Anne Carson, Antropologia dell’acqua

Recensione al libro: Anne Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, a cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini ed Emmanuela Tandello, Donzelli, Roma 2010

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“Water tenacious love”
(Empedocle framm. 209, trad. di A. Carson)

Uno degli esiti più efficaci − e paradossali − della scrittura di Anne Carson è riuscire a esprimere significati opposti a quello che la littera delle sue parole, a prima vista, afferma. Così la quinta sezione del libro di prose e poesie Plainwater (ed. orig. 1995), Anthropology of Water, è anche una sfida al luogo comune del ‘semplice come l’acqua’. In effetti qui di semplice c’è ben poco: se l’acqua è la metafora dello scorrere e del cambiamento, cosa lega il culto delle vestali, la condanna delle figlie di Danao a setacciare acqua in eterno per aver ucciso i rispettivi mariti, al cammino verso Santiago di Compostela (I testo), a un viaggio giovanile attraverso gli Stati Uniti (II testo), e infine alla visione ipnotica del fratello, che per giorni nuota in un lago, con cui si chiude il libro? Acqua che sfugge e crea sete all’inizio, acqua racchiusa in un quarzo che fissa la memoria alla fine. L’edizione curata da Anedda Biagini Tandello, attraverso la Prefazione e un Diario di bordo finale, rende conto della complessità intrinseca all’opera e della difficoltà di traduzione, per i rimandi interni e le citazioni (Shakespeare, Eliot, Kafka, i presocratici, la poesia degli Haiku), soprattutto per l’uso della ‘tecnologia’ della poesia prestata alla prosa (I. Brodskij): “Non uno sviluppo lineare, bensì un processo di crescita e concrescita del pensiero, paragonabile a quello che dà luogo alla nascita dei cristalli”. La prima sezione è costellata di epigrafi di scrittori spagnoli e orientali, nella seconda si trovano svariate citazioni da una non meglio identificata ‘antica sapienza cinese’. Siamo dunque nel regno della traduzione di traduzioni, che non è solo lessicale, ma propriamente di pensiero; molto opportuno dunque, e certamente interpretativo, suona il titolo aggiunto dalle curatrici della versione italiana: Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio. E non mancano finezze come some traped water, reso con un’acqua (e non: dell’acqua) catturata.

Le parole, e l’acqua, scorrono, danno forma ma non trattengono il pensiero, come non trattengono gli uomini – il padre, un compagno di viaggio chiamato il ‘mio Cid’, un uomo che porta il desiderio fisico e una pienezza vitale quasi dolorosa, il fratello. I protagonisti, come è proprio della poesia lirica, non sono mai più di due: chi dice io, ed è donna, e l’altro che è uomo; il contesto è il viaggio da cui si deve tornare diversi, anche se questa diversità, rispetto a se stessi, rispetto all’altro, è la prima radice di smarrimento e di sofferenza. Su un piano simbolico, narrativo e cosmologico intravediamo una vicenda interiore: l’autrice si presenta all’inizio come una vestale decaduta, non ha saputo trattenere l’acqua, ha ceduto all’amore, ha perso integrità, ma questa perdita è un fatto naturale (Non puoi trattenere l’acqua. L’acqua abbandona se stessa) anche se inspiegabilmente doloroso. Carson ha ripreso e approfondito questo tema nel libro d’artista realizzato insieme a Roni Horn, Wonderwater. Alice Offshore (Steidl Verlag 2004), dove la teoria dei quattro elementi di Empedocle e la dialettica tra Amore e Conflitto sostengono le sue riflessioni di nuovo sul rapporto fra donna e uomo, declinato nella stessa versione personale e nelle vicende del poeta Hölderlin, mentre la figura del fratello riappare nel libro opera-totale Nox (New Directions 2010). La maggior leggibilità e la struttura più lineare di questi testi aprono un dubbio: i tagli e l’andamento ellittico di Anthropology of Water, e in generale di Plainwater, sarebbero stati tali senza la regia editoriale di Gordon Lish, ormai famigerato editor di Carver?

(“Testo a fronte”, n. 45, 2011)