Tag Archives: Alessandra Sarchi

Resoconto

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Henry Miller, “L’ascolto”, Parigi 1986

 

 

 

 

 

11 ottobre 2018

Rachel Cusk, nata a Saskaaton, Canada, nel 1967 ma da molto tempo residente in Inghilterra, è una scrittrice che unisce due doti raramente ben assortite e compresenti: da una parte la capacità di narrare la vita di tutti i giorni, analizzando i gesti che ne determinano le piccole o grandi svolte, insieme alla percezione dell’unicità individuale dei sentimenti, dall’altra l’abilità di riflettere sulle strutture linguistiche con le quali intessiamo di continuo il racconto di ciò che viviamo.

Su questo doppio binario si è distribuita la sua produzione letteraria, che comprende anche due memoir saggistici sulla maternità e sulla separazione, e che culmina nella trilogia di cui Einaudi Stile Libero ha appena pubblicato il primo volume: Resoconto, uscito in originale nel 2014 e ora tradotto con grande sensibilità da Anna Nadotti.

Una voce narrante femminile, una scrittrice di cui sappiamo pochissimo, se non che è separata da poco e ha due figli, racconta un viaggio e un soggiorno ad Atene, dove va per tenere un corso estivo di scrittura. Gli incontri che riempiono le giornate della protagonista diventano la materia stessa della narrazione: il fluire incessante di storie altrui che entrano in risonanza con la propria, toccando temi come il matrimonio, la famiglia, i figli, l’affermazione professionale. Numerosi sono i personaggi che si raccontano: l’anziano uomo d’affari greco che siede al suo fianco in aereo, nel viaggio da Londra ad Atene, e che la invita a ripetute gite in barca, fino a dichiararle un interesse tanto goffo quanto toccante, gli studenti del seminario di scrittura con la loro reticenza o il loro straripare espressivo, i colleghi inglesi o ateniesi con le loro frustrazioni e coi loro successi. Insieme formano un coro di voci intrecciate, espongono fatti, esplorano sentimenti e ricordi, deformandoli, censurandoli, comprimendoli fino a farli diventare tollerabili, perché la vita – pare dire Cusk – è sempre un insieme di progetti abbozzati, e imprevedibilmente cambiati dagli eventi. Desiderio, proiezione e perdita sono la vera sostanza di cui è fatta la miriade di occorrenze con cui allestiamo gli scenari effimeri dentro cui ci muoviamo.

La scrittrice – Rachel Cusk e il suo alter ego narrativo – si dispongono con infinita disponibilità ad ascoltare, e riascoltare, a confrontare le versioni di un medesimo episodio, perché raccontando rielaboriamo e selezioniamo, confezionando una realtà che di rado combacia con l’accaduto, ma è piuttosto la trascrizione infedele e rivelatrice di ciò che siamo. La vita è quella che accade, anche nella sua totale insignificanza, anche nel suo divagare irrelato, come mostrano molti dei resoconti degli studenti del corso tenuto dalla protagonista, ma è anche – e non meno – il racconto che ne facciamo, e come reagiamo a tale racconto.

L’ultimo personaggio che entra in scena nel romanzo, è una sceneggiatrice che prenderà il posto della protagonista nell’affitto della casa ateniese, forse l’ennesimo alter ego, e ci descrive l’incontro appena avvenuto con un diplomatico: “Coi suoi racconti, lui andava descrivendo, di fatto una difformità sempre più palese, una difformità in cui lui stava da una parte e lei, con ogni evidenza, dalla parte opposta. In altre parole, andava facendo il racconto di ciò che lei non era: di ogni cosa che diceva di se stesso, lei riscontrava nella propria natura l’equivalente negativo”.

Si direbbe che il talento e l’originalità di Cusk si svilupppino appieno in questo spazio: nella difformità e nella compressione/dilatazione del racconto rispetto alla vita. I suoi personaggi vivono, ma soprattutto raccontano quello che hanno vissuto, e si definiscono a loro volta per contrasto o adesione tramite i racconti altrui.

La protagonista, che li ascolta tutti, è in quella posizione di apertura e di scarto che consente di mettere in prospettiva e dare forma a ciò che si presenta solo come giustapposizione, un fluire talora difforme talora ripetitivo. Cusk ci fornisce così una delle metafore più potenti della letteratura che si possano incontrare nella prosa contemporanea, mettendo in opera una strategia narrativa che rinegozia la distinzione fra autore e personaggio. Non stupisce che la sua trilogia abbia suscitato tanta attenzione e dibattitio critico nel mondo aglosassone.

