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Roundness

E.O. Hoppé, "Rotary Kilns under construction in the boiler shop", Vickers Armstrong Steel Foundry, Tyneside, 1928 England

E.O. Hoppé, Rotary Kilns under construction in the boiler shop, Vickers Armstrong Steel Foundry, Tyneside, 1928 England

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

25 gennaio 2015

Qualche giorno fa ho visitato la mostra in corso al Mast di Bologna, fino al 3 maggio, “Emil Hoppé, il segreto svelato”, curata da Urs Stahel.

Fotografo attivo soprattutto tra gli anni venti e trenta del secolo scorso, fu l’autore di scatti sul lavoro industriale, sulle fabbriche, sulla tecnologia legata alla produzione meccanizzata che probabilmente non hanno uguali, per quantità e qualità, tenuto conto che si mosse in diversi continenti per realizzare i suoi scatti.

La mostra bolognese ne espone centonovanta, dove si coglie tutta la fascinazione per le macchine che però, a differenza di quanto avviene nella coeva pittura futurista o cubista, non tentano nessuna mimesi nei confronti dell’oggetto ritratto.

Piuttosto queste nitidissime stampe ai sali d’argento fissano volumetrie esatte, nuovi rapporti antropometrici fra l’uomo, lavoratore, e la macchina in profondità di piani, in alzati di ombre e luci che ricordano gli studi prospettici rinascimentali.

Scheletri di sommergibili, turbine, caldaie, interni di officine, aeroplani, eliche, cavi elettrici, fabbriche e impianti di estrazione del gas e del petrolio, ponti in costruzione e navi, questi sono i soggetti sui quali Hoppé posa uno sguardo pieno di concentrazione e di capacità di vedere il disegno ulteriore che qualsiasi struttura proietta.

Per questo riesce a catturare l’aura di oggetti in apparenza per nulla poetici. In una delle didascalie in cui tramite le parole del fotografo stesso si spiega il procedimento di stampa, compare il termine roundness, come esito di tale procedimento.

La frase lascia pensare che tale esito sia da intendere legato al chiudere e aprire l’obiettivo in tempi che permettano un’entrata dilazionata della luce, ma potrebbe essere anche proprio l’effetto di rotondità che le sue fotografie hanno ciò che Hoppé ha voluto consapevolmente esprimere.

Una rotondità che dichiara l’esistenza qui ed ora dell’oggetto con la sua funzione, ma ne lascia intravedere anche il disegno per così dire più astratto, quello legato alla sua geometria interna al suo correlarsi allo spazio circostante come pura presenza plastica, ossia in ultima analisi artistica.

Prove di trasmissione della memoria

Piazza Lenin a Cavriago (Reggio Emilia)

Piazza Lenin a Cavriago (Reggio Emilia)

14 agosto 2014

Non abitiamo il tempo, anche se è esperienza comune nascere, accumulare anni e morire, e così facendo credere di avere occupato una parte di tempo, piuttosto è il tempo che ci abita con l’inganno giornaliero della luce e dell’oscurità, della veglia e del sonno, delle stagioni. Crediamo di scorrere verso qualcosa, da un punto all’altro e in certi momenti, quando vediamo che le cose e le persone che amavamo non sono più, o non sono più nel modo in cui le abbiamo conosciute, abbiamo la percezione di una perdita che è soprattutto di tempo: che non tornerà più. Proprio lì si rivela che non siamo padroni dei nostri giorni, ma che essi con un flusso più potente di vita, tutta la vita universale anche quella di cui non abbiamo la più remota percezione, ci attraversano e ci sagomano. La sagoma che rimane, come un guscio vuoto, si riempie presto di nostalgia. Abbiamo sempre nostalgia di essere stati.

A volte questa nostalgia prende il colore di un momento storico preciso, perché il tempo ha abitato noi e mille altri contemporaneamente e in certi punti si è creata tutta un’energia in una certa direzione.

Stamattina, bevendo un tè in un bar all’aperto sulla fiancata est della chiesa di San Petronio a Bologna, pensavo chissà perché, forse per la sospensione ferragostana il non-tempo delle ferie assolute, agli anni in cui ho lavorato all’archivio fotografico del Comune di Cavriago, a pochi chilometri da Reggio Emilia.

