Category Archives: Sulla scrittura

Note e riflessioni sullo scrivere e la scrittura

Interviste

E altri materiali extra su Alessandra Sarchi:

  • L’isola deserta / Rai Radio 3 – Chiara Valerio
    Intervista ad Alessandra Sarchi (19 maggio 2019)
  • La Verità – Giancarlo Saran
    Intervista ad Alessandra Sarchi (9 agosto 2017)
  • Università per Stranieri di Siena – Daniela Brogi
    Intervista ad Alessandra Sarchi (12 maggio 2017)
  • Il Sabbatico / Rai News 24 – Alberto Melloni
    “L’anno che verrà”, intervista ad Alessandra Sarchi (30 dicembre 2016)
  • Periscritto.it – Marzia Tomasin
    “La scrittura non è un mestiere ma una vocazione e come tale va assecondata.”
    Intervista ad Alessandra Sarchi (14 dicembre 2016)
  • Cattedrale – Osservatorio sul racconto
    Nella sezione Meditazioni d’autore sull’arte di scrivere racconti potete leggere
    anche le meditazioni di Alessandra Sarchi (11 marzo 2015)
  • Il gattopardo – Zanichelli
    Andrea Tarabbia intervista Alessandra Sarchi per la casa editrice Zanichelli
    Si parla de Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: ascolta l’intervista
    (8 gennaio 2015)
  • L’estroverso – Sulla scrittura
    La scrittura è una ribellione che inizia da lontano

    di Alessandra Sarchi (L’estroverso, 6 dicembre 2014)
  • Vita da editor – Giovanni Turi
    Giovanni Turi intervista Alessandra Sarchi sul suo blog Vita da editor. 
    Leggi l’intervista (25 novembre 2014)
  • Vibrisse – La formazione della scrittrice
    Alessandra Sarchi inaugura “La formazione della scrittrice”, sezione del blog Vibrisse di Giulio Mozzi. Leggi il testo di Alessandra Sarchi (13 gennaio 2014)

Verità, realismo, autenticità

P. Aretino, "Emblema di Veritas", frontespizio di Adriaen Willaert, Cinque Messe, presso Francesco Marcolini, Venezia 1536

Pietro Aretino, “Emblema di Veritas”, frontespizio di Adriaen Willaert, “Cinque messe”, presso Francesco Marcolini, Venezia 1536

17 ottobre 2014

Durante uno dei recenti incontri di presentazione de L’amore normale, a Padova nell’ambito della Fiera delle Parole, lo scorso 12 ottobre, Emanuele Zinato mi ha chiesto fra le tante e puntuali sollecitazioni sul testo, condivise con un pubblico molto partecipe, come mi collocassi rispetto a quella che sembra essere una direzione maestra della narrativa italiana contemporanea: l’autofiction. Vorrei continuare a rifletterci qui, anche per chi all’incontro avrebbe voluto ampliare un tema dalle molte implicazioni.

La domanda di Emanuele Zinato mi è parsa molto sensata, visto che fino a quel punto si era ragionato di verità dei sentimenti, invocando la dichiarazione di Walter Siti sull’attuale incapacità a parlarne in termini non retorici, e considerato che proprio Siti ha poi scelto la via di una messa in scena costante di un io reale e di un io fittizio indissolubilmente legati a produrre quell’effetto di realtà sulla pagina scritta che dovrebbe fare esclamare al lettore: qui c’è del vero!

Sempre Siti ha poi scritto un pamphlet, Il realismo è l’impossibile (Nottetempo 2012), in cui dichiara come anche questa sia una tecnica, un virtuosismo fra i tanti con cui l’arte che è finzione, e tale rimane, può arrivare a dirci cose che pur essendo finte sono verissime.

