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Politica italiana e internazionale, storia e personaggi, Costituzione e sindacati

La vita come performance

 

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Henry Matisse, “L’acrobata”, 1959

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22 ottobre 2015

Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito, e infastidito, delle filosofie e delle antropologie comportamentali che ruotano intorno all’handicap fisico, e con questa espressione intendo anche la malattia in tutte le sue forme invalidanti, è che chi si trova in tale condizione spesso introietta una cieca volontà di superamento degli ostacoli, ingaggiando una guerra contro le difficoltà e contro il male che lo nobilita davanti a se stesso, oltre a fornirgli un non trascurabile sostegno psicologico. Che ciò possa risultare utile ai fini della sopravvivenza è innegabile, ma c’è di più. Chi lotta e non si lamenta, non si abbandona, non invidia chi sta bene, si nobilita anche davanti agli altri, i quali così ne riconoscono l’eroismo degno di farne un membro ispiratore della comunità. Il discorso sotteso è: nonostante tu sia una persona deficitaria, fai o cerchi di fare quello che fanno gli altri, quindi sei di esempio.

Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk ha analizzato in due capitoli del libro Devi cambiare la tua vita (ed. or. 2009, trad. it. Raffaello Cortina editore 2010) le radici storiche e filosofiche dell’antropologia della disabilità, che egli chiama anche esistenzialismo dell’ostinazione, scorgendone in Nietzsche la prima scaturigine e nell’esistenzialismo franco-tedesco l’elaborazione più compiuta: tutta l’umanità è storpia, lo è perfino su base biologica poiché apparteniamo a una specie che nasce prematura e per il resto della vita abbiamo bisogno di accudimento e compensazione, tanto che le civiltà altro non sarebbero che ‘stampelle’ o protesi per quest’essere perennemente deficitario che è l’uomo. Tuttavia attraverso la volontà e lo strenuo esercizio i limiti possono essere superati. La disabilità è un’enorme palestra della volontà. E il disabile che realizza le cose che fanno gli altri, anzi talvolta anche cose superiori alla norma, è il paradigma dell’umanità che riesce proprio perché ostacolata. Questa riuscita è così vittoriosa da regalare il sorriso perenne a chi la compie, un surplus di vitalità che fa dire agli altri, i normodotati: caspita che fenomeno, quanto amore per la vita!

Ma è davvero così? O meglio, è questo tutto?

Sloterdijk prende in considerazione un celebre disabile tedesco, Carl Hermann Unthan (1848-1929), nato senza braccia e diventato giovanissimo, praticamente bambino, un violinista virtuoso. Suonava coi piedi e lo faceva al livello dei più noti musicisti dell’epoca. Unthan scrisse un libro, Il pedescritto. Appunti dalla vita di una persona senza braccia, con trenta illustrazioni, pubblicato dalla casa editrice Lutz a Stoccarda nel 1925.

Le tappe della sua biografia sono concepite secondo lo schema del superamento delle difficoltà e del ribaltamento dell’handicap in una risorsa e nel successo. Fra i suoi ricordi troviamo l’incontro con Franz Liszt, che era stato a sua volta un bambino prodigio. Il musicista ungherese non lesinò gli elogi a Unthan, che però a distanza di anni si domandava per quale ragione l’entusiasmo di Listz gli sembrasse oscurato da una vena di inautenticità, da un tocco troppo paternalistico.

Forse questo è l’unico punto, di un libro per il resto improntato al più trionfante positivismo della volontà, dove Unthan si sente non un eroe, ma un fenomeno da baraccone. Il sospetto è peraltro presto fugato da mille altri aneddoti di una vita sotto tutti gli aspetti eccezionale.

Lasciando Unthan all’epoca ancora disposto a collezionare mirabilia, di cui l’ultimo e consapevole epigono è Un Digiunatore di Kafka, penso a quanto abbia occupato la discussione e l’opinione pubblica, in anni recenti, il caso dello sportivo sudafricano Oscar Pistorius. Nato con una grave malformazione che richiede, a undici mesi, l’amputazione dal perone in giù di entrambi gli arti inferiori, Pistorius corre con due protesi in fibra di carbonio, dette cheetah, e ottiene il titolo di campione paraolimpico nel 2004 sui 200 metri piani.

