Category Archives: Paesaggio

Fisionomia di un territorio, interazione con l’uomo, percezione dell’ambiente e sua rappresentazione

Durezza e incanto

Immagine di una casa di campagna

3 giugno 2014

Qualche giorno fa ho visto il film Le meraviglie di Alice Rohrwacher. Daniela Brogi ne ha fatto una recensione molto puntuale e bella su Leparoleelecose, sottolineando come sia la terra fantasmatica dell’adolescenza il fulcro del racconto di Gelsomina, la giovane protagonista che vive in un casolare fra Toscana e Umbria, con la famiglia, tre sorelle madre e padre, più un bambino in affido e una compagna dei genitori. Per scelta ideologica il capofamiglia, di origine tedesca, ha deciso di darsi alla terra, all’apicoltura, creando un piccolo mondo di sussistenza, fragile e remoto rispetto al resto.

La mia infanzia e primissima adolescenza hanno avuto tanti punti in comune con quella di Gelsomina, visto che ho trascorso moltissimo tempo con i nonni materni che erano contadini, non per scelta, ma per nascita e necessità.

Dunque del film ho apprezzato molto il tono descrittivo delle attività manuali, dello stare con gli animali, con il tempo atmosferico, spesso subendolo, che è proprio di chi la campagna la vive come dimensione totale di vita, e non come luogo di evasione domenicale, come è diventata perlopiù, e per i più, oggi.

D’estate quando stavo più spesso coi nonni, conoscevo la scansione ferrea della loro giornata. Si alzavano alle 4 e mezza ogni mattina per mungere le mucche, portavano poi il latte al caseificio, pulivano la stalla, davano da mangiare alle galline e ai conigli e andavano nei campi dove c’era ora da seminare, ora da tagliare e trebbiare, ora da raccogliere. Si riposavano un’ora dopo pranzo, mentre io e mio fratello faticavamo a prendere sonno e spesso ridevamo senza ragione, sentendo i nonni russare dall’altra stanza, poi ricominciavano: di nuovo mungevano le mucche, raccoglievano le uova deposte dalle galline, pulivano il portico e la stalla, annaffiavano l’orto. Poi c’erano le varianti stagionali: la vendemmia, l’uccisione del maiale, la spalatura della neve in inverno, l’impagliatura delle sedie di cui mio nonno era un professionista. Mai un giorno di ferie, mai un momento in cui si potessero allontanare dalla casa perché dal loro lavoro e dalla loro presenza dipendevano altri animali, altre vite organiche di erba, di frutti, di coltivazioni. E la vita va accudita costantemente.

Era un’esistenza durissima, ma con una sua assolutezza e una sua giustifcazione inoppugnabile: tu devi esserci per dare da mangiare agli animali, tu devi esserci per tagliare l’erba del fosso, per irrigare i campi, per raccogliere il fieno e la legna, tutte queste mansioni avevano un senso, producevano risultati concreti.

C’era il latte, il formaggio, il miele, la cacca delle mucche e dei maiali, il foraggio, i conigli, le galline e le uova da mangiare, l’uva e gli altri frutti. Tutto questo era la vita che ti apparteneva, e prosciugava di fatica, ma non di senso: il senso era lì. Eri fra le cose, con le cose, eri fra gli animali e con gli animali. A volte penso che l’incanto di cui ancora mi scopro capace venga dagli anni passati a dare una funzione concreta ad azioni con le quali si stabiliva un rapporto con il mondo circostante: come non farsi beccare dalle galline quando davo loro da mangiare su richiesta della nonna, come riempire il cesto dell’uva più in fretta degli adulti, come sentirsi benissimo dopo una giornata in mezzo al sole dei campi, o, non potendo andare in piscina, immaginare che un prato allagato dai tubi d’irrigazione fosse un mare verde e con l’acqua bassa.

Quel mondo a un certo punto a me non bastava più, come forse non basta alla protagonista adolescente del film, e mi sento molto lontana dall’idealizzarlo. Lavorare la terra è fatica, allo stato puro. Però quell’infanzia è ancora un tesoro di cose assolute cui attingere, cose che erano la vita nella forma più espansa e forte che io abbia conosciuto.

L’iris selvatico

Il fiore dell'iris ritratto da Declan McCullagh nel 2005

Declan McCullagh, “Iris”, 2005

6 febbraio 2014

a Bettina G.

In questi giorni di fine inverno o principio di primavera – la cosa non è chiara poiché il clima è bizzarro – mi è capitato di scorgere margherite e viole sui bordi della strada. Se la troppa pioggia non le ha stramazzate, le teste bianche e viola si protendono verso il sole, un po’ come fa la gente sostando nelle piazze e cercando un angolo assolato.
L’istinto e la fame biologica per la luce ci accomunano tutti, animali piante umani. Quale sia il rispettivo fine nel cosmo rimane materia di speculazione, e per alcuni di poesia.
Il nostro esistere consapevole, almeno nella sua traduzione verbale, ci fa cogliere l’altro esistere, all’apparenza muto, eppure dotato di senso.
La poetessa americana Louise Glück ha dedicato un intero libro di liriche al dialogo reale e metafisico fra gli umani e le piante, s’intitola The Wild Iris (1992) ed è stato tradotto in italiano da Massimo Bacigalupo per le edizioni Giano nel 2003.
Louise Glück immagina e descrive un giardino in cui le piante, non meno degli umani, prendono la parola e raccontano la loro esperienza di vita, invocano Dio, gli rimproverano la durezza del creato.
Molti si vergognano a parlare con chi non risponde: la natura, gli animali, Dio; eppure non è sopprimendo questa voce, o tenendone le distanze tramite lo schermo di un antropocentrismo moderno e postumano, che avremo le cose più chiare o la vita più dolce.
Louise Glück ne parla nella poesia Daisies:

Go ahead: say what you’re thinking. The garden
is not the real world. Machines
are the real world. Say frankly what any fool
could read in your face: it makes sense
to avoid us, to resist
nostalgia. It is
not modern enough, the sound the wind makes
stirring a meadow of daisies: the mind
cannot shine following. And the mind
wants to shine, plainly, as
machines shine, and not
grow deep, as, for example, roots. It is very touching,
all the same, to see you cautiously
approaching the meadow’s border in early morning,
when no one could possibly
be watching you. The longer you stand at the edge,
the more nervous you seem. No one wants to hear,
impressions of the natural word: you will be
laughed at again; scorn will be piled on you.
As for what you’re actually
hearing this morning: think twice
before you tell anyone what was said in this field
and by whom.

Margherite
Avanti, di’ quel che pensi. Il giardino
non è il mondo vero. Le macchine
sono il mondo vero. Di’ francamente ciò che
ogni sciocco
potrebbe leggerti in faccia: è logico
evitarci, opporsi alla nostalgia. Non è
abbastanza moderno, il suono che fa il vento
agitando un campo di margherite: la mente
non può brillare seguendolo. E la mente
vuole brillare, scopertamente, come
brillano le macchine, e non
crescere in profondità, come, ad esempio, le radici.
È commovente,
lo stesso vederti avvicinare
cautamente il bordo dei prati di primo mattino,
quando certo nessuno potrebbe
osservarti. Più stai ferma al limite,
più sembri nervosa. Nessuno vuol sentire
impressioni del mondo naturale: sarai
derisa di nuovo; ti copriranno di disprezzo.
Quanto a ciò che stai davvero
ascoltando stamattina: pensaci due volte
prima di riferire cosa fu detto in questo campo
e da chi.

(trad. di M. Bacigalupo)

Fango

Alberto Burri, Grande cretto nero, 1977

A. Burri, “Grande cretto nero”, 1977

23 gennaio 2014

In uno dei tanti video che circolano in questi giorni in rete sulle zone alluvionate nel territorio di Modena, ho visto due uomini a bordo di una barca a motore aggirarsi per il paese di Bomporto, sommerso dall’acqua fangosa: le case chiuse e allagate fino al secondo piano, i cassonetti dell’immondizia che vagano, le auto che galleggiano.

A un certo punto appare una bara che ondeggia sulle acque, i due sulla barca fanno commenti, una voce dice: “L’hai ripresa la bara?” con un tono tra il faceto e l’incredulo.

Questa scena mi ha ricordato un film importante e molto bello, El viaje di Fernando Solanas (Argentina 1992), dove si raccontava del viaggio di un ragazzo per raggiungere il padre attraverso l’America Latina, le sue molte contraddizioni, le sue dittature. Anche lì, dopo l’alluvione di Buenos Aires, una bara galleggiava e racchiudeva visivamente il senso di sfascio e di irrealtà di un paese dove la libertà e la democrazia erano soffocate, la corruzione imperante.

Quello era il mondo sognante e visionario del realismo magico, si diceva.

Eppure è successo anche nella ricca e progressista Emilia, che essendo una pianura alluvionale coi fiumi dovrebbe avere una certa dimestichezza, con il buon governo pure.

“Se si vuole veramente la ripresa economica, se si vogliono determinare nuove possibilità di occupazione, se si vuole avere la garanzia per l’aumento della produttività e quindi del reddito nazionale e il benessere delle popolazioni, le scelte da farsi in primo luogo sono quelle della difesa da così vaste ondate di piena dei fiumi e non la televisione a colori o le autostrade”.

Così parlava dopo le alluvioni del 1972-73, Domenico Pietri, il sindaco di Campogalliano, comune di Modena interessato dal passaggio dei fiumi Secchia e Panaro; gli stessi che in questi giorni hanno esondato allagando un’area molto vasta e tutto il centro abitato di Bomporto.

A quarant’anni di distanza le sue parole sono state largamente disattese: abbiamo avuto orge di tivù a colori e un moltiplicarsi vertiginoso di strade e autostrade.

Che c’entrano queste, d’altronde, con l’esondazione dei fiumi? Che male possono avere fatto televisori e autostrade? Un nesso evidente, a dire il vero non c’è.

Eppure nella preoccupazione di un sindaco che amministrava un comune in nome del bene di tutti, per il presente e per il futuro, mi pare di sentire una capacità di visione che oggi sembra mancare del tutto.

I soldi pubblici sono stati destinati altrove, la zona vanta il parcheggio più grande d’Europa – c’è da essere fieri di una tale colata di cemento – in compenso le casse di espansione dei corsi d’acqua non sono mai state collaudate e la manutenzione degli argini è stata affidata a colonie di roditori, le nutrie.

Pazienza se una serie di comuni, già colpiti dal terremoto di due anni fa, ora sono inagibili, sfollati e coperti dal fango.

Non so se questo inviterà a un viaggio amministratori e responsabili, un viaggio vero, in cui ci si toglie dalla comodità della poltrona davanti allo schermo, o dal sedile di un’auto, e si tocca con le proprie mani con i propri piedi la realtà del territorio in cui si vive.

Da toccare e calpestare, e infine eventualmente da pulire, ora c’è molto fango.