Narrare e riflettere sulla narrazione, e nello specifico su come le forme adottate modifichino e determinino la gamma del dicibile, è un terreno su cui tutti i grandi scrittori della tradizione modernista si sono confrontati e, pur nella diversità di premesse e di soluzioni adottate, per tutti la posta in palio era quella dell’autenticità.

In un suo precedente romanzo, Le variazioni Bradshaw, Cusk scriveva: “è facile dire cosa sia artificiale, più difficile dire cosa sia autentico”.

Con Resoconto Cusk ha abbandonato quelli che Gianni Celati ha definito i cerimoniali tradizionali del romanzo, una trama conclusiva ad esempio, per trovare una propria via all’autenticità: un’accoglienza fiduciosa per le storie individuali, anche quando sembrano non portare a nulla, esattamente come la vita di ciascuno di noi.

Leggendo Resoconto non si può che essere grati di aver incontrato una scrittrice tanto generosa e convinta che “le storie chiedano una forma di speranza”.

(Questo articolo è apparso su La lettura, il 7 ottobre 2018)

Le conseguenze delle parole

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Marco Gastini, “Miraggi e riflessi”

17 agosto 2018

Era da tanto tempo che volevo scrivere due righe sulle conseguenze delle parole. Mi ritrovo a farlo in un momento davvero tragico e disperante: il crollo del ponte Morandi a Genova e la deriva antiistituzionale, xenofoba e antidemocratica, coi respingimenti dei migranti via mare, che l’Italia va assumendo negli ultimi mesi.

Mi colpisce come i media svolgano così male il loro compito: non informano, fanno da cassa amplificatrice a dicerie, emotività volatili, posizionamenti faziosi, incoraggiando sondaggi assurdi: siete pro o contro la revoca delle concessioni autostradali? Come se sessanta milioni di italiani, di cui un terzo in stato di evidente e provato analfabetismo di ritorno, potesse sapere di scienze delle costruzioni, statica, manutenzione, nonché dei patti stabiliti dal governo per sgravarsi di un impegno al quale, con ogni evidenza, non poteva far fronte. In tutto questo le uniche interviste sensate potevano essere quelle ai tecnici del CNR e dell’Università che da tempo avevano denunciato, non su facebook o su twitter, ma con relazioni ampiamente documentate e depositate lo stato precario di quel viadotto e di altri simili. In televisione, queste interviste sono state brutalmente troncate, sui giornali non sono nemmeno apparse. Eppure le relazioni sono on line, reperibili da chiunque.

Ma se si dà per scontato che la parola di alcuni, persone qualificate che si occupano in maniera disinteressata del problema, non abbia valore e viceversa vada presa sul serio quella sguaiata e mai, dico mai, seriamente documentata, che i politici e chiunque abbia tempo da perdere lancia sui social il risultato è questo: un paese allo sbando, dove incitando al disprezzo razziale si acuisce la tensione sociale, e dove disprezzando il sapere si lascia che tutto crolli (non solo i ponti, il paese è sismico e non da ieri, ma un piano di rinnovo edilizio ancora non s’è visto).

Poiché tutti sappiamo che fra le parole e le cose c’è una divaricazione in cui s’annida tutta la perversione e la meraviglia della storia dell’umanità, viene da domandarsi di quali parole abbia oggi bisogno un paese confuso come il nostro.

A me vien da dire che occorre fare un passo indietro e partire dal punto zero: le parole hanno conseguenze, che lo vogliamo o no. Occorre quindi soppesarle, sceglierle con cura, e valutarne l’impatto.

Ogni parola scava la sua scia e prima o poi arriva a colpire la realtà, nessuno è immune e tutti ne portiamo le conseguenze e la responsabilità.

Il ’68, la rivoluzione sessuale e due grandissimi scrittori: Updike e Roth

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31 maggio 2018

Una cittadina dal nome inventato, Tarbox, come ce ne sono tante a venti miglia da Boston, sulla costa ricca ed esclusiva del Maine, un gruppo di amici composto da famiglie con bambini, accanite partite di tennis e lunghi pomeriggi in spiaggia d’estate, sci d’inverno, e continue feste, al chiuso o all’aperto, anche durante la settimana, con molto alcol, molti balli e altrettanti flirt. Un anno memorabile per gli Stati Uniti, il 1963, che terminerà con l’uccisione del presidente democratico John Kennedy e il sogno di un cambiamento interrotto.