Considerati gli ottimi tempi, il campione chiede di gareggiare con i normodotati. La richiesta solleva diffidenza e conflitti nel mondo sportivo, molti sostengono che le protesi gli consentano di ottenere prestazioni superiori a quelle di chi non le ha (trascurando il fatto che Pistorius parte da uno svantaggio iniziale ben superiore) altri vorrebbero abolire la distinzione, che pure c’è, in nome di una correctness e parità di diritti che però forse cozzano con la tradizionale etica del competere sportivo. Parlare di protesi, avanzando una forma di riserva morale e di legittimità, è comunque sempre più difficile, dal momento che non si contano gli innesti e le manipolazioni corporee praticate dalla medicina a scopo curativo o semplicemente cosmetico.

Pistorius in ogni caso la spunta, gareggia ai mondiali di Roma del 2007 entrando in semifinale e ai mondiali di Daegu del 2013 ottiene la medaglia d’argento nella staffetta 4×400.

Fin qui siamo ancora nell’ordine della volontà che vince tutto, e con il sorriso sulle labbra: Pistorius è il perfetto cittadino di quello che Sloterdjik chiama “il paese del sorriso, abitato da acrobati e storpi”. In più è anche un avvenente giovane uomo.

Il 14 febbraio 2013 Pistorius uccide a colpi di arma da fuoco la propria fidanzata, la modella Reeva Steenkamp. La linea di difesa dell’atleta sosterrà che ciò sia avvenuto per sbaglio, nella convinzione che qualcuno di estraneo si fosse introdotto in casa. Pistorius verrà poi condannato per omicidio colposo. Con quest’atto si chiude la sua gloriosa carriera di super atleta nonostante: con un’odiosa macchia morale. A cadere è l’idea stessa di vita come performance, di cui l’atleta sudafricano è stata una splendida incarnazione.

Però è proprio qui che Pistorius, in maniera assai più tragica del violinista Unthan, rivela un profilo molto lontano dal sorriso di chi ce la fa contro la vita e le avversità, perché a essere accuratamente espulsi da quel tipo di retorica vincente sono il dolore, la solitudine, mettiamoci anche l’invidia per i sani, quindi la rabbia e il bisogno schiacciante di rivalsa provati, prima o poi, da chi si trova in una condizione di minorità, fisica e non solo. Saranno stati quei sentimenti a prevalere nel momento in cui Pistorius ha tolto la vita alla fidanzata o non si è reso conto che lo stava facendo. La difesa fece ricostruire a Pistorius la dinamica dell’accaduto in un video diffuso dalla tivù australiana: lì Pistorius appariva un uomo che con fatica si muoveva sui moncherini delle gambe, rivelando quanto fragile fosse l’argine costruito alla propria vulnerabilità dal successo e dalla super-abilità atletica.

Per tornare a Sloterdjik si può concordare sul fatto che l’umanità da sempre attinge a una filosofia del superamento degli ostacoli e delle mancanze, di cui la persona disabile diventa l’emblema. Il titolo stesso del libro non è un motto ispirato alla letteratura del self-help, bensì l’ultimo verso del sonetto al torso arcaico di Apollo che inaugura il ciclo delle Nuove poesie del 1908 di Rainer Maria Rilke. Un torso, un frammento, un corpo mutilo fanno esclamare con tutta la forza dell’essere: devi cambiare la tua vita. Il comando metanoico verso una übendes Leben che per Sloterdjik è anche l’unica risposta possibile ai nostri tempi: inutile aspettarsi il cambiamento del mondo se non ci alleniamo a cambiare in senso verticale, con tutti i mezzi dell’antropotecnica, noi stessi. Ciò che non viene sviluppato dal discorso di Sloterdjik è il fatto che se si prende la figura del disabile come emblematica, si dovrà anche considerare il fatto che lo sforzo di chi si trova in tale condizione non è verso qualcosa di diverso, di più alto, ma un tentativo di colmare una disparità e una disuguaglianza rispetto al mondo dei normodotati. E che tale sforzo si compie principalmente sul corpo del disabile, che diventa così ancora più alienato e luogo di contesa politica. Quello che accade infatti nella nostra società è che, pur avendo sviluppato alla fine del Novecento una sensibilità alle minoranze e ai diversi, codificata anche linguisticamente nel politically correct, dotato negli Stati Uniti di un correlativo oggettivo reale, in Italia poco più che un frainteso flatus vocis, ciò che si continua a chiedere alla persona disabile è di essere comunque un super-uomo o una super-donna, in grado di commuoverci, di esaltarci, di farci sperare che anche noi, nelle sue condizioni, ce la faremmo, che in fondo anche nel male peggiore qualcosa di buono c’è sempre, che in fondo si può vivere anche così, che in fondo si può essere grandi anche così, perché se ce la fanno loro nonostante, allora ce la possiamo fare tutti.

