cresciuti per tipologia ed estensione, in alcuni casi hanno cambiato il nome in distretti, comparti, zone, forse perché era evidente la distanza che li separava da quelli costruiti a fine Ottocento e nei primi anni del Novecento. Come il villaggio Crespi D’Adda, edificato a partire dal 1878 dall’industriale del tessile Cristoforo Benigno Crespi a Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo, dove in un reticolato geometrico erede tanto della tradizione francese che di quella inglese, vennero disposte dall’architetto Ernesto Pirovano e dall’ingegnere Pietro Brunati la fabbrica, i magazzini, le case degli operai con i loro giardini, un ospedale, un teatro, una palestra e una scuola, gli edifici residenziali più nobili destinati ai dirigenti, la casa padronale circondata da un parco, e la tomba di famiglia, il tutto in morbido stile eclettico. Intorno al 1990 questo complesso, ancora attivo e abitato, rischiava di venire invaso da ulteriori costruzioni per le quali il Comune aveva già dato la concessione edilizia. Si costituì un comitato per l’iscrizione nella lista Unesco e nel 1995 tutta l’area coi suoi fabbricati e il verde intorno venne dichiarata Patrimonio dell’Umanità.

Un altro esempio è il villaggio Olivetti iniziato a Ivrea da Camillo, fondatore della fabbrica di macchine da scrivere, e ampliato poi dal figlio Adriano, fino alla morte nel 1960, coinvolgendo alcuni tra i più importanti architetti e urbanisti del razionalismo italiano: Luigi Figini, Gino Pollini, Annibale Fiocchi, Marcello Nizzoli e Luigi Piccinato. L’armonia, termine caro a Olivetti, nella ricerca di un rapporto vivibile fra spazi lavorativi e residenziali, fra verde e costruito, fra servizi agevolati alle famiglie e partecipazione alla vita aziendale, è ancora così ben percepibile che anche il complesso Olivetti è diventato nel 2001 un percorso museale. Tali occorrenze, che già quando nacquero costituivano delle semi-eccezioni frutto di un industrialismo illuminato piuttosto episodico nella tradizione italiana, sono diventate non a caso musei di se stesse, esempi di archeologia industriale, realtà istruttive e affascinanti quanto si vuole, ma appunto relegate al perimetro di una memoria che ha bisogno di essere recintata per sopravvivere.

Comunque, in Emilia Romagna, a molte delle aree industriali venute dopo a partire dal dopoguerra, ma con un’accelerazione rilevante negli anni ’90 a causa di alcune leggi che di fatto incentivavano la costruzione anche immotivata di capannoni, è rimasto appiccicato il nome di villaggi, vuoi perché si sviluppavano da precedenti insediamenti artigianali e con questi coesistevano, vuoi per nostalgia dell’idea di comunità laboriosa all’origine di quel conio linguistico. Ciò che manca in verità ai villaggi industriali è proprio, anche se non del tutto, una comunità di persone che vi si riconosca, e che li senta propri. Dico non del tutto, perché a percorrerli questi luoghi ci si accorge che c’è sempre qualche bambino che s’inventa il mondo a modo suo in un cortile, un bar in cui chi lavora da quelle parti spezza la giornata, siti in rete in cui si raggruppano comitati e si auspica un rinnovamento, un recupero funzionale, investimenti congiunti da parte di privati e Comune.

I villaggi industriali che occupano porzioni di suolo ben maggiori rispetto ai centri storici e danno la forma al nostro presente, producendo i beni materiali che consumiamo, abolendo la demarcazione una volta netta fra campagna e città, sono sempre uno spazio da riqualificare, da ripensare, da sottrarre a un degrado conclamato o incipiente. E io vorrei capire perché.

Partiamo dalla via Emilia, l’antica strada romana che solca la regione da Ovest a Est inanellando tutti i capoluoghi di provincia. Senza saperlo è diventata il più grande villaggio artigianale-industriale disseminato. Da Piacenza a Bologna – perché poi verso la Romagna la densità si abbassa – su entrambi i lati, nord e sud, attività commerciali, saloni espositivi, fabbrichette, capannoni s’intervallano senza regola a sopravvivenze agricole, qualche antica villa pudicamente arretrata rispetto alla strada, centri storici che per me sono un sollievo, quando li attraverso, perché almeno lì so dove mi trovo. Per il resto è difficile dire se si è alle porte di Parma o verso San Lazzaro, fuori Bologna. È quasi tutto uguale, raramente interessante dal punto di vista architettonico e, persa l’euforia espansionistica delle scorse decadi, anche piuttosto triste. Moltissimi sono i capannoni svuotati, privati del nome dell’azienda che prima li occupava e ora distinti solo dall’insegna a caratteri cubitali: vendesi o affittasi. Il protrarsi della crisi ne stinge i colori, dilava i numeri che diventano illeggibili, la siepe – di fotinie, piracanta o lauro ceraso – che più nessuno taglia nel frattempo si è trasformata in ricettacolo di sacchetti e bottiglie di plastica, ma a volte ci si vede pure una scarpa, un sandalo rotto, una sdraio sfasciata.

