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Il confine che non c’è

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15 gennaio 2017

Tengo quest’immagine sul desktop del mio computer da molto tempo, almeno alcuni anni.

Si tratta di una tavola in arenaria scolpita conservata ai Musei Vaticani a Roma. La provenienza dovrebbe essere assiro-babilonese e risalirebbe a più di tremila anni fa. Quando la vidi per la prima volta pensai che raffigurasse degli uomini che nuotano, poi qualche supplemento di ricerca mi ha informato che probabilmente si tratta di corpi di uomini annegati in mare in seguito a una battaglia fra navi nemiche o dopo una tempesta.

Ascoltavo oggi al tg il bilancio dei migranti morti nel Mediterraneo, solo nell’anno appena trascorso, nel tentativo di raggiungere l’Europa: una cifra intorno alle cinquemila persone.

Un piccolo paese. E va avanti così da anni.

Gli antichi temevano il mare, e forse lo temono anche coloro che s’imbarcano credendo di lasciarsi alle spalle miseria, oppressione e una vita senza orizzonte. Non ci sono confini in acqua e insieme alla paura quest’umanità coltiva anche una speranza di liberazione. Ma si muore anche senza che un confine ti respinga. Si muore di fame, di sete, di freddo, per avaria, perché non si sa nuotare.

Così di tutto questo flusso di vite giovani, e giovanissime, rimangono cadaveri senza nome, come quelli della tavoletta dei Musei Vaticani.

 

14 luglio 2016

Pontormo, "La visitazione", Pieve di Carmignano, 1528, dettaglio

Pontormo, “La visitazione”, Pieve di Carmignano, 1528, dettaglio

23 luglio 2016

Lo scorso 14 luglio mi trovavo nel chiostro degli Agostiniani della Biblioteca Comunale di Empoli per la cerimonia finale del premio Luigi Russo Pozzale. Nell’atmosfera raccolta di quell’ambiente fatto per proteggere dal mondo di fuori e creare uno spazio adatto alla riflessione e alla pace parlavamo di viaggi e diversità, di spostamenti fatti per scoprire o per sopravvivere, del sentirsi alieni e alienati solo perché non omologabili agli altri, portati su questi temi dai tre libri vincitori del premio, La frontiera di Alessandro Leogrande, La prima verità di Simona Vinci e le opere di Gianni Celati.

Il pubblico era partecipe, gli autori contenti e nonostante nelle parole sempre appropriate e intelligenti del presidente del premio, Adriano Prosperi, risuonasse un’eco di amarezza nel constatare come a sgretolare l’identità umana e culturale del nostro Paese siano prima di ogni altra cosa la mancanza di lavoro e la distruzione progressiva delle garanzie costituzionali legate al lavoro, per un momento siamo stati bene, abbiamo avuto la speranza che unendo le forze avremmo avuto la meglio sul disagio e sulla paura verso questo presente carico di minacce, di diseguaglianza, di conflitti.

Non ho saputo fino al mattino dopo che, proprio nel momento in cui consegnavamo i premi, a Nizza avveniva una strage che sarebbe poi stata rivendicata come l’ennesima in nome del cosiddetto Stato islamico.

Il 15 luglio mentre ci dirigevamo a Carmignano per vedere La visitazione di Pontormo alla radio ascoltavamo le notizie relative al numero altissimo di morti e feriti travolti dal camion bianco che avrebbe dovuto distribuire gelati sulla Promenade des Anglais e invece aveva portato mitragliate di fuoco sulla folla riunita a vedere i fuochi di artificio per celebrare l’anniversario dell’inizio di ogni libertà civile e laica: la presa della Bastiglia.

Di nuovo dentro una chiesa – la pieve di Carmignano – ho pensato a come ci sentiamo enormemente vulnerabili in questo momento in Europa, esposti alla violenza e come per tanti secoli la risposta a questa fragilità in Occidente sia stata anche nella chiesa, coi suoi luoghi di ritiro, protetti e pieni di bellezza.

Riflettere sul potere della bellezza in un momento del genere mi è sembrato necessario, non solo per giustificare l’esistenza di un premio letterario, il cerimoniale che avevamo appena celebrato, ma soprattutto perché forse per la prima volta ho capito, facendone esperienza diretta, quale sia la sua azione di fronte alle atrocità e al male: innalzare un muro anche se solo simbolico.

Quanti libri bruciati, quante opere distrutte nei secoli, in barba alla bellezza e in nome di qualche convinzione religiosa o politica. E, quel che più conta, quante vite cancellate.

Eppure per opporsi al male, all’odio, alla guerra, la bellezza delle parole e delle opere non è un baluardo secondario: porta dentro di sé la fatica, la pazienza e soprattutto la capacità di ascolto di chi l’ha creata, implicitamente ci dice che costruire è meglio che distruggere.

