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Le mie recensioni su periodici e blog

Rita Charon, “Medicina narrativa. Onorare le storie dei pazienti”

Eva Fahidi, "Euforia of Being"

Eva Fahidi, “Euforia of Being”

17 ottobre 2019

“Iniettati 40 mg di Lasix. Paziente stabile, addormentato. Polso regolare”.

Quante volte è capitato a ciascuno di noi di ricevere un referto medico dopo una visita, o una cartella clinica a seguito di un ricovero ospedaliero in cui l’affanno, la paura, il dolore fisico venivano ridotti ad annotazioni impersonali, spesso criptiche nel contenuto per l’uso di locuzioni tecniche ignote ai più, e in ogni caso molto distanti dall’esperienza vissuta? Lungi dall’essere un’eccezione, il divario fra il linguaggio della medicina – quello usato per descrivere lo stato dei pazienti e quello con cui ad essi ci si rivolge – e la sostanza emotiva di chi vive la malattia costituisce piuttosto la regola: da una parte gli ammalati, con il loro carico di sofferenza, di ansie, di domande, dall’altra i medici con l’asetticità di una lingua che fa da barriera, perché se è vero che la medicina, come tutte le scienze, deve poter descrivere i fenomeni in maniera valida per tutti e quindi universale, è altrettanto vero che ogni malato è un’incarnazione particolarissima, e unica, di quella generalità.

Per ricomporre e superare questa spaccatura, Rita Charon, medico internista e docente alla Columbia University di New York, si è fatta pioniera di un approccio che va sotto il nome di medicina narrativa.

Charon ha scoperto che fra l’analisi e la costruzione dei testi letterari, ma più in generale dei racconti che gli esseri umani producono di continuo, e la medicina esiste una stretta parentela radicata in un’apparente dicotomia che il critico francese Gérard Genette ha espresso, in riferimento al romanzo, in questi termini: “Esistono solo soggettività singolari, ma la sola scienza possibile è quella generale (…) il generale sta nel cuore del singolare, e quindi, contrariamente ai pregiudizi comuni, il conoscibile sta nel cuore del mistero”. Introdotta fin dalla metà degli anni ’90 nell’ospedale in cui lavorava, il Presbyterian Hospital di New York, divenuta poi oggetto di un corso universitario e di numerosissimi seminari rivolti a tutti i gradi e ruoli di chi opera nella sanità, la medicina narrativa viene raccontata da Charon in un libro di grande impegno teorico e di altrettanta esperienza clinica, finalmente tradotto in Italia per Raffaello Cortina editore da Christian Delorenzo (l’edizione originale inglese è del 2006).

“Possiamo definire narrativa quella medicina praticata con le competenze che ci permettono di riconoscere, recepire, interpretare le storie di malattia e reagirvi adeguatamente”. A partire da questo assunto Charon sostiene due idee fondamentali, e non scontate, ossia che la cura sia frutto dell’incontro fra paziente e contesto sanitario – medici, infermieri, parasanitari, assistenti sociali – e che il racconto che il paziente elabora della malattia, non meno del racconto che gli operatori elaborano a loro volta, sia parte integrante della cura, al pari di farmaci e interventi oggettivi sul malato.

Ci si potrebbe domandare: in che senso la narrazione è strettamente connessa alla medicina? Charon individua cinque punti che la medicina condivide con le strutture narrative: temporalità, singolarità, causalità, intersoggettività, eticità. Come all’arte romanzesca chiediamo di mimare l’immersione nel tempo della vita, la singolarità di ogni esistenza, la ricerca di cause e quindi di senso, la focalizzazione su un punto di vista messo a confronto con altri, e da tutto questo inevitabilmente traiamo un giudizio (morale), così la medicina opera su questi stessi punti, poiché la malattia porta al confronto con la temporalità del malato, delle cure, della vita rimanente, richiede un’indagine eziologica per poter essere affrontata meglio, prevede uno scambio dei punti di vista da paziente a medico, da collega a collega, infine impone una visione della vita e conseguenti doveri etici. A pensarci bene è proprio quanto manca del tutto in quello che può considerarsi il capostipite dei racconti che mettono l’uomo a confronto con la malattia, La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj. I medici e i parenti che si susseguono al suo capezzale non solo non ascoltano Ivan, ma non riescono a essere sinceri con lui, condannandolo a una solitudine che è perfino peggiore della malattia in sé.

