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Onori

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24 gennaio 2020

Si conclude con Onori la trilogia iniziata nel 2015 da Rachel Cusk e in maniera circolare l’inizio di questo libro riprende quello del primo, Resoconto.

Siamo di nuovo su un aereo e la voce narrante identificata con una scrittrice chiamata Faye – nome pronunciato una sola volta in ciascuno dei tre romanzi – viaggia verso l’Europa, dove l’attendono una serie di festival e incontri letterari. È seduta di fianco a un uomo che, per evitare di cadere scompostamente addormentato, le racconta la propria vita, soprattutto la morte sofferta del cane appena soppresso perché ammalato. Nel rievocare il rapporto speciale che ciascun membro della sua famiglia aveva con l’animale da lui addestrato, l’uomo attraversa molti temi incontrati nei due precedenti romanzi: la difficoltà dei rapporti fra genitori e figli, la famiglia come luogo in cui il fallimento diventa più intollerabile perché colpisce l’idea stessa di poter agire bene, la disparità fra uomini e donne, l’incomunicabilità, il racconto come forma dell’esistenza. Lungo il resto del romanzo non ci saranno più figure dolenti come quella dell’uomo che ha perso il cane, piuttosto una folta schiera di personaggi variamente legati all’editoria: giornalisti, scrittori, agenti, organizzatori di festival. Ma già all’interno di questo lungo monologo, funereo senza essere elegiaco, si avverte una nota critica nei confronti di quella che era stata una delle convinzioni ribadite a più riprese nei precedenti della saga, ossia che le storie abbiano comunque valore e debbano essere ascoltate. Betsy, la figlia dell’uomo che ha appena seppellito il cane, grazie a una superiore sensibilità sa intuire le sfumature di menzogna nei discorsi familiari, lo fa a partire dal suono e dalla voce, e trova scampo solo nella comunicazione senza parole col cane. Pur non incontrando più Betsy, dopo questa sua apparizione attraverso le parole del padre, molti altri personaggi ne ribadiranno l’assunto: i racconti che facciamo della nostra vita, lungi dall’essere veri, sono manipolatori, bruciano e consumano la nostra essenza. E questo avviene non solo perché, come dice la scrittrice Linda, incontrata al primo festival cui partecipa Faye, “i sentimenti nessuno li può vedere” e quindi sono difficilmente trascrivibili, ma anche perché come afferma il direttore editoriale della protagonista: “Si potrebbe vedere l’intera storia del capitalismo come una storia di combustione, un bruciare non solo di materie sepolte nelle viscere della terra per milioni di anni, ma anche di conoscenza, idee, cultura e perfino bellezza, in altre parole di qualunque cosa abbia impiegato del tempo a svilupparsi e crescere (…) nel caso dei miei autori best-seller va a fuoco il concetto stesso di letteratura.” Molte altre critiche esplicite o implicite vengono rivolte all’industria culturale, appendice sempre sull’orlo dell’implosione dell’onnivoro sistema dei consumi di massa, ma si ha l’impressione che Cusk in Resoconto e in Transiti volesse concedere ampio diritto di parola ad armatori, parrucchieri, carpentieri, gente incontrata letteralmente per strada che raccontandosi ponevano domande universali sull’esistere, e che qui invece tale diritto di parola, affidato agli addetti del mestiere, si tramuti in finzione, intesa come fuga dalla realtà, inganno e malafede.

