L’oscenità della morte

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1.

Da un po’ di tempo a questa parte morire sembra diventato un reato; a voler essere un po’ meno iperbolici, è diventato un fatto straordinario che la percezione collettiva comune ha fretta di rimuovere, o all’opposto, ma si tratta delle due facce della stessa medaglia, enfatizza in modo spettacolare. Non mi riferisco a morti in circostanze eccezionali, o in età molto giovane, che da sempre hanno suscitato compassione e contribuito a fondare un genere letterario – l’elegia – che potesse accogliere la memoria individuale come baluardo al poco, o niente, in cui si risolvono le vite di moltissimi. Penso piuttosto a quanti sono consumati dalla vecchiaia, dalla malattia, o da entrambe le cose; a tutti gli esseri viventi per i quali il ciclo biologico si è esaurito o deteriorato a un punto tale da comprometterne la possibilità di essere persone, cioè viventi con una vita psichica e di relazione complessa e articolata con il resto del mondo. Penso anche a quanti semplicemente non ce la fanno, non perché fisicamente ammalati, ma perché la vita è un peso inaffrontabile. L’istinto di sopravvivenza, la forza più brutale che ci muove, a volte, e non sempre a torto, si arrende a qualcosa di superiore, a uno squarcio avvertito come irrimediabile fra sé e la vita. Chi ha il diritto di inoltrarsi in questo spazio e di decidere? Nessuno se non i diretti interessati. Pensare il contrario sarebbe come immaginare che davanti a Dio, per chi ci crede, all’assoluto, all’imponderabile, o più banalmente, davanti alla propria coscienza ci si possa presentare in massa, con richieste di categoria e patteggiamenti sindacali.

Assumiamo un dato di fatto: morire, in una società consumistica basata sulla rimozione della morte, e soprattutto in una società che dispone di mezzi notevoli per tenere in vita i corpi, non è semplice. Nemmeno per chi sia nelle condizioni ottimali, malattie devastanti e vecchiaia avanzata, per augurarselo. Lo dimostra il travagliato e disgraziato iter del disegno di legge noto come Testamento Biologico e i casi in crescita – Welby, Englaro, Monicelli, per citare i più noti – di interruzione eclatante e violenta della vita. Dico violenta perché, se su un piano giuridico sarebbe auspicabile che si arrivasse al totale rispetto della volontà individuale, ciò non eliminerà mai del tutto il fatto che morire, e soprattutto aiutare a morire, richiede una forma di violenza. E su questo terreno, luogo contraddittorio di fortissimi tabù e discutibili prassi, mi pare si collochino due testi della narrativa italiana molto distanti nel tempo e nello stile.

 

2.

Passo d’addio di Giovanni Arpino, uscito presso Einaudi nel 1986, poco prima della morte dell’autore, e Antartide di Laura Pugno, fresco di stampa presso Minimum Fax.

Nel libro di Arpino, Giovanni Bertola, un anziano professore di matematica, consapevole di essere affetto da una forma grave di sclerosi cerebrale, affida a Carlo Meroni fedele allievo e già cattedratico, il compito di aiutarlo ad andarsene. Ogni domenica, tra aforismi sulla vita e divagazioni sui massimi sistemi, Carlo si confronta in una rituale partita a scacchi con l’anziano professore. Dentro la scatola che contiene le pedine del gioco si trova anche l’astuccio con la siringa predisposta dal professore affinché l’allievo possa, soffiandogli aria in vena, provocargli un’embolia e finirlo in fretta. Carlo, pur avendo promesso, tentenna e rimanda, intanto la malattia del professore degenera. L’anziano uscendo di casa si perde e quando lo ritrovano non riesce più a camminare, ha perso l’uso della parola e la coscienza vigile. La siringa non verrà mai usata. Giovanni Bertola, paralizzato su un letto, sarà aiutato a morire da Ginetta, la nipote delle signore, molto perbene, presso cui il professore è pensionante. Prototipo della donna moderna (per come intendeva moderne le donne un autore nato nel 1927) sessualmente emancipata, vitale anche se un po’ instabile, Ginetta è l’unica a cogliere le ultime parole articolate del professore, l’ultimo guizzo di umanità. La sola ad assumersi la responsabilità di aiutarlo, preparandogli un cocktail di barbiturici e restando con lui fino all’ultimo respiro. Dopo, come in una pièce teatrale settecentesca, Ginetta lo annuncia ai tre pusillanimi, le zie affittuarie e l’allievo, barricati in cucina e perfettamente consapevoli di quanto stava accadendo: “Tocca a voi adesso, brava gente”. Alle due zie tocca l’organizzazione del funerale, la spartizione dell’eredità, nonché lo scrupolo della confessione; a Carlo la constatazione della propria inettitudine. Cosa sia passato nella psiche di Ginetta, dopo o durante la morte del professore, Arpino non lo dice, ne mostra solo i gesti attenti, di cura. Il romanzo si chiude con la figura tormentata e vinta di Carlo, che immagina, e invidia, “il professore tra le braccia misericordiose di Ginetta mentre moriva.” Quasi una pietà dipinta.