Era la fine degli anni novanta, ero da poco tornata dagli Stati Uniti, con un desiderio fortissimo di ritrovare la mia terra, la solida, ingenua e sognante convinzione con cui ero cresciuta che tutto si potesse fare, a volerlo fare bene. L’Emilia cooperativa, l’Emilia dell’inesausta narrazione sul valore e le conseguenze della Resistenza, l’Emilia delle biblioteche e dei servizi alle persone mi avevano cresciuta con questa convinzione. E non era del tutto infondata. Ricordo l’esperienza nel Comune di Cavriago come straordinaria, per la disponibilità a collaborare degli impiegati, per la facilità con cui si potevano fare progetti e crederci. Tutto scricchiolava intorno, e c’erano segni avanzati di una realtà ormai superata, tirata verso una direzione che non era più, per certo, quella del socialismo tascabile. Eppure, ancora funzionava. Ancora ha funzionato. Cavriago, Comune di meno di novemila anime, è riuscito a realizzare un centro di cultura, il Multiplo, che non ha molti eguali in Italia e che sarebbe più facile incontrare a Berlino.

Di quel tempo ho nostalgia in questi giorni. Di quando era bello ed era possibile credere e l’utopia dava forma a una realtà comunque migliore.

Gli Offlaga Disco Pax avevano capito presto la resa di un sogno e con la loro musica e le loro parole lo hanno cantato. Questa è la sagoma di tempo che mi è rimasta:

Dentro e fuori

Arturo Martini, "Attesa", 1931-32

Arturo Martini, “Attesa”, 1931-1932

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

28 dicembre 2013

In uno spazio definito da una parete sulla destra, su cui si apre una finestra, e da una tenda sulla sinistra che alla parete si congiunge formando un angolo, il corpo nudo di una donna in piedi ci volge le spalle, sporgendosi oltre l’apertura.

Non vediamo la sua testa né il suo volto inghiottiti al di fuori. Ma sentiamo la spinta dei suoi talloni sollevati dal piano d’appoggio per farla protendere tutta verso l’esterno, che pure ci è precluso, perché non sappiamo cosa sia al di là della finestra.

La tenda che, a dire il vero ha la consistenza di tronchi d’alberi ammassati stretti, o dello strombo dell’arco d’ingresso di una chiesa romanica, è una cortina impenetrabile, al pari della finestra, ci obbliga a stare in quello spazio, a metterci in quello stesso angolo in cui si trova la donna. È un luogo domestico, non minaccioso, forse solo un poco opprimente. Quel che si dice: essere messi all’angolo.

La scultura eseguita nel 1932 da Arturo Martini s’intitola “Attesa”.

Visitando la mostra dell’artista, in corso ora a Palazzo Fava a Bologna, ho impiegato tempo per capire che non potevo sottrarmi a ciò che l’artista aveva deciso per ogni spettatore di quella sua opera: che fosse dentro il suo spazio, dentro l’attesa vissuta dalla donna, attesa di un amante, di un marito, di un evento che le cambiasse la vita, non sappiamo; le donne scolpite da Martini hanno spesso lo sguardo lungo di chi scruta il cielo e il destino. Qui, però, non siamo catturati dal suo sguardo, piuttosto dallo spazio in cui lei vive, che per forza è il dentro in cui lo spettatore si trova, essendogli negato il fuori verso cui lei si sporge con la grazia vivace di quei talloni sollevati.

Per un artista ci sono alcuni modi, non tantissimi a dire il vero, di costringere lo spettatore a identificarsi con il raffigurato, Arturo Martini ha scelto la via più sofisticata: quella di far coincidere lo spazio materiale e mentale della sua opera con quello di chi la guarda, ritagliando una porzione di stanza, offrendoci un corpo indifeso, perché nudo e colto nella sua intimità, che pure rimane misteriosa.

Come quando in un romanzo incontriamo una voce che dice ‘io’ e racconta tutto in prima persona. Siamo liberi o meno di aderire alla verità di quanto ci racconta, ma non possiamo sfuggire al suo appello, alla sua presa univoca sulla realtà, specie se, come nel caso di Arturo Martini, questo racconto ci viene fatto volgendoci le spalle, per pudore o per totale abbandono al nostro sguardo, lasciandoci quindi liberi di immaginare quello che vogliamo, oltre quello che ci viene descritto.