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Powers Tokarczuk

Soffioni

29 aprile 2020

“Stanno arrivando tempi nuovi”. Così, con intonazione profetica, si è espressa il premio Nobel Olga Tokarczuk in un articolo apparso sul Corriere della Sera il 3 aprile 2020. Per il momento stiamo vivendo la parte più buia di questo cambiamento, la pandemia da Covid19 che sta mettendo in ginocchio l’intero pianeta.

Non sappiamo come, né quando, ne usciremo. Vivere nell’incertezza è difficilissimo. Due punti però dovrebbero rimanere fermi in questo sconvolgimento globale: dobbiamo fare nostra la crisi climatica e risolverla, dobbiamo smetterla di pensarci come altro dal pianeta che abitiamo. Non siamo altro, siamo parti interconnesse: da qui può venire la nostra forza, il nostro equilibrio; da qui anche la nostra distruzione. Due libri possono aiutarci a capirlo:

Separati da una decina di anni Guida il tuo carro sulle ossa dei morti di Olga Tokarczuk (ed or. 2009, trad. it. Nottetempo 2012, e ora Bompiani 2020) e Il sussurro del mondo di Richard Powers (ed. or. 2018, trad. it. La nave di Teseo 2019) sono due libri importanti per avere uno sguardo sul presente: in risposta alla sospensione che stiamo vivendo, del mondo così come lo conoscevamo, suggeriscono una visione che cambia le convenzioni cognitive e romanzesche cui ci aveva abituato il Novecento: mettono in discussione la posizione di homo sapiens sul pianeta rispetto al resto della vita organica, animali e piante, e lo fanno a partire da figure femminili che la società definirebbe stravaganti e problematiche.

Il romanzo scritto dal premio Nobel per la letteratura Tokarczuk è il racconto in prima persona di una donna anziana, ex ingegnere di ponti, ora insegnante di inglese in un isolato altipiano battuto dai venti al confine fra Polonia e Repubblica Ceca. Appassionata di astrologia e di oroscopi, Janina Duszejko è una donna compassionevole verso il prossimo – la ruvida comunità montana in cui vive – piena di senso dell’ironia – inventa soprannomi per ogni persona e oggetto – e di amore per gli animali e i boschi in mezzo ai quali vive. Traduttrice delle poesie di William Blake insieme a un ex alunno, occasionale amante di un entomologo che le insegna tutto sui coleotteri, Janina non fa mistero della propria avversione per i cacciatori e i disboscatori del villaggio. Dopo la morte del vicino di casa, strozzatosi con un osso della cerva da lui uccisa di frodo, Janina capisce che lui, insieme ad altri, ha ucciso anche le sue amate cagnoline. Oscure morti di uomini legati al circolo della caccia si succedono, Janina cerca di persuadere chi la circonda che siano stati gli animali stessi a vendicarsi, le volpi e i cervi. La realtà è un’altra, come le ricorda il suo allievo, citando Blake: “Chi potrebbe dire che non siamo tutti soggetti al Crimine?” Per Janina la violenza umana sugli animali e sul paesaggio rivela una verità insostenibile: “Ogni minima particella del mondo si compone infatti di sofferenza (…) Qualcuno ha pestato un ramoscello sul sentiero, nel congelatore si è spaccata la birra che abbiamo dimenticato di tirar fuori in tempo, dal cespuglio di rosa canina sono caduti due frutti rossi. Come facciamo a comprendere tutto questo? È chiaro che il grandioso è contenuto nell’infimo. Sul tavolo, mentre scrivo queste parole, giace la configurazione planetaria e addirittura il Cosmo intero. Un termometro, una moneta, un cucchiaio di alluminio e una tazza di ceramica di Faenza. Le chiavi, il cellulare, la carta e la biro. E un mio capello bianco, nei cui atomi è conservata la memoria del principio della vita, della Catastrofe cosmica che ha dato inizio al mondo.”

