Settantadue ore senza scampo. “Spaesamento” di Giorgio Vasta

Recensione al libro: Giorgio Vasta, Spaesamento, Laterza, Contromano, Roma-Bari 2010

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“L’Italia senza la Sicilia non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto”. La tappa finale del viaggio in Italia di Goethe (1786-87) fu ricca di rivelazioni; a Palermo, in seguito a una visita all’Orto Botanico Goethe cominciò a formulare la teoria di quell’Ur-pflanze, la pianta matrice di tutte le altre, la pianta archetipale, che avrebbe sviluppato nella pubblicazione Metamorfosi delle piante (1790) ed esteso al mondo delle attività umane, come idea che esiste un inizio, potenzialmente in grado di tenere in sé ogni possibile conseguenza e derivazione.

Desiderio sorpresa, scoperta e conferma, sono i motori del viaggio di Goethe e non è un caso che in una Sicilia vista in termini quasi esclusivamente magnogreci Goethe trovi la spiegazione finale, l’arché di tutto quello che ha osservato ed esperito fino a quel momento e che questa scoperta prenda la doppia forma del dato culturale, antropologico, e di quello biologico. Goethe è convinto di aver trovato la matrice, qualcosa di antichissimo e che continuamente si rinnova dando forma al presente: al volto dei luoghi, al comportamento di chi li abita.

Che oggi, a più di due secoli di distanza, l’Italia sia a malapena, e di certo non solo, “il paese dove fioriscono i limoni”, per citare il famoso verso dello scrittore di Weimar, è cosa nota. Se Pasolini poteva ancora permettersi qualche residuo di ‘Sehnsucht’, di nostalgia per un mondo rurale presto devastato e umanamente impoverito da un’industrializzazione feroce, oggi, anno 2010, anche quella sembra preistoria. E per chi si muovesse spinto dalla ricerca di un principio generatore, dall’idea che i paesi devono essere conoscibili, perché in questo sta la loro essenza, avere caratteristiche definite, riconducibili a una dinamica di interazione tra l’uomo e l’ambiente, di un certo uomo e di un certo ambiente? Quel paese risulterebbe introvabile. Questo è il ribaltamento sconcertante che porta a Spaesamento, l’ultimo libro di Giorgio Vasta, (Laterza), racconto di un mini viaggio a Palermo, sua città natale. Lo schema del riconoscimento tra le forme esteriori dei luoghi e la volontà di chi in quei luoghi vive viene infranto e deluso fin dalla prima pagina, dove il narratore-esploratore sbarcato all’aeroporto di Palermo si stupisce che la tecnologia del riciclo dei rifiuti si sia imposta nella forma dei raccoglitori della spazzatura, ubbidendo a un imperativo (o a una moda) di civiltà e di etica, salvo poi venire indistintamente utilizzati da chi getta la spazzatura in un’unica “specie di composto detritico ancestrale”.

Questo scollamento tra la forma delle cose e la logica che presiede al loro uso, tra l’imposizione di un aspetto moderno, commercialmente allargato, e la resistenza sorda a capirne e farne proprie le ragioni è il dato costante che Vasta rileva nelle settantadue ore trascorse a Palermo, un dato schiacciante e contagioso, una sorta di passività, di ‘rabbia bianca’ davanti ai tanti cambiamenti che lo scrittore osserva: la chiusura di bar ‘storici’ e l’apertura di improbabili outlet di vestiti, il rifacimento tecno-patinato degli interni dei caffè, la morìa delle palme divorate da dentro dal punteruolo rosso. Cambiamenti a cui non corrisponde un mutamento vero, una risposta dal profondo, piuttosto un passivo adeguamento, un mimetismo che non ha memoria di niente altro. Gli uomini nei bar parlano di Berlusconi in un dialetto che esclude chiunque altro non capisca quella lingua, riconducendo le sue vicende − che sono vicende del paese che governa − a loro vicende personali, la ragazzina incontrata in un vicolo ripete gesti di scherno arcaici come lo sputo e la maledizione, i bambini in spiaggia mimano la violenza dei grandi imponendo il pagamento virtuale di un ‘pizzo’ per l’accesso all’acqua della fontanella, i post-punk emo che stazionano nelle piazze si lasciano insultare senza reagire, perfino l’unica apparizione di desiderio − e il desiderio radica ai luoghi − la donna sulla spiaggia, con il corpo salvaguardato dal tempo da uno strenuo sforzo cosmetico, risulta inafferrabile, una divinità dell’immaginazione presto degradata dal dialetto rozzo e incomprensibile con cui la madre le si rivolge. Ma è legittimo pensare di capire un luogo dalla visuale di una spiaggia (Mondello), sotto un cielo spietatamente azzurro, o dentro un bar appena rifatto? Sì, perché l’anima dei luoghi è largamente antropologica e “il problema non sta nella rivendicazione di una bellezza che prima c’era e adesso non c’è più, perché prima non c’era nessuna bellezza (prima, forse, non c’era il problema della bellezza). Il problema riguarda il processo di cambiamento, l’assenza di un’alternativa reale, l’inevitabilità di questa metamorfosi, la sua rapidità e la sua perentorietà, e la sensazione che il prodotto di questa metamorfosi si costituisca adesso come nuova matrice e come unica origine. E allora la mancanza che sento è di un passato.” Dunque è l’assenza del senso della storia, del vedere prospettive e intrecci, come Goethe vedeva nei limoni altro dai limoni, il sentimento nichilista che inchioda il narratore alla fine dei suoi ‘carotaggi’ a una realtà che si lascia attraversare senza resistenze e dunque da un capo all’altro del paese, nord-sud, produce una sommatoria che è pari a zero. Non è nostalgia, è l’appiattimento su “un presente infinito e senza scampo”. Uno scenario dove si finisce per accettare tutto, maleducazione sopruso miseria. Nella parte conclusiva del libro la donna-cosmetica (quasi una Beatrice dantesca: “Qui, adesso, parliamo in altro modo”) fornisce l’unico ammaestramento possibile: non si può vivere nell’indistinzione che caratterizza la materia biologica, pre-storica, pre-culturale, pre-morale, quella in cui sprofonda l’intero paese Italia. Bisogna affrontare la storia e farsi carico delle proprie responsabilità individuali e sociali, a partire dal basso, molto basso, dalla stanza, ad esempio, in cui il narratore prova con tenacia e umiltà a smontare, rimontare, e far funzionare un vecchio ventilatore.

(Alias, 24 luglio 2010)