Questa l’ambientazione di Coppie, il lussureggiante romanzo che John Updike fece uscire nel 1968, e che ora ripubblicato da Einaudi Stile Libero a cinquant’anni dalla prima edizione, può essere riletto e apprezzato per la capacità dell’autore non solo di raccontare in presa diretta i sommovimenti relazionali e sociali che la cosiddetta rivoluzione sessuale innescava, ma anche come la letteratura non avrebbe più potuto da quel momento in poi parlare di sesso e morte, della pulsione che divide ogni individuo fra questi due poli, senza fare i conti anche con preservativi, diaframmi, pillole e aborti. Se nell’iconografia mondiale i tre giorni di concerto a Woodstock nel 1969, sono diventati per eccellenza il luogo della liberazione sessuale dalle convenzioni e restrizioni borghesi, e di una promiscuità vissuta all’insegna dello slogan peace and love, in realtà la riflessione sul nesso fra sessualità, potere e ruoli sociali era stata portata negli Stati Uniti da un emigrato austriaco, Wilhem Reich, allievo di Freud, autore del libro La rivoluzione sessuale (1936). Reich aveva in mente esperimenti di relazioni amorose e sessuali paritarie, come quelli che un gruppo di artisti provava sul Monte Verità ad Ascona in Svizzera negli anni trenta. Nel frattempo in America un fisiologo, Gregory Pincus, aveva inventato e messo in commercio a partire dal 1960 la pillola anticoncezionale e due sessuologi, William Masters e Virginia Johnson, andavano spiegando le differenze fra la sessualità maschile e quella femminile.

Updike in Coppie crea una piccola comunità di uomini e donne che, senza avere gli abiti degli hippie di qualche anno dopo, mettono ugualmente alla prova la tenuta del matrimonio borghese, le possibilità dell’adulterio e la scoperta del sesso come nuova religione. L’incipit del romanzo, nella stanza da letto di Piet e Angela Hanema, reduci da una delle tante feste alle quali partecipano, porge al lettore tutti i temi che saranno poi via via sviluppati: il sesso come luogo di conoscenza di sé nel confronto con l’altro, la famiglia come luogo ambiguo e coercitivo, il legame coniugale come frutto di compromesso, l’indicibilità e imprevedibilità del desiderio, il senso di colpa, l’artificialità della monogamia.

Piet Hanema è discendente di olandesi calvinisti, va in chiesa, e ripone nell’amore fisico per le donne una specie di trascendenza, allusa forse dal suo stesso cognome. Altrettanto allusivi sono i nomi delle due donne che ama, e fra le quali dovrà scegliere: la moglie Angela, come gli angeli bella e distante, e l’amante Foxy, come le volpi intelligente e sensuale. Nel mezzo, Piet non perde occasione per accoppiarsi con quasi tutte le donne che formano la disinvolta e articolata comunità di amici a Tarbox: la nevrotica Georgene, la dolce Bea, Jeanet dalle gambe abbronzate.

Piet non è tuttavia un moderno Casanova, né le mogli degli amici che lo cercano e si uniscono a lui in complicati, quanto prevedibili, giri di seduzione e gelosie, sono delle ingenue o frustrate casalinghe. Updike è abilissimo nel non farsi monopolizzare dal punto di vista maschile del suo personaggio e dà voce, viceversa, alle mille sfumature del desiderio femminile. Indaga e descrive, nella diversità dei personaggi, l’ampio spettro di emozioni che il sesso ingenera fra adulti consenzienti, emancipati, e liberi dalla preoccupazione di procreare, perché appartenenti alla prima generazione che beneficia di quello che viene definito: post-pill paradise. Nell’instabilità e reversibilità di questi rapporti clandestini, Updike è consapevole di avere a che fare con una sorta di iniziazione a un nuovo mondo, dove la madre di Foxy, messa al corrente delle cattive acque in cui si trova il matrimonio della figlia, reagisce chiedendole: “Ma riesci ad avere orgasmi?” E Piet può fare l’amore con Foxy incinta del marito, felice di poterne assecondare i desideri e le fantasie, a dispetto di tutta una letteratura sulla diminuzione del desiderio in gravidanza e relative proibizioni.

Le cose poi, com’è ovvio – dal momento che Updike è un maestro di realismo psicologico e non un utopista – si complicano. Foxy, poco dopo aver partorito, in seguito a un incontro sessualmente poco appagante con Piet in preda a sensi di colpa, rimane nuovamente incinta e deciderà di abortire con l’aiuto di un altro membro della combriccola, il dentista Freddy Thorne. In cambio Freddy avrà una notte di passione con Angela, da sempre sua intima confidente. Intrighi e adulteri verranno rivelati, così come verrà rivelato il dolore di Foxy che avrebbe voluto tenere il bambino concepito con Piet, e lo sconcerto di Angela che capisce di non aver mai avuto accesso a se stessa in tanti anni di vita coniugale. Dopo aver messo a nudo solitudini, viltà e attrazioni incoercibili, Updike termina il romanzo con un finale che solo in apparenza è un happy ending. “Gli Hanema ora vivono a Lexington dove, a poco a poco, tra gente uguale a loro, sono stati accettati come un’altra coppia”. Un’altra coppia formatasi dopo due rispettivi matrimoni rotti con il divorzio, all’epoca di recente introdotto negli Stati Uniti.