La vita come performance

 

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Henry Matisse, “L’acrobata”, 1959

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22 ottobre 2015

Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito, e infastidito, delle filosofie e delle antropologie comportamentali che ruotano intorno all’handicap fisico, e con questa espressione intendo anche la malattia in tutte le sue forme invalidanti, è che chi si trova in tale condizione spesso introietta una cieca volontà di superamento degli ostacoli, ingaggiando una guerra contro le difficoltà e contro il male che lo nobilita davanti a se stesso, oltre a fornirgli un non trascurabile sostegno psicologico. Che ciò possa risultare utile ai fini della sopravvivenza è innegabile, ma c’è di più. Chi lotta e non si lamenta, non si abbandona, non invidia chi sta bene, si nobilita anche davanti agli altri, i quali così ne riconoscono l’eroismo degno di farne un membro ispiratore della comunità. Il discorso sotteso è: nonostante tu sia una persona deficitaria, fai o cerchi di fare quello che fanno gli altri, quindi sei di esempio.

Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk ha analizzato in due capitoli del libro Devi cambiare la tua vita (ed. or. 2009, trad. it. Raffaello Cortina editore 2010) le radici storiche e filosofiche dell’antropologia della disabilità, che egli chiama anche esistenzialismo dell’ostinazione, scorgendone in Nietzsche la prima scaturigine e nell’esistenzialismo franco-tedesco l’elaborazione più compiuta: tutta l’umanità è storpia, lo è perfino su base biologica poiché apparteniamo a una specie che nasce prematura e per il resto della vita abbiamo bisogno di accudimento e compensazione, tanto che le civiltà altro non sarebbero che ‘stampelle’ o protesi per quest’essere perennemente deficitario che è l’uomo. Tuttavia attraverso la volontà e lo strenuo esercizio i limiti possono essere superati. La disabilità è un’enorme palestra della volontà. E il disabile che realizza le cose che fanno gli altri, anzi talvolta anche cose superiori alla norma, è il paradigma dell’umanità che riesce proprio perché ostacolata. Questa riuscita è così vittoriosa da regalare il sorriso perenne a chi la compie, un surplus di vitalità che fa dire agli altri, i normodotati: caspita che fenomeno, quanto amore per la vita!

Ma è davvero così? O meglio, è questo tutto?

Sloterdijk prende in considerazione un celebre disabile tedesco, Carl Hermann Unthan (1848-1929), nato senza braccia e diventato giovanissimo, praticamente bambino, un violinista virtuoso. Suonava coi piedi e lo faceva al livello dei più noti musicisti dell’epoca. Unthan scrisse un libro, Il pedescritto. Appunti dalla vita di una persona senza braccia, con trenta illustrazioni, pubblicato dalla casa editrice Lutz a Stoccarda nel 1925.

Le tappe della sua biografia sono concepite secondo lo schema del superamento delle difficoltà e del ribaltamento dell’handicap in una risorsa e nel successo. Fra i suoi ricordi troviamo l’incontro con Franz Liszt, che era stato a sua volta un bambino prodigio. Il musicista ungherese non lesinò gli elogi a Unthan, che però a distanza di anni si domandava per quale ragione l’entusiasmo di Listz gli sembrasse oscurato da una vena di inautenticità, da un tocco troppo paternalistico.

Forse questo è l’unico punto, di un libro per il resto improntato al più trionfante positivismo della volontà, dove Unthan si sente non un eroe, ma un fenomeno da baraccone. Il sospetto è peraltro presto fugato da mille altri aneddoti di una vita sotto tutti gli aspetti eccezionale.

Lasciando Unthan all’epoca ancora disposto a collezionare mirabilia, di cui l’ultimo e consapevole epigono è Un Digiunatore di Kafka, penso a quanto abbia occupato la discussione e l’opinione pubblica, in anni recenti, il caso dello sportivo sudafricano Oscar Pistorius. Nato con una grave malformazione che richiede, a undici mesi, l’amputazione dal perone in giù di entrambi gli arti inferiori, Pistorius corre con due protesi in fibra di carbonio, dette cheetah, e ottiene il titolo di campione paraolimpico nel 2004 sui 200 metri piani.

Considerati gli ottimi tempi, il campione chiede di gareggiare con i normodotati. La richiesta solleva diffidenza e conflitti nel mondo sportivo, molti sostengono che le protesi gli consentano di ottenere prestazioni superiori a quelle di chi non le ha (trascurando il fatto che Pistorius parte da uno svantaggio iniziale ben superiore) altri vorrebbero abolire la distinzione, che pure c’è, in nome di una correctness e parità di diritti che però forse cozzano con la tradizionale etica del competere sportivo. Parlare di protesi, avanzando una forma di riserva morale e di legittimità, è comunque sempre più difficile, dal momento che non si contano gli innesti e le manipolazioni corporee praticate dalla medicina a scopo curativo o semplicemente cosmetico.

Pistorius in ogni caso la spunta, gareggia ai mondiali di Roma del 2007 entrando in semifinale e ai mondiali di Daegu del 2013 ottiene la medaglia d’argento nella staffetta 4×400.

