Category Archives: Sui miei testi

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Mirare al bersaglio

“Ho sognato piccioni. Uno stormo di piccioni in volo, come quelli che ci sono all’università, ricordi?”
Giacomo guarda sua madre, spalancando gli occhi dietro le lenti che ingrandiscono le iridi azzurre, come se dovesse acciuffare lì, in quello spazio, l’immagine dei volatili di cui gli sta parlando. Poi si alza dal tavolo della colazione, sposta di lato la tazza del latte, prende dallo zaino di scuola un foglio, l’astuccio con i pennarelli e inizia a disegnare. Prima gli occhi rossi e tondi, poi le sagome grigie e celesti, le ali aperte, le code nere.

Sono proprio i suoi piccioni. Angela gli sorride.

Giacomo dice poche parole, si fatica a capire la logica delle sue rare frasi, ma disegna con precisione qualsiasi cosa, specie gli animali.

“Tenga tutti i suoi disegni, anche gli scarabocchi più insignificanti”. Le ha raccomandato il medico che lo segue. Angela li conserva tutti, dentro carpette colorate allineate in un ripiano basso della libreria. Alcuni li ha portati nello studio che all’università condivide con una collega. Ha incollato su un armadietto di metallo un cane. Giacomo lo ha disegnato con una sola bic nera a tratti fitti e marcati durante un pomeriggio in cui, per qualche ora, Angela ha dovuto portarselo al lavoro. Poi si è messo davanti al davanzale, dove i piccioni piovono coi loro escrementi, le piume spulciate dai becchi che turbinano e si depositano. L’università è uno dei posti più sporchi che Angela conosca, e le tocca andarci quasi tutti i giorni, da tanti anni, da quando ricorda di essere adulta.

Anche oggi dopo aver accompagnato Giacomo a scuola, Angela parcheggia l’auto e cammina sotto il portico, evitando una pozza di vomito e birra, due punkabbestia sdraiati con il cane in mezzo e un venditore di fumo nordafricano. Quando varca il portone e arriva al cortile interno, solleva lo sguardo verso la rete di protezione che hanno messo per evitare che i piccioni si tuffino dai cornicioni: piume e cielo reticolato. Per terra mozziconi di sigarette e polvere.

“Da quando è diventato tutto così squallido?” Lo chiede a Vanda, mentre si accascia sulla sedia di una piccola stanza che funge anche da portineria. Vanda è lì da sempre, ha resistito grazie a chissà quale rivendicazione del sindacato, o forse solo per la propria testardaggine, alla cessione dei lavori di pulizia a una ditta esterna. Metà bidella metà portinaia, ad Angela ricorda sua madre, che per qualche anno ha fatto lo stesso mestiere in una scuola di provincia con la serietà con cui si fanno le cose necessarie. Pulire i banchi, disinfettare i bagni, spazzare le aule, togliere la polvere del gesso dalle lavagne, portare a casa uno stipendio, far studiare i figli, sopravvivere a un matrimonio deludente, sapendo di non essere né la prima né l’ultima cui è toccato, perché nel frattempo Vanda ha imparato a osservare le vite degli altri, e ad ascoltare. Le chiede se vuole un caffè, che si è già avviata a preparare sulla piastra elettrica e dice:

“È stato peggio in passato, figlia mia. Non puoi ricordarlo, ma ti assicuro di aver visto anche le sedie volare qua dentro. E perché poi? Uno dice: l’università, un posto dove si dovrebbe essere liberi di pensare, di farsi un’idea del mondo. E invece le belle parole e i pensieri che vengono raccontati qui fanno a pugni con le cose per come sono. Fuori e dentro. Allora sporchi i muri, imbratti le porte, fai la rivoluzione, poi torni indietro, lasci che lo sfacelo vecchio e nuovo arrivi.”

“Ma allora è sempre la stessa storia”, dice Angela, “eppure qualche anno fa eravamo in tanti a manifestare sul tetto del dipartimento contro una riforma che ci metteva gli uni contro gli altri. Io ci credevo. Credevo che ce l’avremmo fatta, invece poi.”