Dal 2008 al 2011 la cessazione di attività industriali in senso stretto è stata pari a un –20% con una forte ripercussione su tutta l’economia della regione che concentra in questo settore il 28,4% del proprio Pil con un numero di imprese che si aggira intorno alle 46.800 unità. Negli anni successivi il segno negativo è stato un po’ meno forte ma sempre rilevante, con un fallimento di aziende oscillante fra le 1102 unità del 2013 e le 780 del 2015.

Si è creato un paesaggio inedito: anche le case sono messe in vendita, quelle case un tempo ambite perché affacciate, letteralmente spinte sull’orlo del principale asse viario, oggi faticano a reggere il confronto con il rumore costante, l’inquinamento, la disomogeneità estetica frutto della mancanza di un piano generale e di cultura architettonica, e se nessuna attività le riempie si lasciano andare a un destino di abbandono. Negli ultimi due anni il calo delle vendite e degli affitti degli immobili a uso produttivo è stato del -8,5% e del -19% in quelli destinati a uso commerciale.

L’abbandono può anche essere un modo rivelatore e prezioso di uscire dal tempo, di annunciare la fine di un’epoca, ma qui in una regione che occupa il terzo posto in Italia per capacità di esportazione, ha la pressione antropica di Pechino e la ricchezza economica e di servizi, nonché il tasso di occupazione delle zone nordiche d’Europa, che significato si può dare alle fabbriche dismesse, alle saracinesche chiuse, ai magazzini blindati che a macchia di leopardo si diffondono? Si tratta di sfortune individuali, di esuberanze del sistema, dell’inevitabile fine di un modello di sviluppo irrazionale perché tendente all’infinito? E nel frattempo – per quanto tempo? – quelle vetrine, quelle fabbriche, quelle attività rimarranno fantasmi di ciò che sono state? I cicli economici non hanno la regolarità e continuità delle stagioni, con ogni evidenza, e forse lasciano macerie non così facili da decifrare, poiché comunque secondo i dati Istat l’Emilia Romagna continua a essere la settima regione in Europa per produzione manifatturiera.

Se dalla via Emilia mi sposto dentro un villaggio industriale vero e proprio come le Roveri, il più grande di Bologna, situato lungo l’asse che sul lato nord della città porta verso la pianura e addossato alla stazione treni terminale di scarico merci, l’assetto cambia, è quello di una maglia di strade che nei nomi portano una vocazione un tempo specifica: via dell’Industria, via del Fresatore, via del Muratore, via del Fonditore, via del Vetraio, via del Legatore, via del Battitore, ma anche vicolo dei Prati, via Bassa dei Sassi, via delle Biscie a ricordare la prossimità con la campagna o con l’incolto. Il toponimo stesso, Roveri, lascia pensare che un tempo qui ci fosse un bosco di querce di pianura.

Il villaggio, percorso nella calma sonnolenta di una domenica mattina di fine febbraio, ha la dignità straniata dei posti tenuti in ordine per la ripresa del lavoro settimanale e, al momento, deserti. A confronto con l’incombenza caotica che regna sulla Via Emilia, qui le fabbriche e i capannoni sono arretrati, un’ampia area di rispetto è stata osservata sui fronti stradali, per cui oltre a grandi cortili, ci sono viali alberati con platani e tigli. Lo spazio che separa i fabbricati in certi punti è solenne, immaginato per imponenti manovre, anche se l’impressione è che una grande industria non vi abbia mai trovato posto, ma che l’artigianato si sia affiancato alla logistica e ai trasporti, del resto la dimensione media delle imprese emiliane vede 4,1 addetti che salgono a 10,5 nel settore propriamente industriale.

Nel vasto silenzio delle fabbriche chiuse, avvisto due uomini che corrono in tenuta sportiva, controllando qualcosa che deve essere un cardiofrequenzimetro legato al polso, lungo uno dei viali più larghi con un ampio marciapiedi tramato dalle ombre pallide dei rami di platano, sullo sfondo un timpano post-moderno si staglia contro il muro di un edificio divelto. Chi l’ha detto, dopotutto, che di domenica mattina, da queste parti, debba esserci più smog che altrove.