Non di rado mi capita di cogliere un fremito di piacere e di assenso fra i lettori nel venire a sapere che dietro il romanzo che leggono c’è una cosiddetta ‘storia vera’, e altrettanto spesso mi è capitato di scambiare con amiche e amici che scrivono l’opinione che il tale o tal altro romanzo era più o meno credibile, la voce narrante suonava più o meno artefatta o al contrario naturale. Da dove viene questa fame di realtà? Ed è poi realtà la parola adeguata, considerato che da sempre nell’arte è stato pattuito un patto mimetico ma anche sublimante e di evasione e di stravolgimento del reale? Insomma considerato il fatto che a sospendere la nostra incredulità – the suspension of disbelief coniata da S.T. Coleridge nel 1817 – davanti a un testo narrativo non è quasi mai il contenuto in sé e per sé ma l’impasto fra forma estetica e intenzionalità, siamo sicuri che quello che cerchiamo è la realtà?

Siccome nella realtà siamo immersi, ma per conoscerla abbiamo bisogno di mille mediazioni, tra cui quelle artistiche in primis, l’impressione è che tutta questa fame di realtà venga dalla percezione di essere immessi in un flusso costante di informazioni e rappresentazioni fittizie e non veritiere: molto di quello che transita sui vari media, i giornali, le fiction televisive, specie italiane, i reality show, costituisce uno story telling continuo che se da una parte alimenta il desiderio innato di storie, dall’altra ci rende sempre più titubanti sul loro statuto di rilevanza, verità, credibilità.

Ecco dunque che per me risulta molto comprensibile la via dell’autofiction – lo scrittore che si mette in gioco in prima persona e filtra attraverso la sua esperienza il mondo – e tuttavia non credo che sia l’unica o necessariamente la più interessante strada per arrivare a quella che preferirei ora chiamare autenticità.

I personaggi dei miei romanzi vivono dentro di me, e di me, in una misura che non saprei dire, ma se così non fosse non potrei mai dare loro vita sulla pagina perché io per prima non li sentirei vivi, credibili. Quello che è richiesto allo scrittore è uno sforzo costante non solo di attendibilità, per quella basterebbe del buon giornalismo, ma di empatia vera e propria: sentire quello che i suoi personaggi sentono, forgiare i loro pensieri come se fossero i propri, animarli delle proprie ossessioni. La materia di ciò che scrivo sta dentro di me e nella mia realtà, non meno che i fatti più o meno rilevanti che mi accadono ‘per davvero’ ogni giorno.

Fuori dalla festa

“Sanno che non scrivo per loro. Io
so che non sono vissuti per me”.
Franco Fortini, Sonetto dei Sette Cinesi

Paolo Veronese, "Le nozze di Cana"

Il cielo scaturisce alto rispetto alla linea su cui si posa l’occhio, il suo moltiplicarsi in nuvole di bambagia luminosa fa volare questi settanta metri quadri di mondanità. Il bianco e l’azzurro prendono distanza dal brulichio sotto, dandogli prospettiva, come la scia degli uccelli intorno al campanile. Oltre, l’ossigeno e la vista si rarefanno. Sotto è la vita di tutti i giorni, in un giorno speciale, un banchetto di nozze e un miracolo. Togliete il cielo e gli uomini al balcone e la statua sulla balaustra precipiteranno, sentirete le voci della gente, le loro intonazioni popolari, la vena di volgarità che serpeggia ai matrimoni, le facezie e i commenti. Peter Greenaway ha inventato le loro parole, ha restituito il suono delle stoviglie, lo scorrere dell’acqua tramutata in vino, l’abbaiare dei cani. Ha tracciato linee sul quadro, lo ha trafitto di punti di fuga, lo ha attraversato come un acquario, lo ha riportato come un animale in cattività nella sua antica dimora, il refettorio benedettino dell’isola di San Giorgio a Venezia.