Esemplare è la rivelazione di una giornalista: la protagonista dice di averla incontrata in precedenza e averne ammirato la capacità di raccontare la propria dimensione familiare con misura e garbo, mentre ora le si rivela come una saccheggiatrice di vite altrui, di quella della sorella che ha invidiato e del cui divorzio si è compiaciuta, di quelle delle autrici che intervista, spacciandosi per donna autonoma e autodeterminata quale in realtà non è: perfino il suo matrimonio appoggia su una costante finzione che la malattia del marito la costringe a perpetuare. Una forma di disonestà individuale e di opacità ambiziosa circonda chi si muove nei paraggi della parola come professione, ma il problema è assai più vasto, come suggerisce l’organizzatore di un altro convegno cui la protagonista partecipa: “Ogni volta che pensava al futuro, aveva detto suo figlio, doveva rammentare a se stesso che il senso della propria storia era pura illusione, perché non restava più abbastanza per raccontare altra storia: abbastanza tempo, abbastanza risorse, abbastanza autenticità. Ogni cosa è stata consumata.” La disillusione si proietta dunque su un sistema economico e sociale che si autodivora, il capitalismo, su un continente, l’Europa, che si autoelide a partire dalla Brexit, su rapporti di forza uomini-donne ancora troppo sbilanciati, come apprendiamo da un’altra intervistatrice della protagonista: “Ben presto mi sono accorta, ha detto, che in realtà non c’era nulla di peggio che essere un mediocre maschio bianco di mediocre talento e intelligenza: anche la più derelitta casalinga, ha detto, è più vicina al dramma e alla poesia di quanto lo sia lui, perché se non altro, come ci mostra Louise Bourgeois, è capace di avere più di una prospettiva.” Dalla questione femminile a quella ecologica ed economico-politica, Onori intreccia temi e riflessioni che prevalgono sulle storie individuali: è una polifonia dove le singole voci sono continuamente rotte e disturbate dal rumore di fondo dell’epoca in cui viviamo.

Ridicole, talora proprio grottesche, appaiono le figure che gravitano intorno alla letteratura ridotta a spettacolo di se stessa; anche quando raccontano fatti toccanti non si guadagnano del tutto la fiducia del lettore perché l’autrice ha disseminato innumerevoli allarmi sulla credibilità di un mondo (che non è solo quello letterario) in cui la giustizia è sacrificata al successo, all’ambizione e a un desiderio senza freni. Cosa sono gli onori, tributati a chi scrive, se non pericolosi specchi per le allodole? Ma cos’è in generale la gloria umana, se non la miseria del giorno dopo? Con Onori Cusk ha scritto il suo libro più intensamente morale, sancito da un andamento saggistico che talora s’impone nel cuore dei monologhi e incalza con domande la cui risposta presuppone sempre un’assunzione di responsabilità: rimanere o partire, mentire o dire la verità, sottomettersi o rivendicare il proprio spazio. L’immagine finale della protagonista che fluttua tra le onde, mentre un uomo nudo piscia in mare a pochi metri da lei, ci restituisce l’estrema vulnerabilità di una donna, e scrittrice, che si fa carico di queste domande.

Resoconto

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Henry Miller, “L’ascolto”, Parigi 1986

 

 

 

 

 

11 ottobre 2018

Rachel Cusk, nata a Saskaaton, Canada, nel 1967 ma da molto tempo residente in Inghilterra, è una scrittrice che unisce due doti raramente ben assortite e compresenti: da una parte la capacità di narrare la vita di tutti i giorni, analizzando i gesti che ne determinano le piccole o grandi svolte, insieme alla percezione dell’unicità individuale dei sentimenti, dall’altra l’abilità di riflettere sulle strutture linguistiche con le quali intessiamo di continuo il racconto di ciò che viviamo.

Su questo doppio binario si è distribuita la sua produzione letteraria, che comprende anche due memoir saggistici sulla maternità e sulla separazione, e che culmina nella trilogia di cui Einaudi Stile Libero ha appena pubblicato il primo volume: Resoconto, uscito in originale nel 2014 e ora tradotto con grande sensibilità da Anna Nadotti.