Angela s’interrompe, le strisciano in mente gli acronimi Anvur e Vqr, come lente bisce d’acqua, le penose riunioni cui aveva partecipato, l’adesione ortodossa e infervorata di molti, il qualunquismo di altri che la riforma se l’erano lasciata scivolare addosso, né più né meno degli esami di fine anno. Ha l’impressione che Vanda non abbia bisogno di conoscere questi dettagli. Che abbia una visione d’insieme chiara – potere è sempre una questione di potere e adesso lo vogliono anche le donne – le aveva detto una volta, mentre l’aiutava a fotocopiare volantini.

Ma Angela sa pure che per Vanda, come per sua madre, la vera domanda è: perché aver studiato, essere diventata una professoressa non l’abbia resa felice. Certo, quel bambino problematico. Certo, un matrimonio andato male, e adesso pure quell’altro uomo inaffidabile. Ma lei è una professoressa!, esclama talvolta quando si raccontano le cose che non vanno, e succede con una certa frequenza che le cose non vadano, negli ultimi tempi.

“Come sta Giacomo?”

Angela le porge il disegno con i piccioni. “Creazione di stamattina.”

Vanda prende il foglio, lo avvicina e si mette gli occhiali. “Dio mio, sono proprio loro!” E fa per appendere il disegno sulla piccola bacheca alle sue spalle. “Posso tenerlo, vero?”

Angela annuisce e prima di uscire dalla stanza, le chiede: “Hai visto F passare stamattina?”

“Passato. Ritirata la posta e ripartito” risponde Vanda, guardandola dritta e neutra.

Angela schiaccia fra le dita un bottone della giacca, dice grazie e se ne va.

Sale sulle scale, passa davanti allo studio chiuso di F, si ferma un attimo. Non ci lasceremo mai, le aveva scritto, ma erano passati alcuni mesi da allora. Angela vorrebbe entrare e depositare stampate sulla sua scrivania le centinaia di messaggi che le ha mandato, e disatteso. Ma tira dritto e arriva in fondo al corridoio, dove la sua collega ha lasciato la porta aperta e un programma radiofonico a basso volume acceso.

C’erano stati momenti belli, anzi a dire il vero proprio grandiosi, anche lì.

Non quando era diventata ricercatrice, perché la fatica e l’incertezza legata a quel momento avevano schiacciato l’euforia, e nemmeno quando si era accorta di aver trovato un suo modo per insegnare senza annoiarsi, perché anche quello era stato un processo lento, piuttosto quando lei e altri colleghi avevano protestato contro la riforma e, sul tetto del dipartimento, aveva conosciuto F, appena trasferito da Milano. Lui aveva capito il suo senso di colpa per il fatto che non riusciva mai a sentirsi abbastanza soddisfatta di essere una professoressa, e quanto questo avesse a che fare con quell’altro senso di colpa verso la sua provenienza modesta, il tradimento di cui si sentiva responsabile. Ne avevano parlato a lungo, lui le aveva detto che non c’era niente di più bello che parlare con lei, a parte baciarla. Poi avevano immaginato ciò che si poteva fare per provare a modificare la riforma. Avevano scritto insieme la famosa lettera al rettore, coinvolgendo più di un centinaio di colleghi di facoltà diverse, gente che non si era mai incontrata prima. Quello era stato un momento grandioso.

Poi F le aveva insegnato a sparare. Un sabato pomeriggio l’aveva portata al poligono di tiro. Con quanta riluttanza aveva indossato le cuffie, preso in mano l’arma e: mira al bersaglio. Stai concentrata, scarica tutto lì.

Ti disperdi troppo, indulgi in cose che ti distraggono dall’obiettivo. Lascia credere agli altri quello che vogliono, tu punta alla tua meta. Alla nostra meta, ogni tanto F si era lasciato sfuggire.

Angela non immaginava che sparare le sarebbe piaciuto tanto. Che potesse ricavarne una soddisfazione così sfacciata. Punti, coordini l’occhio e la mano, colpisci. Finisce tutto lì e ti senti alleggerita, curiosamente irresponsabile.

Vanda era solita ripetere che è difficile indovinare i vizi della gente da fuori, e si riferiva non solo ai professori del dipartimento. Suo marito, ligio impiegato del catasto, l’aveva obbligata a convivere per anni con un rissoso pappagallo brasiliano che, con la sua gabbia, ingombrava metà del soggiorno, pensa un po’.