La medicina narrativa funziona in entrambe le direzioni, sia per il paziente sia per il curante. Avere uno spazio in cui il medico o l’infermiere possa esprimere la propria rabbia, frustrazione, perplessità o tristezza, nel confronto con la storia particolare che quel particolare malato gli suggerisce, è fondamentale. Non si tratta di un’aspirazione generica a un rapporto amicale col paziente; al contrario Charon, attingendo al sapere delle discipline umanistiche della critica testuale e dell’antropologia, ha messo a punto un rigoroso sistema di analisi della comunicazione verbale del paziente e di quella corporea, non sempre sincronizzate e coincidenti: un buon operatore sanitario ascolta, tende l’orecchio verso quei segni espliciti e impliciti che lo portano a comporre una diagnosi. Uno strumento importante in questo processo di analisi, e autoanalisi, è la cosiddetta cartella parallela: una serie di annotazioni che il curante prende a latere della cartella ufficiale. La soggettività, bandita da quest’ultima, è invece libera di emergere nella cartella parallela; scrivendo il curante affronta la propria paura, il proprio disagio, le proprie incertezze; la lettura di questi testi a voce alta, e insieme ai propri colleghi, porta a una maggior consapevolezza diffusa, a un’attenzione aumentata delle dinamiche relazionali, alla coesione di gruppo, e soprattutto all’accoglienza della richiesta di senso che ogni malato reca con sé. Scrivere implica comporre una narrazione, un atto di distanziamento e al tempo stesso di immersione profonda, scrivere implica capire ciò che si sta facendo.

Molti dei casi che Charon riporta sono estremi: persone in fin di vita, con malattie oncologiche in fase terminale o con condizioni generali molto compromesse; credo sia una scelta consapevole, laddove farmaci e chirurgia non possono più fare molto emerge con maggior evidenza l’efficacia dell’approccio della medicina narrativa che cerca di accompagnare e accogliere la sofferenza e il passaggio della morte.

Charon non abdica a nessuno degli strumenti e dei principi scientifici della medicina, ma le affianca armi potenti quali la capacità di leggere la malattia e il malato oltre i protocolli, consapevole che questo implichi una preparazione che può essere insegnata ma che richiede necessariamente tempo, un sistema sanitario non sottoposto di continuo a tagli e pressioni, una visione meno gerarchica e più collaborativa del lavoro ospedaliero, soprattutto una forma di umiltà.

Colpisce che da parte di un medico, di una donna di scienza abituata a valutare la propria azione sui pazienti in base a parametri condivisi e statistiche, venga usata con tanta frequenza la parola umiltà. Rita Charon ricorda così che c’è un eccesso di aspettative nei confronti della medicina e dei medici, i quali a loro volta peccano di presunzione e delirio di onnipotenza; non tutto si può guarire, e in ultima istanza la morte non è evitabile, ammettere che esistono dei limiti e imparare a conviverci o a superarli con l’unico patrimonio condivisibile fra curante e paziente, ossia l’attenzione, l’empatia, l’immaginazione, è il nucleo vivo della medicina narrativa.

(La recensione è uscita su La lettura il 5 settembre 2019)

Transiti

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11 marzo 2019

Transiti, il secondo volume della trilogia firmata da Rachel Cusk, esce per Einaudi Stile Libero a sei mesi di distanza dal primo ed è destinato a incontrare l’attenzione della critica e a replicare il successo presso i lettori suscitati da Resoconto. La tecnica narrativa inaugurata con quel libro è infatti messa ancora più a fuoco con questo secondo che beneficia, ancora una volta, della traduzione impeccabile di Anna Nadotti. Ritroviamo l’assenza di una trama conclusiva, personaggi che pur essendo molto ben caratterizzati spesso compaiono una sola volta, il susseguirsi di storie apparentemente irrelate fra di loro, se non dal fatto di essere raccolte e ascoltate dalla narratrice, infine il tentativo di fare coincidere scrittura e vita o quantomeno di trovare un parallelo costante fra il procedere dell’una e dell’altra.