Questa foto, invece – una foto sporca e mossa – è stata scattata con un cellulare in un giorno qualsiasi, dei 360 durante i quali ogni anno il Louvre accoglie milioni di visitatori. Noi turisti. Ci frughiamo: uno sbadiglio, il principio di una lacrima, una certa sciarpa, un paio di scarpe che vorremmo uguali, lingue che non conosciamo o da cui ricaviamo informazioni che non ci riguardano, o solo rumore. Tutto è distrazione. Qualcuno sprofonda nel quadro, per qualche secondo, poi riemerge risucchiato dal presente o respinto da quegli uomini e da quelle donne di un altro tempo. Nessuno degli sguardi sulla tela s’incrocia con il nostro, nessuno ci tende la mano. Parlano, spettegolano, tramano, gioiscono, ordinano e vietano tutto fra di loro; si percepisce l’allegria che viene dal bere, l’isolamento chiassoso di una festa.
L’unico a mostrare concentrazione, un volto che ti guarda diretto ma passa oltre, è il Cristo al centro. Guarda tutti e nessuno in particolare. Il miracolo è già avvenuto. Possiamo tutti tornare ai dettagli della vita.
Ho fotografato la scena, l’immagine si è sfuocata. Il dipinto è troppo grande per stare in un solo scatto, la gente continua a muoversi. Ho fatto del mio meglio, per raccogliere tutto questo.

Thomas aveva detto che sarebbe venuto con me stamattina. Ci tenevo. Siamo a Parigi da una settimana, tra poco avremo finito lo stage presso la banca e torneremo a Wuppertal. Abbiamo sempre fatto colazione insieme, in questi giorni e anche durante le cene Thomas si sedeva accanto a me. Non ci conoscevamo prima. Credevo fosse nato qualcosa. È un ragazzo dolce, conosce il francese, anche lui si occupa di tassi d’interesse. Non ci eravamo mai incontrati prima. Ieri sera siamo rimasti a parlare fino a tardi, in albergo. Mi ha accompagnato alla porta della mia stanza, ci siamo baciati, e basta. Però stamattina che è sabato, il nostro giorno libero, non si è presentato all’appuntamento. Non ho voluto chiamarlo in camera, per non dargli l’idea di essere insistente, ho preso la metropolitana da sola e ho visitato per prima cosa l’ala degli Egiziani. Credo che uscirò presto da qui. Non ce la faccio più. Mi opprimono i ritratti italiani di donne bellissime, e le divinità nude, le statue e i vestiti raffinati, le feste e i matrimoni. La gente è sempre pronta a fare baldoria. Sono in mezzo a centinaia di sconosciuti. A Thomas non importa niente di me, come a tutti gli altri, avrei dovuto capirlo subito. Mi trema il mento, sudo dentro i vestiti. Potrei mettermi a piangere da un momento all’altro.

Una donna lascia cadere qualche rosa bianca dalla balconata sulla destra, quasi tutte le teste maschili sedute nel tavolo su quel lato si volgono all’insù. Due rose sono più in alto e una quasi già sul tavolo, un effetto che potrebbe essere l’antenato del ralenti. Ora saprei rispondere alla domanda della studentessa che l’anno scorso, mentre illustravo il paragrafo su Veronese, mi ha chiesto perché stessero tutti con la testa per aria da quella parte del banchetto. Nella riproduzione del manuale si perdono una quantità di dettagli, è chiaro, mentre qui le rose sono la prima cosa che ho notato. Dovrò trovare un’immagine sufficientemente buona perché i miei studenti possano osservarle, o forse portarli in gita a Parigi. Le rose si trovano a metà altezza fra la mano che le ha lanciate e il tavolo sul quale planeranno, e così catalizzano l’attesa di tutti, come ogni volta che un oggetto cade. D’altronde tutto in questo quadro tende all’orizzontale, all’esibizione terrena. Ma poi, perché un mazzetto di rose bianche? A questo saprei rispondere: simboleggiano fedeltà e castità, venivano considerate beneauguranti per i matrimoni. Per quanto, è bizzarro che fra gli innumerevoli dettagli con cui il pittore ci distrae – giare che sono vasi antichi, musicisti che suonano in primo piano, cani e gatti, nani, ruffiani e cortigiani, vasellame e statue – il valore simbolico del rito consumato, il matrimonio, sia affidato a un mucchietto di petali diafani in caduta libera. Cadono, come prima o poi cade ogni simbolo. Cadono per regola fisica, perché qualcuno le ha lanciate nel vuoto. Come ogni matrimonio, ogni legame, ogni amore ha una sua parabola da compiere, sulla terra.
In che cosa credeva Veronese?

