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Prospettiva rovesciata

L'interno del Teatro Sociale di Gualtieri14 novembre 2013

Quando ero una ragazzina, ma anche fino ai primi anni di università, ho macinato parecchi chilometri in bicicletta. Essendo nata e cresciuta in quella vasta pancia piatta che è il lato destro del Po, andare in bici significava esplorare un territorio in apparenza tutto uguale e che solo i canali, le file di pioppi e i campanili dei paesi scandivano con una qualche forma di ritmo e cesura.

La noia della pianura può essere infinita, e altrettanta l’immaginazione che ci vuole per popolarla.

Seguendo uno di questi canali e le acque limacciose che vi scorrono arrivavo, nelle mie gite più lunghe, a Gualtieri, un paese costruito sull’argine del Po e dominato da una piazza e da un palazzo di impianto rinascimentale imponente, elegante e un po’ surreale nella piattezza circostante che nei millenni era stata palude, terramare, e infine zona di faticosa bonifica.

Provavo sollievo e una gioia intima nel trovarmi davanti al palazzo costruito per volere di Cornelio Bentivoglio, un esponente della famiglia un tempo signora di Bologna, e su progetto di un architetto famoso nelle corti della seconda metà del Cinquecento, Giovan Battista Aleotti detto l’Argenta, già impiegato presso gli Estensi.

Mi sentivo meno sola con il tedio di un clima umido sempre e ovunque, con le onnipresenti zanzare, con l’edilizia post bellica e del boom economico così priva di interesse e deprimente. Arrivata a Gualtieri c’era un palazzo affrescato all’interno con storie ispirate all’Eneide di Virgilio, al De urbe condita di Livio e alla Gerusalemme liberata di Tasso, e dietro il palazzo c’erano gli argini, bastioni verdi che racchiudono il grande fiume che ha sagomato quel paesaggio e ne trattiene ancora tutta la forza vitale. Chi percorre la pianura padana sa e sente, infatti, come il suo centro sia il fiume, e non c’è da stupirsi che lungo il suo corso si sia sviluppata tanta storia e tanta narrazione letteraria.

Durante uno di questi pellegrinaggi visitai anche quello che rimaneva del teatro sociale situato all’interno del palazzo. Lì dentro il tempo si era più o meno fermato alla fine degli anni Settanta quando il teatro era adibito a cinema, il palco e la scena erano stati demoliti per lavori di consolidamento, i piccioni volavano e nidificavano ovunque dal tetto rovinato.

Poco tempo fa ci sono tornata. Da quando nel 2006 l’Associazione Teatro Sociale di Gualtieri si è incaricata di farlo rivivere, rendendolo di nuovo agibile, il teatro ha ripreso la sua attività. Manca sempre il palcoscenico, ma con una scelta coraggiosa e intelligente, l’Associazione ha deciso di capovolgere il punto di vista trasformando in scena l’area della platea e il ferro di cavallo dei palchetti, ora gli spettatori stanno là dove un tempo era il palco.

Entrando in questo spazio che porta come un corpo antico tutti i segni delle proprie peripezie, tutti gli accorgimenti strutturali, i puntelli, le aperture che via via ne hanno disossato l’unità originaria non si ha un’impressione di rovina e di abbandono, al contrario di immensa possibilità.

Come se la catarsi auspicata dal teatro antico per via di immedesimazione e di empatia fosse qui in grado di prodursi perché la confezione del rito borghese del teatro, una volta rotta, è stata lasciata scoperta e permeabile. La distanza fra spettatore e scena capovolta è resa più ambigua e sottile. L’estetica contemporanea del frammento e del cantiere aperto influiscono nel gusto e nel fascino per un luogo simile, ma ancora di più – credo – la tensione creativa che invade chiunque entri, come se toccasse a ogni spettatore completare il quadro, la scena, trovare il proprio equilibrio dinamico in quello spazio non definitivo e aperto.

Questo luogo ha trovato in me un’immediata consonanza, come se fosse l’incarnazione fisica del teatro mentale che per mesi e mesi mi ha occupato la mente mentre scrivevo il nuovo romanzo, in uscita a marzo 2014.

Ho avuto l’impressione che i palchetti fossero le nicchie ideali per tutti i personaggi che dicono ‘io’ all’interno della narrazione e che, prendendo la parola in prima persona, dal proprio punto di vista, raccontano vicende di coppia e legami sentimentali, illuminando di volta in volta una porzione diversa della scena.

So di aver scritto un romanzo con un forte impianto teatrale, ma non immaginavo che esistesse il teatro ‘vero’ di questo romanzo e che fosse il Teatro Sociale di Gualtieri.