Di nuovo a legare la narrazione è la voce di una donna, una scrittrice che si confonde o sovrappone con l’autrice medesima; siamo in un momento temporalmente successivo a quello descritto in Resoconto, dove da poco era avvenuta una separazione e l’io narrante ancora non si raccapezzava della propria mutata condizione di madre sola con due figli. Qui la perdita dell’amore coniugale, dell’integrità della famiglia, delle consuetudini acquisite è ormai consolidata, la fase è piuttosto quella dell’adattamento e della cauta ricerca di un nuovo orizzonte. L’acquisto di una casa a Londra e i lavori di sistemazione e insonorizzazione dei pavimenti costituiscono l’azione principale del racconto. L’appartamento, porzione di una dimora vittoriana divisa in due, non diventa tuttavia il luogo della ricostruzione di abitudini e sicurezze, ma ripropone il tema dell’incertezza, della vulnerabilità, dell’essere esposti a un destino che non si può controllare: al pianterreno vivono due anziani coniugi carichi di veleno e odio per il mondo, il minimo rumore li infastidisce e col manico della scopa protestano attraverso i sottili solai che separano le due abitazioni, maltrattano il cane, lasciano andare in rovina il giardinetto retrostante e soprattutto, quando la scrittrice-narratrice inizia i lavori per insonorizzare, al fine di minimizzare i loro fastidi, diventano feroci, la minacciano, parlano male di lei con il vicinato, la insultano ogni volta che la incrociano. Se questo è l’oscuro movimento tellurico, proveniente dal basso della casa, metafora della nuova vita che la narratrice si appresta a vivere, il tema vero del libro non è, o non è solo, come si sopravvive al trauma, alla perdita e al male, anche se tutte le persone con cui entra in contatto ne paiono provate. Cusk è attratta dalla possibilità di un’illuminazione, di un credito di fiducia che riscatti anche la tanta oscurità, il dilagare del grottesco e del non-sense che si ritrova nella vita di ciascuno. A questo proposito l’inizio del romanzo è una vera e propria dichiarazione di poetica: la narratrice ha ricevuto una mail da un’astrologa che, essendo venuta in possesso dei suoi dati anagrafici, ne ha studiato il profilo astrale e le comunica che, se si metterà in contatto con lei, potrà fornirle i dettagli dell’importante transito di pianeti (da cui il titolo del libro) che l’attende. In questo messaggio così pieno di una comprensione tanto ecumenica da risultare dubbio alla narratrice, che ipotizza possa essere stato generato da un algoritmo, troviamo la convizione che sembra innervare la sua stessa disponibilità all’ascolto e all’incontro con il prossimo, così infatti si esprime l’astrologa: “Siamo diventati crudeli, con noi stessi e con gli altri, perché in ultima analisi pensiamo di non contare nulla. Ciò che i pianeti ci offrono, scriveva, altro non è che l’occasione per recuperare fiducia nella grandiosità dell’umano: quanto più rispetto e stima, quanta gentilezza e responsabilità e riguardo metteremmo nelle relazioni con gli altri se fossimo convinti che ognuno e ognuna di noi ha un peso nel cosmo”.

La narratrice, pur nella diffidenza espressa, alla fine pagherà una piccola somma per avere il proprio transito planetario completamente descritto dall’astrologa; non verrà però esposto al lettore, a meno che non si tratti proprio della sequenza di dialoghi, spesso tendenti al monologo, con cui i vari personaggi che via via incontra espongono le proprie vicende, facendo da rispecchiamento a quelle stesse della narratrice. Se infatti ogni persona ha valore, ne consegue che il racconto della sua vita, o di una parte di essa – in genere quella che più duole in quel momento – merita di essere ascoltato, anche quando chi racconta pare inattendibile o animato da gusti e intenzioni diverse dalla narratrice-ascoltatrice, che si tratti del muratore albanese che si offre di trattare con gli irosi vicini del piano di sotto, o della nuova compagna del cugino che rimprovera la narratrice per il suo abbigliamento sciatto. Ognuno di questi personaggi riesce a suscitare l’attenzione di chi scrive, e di chi legge, perché appare privo di censura, con quel misto di finzione e di incoercibile autenticità di cui è impastata la vita e ancora di più il racconto che ciascuno ne fa.