Arrivo nel cul de sac di una strada dove affacciato su un campo d’erba si erge un capannone di nuova costruzione e vuoto, fuori il solito cartello vendesi affittasi, uno dei circa 3500 immobili a destinazione manifatturiera stimati sfitti in regione. Ritorno alla rotonda dove mi era sfuggita una baracchina, un po’ delabré, ho l’impressione che qui d’estate vendano piadine e cocomeri e mi colpisce che in un posto in cui la parola scritta è usata solo per indicare le cose – a destra uffici, a sinistra corrieri, cementi, parcheggio – spunti un’allocuzione personale, politica ed enigmatica: “Salvini stai attento!”, spray rosso su un muro color rosa porcellino.

Abbasso il vetro dell’auto per sentire l’aria che non sa di niente in particolare, e mi accorgo che dall’altro fianco della strada tra un appartamento costruito al piano superiore di una fabbrichetta di gomme e un capannone, si apre un campetto di erba, intatto e vuoto. Non più di duecento metri quadrati di erba su cui non si è voluto o potuto costruire, una presa d’ossigeno per il suolo, sorvegliata da una telecamera che monitora dal tetto. Proseguo in quella via delle Biscie che a tutti gli effetti serpeggia tra due fossi e sembra aperta campagna con alcuni antichi edifici di tipo colonico; qui nel 2008 si volevano trasferire le casette prefabbricate usate a Torino per le olimpiadi invernali del 2006, ad uso di operai emigrati. Ci fu una sollevazione del comitato delle Roveri e le casette, a quanto pare non furono mai impiantate. Abitanti e imprenditori temevano che si creasse una situazione di spaccio di droghe e degrado come quello che si era creato intorno al centro sociale, Livello 57. Ma se capisco benissimo che edifici vuoti possano interessare a chi è senza un tetto e sulla strada, faccio più fatica a capire come possa essere vantaggioso lo spaccio in una zona frequentata prevalentemente da lavoratori e non così ben servita dai mezzi pubblici. È forse il fantasma dell’ex Manifattura Tabacchi costruita da Luigi Nervi, da tempo abbandonata in attesa di diventare un Tecnopolo, ma per ora infestata da spacciatori nord-africani, ciò che terrorizza i membri del comitato Roveri? Me lo domando mentre arrivo alla rotonda in cui hanno installato un’opera che celebra il lavoro: su un traliccio semicircolare figure ritagliate in metallo nero: la modista, l’elettricista, il carpentiere, c’è perfino un liutaio. Un’evocazione dei mestieri da sussidiario invecchiato, che ancora una volta tradisce ogni legittima aspirazione di questo Paese a essere dentro il proprio tempo. La targhetta indica la data 2004. Nel frattempo il lavoro è cambiato così tanto da far sembrare antiquate quelle figurette, forse già inadeguate dodici anni fa.

Eppure qui c’è tutto lo spazio e mentre penso la parola spazio, mi si sprigiona dentro l’allegria infantile mista a sgomento che mi prendeva nelle interminabili peregrinazioni per scoprire la città, Los Angeles, quando vivevo in California e mi rendevo conto che nella percezione del paesaggio c’era la proiezione della psiche, delle sue paure, dei suoi schemi, delle sue strutture più profonde davanti a tutta quella diversità rispetto ai luoghi in cui ero cresciuta. Educati all’idea di un centro e di una geometria spaziale che gli ruota intorno, fra piazze e vie, è difficile pensare per gli Europei, e per gli Italiani in particolar modo, che il centro non ci sia. I nostri villaggi industriali, che erano una grande opportunità di libertà costruttiva, sembrano sempre orfani di qualcosa, e anche quando sono moderni e funzionali, come questo, lo sono senza convinzione.

Una volta fuori dal villaggio Roveri ho un momento di esitazione. Dalla tangenziale che è sopralevata si vede scintillare l’Appennino, quest’anno tardivamente innevato, prendendo a est si va verso Ferrara o Ravenna con i loro poli petrolchimici, che da lontano hanno la sulfurea apparenza di pinnacoli torrette e cilindri avvolti da miasmi. A sinistra verso ovest, si va verso Modena con i suoi distretti delle ceramiche e delle piastrelle, che tanto piombo hanno sedimentato nei polmoni degli abitanti lungo la valle del Secchia. Il biancore di torrone delle montagne, insolitamente visibili e nitide, mi pare l’unico argine al primato d’una dispersione delle attività produttive che fa sì che le aree industriali in Emilia Romagna siano più di 700 per un’estensione che supera i 30.000 ettari. Siamo nella più vasta pianura italiana ma la terra per coltivare il foraggio necessario alla produzione del Parmigiano Reggiano scarseggia.