Una voce narrante femminile, una scrittrice di cui sappiamo pochissimo, se non che è separata da poco e ha due figli, racconta un viaggio e un soggiorno ad Atene, dove va per tenere un corso estivo di scrittura. Gli incontri che riempiono le giornate della protagonista diventano la materia stessa della narrazione: il fluire incessante di storie altrui che entrano in risonanza con la propria, toccando temi come il matrimonio, la famiglia, i figli, l’affermazione professionale. Numerosi sono i personaggi che si raccontano: l’anziano uomo d’affari greco che siede al suo fianco in aereo, nel viaggio da Londra ad Atene, e che la invita a ripetute gite in barca, fino a dichiararle un interesse tanto goffo quanto toccante, gli studenti del seminario di scrittura con la loro reticenza o il loro straripare espressivo, i colleghi inglesi o ateniesi con le loro frustrazioni e coi loro successi. Insieme formano un coro di voci intrecciate, espongono fatti, esplorano sentimenti e ricordi, deformandoli, censurandoli, comprimendoli fino a farli diventare tollerabili, perché la vita – pare dire Cusk – è sempre un insieme di progetti abbozzati, e imprevedibilmente cambiati dagli eventi. Desiderio, proiezione e perdita sono la vera sostanza di cui è fatta la miriade di occorrenze con cui allestiamo gli scenari effimeri dentro cui ci muoviamo.

La scrittrice – Rachel Cusk e il suo alter ego narrativo – si dispongono con infinita disponibilità ad ascoltare, e riascoltare, a confrontare le versioni di un medesimo episodio, perché raccontando rielaboriamo e selezioniamo, confezionando una realtà che di rado combacia con l’accaduto, ma è piuttosto la trascrizione infedele e rivelatrice di ciò che siamo. La vita è quella che accade, anche nella sua totale insignificanza, anche nel suo divagare irrelato, come mostrano molti dei resoconti degli studenti del corso tenuto dalla protagonista, ma è anche – e non meno – il racconto che ne facciamo, e come reagiamo a tale racconto.

L’ultimo personaggio che entra in scena nel romanzo, è una sceneggiatrice che prenderà il posto della protagonista nell’affitto della casa ateniese, forse l’ennesimo alter ego, e ci descrive l’incontro appena avvenuto con un diplomatico: “Coi suoi racconti, lui andava descrivendo, di fatto una difformità sempre più palese, una difformità in cui lui stava da una parte e lei, con ogni evidenza, dalla parte opposta. In altre parole, andava facendo il racconto di ciò che lei non era: di ogni cosa che diceva di se stesso, lei riscontrava nella propria natura l’equivalente negativo”.

Si direbbe che il talento e l’originalità di Cusk si svilupppino appieno in questo spazio: nella difformità e nella compressione/dilatazione del racconto rispetto alla vita. I suoi personaggi vivono, ma soprattutto raccontano quello che hanno vissuto, e si definiscono a loro volta per contrasto o adesione tramite i racconti altrui.

La protagonista, che li ascolta tutti, è in quella posizione di apertura e di scarto che consente di mettere in prospettiva e dare forma a ciò che si presenta solo come giustapposizione, un fluire talora difforme talora ripetitivo. Cusk ci fornisce così una delle metafore più potenti della letteratura che si possano incontrare nella prosa contemporanea, mettendo in opera una strategia narrativa che rinegozia la distinzione fra autore e personaggio. Non stupisce che la sua trilogia abbia suscitato tanta attenzione e dibattitio critico nel mondo aglosassone.

Narrare e riflettere sulla narrazione, e nello specifico su come le forme adottate modifichino e determinino la gamma del dicibile, è un terreno su cui tutti i grandi scrittori della tradizione modernista si sono confrontati e, pur nella diversità di premesse e di soluzioni adottate, per tutti la posta in palio era quella dell’autenticità.

In un suo precedente romanzo, Le variazioni Bradshaw, Cusk scriveva: “è facile dire cosa sia artificiale, più difficile dire cosa sia autentico”.

Con Resoconto Cusk ha abbandonato quelli che Gianni Celati ha definito i cerimoniali tradizionali del romanzo, una trama conclusiva ad esempio, per trovare una propria via all’autenticità: un’accoglienza fiduciosa per le storie individuali, anche quando sembrano non portare a nulla, esattamente come la vita di ciascuno di noi.

Leggendo Resoconto non si può che essere grati di aver incontrato una scrittrice tanto generosa e convinta che “le storie chiedano una forma di speranza”.

(Questo articolo è apparso su La lettura, il 7 ottobre 2018)