Le vicende del parrucchiere Dale che cerca di offrire una seconda possibilità al nipote affetto dalla sindrome di Asperger s’incastrano con quelle del muratore polacco Pavel, che si commuove alla vista di un libro scritto nella propria lingua e poi confessa alla narratrice di patire una fortissima nostalgia del proprio paese e della propria famiglia, rimasta in Polonia. Dietro ognuno di questi racconti s’intravedono, e talvolta vengono esplicitate, rotture in famiglia, traumi infantili, una generale difficoltà a credere che la vita sia un susseguirsi di adattamenti, più o meno faticosi, e raramente riusciti, un senso ricorrente di impotenza e di inadeguatezza nei confronti dei rapporti cruciali: coi genitori, coi figli. Tanto che uno degli scrittori che la narratrice incontra a un piccolo festival, afferma con ribalderia che “la scrittura è solo un modo di farsi giustizia da sé”.

Per Cusk la scrittura è anche più di questo: è l’unico modo per venire a patti con la porzione di male, piccola o grande, che ciascun vivente è destinato a incontrare, e per non tenerla isolata, ma assegnarle un posto in una trama più larga; profonda come la tettonica a placche, per usare le parole dell’autrice, o cosmica, per echeggiare quelle dell’astrologa che apre il romanzo.

Prima ancora che con la scrittura, questo patteggiamento avviene con il racconto: tutti raccontano di sé, esplorando il vissuto lo rimodellano per chi ascolta e per sé.

Contravvenendo in modo sistematico a una delle regole considerate auree nelle tecniche di narrazione – Show, don’t tell – Rachel Cusk dimostra che è possibile invece arrivare al cuore della realtà umana, dei sentimenti che ci muovono e della loro relativa insondabilità, a partire non da un racconto in presa diretta, ma dalla tessitura più impalpabile che il linguaggio compie nella memoria e nella mente, nella convinzione che la scrittura sia il medium magico di questa transizione, o transito.

(Articolo uscito su “La lettura” il 10 marzo 2019)

 

Resoconto

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Henry Miller, “L’ascolto”, Parigi 1986

 

 

 

 

 

11 ottobre 2018

Rachel Cusk, nata a Saskaaton, Canada, nel 1967 ma da molto tempo residente in Inghilterra, è una scrittrice che unisce due doti raramente ben assortite e compresenti: da una parte la capacità di narrare la vita di tutti i giorni, analizzando i gesti che ne determinano le piccole o grandi svolte, insieme alla percezione dell’unicità individuale dei sentimenti, dall’altra l’abilità di riflettere sulle strutture linguistiche con le quali intessiamo di continuo il racconto di ciò che viviamo.

Su questo doppio binario si è distribuita la sua produzione letteraria, che comprende anche due memoir saggistici sulla maternità e sulla separazione, e che culmina nella trilogia di cui Einaudi Stile Libero ha appena pubblicato il primo volume: Resoconto, uscito in originale nel 2014 e ora tradotto con grande sensibilità da Anna Nadotti.