Chi avrebbe mai sospettato – si era compiaciuta Angela – che F, professore ordinario, studioso dell’Ortis di Foscolo, capace di spiegarne la modernità agli studenti a partire dalla frase ”ci fabbrichiamo la realtà a nostro modo”, avesse una collezione di fucili da caccia d’epoca, e avesse regalato a lei, per il suo quarantacinquesimo compleanno, una piccola pistola con le iniziali incise sul calcio?

Angela detestava la caccia, ma sparare aveva tirato fuori una parte di sé che non conosceva. Una piccola rivoluzione, arrivata col desiderio, che cerca sempre quello che non si vede. F l’aveva cercata e cercata, e lei si era lasciata trovare.

Appena entra nello studio Manuela, la sua collega, la informa che Antonia Pantoni ha avuto l’abilitazione, sarà quindi lei, e non loro, a passare di ruolo, il prossimo anno. Angela assorbe l’informazione come uno sciroppo amaro, non si concede nemmeno un commento. In commissione c’era anche F.

Riceve due studenti, commenta i capitoli che hanno consegnato delle rispettive tesi. Più di una volta ha la tentazione di alzarsi e andare alla finestra per cacciare i piccioni che sbattono molesti contro il vetro o tubano sul davanzale. Manuela le legge nel pensiero e dice: “Non ci lasciano mai”.

“Loro no. Mai.” le fa eco Angela.

A fine mattina ripassa da Vanda e le chiede un doppione delle chiavi del palazzo, vorrebbe tornare in studio di sera.

All’uscita da scuola Angela accompagna Giacomo dal padre, mercoledì è il suo turno. Entra in dipartimento disinnescando l’allarme, come Vanda le ha insegnato a fare, e l’accoglie un vuoto che non riconosce in quel luogo.

Sale lungo le scale e arriva allo studio. Non ha bisogno di accendere la luce perché dalla finestra entra ancora il chiaro della sera, è fine maggio, il cielo è solcato da rondini. Sul davanzale, nessun piccione. Sono tutti in fila sul cornicione opposto, gonfi nelle loro piume grigie. Angela apre la finestra, inserisce il silenziatore nella canna, prende la mira e spara.

Questo racconto è uscito su “L’Espresso” del 22 ottobre 2017)

Mirare al bersaglio

 

Piccioni in volo

7 novembre 2017

“Ho sognato piccioni. Uno stormo di piccioni in volo, come quelli che ci sono all’università, ricordi?”
Giacomo guarda sua madre, spalancando gli occhi dietro le lenti che ingrandiscono le iridi azzurre, come se dovesse acciuffare lì, in quello spazio, l’immagine dei volatili di cui gli sta parlando. Poi si alza dal tavolo della colazione, sposta di lato la tazza del latte, prende dallo zaino di scuola un foglio, l’astuccio con i pennarelli e inizia a disegnare. Prima gli occhi rossi e tondi, poi le sagome grigie e celesti, le ali aperte, le code nere.

Sono proprio i suoi piccioni. Angela gli sorride.

Giacomo dice poche parole, si fatica a capire la logica delle sue rare frasi, ma disegna con precisione qualsiasi cosa, specie gli animali.

“Tenga tutti i suoi disegni, anche gli scarabocchi più insignificanti”. Le ha raccomandato il medico che lo segue. Angela li conserva tutti, dentro carpette colorate allineate in un ripiano basso della libreria. Alcuni li ha portati nello studio che all’università condivide con una collega. Ha incollato su un armadietto di metallo un cane. Giacomo lo ha disegnato con una sola bic nera a tratti fitti e marcati durante un pomeriggio in cui, per qualche ora, Angela ha dovuto portarselo al lavoro. Poi si è messo davanti al davanzale, dove i piccioni piovono coi loro escrementi, le piume spulciate dai becchi che turbinano e si depositano. L’università è uno dei posti più sporchi che Angela conosca, e le tocca andarci quasi tutti i giorni, da tanti anni, da quando ricorda di essere adulta.

Anche oggi dopo aver accompagnato Giacomo a scuola, Angela parcheggia l’auto e cammina sotto il portico, evitando una pozza di vomito e birra, due punkabbestia sdraiati con il cane in mezzo e un venditore di fumo nordafricano. Quando varca il portone e arriva al cortile interno, solleva lo sguardo verso la rete di protezione che hanno messo per evitare che i piccioni si tuffino dai cornicioni: piume e cielo reticolato. Per terra mozziconi di sigarette e polvere.