Decido di dedicare la prossima perlustrazione al villaggio artigianale-industriale di Modena Ovest, dove il Comune ha dichiarato di volere recuperare, riqualificare, ecc. C’è perfino una tratta di ferrovia da sradicare e una discarica da bonificare, stando alle notizie riportate sul sito web.

L’aspetto, appena imbocco via Gassendi, è quello di un ibrido tra le periferia urbana fitta di condomini post-bellici e l’insediamento artigianale. Tutto è stretto, piccolo, fatto un po’ al risparmio, un po’ come capitava. Il modello, se ha senso parlare di un modello, è quello della piccionaia. Recinzioni tirate su con materiali di recupero rattoppati insieme, alberi che caparbiamente crescono in mezzo alle recinzioni distorcendole ancora di più, aree di manovra in cui a stento passa un furgoncino, ma di quelli piccoli. Sembra impossibile che da queste parti abbia sede la casa editrice Panini, nota a tutti i bambini italiani di diverse generazioni per le figurine incollabili di cartoni animati e calciatori, eppure, eccola apparire appena si svolta in Via Emilio Po: di colore arancione con la classica copertura prefabbricata a shed, un edificio anonimo non fosse per l’insegna con l’omino corrazzato e piumato che corre lancia in resta. Dall’altra parte della strada un parcheggio con le file delimitate da stecche di tigli. Superata la Panini m’infilo in una via di cui non ricordo il nome e trovo l’ennesimo edificio abbandonato, occupato, devastato e ora più o meno blindato, ma l’abbandono non deve essere troppo remoto, perché in quel che rimane dei vasi di cemento davanti all’ingresso spuntano i bulbi di giunchiglie in procinto di fiorire. Quanto durano i bulbi in un vaso se nessuno li annaffia?

Procedendo verso la massicciata della ferrovia che finalmente ho individuato – ma non era difficile, le strade vi sono addossate a pettine – rallento davanti a un gruppetto di uomini dalla pelle scurissima, di varia età, vestiti a festa con completi lucidi e sgargianti, stanno sul bordo della strada, discutono animatamente di fianco a un pulmino dove c’è scritto “God is Love”, la stessa scritta accompagnata da altre che fatico a decifrare si trova sulla porta di quello sembra a tutti gli effetti il retro di un capannone, ma che deduco sia diventato la loro chiesa, quando abbasso il finestrino e sento la musica e i canti che ne fuoriescono. Chiedo il permesso di fare una foto e loro m’invitano, molto sorridenti, a entrare. Li saluto e procedo. Più avanti una donna con un abito a stampa africana dai colori che ti rubano gli occhi, le treccine a torre sulla testa, si sta aggiustando le scarpe col tacco. Immagino che stia per raggiungere i suoi amici, la sua comunità, perché qui a tutti gli effetti, e contro ogni previsione, ce n’è una.

Sfilo davanti a una fonderia che coi tubi a vista di colore azzurro ricorda il retro del centre Pompidou a Parigi. Poi trovo anche la discarica e un’ironia involontaria di cartelli comunali che da un lato indicano la presenza poco più in là di un’isola ecologica, dall’altro vietano di abbandonare rifiuti. Distanti non più di trecento metri, appartamenti colorati di un complesso nuovo, dignitoso nelle forme, nelle aperture, nei volumi. Chi ci abita vede tutto questo: la massicciata effettivamente liberata dalle traversine di un tratto di ferrovia soppressa, una discarica abbandonata, di lato la fonderia, chi sta in alto probabilmente anche l’Appennino. La giornata s’è fatta luminosa, qualcuno sta bruciando della gomma, se ne sente l’odore invadente.