Updike è un acuto osservatore dei rituali sociali e lascia capire come il divorzio non possa essere visto come una forma di liberazione assoluta, bensì il mezzo per passare da un legame a un altro, in quella che può correre il rischio di diventare una coazione a ripetere. Intervistato sul finale, Updike disse che Piet cessava di essere un personaggio interessante dal momento in cui si pacificava in un nuovo assetto che in fondo ripeteva quello precedente, e assomigliava a quello di molta altra gente uguale a loro, alla nuova coppia Hanema.

Coppie è un romanzo che rende la novità nei rapporti amorosi e sessuali di una generazione, ma prefigura anche le conseguenze di lunga durata che ne sarebbero venute. I personaggi prismatici, le relazioni connotate in tutta la loro complessità, fanno sì che con il tocco ironico mai tragico sebbene profondo, che lo contraddistingue, Updike faccia riflettere sull’istituzione della famiglia e della monogamia, e prefiguri la fragilità di alcune conquiste che all’epoca sembravano imminenti, come la parità fra i sessi.

In un momento, come questo, di bilanci su quanto è sopravvissuto e quanto ha fallito della grande spinta vitalistica e innovatrice del ’68, Coppie è senz’altro un libro che sa reggere il confronto con l’oggi. In Italia è stato meno fortunato di un libro altrettanto esplicito nell’affrontare il sesso, Il lamento di Portnoy (1969) di Philip Roth, anche in ragione del fatto che la traduzione dell’opera di Updike si è frammentata fra varie case editrici, e solo di recente Stile Libero ha intrapreso l’edizione integrale della saga di Rabbit. Eppure l’umanità di Coppie è obiettivamente più variegata e polifonica rispetto all’ossessione fallocentrica del romanzo di Roth. A uno sguardo generale si potrebbe concordare con David Foster Wallace che definiva Roth e Updike, insieme a Mailer, con la sigla BMG, ossia Big Male Narcissists, scrittori talmente assorbiti dall’ascolto di se stessi, dei propri pensieri e fantasie da credere che tutto quello che passava per la loro testa fosse il mondo. A distanza, si può anche dire che quegli scrittori, ben prima che dell’autofiction diventasse un genere di moda, avevano escogitato potenti dispositivi letterari per trasformare il loro io in una lente attraverso cui ingrandire il mondo. Fernanda Pivano inserisce il Lamento di Portnoy fra i testi americani fondamentali per la libertà sessuale, ma in verità il quarto romanzo di Roth appare piuttosto una conferma parodica di tantissimi cliché, tra cui anche quelli sessuali, del gioco di ruoli e delle costrizioni imposte da una famiglia ebraica, con madre dominante, padre debole, insuperato complesso edipico, libido associata all’effrazione a tutti costi. Tanto che l’unico scacco del sessuomane Alex Portnoy avviene proprio con una ragazza israeliana, Noemi, paventata sosia della madre, l’unica capace di dirgli di no e metterlo letteralmente in ginocchio. Modello ben collaudato del maschio cresciuto in ambiente repressivo e incapace per il resto della propria vita di evolvere dalla dualità madre-puttana. In che cosa sarebbe dunque rivoluzionario il Lamento di Portnoy? Se vogliamo, la comicità è sempre sottilmente rivoluzionaria, e il romanzo di Roth ne è pieno, ma si tratta più di una postura, di un atteggiamento che è sfoggio di intelligenza, ironia e provocazione a un tempo. I contenuti di Roth rimangono all’interno di uno spettro antropologico noto, in fondo il lettore divertito dalle esagerazioni di Portnoy potrà sempre pensare che sia un maniaco. E forse per questo, a dispetto del tono e del linguaggio oltraggiosi, quello di Roth è un libro meno rivoluzionario, e meno corrosivo di tante certezze, di quanto sia Coppie, che spicca come il romanzo in cui il , maschile, occidentale e dominante di Updike viene allargato e coincide piuttosto con un noi che è perfettamente generazionale da un lato, e altrettanto universale dall’altro. Perché ciò che Updike mette in discussione, non è la famiglia ebraica o cattolica repressiva e le deformazioni che questa può causare nella crescita sessuale dell’individuo, ma la famiglia stessa basata sulla procreazione, il fondamento della monogamia, le ragioni inafferrabili del desiderio. E queste sono domande assai più scomode, e rivoluzionarie, con cui convivere.

Questo articolo è apparso su L’Epresso il 13 maggio 2018