“Da quando è diventato tutto così squallido?” Lo chiede a Vanda, mentre si accascia sulla sedia di una piccola stanza che funge anche da portineria. Vanda è lì da sempre, ha resistito grazie a chissà quale rivendicazione del sindacato, o forse solo per la propria testardaggine, alla cessione dei lavori di pulizia a una ditta esterna. Metà bidella metà portinaia, ad Angela ricorda sua madre, che per qualche anno ha fatto lo stesso mestiere in una scuola di provincia con la serietà con cui si fanno le cose necessarie. Pulire i banchi, disinfettare i bagni, spazzare le aule, togliere la polvere del gesso dalle lavagne, portare a casa uno stipendio, far studiare i figli, sopravvivere a un matrimonio deludente, sapendo di non essere né la prima né l’ultima cui è toccato, perché nel frattempo Vanda ha imparato a osservare le vite degli altri, e ad ascoltare. Le chiede se vuole un caffè, che si è già avviata a preparare sulla piastra elettrica e dice:

“È stato peggio in passato, figlia mia. Non puoi ricordarlo, ma ti assicuro di aver visto anche le sedie volare qua dentro. E perché poi? Uno dice: l’università, un posto dove si dovrebbe essere liberi di pensare, di farsi un’idea del mondo. E invece le belle parole e i pensieri che vengono raccontati qui fanno a pugni con le cose per come sono. Fuori e dentro. Allora sporchi i muri, imbratti le porte, fai la rivoluzione, poi torni indietro, lasci che lo sfacelo vecchio e nuovo arrivi.”

“Ma allora è sempre la stessa storia”, dice Angela, “eppure qualche anno fa eravamo in tanti a manifestare sul tetto del dipartimento contro una riforma che ci metteva gli uni contro gli altri. Io ci credevo. Credevo che ce l’avremmo fatta, invece poi.”

Angela s’interrompe, le strisciano in mente gli acronimi Anvur e Vqr, come lente bisce d’acqua, le penose riunioni cui aveva partecipato, l’adesione ortodossa e infervorata di molti, il qualunquismo di altri che la riforma se l’erano lasciata scivolare addosso, né più né meno degli esami di fine anno. Ha l’impressione che Vanda non abbia bisogno di conoscere questi dettagli. Che abbia una visione d’insieme chiara – potere è sempre una questione di potere e adesso lo vogliono anche le donne – le aveva detto una volta, mentre l’aiutava a fotocopiare volantini.

Ma Angela sa pure che per Vanda, come per sua madre, la vera domanda è: perché aver studiato, essere diventata una professoressa non l’abbia resa felice. Certo, quel bambino problematico. Certo, un matrimonio andato male, e adesso pure quell’altro uomo inaffidabile. Ma lei è una professoressa!, esclama talvolta quando si raccontano le cose che non vanno, e succede con una certa frequenza che le cose non vadano, negli ultimi tempi.

“Come sta Giacomo?”

Angela le porge il disegno con i piccioni. “Creazione di stamattina.”

Vanda prende il foglio, lo avvicina e si mette gli occhiali. “Dio mio, sono proprio loro!” E fa per appendere il disegno sulla piccola bacheca alle sue spalle. “Posso tenerlo, vero?”

Angela annuisce e prima di uscire dalla stanza, le chiede: “Hai visto F passare stamattina?”

“Passato. Ritirata la posta e ripartito” risponde Vanda, guardandola dritta e neutra.

Angela schiaccia fra le dita un bottone della giacca, dice grazie e se ne va.

Sale sulle scale, passa davanti allo studio chiuso di F, si ferma un attimo. Non ci lasceremo mai, le aveva scritto, ma erano passati alcuni mesi da allora. Angela vorrebbe entrare e depositare stampate sulla sua scrivania le centinaia di messaggi che le ha mandato, e disatteso. Ma tira dritto e arriva in fondo al corridoio, dove la sua collega ha lasciato la porta aperta e un programma radiofonico a basso volume acceso.

C’erano stati momenti belli, anzi a dire il vero proprio grandiosi, anche lì.