The canvas is 10 metres for 6,7. They had to cut it in several pieces to transport it from the Refettorio of Benedettini at S. Giorgio in Venice to Paris.
Dunque, The mariage at Cana è grande quanto un appartamento di media grandezza a Pechino. Oh. Che io sappia in Cina la maggior parte della popolazione ha a disposizione una superficie abitabile inferiore a 40 metri quadrati, almeno nelle città. The scene is set in a open courtyard and the assembly is soumptuously dressed. Ne ho contati centotrenta, e sembrano tutti ricchissimi, anche se l’episodio del Vangelo di Giovanni non lascia pensare che si trattasse di un matrimonio abbiente, altrimenti non sarebbero rimasti a corto di vino. Clothes are fashioned according to the Italian XVII century style, with oriental touches. Fabric, especially silk, came to Venice all the way from China. Ma erano in Galilea, millecinquecento anni prima. Non esiste una sola opera di Veronese in Cina, e se per questo di quasi nessuno degli antichi maestri europei, mentre so che di recente a Hong Kong è stato acquistato un disegno di Michelangelo a un’asta di Christie’s.
Sono stanco. La pittura occidentale è faticosa, come deve essere per loro la nostra scrittura. Un esercizio di memoria fatto di moltissime ripetizioni e varianti, per catturare il tempo e le cose, farli sembrare materiali. Alla mia fidanzata sarebbe piaciuto; le piacciono tutte le immagini occidentali, anche se non le capisce. Nemmeno io le capisco. All’uscita comprerò per lei una cartolina. Al mio ritorno ci sposeremo, abiteremo in uno spazio che è la metà del Mariage at Cana. Passeranno anni – credo – prima che possiamo tornare insieme in questa parte del pianeta.

Un quadro da ricchi, da vincitori. È per questo che i Francesi se lo sono presi con le truppe di Napoleone e non lo hanno mai restituito. E d’altronde chi restituisce i trofei di guerra? Dieci metri equivalgono a 32 e 9,70 piedi. Non starebbe nella nostra casa, ma forse sulla parete lunga della concessionaria d’auto.
Amber dice che vorrebbe rifare il bagno della nostra stanza in rosa. Rosa? Le ho chiesto. Sì come queste colonne, queste del dipinto di Paolo Caliari, called Veronese. Deve essere un tipo di marmo rosa che viene dall’Italia, costerà un occhio della testa. Ogni volta che viaggiamo in Europa le vengono idee costose. Passa tutto il tempo a lamentarsi delle cose che non funzionano, di come questo o quello in Florida sarebbe stato fatto meglio, però riesce sempre a trovare un oggetto o un materiale unico e costosissimo da riportare a casa. È il nostro anniversario di matrimonio, per questo siamo venuti a Parigi, oltre al fatto che le vendite alla concessionaria sono andate piuttosto bene nell’ultimo anno e ci meritavamo una vacanza. Amber pensava che gli sposi dovessero stare al centro della tavola, invece sono di lato a sinistra, non sa spiegarselo. Ieri sera a cena ha anche detto che non le dispiacerebbe risposarsi. Una cerimonia regolare, con amici vecchi e nuovi. Perché? Faccio io. Per confermare l’amore, mi dice lei. E aggiunge, in puro stile Amber: e poi adesso mi farei fare un vestito completamente diverso da quello di dieci anni fa.