A parte che non tutti ce la fanno, e molti soccombono a se stessi se non alle mille barriere esterne – la vicenda di Pistorius ne è la prova – è pur vero che si possono citare, oltre agli atleti, decine di artisti che sulla propria menomazione fisica hanno lavorato sublimandola, Giacometti che era zoppo, Beethoveen che diventò sordo, Monet cieco e così via, continuando a produrre opere notevoli, capolavori, e vite resistenti all’offesa.

Ma non è questo il punto. Fintanto che una società non ammette l’esistenza di per sé del corpo difettoso o malato, e non ammette quindi di doversi prendere cura della vulnerabilità nel quotidiano, accettandola, al di là dei proclami delle campagne elettorali in cui si sa che pensionati, malati e disabili sono un bacino ambito, fintanto che la vita viene intesa più o meno consapevolmente come performance esaltante, come ortopedia continua, la disabilità per essere accolta nel cerchio della normalità dovrà essere eccezionale, virtuosa o mostruosa, essere cioè sempre un fenomeno da baraccone, come Unthan ebbe il sospetto di essere stato agli occhi di Listz e come il digiunatore di Kafka voleva essere per scelta.

Prove di trasmissione della memoria

Immagine della strage di Bologna del 2 agosto 1980

2 agosto 2015

In qualche modo è sempre il 2 agosto 1980, ogni estate, quando un cerchio di calore filtra dalle persiane accostate e s’imprime sulla mia schiena china sul tavolo.
Tema: “Descrivi un fatto di cronaca che ti ha colpito e cerca di spiegare perché”.
Sta scritto sulle righe larghe – una conquista ottenuta con la fine della terza elementare – del quaderno aperto coi compiti per le vacanze. La notizia l’abbiamo imparata ieri dalla televisione e dalla radio, io ero fuori sull’altalena legata al ciliegio, mi hanno chiamata dentro. Il giorno dopo stampate sul giornale vedo le fotografie del crollo della stazione e dei cadaveri, a brandelli. Leggo a voce alta. “Ancora non si sa se sia stato un guasto alla caldaia o un attentato”, mio padre commenta che è chiaro come il sole che si tratta di un attentato. Dunque mio padre conosce cose che il giornalista ignora o vuole tacere, e le conosce nella stessa maniera in cui mia madre, quando dobbiamo andare ai magazzini coperti in centro a Reggio, dice che è meglio parcheggiare lontano dal carcere, che è lì attaccato, perché non si sa mai.
I miei genitori sanno, come due anni fa sapevano che le Brigate Rosse non avrebbero rilasciato Moro, che sarebbe morto e infatti l’hanno trovato ucciso e la mia maestra a scuola si è messa a piangere. È un sapere triste, questo dei miei genitori. M’insegnano che la realtà è piena di cose oscure, infide.
C’è un pericolo che incombe ovunque, ma non lo si può nominare, non ha mai un nome esatto. Brigatisti, terroristi, servizi segreti, eversione nera, terzo ordine, prima linea, ordine nuovo, gli alleati, i palestinesi, i massoni, la Cia, il Pcus. Nomi che schizzano senza trovare un disegno, senza produrre un senso, ma cadaveri e paura.
Ritaglio dal giornale una delle foto e la didascalia che l’accompagna, la incollo sul quaderno. Scrivo: Reggio Emilia dista da Bologna 70 chilometri circa, a volte passiamo dalla stazione per andare al mare, io mia madre e mio fratello, poi papà ci raggiunge con la macchina. Su quel treno avrei potuto esserci io, la bambina morta con le gambe schiacciate e la testa nera di fumo avrei potuto essere io.
Lascio che la colla si asciughi poi chiudo il quaderno. Sulla copertina c’è una mia coetanea che accarezza un coniglio bianco.