Non quando era diventata ricercatrice, perché la fatica e l’incertezza legata a quel momento avevano schiacciato l’euforia, e nemmeno quando si era accorta di aver trovato un suo modo per insegnare senza annoiarsi, perché anche quello era stato un processo lento, piuttosto quando lei e altri colleghi avevano protestato contro la riforma e, sul tetto del dipartimento, aveva conosciuto F, appena trasferito da Milano. Lui aveva capito il suo senso di colpa per il fatto che non riusciva mai a sentirsi abbastanza soddisfatta di essere una professoressa, e quanto questo avesse a che fare con quell’altro senso di colpa verso la sua provenienza modesta, il tradimento di cui si sentiva responsabile. Ne avevano parlato a lungo, lui le aveva detto che non c’era niente di più bello che parlare con lei, a parte baciarla. Poi avevano immaginato ciò che si poteva fare per provare a modificare la riforma. Avevano scritto insieme la famosa lettera al rettore, coinvolgendo più di un centinaio di colleghi di facoltà diverse, gente che non si era mai incontrata prima. Quello era stato un momento grandioso.

Poi F le aveva insegnato a sparare. Un sabato pomeriggio l’aveva portata al poligono di tiro. Con quanta riluttanza aveva indossato le cuffie, preso in mano l’arma e: mira al bersaglio. Stai concentrata, scarica tutto lì.

Ti disperdi troppo, indulgi in cose che ti distraggono dall’obiettivo. Lascia credere agli altri quello che vogliono, tu punta alla tua meta. Alla nostra meta, ogni tanto F si era lasciato sfuggire.

Angela non immaginava che sparare le sarebbe piaciuto tanto. Che potesse ricavarne una soddisfazione così sfacciata. Punti, coordini l’occhio e la mano, colpisci. Finisce tutto lì e ti senti alleggerita, curiosamente irresponsabile.

Vanda era solita ripetere che è difficile indovinare i vizi della gente da fuori, e si riferiva non solo ai professori del dipartimento. Suo marito, ligio impiegato del catasto, l’aveva obbligata a convivere per anni con un rissoso pappagallo brasiliano che, con la sua gabbia, ingombrava metà del soggiorno, pensa un po’.

Chi avrebbe mai sospettato – si era compiaciuta Angela – che F, professore ordinario, studioso dell’Ortis di Foscolo, capace di spiegarne la modernità agli studenti a partire dalla frase ”ci fabbrichiamo la realtà a nostro modo”, avesse una collezione di fucili da caccia d’epoca, e avesse regalato a lei, per il suo quarantacinquesimo compleanno, una piccola pistola con le iniziali incise sul calcio?

Angela detestava la caccia, ma sparare aveva tirato fuori una parte di sé che non conosceva. Una piccola rivoluzione, arrivata col desiderio, che cerca sempre quello che non si vede. F l’aveva cercata e cercata, e lei si era lasciata trovare.

Appena entra nello studio Manuela, la sua collega, la informa che Antonia Pantoni ha avuto l’abilitazione, sarà quindi lei, e non loro, a passare di ruolo, il prossimo anno. Angela assorbe l’informazione come uno sciroppo amaro, non si concede nemmeno un commento. In commissione c’era anche F.

Riceve due studenti, commenta i capitoli che hanno consegnato delle rispettive tesi. Più di una volta ha la tentazione di alzarsi e andare alla finestra per cacciare i piccioni che sbattono molesti contro il vetro o tubano sul davanzale. Manuela le legge nel pensiero e dice: “Non ci lasciano mai”.

“Loro no. Mai.” le fa eco Angela.

A fine mattina ripassa da Vanda e le chiede un doppione delle chiavi del palazzo, vorrebbe tornare in studio di sera.

All’uscita da scuola Angela accompagna Giacomo dal padre, mercoledì è il suo turno. Entra in dipartimento disinnescando l’allarme, come Vanda le ha insegnato a fare, e l’accoglie un vuoto che non riconosce in quel luogo.

Sale lungo le scale e arriva allo studio. Non ha bisogno di accendere la luce perché dalla finestra entra ancora il chiaro della sera, è fine maggio, il cielo è solcato da rondini. Sul davanzale, nessun piccione. Sono tutti in fila sul cornicione opposto, gonfi nelle loro piume grigie. Angela apre la finestra, inserisce il silenziatore nella canna, prende la mira e spara.