In rete ho letto che di questo lungo tratto dismesso di ferrovia vorrebbero fare una passeggiata nel verde come la magnifica Highway di New York, in cui sono stata qualche anno fa, poco dopo l’inaugurazione del primo tratto. Provo a immaginare la massicciata liberata dalle pietre e ripulita, un lungo percorso in cui si corre, si passeggia, ci si ferma a chiacchierare, si sosta su panchine all’ombra di siepi di bambù e specie arboree autoctone cresciute di fianco alla fonderia a ingentilirla, a mangiarsene le polveri, e magari ad ascoltare i gospel domenicali di una comunità africana che forse sarebbe felice di aprire la porta, se potesse farlo. Credo che molti gioirebbero di tutto ciò, che molti dedicherebbero anche del lavoro volontario per realizzare un simile progetto, pur di non vederlo arenato tra le secche di un cambio di giunta, tra gli stralci di appalti poco limpidi, perché questo è il rischio sempre incombente in Italia; di certo lo vorrebbero gli abitanti delle ridenti case con affaccio sull’attuale discarica, e probabilmente anche quel signore che mi ha doppiato per la seconda volta. Incontrato all’ingresso del villaggio, spinge un carrello basso, trasporta un enorme contenitore di plastica dove fluttua un liquido verde. A piedi si deve essere fatto un chilometro, avanzando verso l’isola ecologica, di domenica mattina, mentre la maggior parte degli italiani si sta mettendo a tavola. Seguo per qualche minuto con lo sguardo il suo procedere regolare a bordo della strada e immagino che sia un piccolo imprenditore, con una fabbrichetta che impiega pochi operai, la casa costruita attaccata al capannone, il garage di fianco, ‘chi lavora in proprio, lavora sempre’ come ritornello che lo accompagna da una vita; la tipica microeconomia su cui si è retto per anni il Paese e che ora boccheggia sotto l’urto della globalizzazione. Al palo di quei 4,1 addetti dell’impresa media che per reggere la concorrenza e crescere – dicono gli analisti – dovrebbe essere ben più strutturata.

Per uscire dal villaggio, e raggiungere di nuovo l’autostrada verso Bologna, bisogna salire su un cavalcavia, dall’alto rivedo il luogo in cui sono appena stata, il suo snodarsi indefinito, fra residui di un’economia non più esistente e impianti ancora vitali, un tessuto mai isotopico che con fatica cerco di ricucire a quello che l’orizzonte pure accoglie: la guglia elegantissima della Ghirlandina, il campanile trecentesco del Duomo, un altro monumento Unesco.

Ricucire, ritessere, rammendare, questi sono i verbi umili e declinati nei secoli al femminile, perché conoscere il proprio tempo è sempre un problema di spazio.

(Questo articolo è uscito sul numero 12 di Pagina 99 del marzo 2016.)

Sulla panchina

Panchine

23 settembre 2014

«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata. È vacanza a portata di mano. Sulle panchine si contempla lo spettacolo del mondo, si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo.»

Così lo scrittore Beppe Sebaste, in un fortunato libretto della collana “Contromano” di Laterza, Panchine, pubblicato per la prima volta nel 2010 e ora giunto alla sua quinta edizione, definiva l’oggetto che è anche al centro dell’indagine del recente libro di Michael Jakob pubblicato da Einaudi.

Beppe Sebaste sottolinea a più riprese il valore politico e civico di un luogo di sosta che, essendo di tutti e per tutti è anche l’espressione di una comunità che si concede tempo per conoscersi, pensare, parlare. Dunque un segno di civiltà. Basterebbe pensare alle recenti polemiche sorte perché un sindaco del Nord Est ha deciso di eliminare le panchine dal centro del proprio paese allo scopo di evitare che gli extracomunitari vi sostino sopra, per capire quanto l’aspetto di civiltà conti in quest’oggetto che è molto di più di un semplice arredo urbano. Il libro di Michael Jakob, Sulla panchina. Percorsi dello sguardo nei giardini e nell’arte (Einaudi 2014) esamina i molteplici aspetti di questo oggetto, a metà fra la fruizione pubblica e quella privata, in relazione alla storia dei giardini, del gusto e del paesaggio. Alla funzione primaria, urbana e concepita per regolarizzare rapporti di incipiente democrazia e condivisione della cosa pubblica quali si vennero realizzando nell’Italia dei Comuni lungo il Trecento, si ricollega anche Jakob osservando come tale funzione non fosse mai disgiunta – e questo fin dall’antichità a Pompei o ad Agrigento per esempio – da una precisa volontà di offrire una veduta programmata dello spazio. Le panchine che sorgevano come costole dei palazzi pubblici e signorili, e talvolta anche delle chiese, in tutto il Centro Italia alla fine del Medioevo offrivano una vista privilegiata e focalizzata dello spazio urbano, tale per cui risultavano immediatamente chiari i rapporti politici e di forza.

Evoluzione assai sofisticata di questa lontana matrice è invece la serie di panchine che troviamo nel giardino di Ermenonville, residenza di caccia e di ritiro in campagna con un giardino all’inglese, realizzata dal marchese René de Girardin tra il 1762 e il 1775.