Fin qui siamo ancora nell’ordine della volontà che vince tutto, e con il sorriso sulle labbra: Pistorius è il perfetto cittadino di quello che Sloterdjik chiama “il paese del sorriso, abitato da acrobati e storpi”. In più è anche un avvenente giovane uomo.

Il 14 febbraio 2013 Pistorius uccide a colpi di arma da fuoco la propria fidanzata, la modella Reeva Steenkamp. La linea di difesa dell’atleta sosterrà che ciò sia avvenuto per sbaglio, nella convinzione che qualcuno di estraneo si fosse introdotto in casa. Pistorius verrà poi condannato per omicidio colposo. Con quest’atto si chiude la sua gloriosa carriera di super atleta nonostante: con un’odiosa macchia morale. A cadere è l’idea stessa di vita come performance, di cui l’atleta sudafricano è stata una splendida incarnazione.

Però è proprio qui che Pistorius, in maniera assai più tragica del violinista Unthan, rivela un profilo molto lontano dal sorriso di chi ce la fa contro la vita e le avversità, perché a essere accuratamente espulsi da quel tipo di retorica vincente sono il dolore, la solitudine, mettiamoci anche l’invidia per i sani, quindi la rabbia e il bisogno schiacciante di rivalsa provati, prima o poi, da chi si trova in una condizione di minorità, fisica e non solo. Saranno stati quei sentimenti a prevalere nel momento in cui Pistorius ha tolto la vita alla fidanzata o non si è reso conto che lo stava facendo. La difesa fece ricostruire a Pistorius la dinamica dell’accaduto in un video diffuso dalla tivù australiana: lì Pistorius appariva un uomo che con fatica si muoveva sui moncherini delle gambe, rivelando quanto fragile fosse l’argine costruito alla propria vulnerabilità dal successo e dalla super-abilità atletica.

Per tornare a Sloterdjik si può concordare sul fatto che l’umanità da sempre attinge a una filosofia del superamento degli ostacoli e delle mancanze, di cui la persona disabile diventa l’emblema. Il titolo stesso del libro non è un motto ispirato alla letteratura del self-help, bensì l’ultimo verso del sonetto al torso arcaico di Apollo che inaugura il ciclo delle Nuove poesie del 1908 di Rainer Maria Rilke. Un torso, un frammento, un corpo mutilo fanno esclamare con tutta la forza dell’essere: devi cambiare la tua vita. Il comando metanoico verso una übendes Leben che per Sloterdjik è anche l’unica risposta possibile ai nostri tempi: inutile aspettarsi il cambiamento del mondo se non ci alleniamo a cambiare in senso verticale, con tutti i mezzi dell’antropotecnica, noi stessi. Ciò che non viene sviluppato dal discorso di Sloterdjik è il fatto che se si prende la figura del disabile come emblematica, si dovrà anche considerare il fatto che lo sforzo di chi si trova in tale condizione non è verso qualcosa di diverso, di più alto, ma un tentativo di colmare una disparità e una disuguaglianza rispetto al mondo dei normodotati. E che tale sforzo si compie principalmente sul corpo del disabile, che diventa così ancora più alienato e luogo di contesa politica. Quello che accade infatti nella nostra società è che, pur avendo sviluppato alla fine del Novecento una sensibilità alle minoranze e ai diversi, codificata anche linguisticamente nel politically correct, dotato negli Stati Uniti di un correlativo oggettivo reale, in Italia poco più che un frainteso flatus vocis, ciò che si continua a chiedere alla persona disabile è di essere comunque un super-uomo o una super-donna, in grado di commuoverci, di esaltarci, di farci sperare che anche noi, nelle sue condizioni, ce la faremmo, che in fondo anche nel male peggiore qualcosa di buono c’è sempre, che in fondo si può vivere anche così, che in fondo si può essere grandi anche così, perché se ce la fanno loro nonostante, allora ce la possiamo fare tutti.

A parte che non tutti ce la fanno, e molti soccombono a se stessi se non alle mille barriere esterne – la vicenda di Pistorius ne è la prova – è pur vero che si possono citare, oltre agli atleti, decine di artisti che sulla propria menomazione fisica hanno lavorato sublimandola, Giacometti che era zoppo, Beethoveen che diventò sordo, Monet cieco e così via, continuando a produrre opere notevoli, capolavori, e vite resistenti all’offesa.

Ma non è questo il punto. Fintanto che una società non ammette l’esistenza di per sé del corpo difettoso o malato, e non ammette quindi di doversi prendere cura della vulnerabilità nel quotidiano, accettandola, al di là dei proclami delle campagne elettorali in cui si sa che pensionati, malati e disabili sono un bacino ambito, fintanto che la vita viene intesa più o meno consapevolmente come performance esaltante, come ortopedia continua, la disabilità per essere accolta nel cerchio della normalità dovrà essere eccezionale, virtuosa o mostruosa, essere cioè sempre un fenomeno da baraccone, come Unthan ebbe il sospetto di essere stato agli occhi di Listz e come il digiunatore di Kafka voleva essere per scelta.