Questo racconto è uscito su “L’Espresso” del 22 ottobre 2017)

I piedi nella terra degli angeli

Landed, fra poco avremmo potuto dirlo. Nel formicolio dei piedi sentivo il bisogno di terra dopo così tante ore di aria. Aria buia e aria illuminata che attraversi e in cui potresti precipitare da un momento all’altro, ma non precipiti e avanzi, per dodici ore di volo. La voce del pilota annunciava finalmente la meta: Los Angeles. Dal nome spagnolo, che tutti pronunciano all’inglese, scrosciò una pioggia di vesti cangianti e sete, ali e sorrisi ammiccanti. Gli angeli, si sa, non sono mai del tutto buoni, ma sempre divini. Planando – a quel punto ero sveglia, la bocca impastata, gli occhi stropicciati, i pensieri di ieri sommersi da una coltre spessa – una marea di ‘cose’ grigie ondeggiava sotto di me. Le vedevo dal finestrino contro cui tenevo pigiata la fronte. Impiegai parecchio a capire di che si trattava. Mano a mano che l’aereo scendeva la forma si definiva e, quando eravamo quasi a terra, misi a fuoco: teste di palme. Ce ne erano migliaia e migliaia, tra gli spazi vuoti e gli spazi costruiti, palme dalla criniera aperta e ricca, prima grigie poi di un verde scuro, misterioso. All’apertura del portellone, vento caldo, secco. Luce, netta e fortissima. Non erano solo i miei occhi a esserne colpiti, i colori e le sagome degli oggetti ne venivano deformati. Apparivano diversi da come ero abituata a vederli, avevano un contorno spesso ed erano immobilizzati. La luce li stagliava e isolava. E anche io mi sentivo isolata da una specie di alone che rallentava i gesti, avvolta da una perplessità d’osservazione che mi faceva sembrare tutto così nuovo ed estraneo da indurmi a piangere. Impalata davanti al nastro delle valigie, punta dall’aria condizionata, a stento mi trattenevo. Le palme, ora, le vedevo dai vetri: il movimento delle chiome scure era ritmato, me ne arrivava una certa dolcezza, l’invito a lasciare andare la presa. Ma prima bisognava compiere tutte le procedure burocratiche. Un poster enorme del Presidente all’uscita. La foto così ingrandita che gli si contavano i pori in faccia, rosei come boccioli.

Are you here to stay? Mi chiese l’ufficiale al varco controllando la lunga estensione del permesso di soggiorno. I’m here to study, risposi.

Dovevo avergli fatto tenerezza o pena perché mi ridiede i documenti e mi congedò con un: Take care.

L’incertezza che mi aveva letto in faccia, il riflesso dell’idea che il suo Paese fosse tanto magnanimo da prendersi cura di tutti.

A prendermi all’uscita del gate c’era Carol, che avevo già conosciuto sei mesi prima quando era arrivata con uno scambio all’università di Bologna, e che sarebbe stata la mia roomate. Ci tenne a dirmi subito che il prezzo del taxi era una spesa inclusa nello scambio fra università, per questo non era venuta con la sua auto. Mentre parlava mi immersi nelle sue consonanti e vocali nasalizzate e, più di tutto, nella lieve brezza di shampoo alla mela verde che emanava dai capelli. Carol mi sovrastava di una decina di centimetri, anche lei sembrava fatta di un materiale che la luce attraversava in modo differente, aprendone la pelle del volto verso slarghi di schiettezza che rasentavano l’improntitudine. Il taxi era guidato da un nero, ci separava da lui un vetro spesso e sporco, una misura contro le aggressioni che lì dovevano essere comuni. Sprofondavo nel sedile di pelle, con brividi di caldo e freddo, come avessi la febbre. Carol si prodigava in spiegazioni, cercava di illustrarmi il sistema delle highway che incrociavamo o cambiavamo, ma parlava a una sorda. Non capivo niente. Le parole mi entravano e uscivano, senza aderire a niente di quello che vedevo fuori dal finestrino. Lo sguardo mi scivolava su dettagli tipo la grana grigio chiaro dell’asfalto, così diversa da quella italiana, le ombre corte e i riflessi della luce accecante, quella luce che faceva i contorni neri, e immobilizzava le cose, anche se erano in movimento. Le parole scritte dei cartelloni lungo la strada s’imprimevano meglio, ne contai almeno otto con la scritta a caratteri cubitali SAVE MONEY, e sotto, in caratteri più piccoli, ti spiegavano come. Ce n’era anche un altro, di cartelloni, che ricorreva un po’ ovunque, portava una grande scritta in alto: ANGELINA, e sotto si vedeva il retro di un’auto decapottabile in corsa, con una donna al volante, di spalle, i capelli biondi e una sciarpa fucsia al vento. Chiesi a Carol chi fosse, e lei mi disse di non saperlo. Nessuno lo sapeva, ma da qualche mese si erano visti spuntare questi cartelloni un po’ ovunque.