Qui il gusto per il pittoresco, ovvero di una natura non geometricamente regolata come nei giardini all’italiana, ma accortamente predisposta a suscitare una meraviglia spontanea, incontra la funzione contraddittoria delle panchine: nate come complemento alla vita urbana, le panchine si ritrovano ad essere simulate da fondi muschiosi, da rialzi naturali opportunamente sfruttati per godere la miglior vista all’interno di percorsi che sono panoramici e introspettivi per il promeneur alla ricerca di sé e di un contatto vivificante con la natura, secondo la diffusa sensibilità rousseoiana.

Il massimo dell’artificio si sposa dunque alla massima pretesa di naturalezza. A coronamento di questo progetto avviene un fatto imprevisto e altamente simbolico, Rousseau ospite della tenuta e del marchese de Girardin a partire dal maggio 1778 vi muore il 2 luglio dello stesso anno. Su un’isoletta popolata da alti pioppi cipressini viene allestita la sua tomba, che da quel momento in poi diviene il fulcro della promenade all’interno della tenuta. E quando il pellegrinaggio all’isola diventa eccessivo e quindi proibito, la panca delle madri di famiglia posta sulla riva opposta assume il ruolo di punto di contemplazione privilegiato. Riflessione sullo scorrere del tempo, elegia, introspezione, contatto con la natura, identificazione con un uomo circondato subito da un’aureola di santità laica, questi gli elementi che tantissimi visitatori, fra cui potenti, reali, capi di stato e intellettuali da tutta Europa, cercano nella visita a Ermenonville e nella vista della tomba di Rousseau, celebrata da componimenti e incisioni innumerevoli. La panca delle madri di famiglia, con la sua iscrizione che inneggia alla vita, è il punto di osservazione ideale di una passeggiata che è una forma di viaggio interiore che si confronta con la morte. Paradossalmente la fama del luogo non viene meno quando la tomba di Rousseau è trasferita al Pantheon, e si crea quasi un culto dell’assenza, un culto dell’immagine che continua a racchiudere il desiderio dei visitatori, tanto che Jakob la definisce pre-televisiva.

Questa macchina che include monumenti simbolici, disposizione del paesaggio e panchine messe ad arte per poterne opportunamente godere ha un illustre precedente nel giardino voluto nel Seicento dal principe Vicino Orsini a Bomarzo. Tra mostri di pietra e animali esotici scolpiti sono disposte infatti lunghe panche, piene di iscrizioni o dalle terminazioni metamorfiche, dalle quali è possibile avere una vista ‘guidata’ al giardino per coglierne i rimandi letterari e mitologici. D’altro stile, invece, e con una funzione diversa sono le panche disposte da Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi artefice della reggia di Caserta e del giardino monumentale che culmina nella grande cascata, nell’altro giardino che si apre dietro la cascata: qui la vegetazione non è più rigorosamente regimata come nella parte principale, e una serie di panche molto basse sagomate su un marmo che conserva segni dell’estrazione e mima nodi e fronde avvinghiati. Da queste panchine non si ammira nessuna vista privilegiata, sono troppo basse per porsi all’altezza di un punto di fuga prospettico. In questo modo, argomenta Jakob, Carlo Vanvitelli, prendendo le distanze dal padre, porta al culmine la contraddizione del dispositivo panchina, quale si era già enucleata nel giardino di Ermenonville, fra tensione massima alla natura e artificio dissimulato.

La panchina è anche luogo di rappresentazione ufficiale di individui: dal musico Mezzettino di Watteau ai Coniugi Andrews di Gainsborough, fino al ritratto seduto di Puškin e alle fotografie di Tolstoj a Jasnaja Poljana, e a quelle di Lenin a Gorki Park, la gamma dei soggetti e i loro possibili messaggi orchestrati anche grazie al supporto sul quale siedono è davvero estesa.

Se ci si siede per concedersi relax e quiete, come gli aristocratici ritratti sullo sfondo della loro campagna inglese, si comunica un messaggio molto chiaro sul proprio ruolo sociale e sul posto che la proprietà della campagna occupa nella costruzione di tale identità. Le numerose immagini fotografiche di Lenin seduto sulla panchina della dacia in cui si ritira negli ultimi anni di vita giocano con le possibilità scopiche e semantiche messe in luce da questo oggetto nelle rappresentazioni dei secoli XVIII e XIX. Mentre in precedenza la panchina serviva per fissare, un paesaggio, l’orizzonte, un monumento, è ora lei a fissarci attraverso lo sguardo sornione del leader rivoluzionario puntato verso l’obiettivo o nella tragica assenza del leader medesimo nel film di Dziga Vertov, Tre canti su Lenin. La panchina deserta, come nel celebre dipinto di Manet La panchina (1883), parla della malattia e della morte ma anche del potere lasciato, del potere vacante e presto sussunto da Stalin, non a caso ritratto sulla medesima panca insieme a Lenin. E non a caso, in una catena di trasmissione iconografica ininterrotta, l’incontro fra il leader russo Putin e il primo ministro Medvedev è stato immortalato fotograficamente in una panchina in mezzo alla natura, riproposizione di un idillio da cui la storia ci ha insegnato a diffidare.