Una voce narrante femminile, una scrittrice di cui sappiamo pochissimo, se non che è separata da poco e ha due figli, racconta un viaggio e un soggiorno ad Atene, dove va per tenere un corso estivo di scrittura. Gli incontri che riempiono le giornate della protagonista diventano la materia stessa della narrazione: il fluire incessante di storie altrui che entrano in risonanza con la propria, toccando temi come il matrimonio, la famiglia, i figli, l’affermazione professionale. Numerosi sono i personaggi che si raccontano: l’anziano uomo d’affari greco che siede al suo fianco in aereo, nel viaggio da Londra ad Atene, e che la invita a ripetute gite in barca, fino a dichiararle un interesse tanto goffo quanto toccante, gli studenti del seminario di scrittura con la loro reticenza o il loro straripare espressivo, i colleghi inglesi o ateniesi con le loro frustrazioni e coi loro successi. Insieme formano un coro di voci intrecciate, espongono fatti, esplorano sentimenti e ricordi, deformandoli, censurandoli, comprimendoli fino a farli diventare tollerabili, perché la vita – pare dire Cusk – è sempre un insieme di progetti abbozzati, e imprevedibilmente cambiati dagli eventi. Desiderio, proiezione e perdita sono la vera sostanza di cui è fatta la miriade di occorrenze con cui allestiamo gli scenari effimeri dentro cui ci muoviamo.

La scrittrice – Rachel Cusk e il suo alter ego narrativo – si dispongono con infinita disponibilità ad ascoltare, e riascoltare, a confrontare le versioni di un medesimo episodio, perché raccontando rielaboriamo e selezioniamo, confezionando una realtà che di rado combacia con l’accaduto, ma è piuttosto la trascrizione infedele e rivelatrice di ciò che siamo. La vita è quella che accade, anche nella sua totale insignificanza, anche nel suo divagare irrelato, come mostrano molti dei resoconti degli studenti del corso tenuto dalla protagonista, ma è anche – e non meno – il racconto che ne facciamo, e come reagiamo a tale racconto.

L’ultimo personaggio che entra in scena nel romanzo, è una sceneggiatrice che prenderà il posto della protagonista nell’affitto della casa ateniese, forse l’ennesimo alter ego, e ci descrive l’incontro appena avvenuto con un diplomatico: “Coi suoi racconti, lui andava descrivendo, di fatto una difformità sempre più palese, una difformità in cui lui stava da una parte e lei, con ogni evidenza, dalla parte opposta. In altre parole, andava facendo il racconto di ciò che lei non era: di ogni cosa che diceva di se stesso, lei riscontrava nella propria natura l’equivalente negativo”.

Si direbbe che il talento e l’originalità di Cusk si svilupppino appieno in questo spazio: nella difformità e nella compressione/dilatazione del racconto rispetto alla vita. I suoi personaggi vivono, ma soprattutto raccontano quello che hanno vissuto, e si definiscono a loro volta per contrasto o adesione tramite i racconti altrui.

La protagonista, che li ascolta tutti, è in quella posizione di apertura e di scarto che consente di mettere in prospettiva e dare forma a ciò che si presenta solo come giustapposizione, un fluire talora difforme talora ripetitivo. Cusk ci fornisce così una delle metafore più potenti della letteratura che si possano incontrare nella prosa contemporanea, mettendo in opera una strategia narrativa che rinegozia la distinzione fra autore e personaggio. Non stupisce che la sua trilogia abbia suscitato tanta attenzione e dibattitio critico nel mondo aglosassone.

Narrare e riflettere sulla narrazione, e nello specifico su come le forme adottate modifichino e determinino la gamma del dicibile, è un terreno su cui tutti i grandi scrittori della tradizione modernista si sono confrontati e, pur nella diversità di premesse e di soluzioni adottate, per tutti la posta in palio era quella dell’autenticità.

In un suo precedente romanzo, Le variazioni Bradshaw, Cusk scriveva: “è facile dire cosa sia artificiale, più difficile dire cosa sia autentico”.

Con Resoconto Cusk ha abbandonato quelli che Gianni Celati ha definito i cerimoniali tradizionali del romanzo, una trama conclusiva ad esempio, per trovare una propria via all’autenticità: un’accoglienza fiduciosa per le storie individuali, anche quando sembrano non portare a nulla, esattamente come la vita di ciascuno di noi.

Leggendo Resoconto non si può che essere grati di aver incontrato una scrittrice tanto generosa e convinta che “le storie chiedano una forma di speranza”.

(Questo articolo è apparso su La lettura, il 7 ottobre 2018)