A distanza di tanti anni, trentaquattro a esser precisi, quando passo davanti alla grande cicatrice che tiene uniti i due muri crollati della sala d’aspetto, leggo i nomi delle vittime e rifletto sul fatto che senza nessun merito o ragione io sono viva e loro no. Poi penso che non è questo il modo per far parlare il passato, di far buon uso della memoria.
Indagini e processi, imputati e condannati, mandanti mai individuati, cortei, interpellanze parlamentari, comizi e fischi, un milione di documenti d’archivio, interviste, la testimonianza dei superstiti, ho attraversato i gironi di questo inferno per capire. Ho provato anche a dire. Ma la parola mi muore sempre in bocca, mi sigilla le labbra la stessa colla pastosa che fece aderire il ritaglio di giornale al foglio del compito, il tentativo di condivisione dell’ingiustizia subita da tanti, che potevano essere me. La via per riparare l’offesa: sentirla come propria. Il mio modo per dire ai morti che non li ho dimenticati.

(Questo racconto è uscito nell’antologia Il nostro due agosto (nero), 44 racconti sulla strage di Bologna raccolti e curati da Luca Martini, Antonio Tombolini Editore, 2015.)

Donne che leggono

Jean-Étienne Lyotard, "Maria Adele di Francia in costume turco", 1753, Firenze, Galleria di Palazzo Pitti

Jean-Étienne Lyotard, “Maria Adele di Francia in costume turco”, 1753, Firenze, Galleria di Palazzo Pitti

14 aprile 2015

Si potrebbe compilare un volume monografico con questo soggetto, perché in pittura vi è un’abbondanza secolare di figure femminili intente alla lettura. Da Maria che legge mentre riceve l’annuncio dell’angelo, alle dame olandesi del Seicento, a quelle delle corti medievali e rinascimentali italiane, fino alle lettrici moderne degli Impressionisti e poi dei Cubisti.

La lettura è senz’altro una delle attività quantitativamente più rilevanti nella raffigurazione femminile.

È un dato curioso, non tanto perché non corrisponda alla realtà, anzi secondo le statistiche a tutt’oggi chi legge di più sono le donne, ma perché quando un motivo rappresentativo diventa così frequente, tanto da costituirsi a tema simbolico, viene da domandarsi che cosa celi e che cosa sveli in realtà, o per dirla in termini psicanalitici che spero di non usurpare: di che cosa sia l’elaborazione.

Anche perché la lettura è un fenomeno di fruizione in un certo senso passiva, (anche se non lo è mai in senso stretto), diverso sarebbe se incontrassimo altrettante raffigurazioni di donne intente a scrivere, scolpire, dipingere.

A giudicare dalla presenza attiva delle donne nella letteratura e nelle arti, in generale, si direbbe che l’abbondanza figurativa di un femminino intellettuale supplisca alla loro concreta subordinazione o assenza come dirette protagoniste. Un acuto articolo della storica dell’arte americana Linda Nochlin, pubblicato nel 1971, e ripubblicato ora in un agile libretto da Castelvecchi col titolo Perché non ci sono state grandi artiste?, indaga proprio le condizioni sociali che storicamente hanno precluso l’accesso alle donne alla pratica delle arti.

Di questo tema e di molti altri si parlerà sabato 18 aprile alla Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna in una giornata di studio dal titolo: “Davanti e dietro la scrittura. Donne e uomini alle prese con identità di genere, ruoli, gerarchie e riconoscimento pubblico”.

Ci saranno interventi di scrittori, editori e critici insieme a gruppi di lettura.

Gli argomenti sono tanti e perfino la terminologia non è scontata, mi auguro che questa giornata possa servire a me, e a molti altri, per mettere a fuoco tanti nodi problematici dell’essere donna e intellettuale.