Mia moglie dice che si vede che faccio il macellaio. Dice che ce l’ho in faccia e nelle mani il peso della carne, di generazioni di macellai, gente che allevava bestiame per ammazzarlo, avendo imparato a conservarlo e tagliarlo in pezzi adatti alla cucina. Mia moglie dice anche che i macellai sono gente sensibile. Non sempre, ma a volte, sì. Perché toccano la sofferenza e la vita, quando già non ci sono più e stanno per diventare altra vita, futura sofferenza. Si riferisce al mangiare, credo. Lei non mangia quasi carne. Avrei preferito continuare a studiare agronomia anziché diventare macellaio, ma che potevo fare dopo la morte di mio padre? Sono contento di vedere questo quadro dal vivo, non immaginavo fosse tanto grande, l’avevo visto come illustrazione in un libro, “L’arte antica dello scalco”, che mi hanno regalato l’anno scorso. L’autore dice che la figura al centro, sopra la balaustrata, è quello che nel Rinascimento chiamavano un trinciante, ossia l’uomo predisposto al taglio delle carni. A un banchetto fatto a regola d’arte, il trinciante non poteva mai servire più di sei persone alla volta, altrimenti avrebbe scontentato i commensali e non sarebbe apparsa la sua virtù. Si è sempre attribuito un gran peso al taglio della carne, e io so perché. Un macellaio al centro di un quadro, sopra Gesù, non l’avevo mai visto, però. L’audioguida dice che simboleggia e prefigura il sacrificio. Starà tagliando cosce di montone e costate di agnello arrosto, questo di Cana. A sera avrà le mani sporche del grasso della carne, i polsi fiaccati dal coltello, è da lui che dipende la riuscita del banchetto, anche se nel Vangelo si parla solo del vino.

Mi piacciono molto le tonalità di rosa di questo dipinto. Ce n’è parecchio, nelle colonne, nelle giubbe e nelle palandrane, nel pavimento a inserti, perfino nell’aureola di Gesù c’è un riflesso rosa. Ogni anno visito una capitale e i suoi musei. Lo faccio con regolarità da quando sono in pensione. Per l’occasione mi tingo i capelli di un colore diverso. Ho provato le sfumature del biondo platino (Madrid), dell’argento cenere (Vienna), del verde sirena (Amsterdam), e del blu cinerino (Praga). A Parigi ho optato per il rosa. Pink rose, per la precisione. Dal momento che alla mia età la scelta è tra lasciarli bianchi o tingerli, perché non divertirsi con il colore? Certo finché era in vita mio marito, non avrei osato. Ma adesso. Che scoperta la libertà delle cose piccole, materiali. Ci affanniamo per tutto il tempo a dettare testamenti morali, giuriamo su cose difficili, veniamo meno, restringiamo ancora le regole. Perché non riusciamo mai a essere liberi? Liberi almeno di spostare l’ordine delle piccole cose, senza che tutto precipiti o perda senso. Il pittore, ad esempio, si è preso la libertà di appoggiare la scena su un pavimento che sembra quello di una chiesa, o di un palazzo, più che di una piazza. Ha impilato sul muro esterno di una loggetta una batteria di piatti che dovrebbero, invece, stare in cucina. Ha vestito come ricchi patrizi veneziani i convitati e gli sposi, che dovevano essere, a rigore, gente comune della Galilea. Ha raffigurato Gesù come un bel giovane, al centro, che non fa nulla. Non dice alla madre: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. E nemmeno ordina ai servi: “Riempite le giare d’acqua”.
Eppure sembra tutto vero, accaduto. Così fa l’arte.
Che direbbe mio marito, ti sei messa una nuvola in testa? Sì, una magnifica nuvola rosa.

(Il racconto fa parte dell’antologia Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, a cura di Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, Donzelli, Roma 2014)