A un significato tutto diverso rimanda invece la scena finale de L’avventura di Antonioni girata su una panchina: qui i due amanti inscenano il fallimento di una relazione amorosa, la panchina è il luogo da cui l’agonia dell’eros moderno viene decretata: è un luogo di spaesamento e spossessamento.

Il saggio di Jakob termina su due panchine pubbliche, quella del Parc Güell a Barcellona e quella del parco della villa Durazzo Pallavicini a Genova Pegli. Da entrambe si può osservare una porzione di città: mentre quella barcellonese si proietta sulla città di cui costituisce una parte fondante dell’identità moderna, quella della villa genovese intercetta la non-architettura dei raccordi stradali e della crescita industriale disseminata, una veduta non prevista, ma di cui la panchina fornisce l’eloquente supporto: alle spalle un mondo di bellezza, davanti un mondo di complicato e discutibile sviluppo urbanistico.

Silvia Urbini, Somnii explanatio

Recensione al libro: Silvia Urbini, Somnii explanatio. Novelle sull’arte italiana di Henry Thode, Viella, Roma 2014

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La storia dell’arte si è specializzata come disciplina di studio e di insegnamento in maniera esuberante lungo tutto il corso del Novecento, eppure dopo stagioni di ricerche accanite, di campagne di schedatura e catalogo del patrimonio sul territorio italiano purtroppo non sempre sfociate in strumenti di consultazione accessibili, l’impressione è quella di avere un’arma spuntata in mano: la connoisseurship specialistica ha sempre meno forza di attrazione, gli studi postdisciplinari rischiano di perdere la specificità di approccio e di metodo storico, su entrambi poi grava una domanda ancora più stringente: quale tipo di cultura visiva e storico letteraria è quella più adatta a comprendere la complessità del passato e porla in un raffronto efficace e vivo col presente? O meglio ancora, come si costruisce quel tipo di cultura? Il libro di Silvia Urbini, Somnii explanatio. Novelle sull’arte italiana di Henry Thode, ha il merito di affrontare questa complessità a partire dagli studi e dalla biografia di Henry Thode, molto noto agli storici per i suoi lavori su San Francesco e le origini del Rinascimento italiano, nonché per i tre volumi su Michelangelo, ma finora mai affrontato nella tridimensionalità dei suoi interessi e alla luce della peculiare coincidenza che lo portò ad essere proprietario di Villa Cargnacco sul lago di Garda poi divenuta il Vittoriale degli Italiani, una volta espropriata dal governo e acquistata nel 1918 da Gabriele D’Annunzio. È dunque tra le vestigia del gusto e delle opere appartenute a Thode, oltre a quelle di D’Annunzio, che il visitatore percorre oggi gli ambienti del Vittoriale, in una sovrapposizione di destini e di sensibilità che l’annotazione della ballerina americana Isadora Duncan, per breve tempo amante di Thode, così sintetizza: “La potenza spirituale di Henry Thode era così forte che in mezzo a questi inverosimili rapimenti e a questa felicità di smarrimento, quando mi teneva dei discorsi sull’arte egli poteva svegliare in me l’attenzione della pura intelligenza. Io non lo posso paragonare che a un altro uomo sulla terra: a Gabriele D’Annunzio”.