Chissà chi li paga, considerato che non fanno pubblicità a niente, commentò. Forse è lo spirito della città, azzardai, come la lupa capitolina a Roma. Qui c’è ANGELINA.

I’ve never tought of that. Disse Carol, come se le avessi appena svelato un mistero da ponderare attentamente. But still, who would do it?

Se il comandamento più importante che risuonava nelle arterie della città era SAVE MONEY, chi ne avrebbe sprecato, di denaro, per evocare un angelo con una sciarpa di seta svolazzante al posto delle ali e una decapottabile in corsa?

Attraverso lo specchietto retrovisore ebbi l’impressione che da un camioncino, dietro il nostro taxi, spuntasse un clown con un fascio di palloncini rossi legati a una mano. Per qualche minuto fui convinta che il clown guardasse me, gesticolando, poi cominciai a dubitare di quello che vedevo, ANGELINA, il clown, le palme che svettavano, anche l’aria calda e secca che crepitava, sfogliando strati di tempo e memorie brevi. Non ci pensare più alla città che volevi lasciare, all’uomo più grande che ti faceva solletico sotto un’ascella con le dita dei piedi, mentre il soffitto mangiava le parole. Non esistono più. Chiusi gli occhi e forse mi addormentai, ma non più di cinque minuti. Eravamo arrivate. Welcome to Westwood Village, Le Conte Avenue.

L’appartamento era al piano rialzato di una casa che Carol mi indicò come la tipica tudor house del quartiere. Era divisa in quattro unità, noi saremmo state in una delle due che guardavano sul retro.

Più fresca – disse Carol – ci batte meno il sole.

Entrando prima ancora di osservarlo, sentii il pavimento scricchiolare, un assito di legno su cui mi venne subito voglia di appoggiare la pianta dei piedi liberandoli dalle scarpe. Vidi che nel corridoio d’ingresso appena sotto una panca c’era una distesa di sandali e mocassini, di una taglia consistente, adeguata alla stazza di Carol.

Le chiesi se potevo mettere anche le mie con le altre. Mi restituì uno sguardo d’assenso imbarazzato, lasciandomi capire che quell’abitudine tollerabile finché viveva da sola non avrebbe avuto senso ora che eravamo in due. Tolsi e appoggiai comunque le mie scarpe da ginnastica, piccole a fianco delle sue, e pensai: sei per la prima volta a Los Angeles, a dodici ore di volo da casa tua, in una città sterminata di cui hai letto di terremoti e rivolte razziali, di glamour urbano e abissi di disperazione, di cui hai intravisto l’intrico di strade incomprensibile, come il sistema di arterie che dovrai imparare a percorrere, e la prima cosa di cui ti preoccupi è liberare i piedi. Li strisciai con voluttà contro il pavimento nodoso e tirato a cera, sollevando le mie due valigie verso la stanza che Carol m’indicava. Dalla finestra protetta da inferriate nere e panciute verso l’esterno guardai, oltre la recinzione e la siepe, un’insegna al neon rosa fluorescente: “Tacos y Empanadas”. La punta di un ramo di palma ne lambiva un’estremità. Mentre Carol andava in cucina per preparare qualcosa da mangiare e da bere, aprii le valigie, individuai l’armadio ricavato nel muro. Tirai fuori qualche vestito, lo infilai nelle grucce. Posai una scatola sulla scrivania insieme a un paio di libri, ma mi stancai presto di quei gesti, come se fossero troppo precoci, imponessero un ordine che ancora non c’era. Mi avvicinai allora alla finestra per vedere meglio la palma, altissima e snella sopra l’insegna rosa. Sollevai la pianta del piede destro e notai che era impolverata di nero, stessa cosa per quello sinistro, nonostante il pavimento di legno chiaro sembrasse pulito. Dai miei piedi neri alzai di nuovo lo sguardo verso fuori. Il viaggio mi aveva portato fino a lì: piedi neri e palme, non molto, ma già parecchio per cominciare a parlare con quella terra sconosciuta.

(Questo racconto è uscito su Vanity Fair il 26 luglio 2017)