Anche in Antartide di Laura Pugno chi decide di morire è un professore universitario, Niccolò Bechis, un neurologo che, dopo aver scoperto di avere un’afasia degenerativa incurabile, destìna tutti i propri beni alla “Casa di Miriam”, un luogo tra i boschi al confine tra l’Italia e la Francia, alla cui fondazione ha contribuito attivamente. La morte lo coglie sul treno che lo avrebbe portato fra gli chalet nel bosco dove Miriam, madre di una bambina affetta a sua volta da tumore e operata da Niccolò Bechis, offre discrezione, pace e soprattutto la possibilità di andarsene nella maniera prescelta, per chi lo voglia. La morte del professor Bechis coincide con il rientro a Roma del figlio, Matteo, dopo una spedizione scientifica in Antartide, durante la quale si sospetta abbia tentato di suicidarsi nelle acque ghiacciate. La ricostruzione del piano paterno, e della verità che si cela dietro la “Casa di Miriam”, è resa possibile perché l’ex-compagna, Sonia, figlia di un altro professore universitario amico intimo del padre di Matteo, lo contatta dalla “Casa di Miriam” dove si è recata alla ricerca del padre lì ricoverato e poi sparito. La perlustrazione del bosco sulle tracce del padre di Sonia, che verrà trovato morto in un burrone, dà modo a Matteo di passare del tempo con la misteriosa Miriam e con il suo aiutante (amante?) Gabriel, esperto dei boschi. Miriam (come Miryam, la principessa biblica, simbolo di una femminilità ribelle e portatrice di salvezza individuale e collettiva?) gli rivela la natura del luogo: aiutare a morire malati terminali che lo desiderano, e ognuno pare desiderarlo in modo diverso. C’è chi vuole ‘addormentarsi’ nel bosco con una pastiglia e non svegliarsi mai più, chi preferisce che il proprio corpo sia bruciato, chi vorrebbe invece che se ne cibassero gli animali. Matteo assiste a una di queste spedizioni nel bosco. Vede una coppia di malati terminali aiutata da Gabriel, l’angelo della morte, prendere i farmaci letali, e assiste alla cremazione all’aperto, sopra una catasta di legno, del corpo del padre di Sonia. Poco prima di andarsene, tra i nuovi ospiti della casa di Miriam Matteo scoprirà un altro amico di famiglia, il dottor Scesi, anche lui in fin di vita. In un paio di dialoghi rivelatori Matteo capisce il piano concepito da suo padre e dai suoi amici-colleghi, è Miriam a svelargliene la logica: “Tutto questo ti fa orrore (…) Ma prova a pensarci (…) Pensa cosa significa perdere totalmente il controllo del tuo corpo, sopportare cure dolorosissime, sapendo che saranno inutili. Pensa se potessi scegliere.” Ma, all’invito che Miriam gli rivolge a rimanere per aiutarla, risponde: “No. (…) Anche se credessi in quello in cui credi tu, non ne avrei il coraggio” e alla battuta successiva di Miriam, “Ti sbagli. Tu hai dentro il freddo sufficiente”, Matteo non può far altro che tacere e abbassare lo sguardo. La clinica fondata dal padre, e sostenuta da una collettività di studiosi amici e colleghi, si rivela agli occhi di Matteo un’inquietante luogo della buona morte. Il fatto che sia liberamente scelta non la rende, soprattutto per chi rimane e per chi assiste, meno scioccante.

 

3.

I due romanzi, nonostante la distanza temporale, hanno punti di contatto notevoli che rivelano un contesto sociologico e una dialettica di valori omogenea e comparabile. Mentre nella realtà arcaica descritta da Michela Murgia in Accabadora (Einaudi 2009) la comunità riconosce, pur con qualche conflitto, che ci debba essere una figura addetta alla cura dell’altro, in particolare del morente, l’orizzonte di Passo d’addio e Antartide è radicalmente individualistico. Non c’è una comunità dotata di leggi, rituali, o convinzioni che legittimino le scelte dei protagonisti che, per questo, risultano tanto più estreme. A somministrare o facilitare la morte, in entrambi i casi, è una donna (così anche nel bellissimo film Mare dentro di Alejandro Amenábar, Spagna 2004), la cui condizione sociale è di non integrazione nel quadro delle convenzioni della comunità in cui vive, o meglio di un ruolo ritagliato a margine. Versioni moderne della figura della ‘strega’, colei che traffica con i misteri di nascita e morte e per questo è condannata dall’ordine morale, – dove storicamente morale e religione cattolica hanno coinciso – la sboccata Ginetta e Miriam dai capelli color fuoco sono vitalissime outsider. Si caricano di responsabilità che nessun altro vuole e capiscono l’importanza di allestire un rituale, anche minimo, per sancire il passaggio, per renderlo accettabile in quanto estremo gesto umano che rivendica la dignità della persona.

Le figure dei morenti, viceversa, appartengono a un ceto dotato di mezzi per farlo, non solo economici, ma principalmente culturali: sono professori universitari, consapevoli delle proprie condizioni fisiche, dell’inutilità delle cure mediche e dell’ostilità sociale a cui va incontro la loro scelta. I personaggi maschili che li affiancano, figli biologici o figli putativi, capiscono il gesto, la giustezza del gesto, ma non hanno letteralmente il coraggio di compierlo, diversamente dal Clint Eastwood, regista e attore nei panni dell’angelo della morte, di The Million Dollar Baby (USA 2004), uno dei pochissimi casi di assunzione maschile di un ruolo prevalentemente declinato al femminile.

Carlo Meroni e Matteo Bechis rimangono traumatizzati dalla morte, anche quando è somministrata con estrema dolcezza, come fanno la sensuale Ginetta o l’angelico Gabriel. La paralisi psichica che li coglie rivela una loro anteriore, e più profonda, inettitudine e distanza con la vita. Tuttavia non possiamo esimerci dal capire, e in parte condividere, anche la loro riluttanza inane, il dolore pietrificato. Ci tiene lì, sull’orlo di una pagina in cui qualcuno muore e noi rimaniamo. Siamo come il lettore sgomento a cui Marguerite Yourcenar consegna, con un gesto di estrema pudicizia, l’atto finale dell’Opera al nero: “Non oltre è concesso andare nella fine di Zenone”.

(Le parole e le cose, 17 ottobre 2011)