In questa villa dotata da Thode di una cospicua biblioteca, più di seimila volumi, e di una fototeca ragguardevole, più di quattrocento stampe in grande formato, lo studioso tedesco, sposatosi con Daniela Senta Bulow, la figlia della seconda moglie di Wagner, scrive nel 1909 la terza delle sue novelle d’arte, Somnii explanatio, quella appunto dedicata al sogno rinascimentale di un luogo idilliaco da cui prende il titolo il libro stesso. La novella era stata preceduta da altre due, una dedicata a un busto di fanciulla in cera custodito al museo di Lille, appartenuta al collezionista francese Wicar, l’altra all’anello di Cristoforo Frangipane, condottiero dell’imperatore Massimiliano I. L’insieme di queste tre Kunstnovellen (La fanciulla di cera e Somnii explanatio qui tradotte per la prima volta, insieme all’articolo di Wickhoff sulla Fanciulla di Lille; dell’Anello dei Frangipane esiste una versione inglese scaricabile dal sito dell’autrice: www.somniiexplanatio.it) rappresenta lo specimen di un modo di raccontare la storia, gli oggetti, gli artisti e i committenti, in particolare la fascinazione per talune opere investite di un significato emotivo capace di animarle, renderle protagoniste di sogni e immaginazioni che non sono solo idiosincrasie dell’autore, ma attraversano la cultura del suo tempo. Le Kunstnovellen non sono propriamente prose d’arte, ma nemmeno del tutto eventi romanzati, appartengono a un genere ibrido che consente descrizioni evocative, passaggi espressivi e assemblaggio di documenti d’archivio attentamente vagliati e ricercati in un tentativo di immersione esistenziale nella storia che spicca come la loro precipua qualità. Da questo approccio Urbini ricava una pluralità di tracce di ricerca non solo nella direzione di una storia del gusto a trecentosessanta gradi, ma anche della filologia propriamente attributiva. Ad esempio: dopo avere ricostruito, seguendo in filigrana la novella di Thode, le dibattute vicende della Fanciulla di cera, opera variamente collocata a fine ’400 o nel ’600, e destinata a diventare un vero e proprio feticcio a cavallo tra Otto e Novecento tra gli studi freudiani sul doppio e quelli di area viennese, Schlosser in primis, sul ritratto funerario, l’autrice propone del busto un’interessante attribuzione al plasticatore bolognese Angelo Gabriello Piò, proveniente da quella cultura bolognese attenta alla resa anatomica capace di restituire il presagio o il passaggio appena avvenuto della morte in un’effigie che non è ritratto idealizzato ma nemmeno maschera mortuaria.

Nella seconda novella la ricostruzione delle vicende della famiglia del condottiero Cristoforo Frangipane e della moglie Apollonia Lang, sorella del cardinale Mattia ritratto da Dürer in un celebre disegno, disegna una ardita quête tra dipinti, copie, possibili falsi creati in seguito all’uscita del testo stesso di Thode, con l’unico dato certo di un dipinto commissionato nel 1519 a Jan van Scorel, in seguito alla liberazione di Cristoforo e Apollonia dalle carceri veneziane, in cui – fatto inaudito – avevano soggiornato a lungo insieme. E questa, è senza dubbio, materia squisitamente romanzesca; la novella illustrata dalle incisioni di Hans Thoma ebbe infatti grande successo all’epoca della sua pubblicazione.

Protagonista della novella Somnii explanatio è un giardino sulle rive del lago di Garda, a punta S. Vigilio, descritto da Agostino Brenzone, che ne fu proprietario, in una lettera all’umanista Silvan Cattaneo autore delle dodici giornate di viaggio lungo le rive del lago di Garda scritto nel 1552, anche se pubblicato quasi due secoli dopo. La villa, costruita su progetto di Sanmicheli, e il giardino dell’avvocato umanista veronese costituiscono per Thode un luogo di identificazione assoluta, un luogo che come la figura di Gradiva per Freud, smuoveva le parti più profonde del suo essere, la sua volontà di autoproiezione.

La scelta del promontorio, così carico di vestigia romane e di rivisitazioni umanistiche, e il decoro di epigrafi e sculture nei tre giardini di Venere, Adamo e Apollo, coincidevano infatti con un programma preciso di vita all’insegna del culto letterario, dove la Laura petrarchesca può confondersi con la ninfa Dafne ma anche rimandare alla sorella di Agostino, la poetessa Laura Brenzone. Dove il mito pagano è sorretto dalla simbologia cristiana, dove iscrizioni e figure celebrano un mondo di senso che rispecchia la cultura e la sensibilità del suo proprietario, il sogno di un’umanità ideale ed elevata. Colpisce il trasporto con cui Thode indaga la figura dell’avvocato, il suo essersi sporcato nel fango del mondo per poi purificarsene e dare vita a un luogo di elezione estetica e morale, quale senz’altro ricercava anche lo storico tedesco nella villa Cargnacco dove risiedeva. A pochi anni dallo scoppio della Prima guerra mondiale, colpisce ancora di più l’utopia di questo gesto, che Thode avrebbe pagato di persona, e molto amaramente, con l’esproprio non solo dei suoi beni in Italia, ma del suo sogno stesso.

(La ricerca, 16 aprile 2014)