Ne Il sussurro del mondo di Powers, benché i protagonisti siano una decina e ciascuno si confronti a modo proprio con il sabotaggio e la disobbedienza civile nei confronti del sistema capitalistico alla ricerca di una visione green, olistica e solidale, a dominare è la figura di Patricia Westerford, detta Patty la pianta. Cresciuta con un grave difetto di udito, che la isola dagli altri bambini, e un amore smisurato per ogni specie vegetale che il padre, agronomo, le ha insegnato a conoscere, Patricia diventa una brillante ricercatrice botanica, passa gran parte del proprio tempo in mezzo ai boschi e qui fa una scoperta sorprendente: le piante comunicano fra di loro, per via chimica, per campi elettromagnetici, attraverso le radici e le fronde; le foreste sono immensi organismi viventi interconnessi, senzienti e reattivi. Questa scoperta, osteggiata dagli accademici, costerà a Patricia l’esilio dalla comunità scientifica, ma non dalla ricerca in mezzo ai boschi di cui ci restituisce il fruscio, la vita occulta e incessante; la sua tesi riabilitata vent’anni dopo diventerà un libro, La foresta segreta, in cui si afferma che: “Gli uomini e gli alberi sono cugini più stretti di quanto pensiate. Siamo due cose nate dallo stesso seme, che si avviano verso direzioni opposte, usandosi a vicenda in un luogo condiviso”. La perdita progressiva di foreste secolari e di biodiversità spinge Patricia a fondare un luogo di crioconservazione dei semi, un tentativo estremo, perché nemmeno i suoi colleghi capiscono a cosa serva una vecchia foresta marcescente rispetto a una nuova piantagione. Ma per Patricia “la vita ha un suo modo di parlare con il futuro. Si chiama memoria. Si chiama geni. Per risolvere il futuro dobbiamo salvare il passato”. Quattro miliardi di anni di evoluzione, in cui homo sapiens occupa un posto oltremodo tardivo. Ma la verità ancora più profonda cui approda è che nella vita ci deve essere posto per la morte, per l’inutilità: “In un mondo di perfetta utilità, anche noi saremmo costretti a scomparire” e quando Patricia riconosce il suo momento non esita a farlo.

Non si tratta dunque, per entrambi i romanzi, di mettere in scena la vecchia contrapposizione fra civiltà urbana e wilderness, o più sottilmente fra cultura e natura. Il cambio di paradigma è più radicale: smontare la centralità umana nella vita sulla Terra, perno del pensiero occidentale, e accreditare il regno vegetale e quello animale come forme di vita che non solo ci preesistono, ma che potrebbero rivelare un’intelligenza adattativa superiore alla nostra. Si tratta di abbandonare la postura di chi si appropria e distrugge, credendosi su un gradino superiore e privilegiato del pianeta, quando in realtà è proprio nell’incapacità ad accettare il processo di continua trasformazione, di cui fa parte anche la morte, che gli umani si rivelano gli esseri più fragili.

Non a caso protagonisti di questa rivoluzione di prospettiva sono emarginati sociali (un veterano, un disabile, un autistico nel romanzo di Powers) e soprattutto donne, cioè figure messe in minorità nella Storia e raramente assunte a eroine romanzesche, se non in chiave tragica sentimentale. Sia Janina sia Patricia sanno, viceversa, che ciò in cui siamo immersi è in larga parte inesprimibile e fuori dai vecchi schemi. Le loro storie e la loro voce conferiscono un immaginario proprio a ciò che la cultura novecentesca che ha accompagnato il capitalismo non è riuscita a esprimere o ha voluto negare, quell’impensabile teorizzato da Amitav Gosh ne La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile (Neri Pozza 2017).

(Questo articolo è uscito in versione ridotta sul numero de La Lettura del 18 aprile 2020)

Onori

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24 gennaio 2020

Si conclude con Onori la trilogia iniziata nel 2015 da Rachel Cusk e in maniera circolare l’inizio di questo libro riprende quello del primo, Resoconto.

Siamo di nuovo su un aereo e la voce narrante identificata con una scrittrice chiamata Faye – nome pronunciato una sola volta in ciascuno dei tre romanzi – viaggia verso l’Europa, dove l’attendono una serie di festival e incontri letterari. È seduta di fianco a un uomo che, per evitare di cadere scompostamente addormentato, le racconta la propria vita, soprattutto la morte sofferta del cane appena soppresso perché ammalato. Nel rievocare il rapporto speciale che ciascun membro della sua famiglia aveva con l’animale da lui addestrato, l’uomo attraversa molti temi incontrati nei due precedenti romanzi: la difficoltà dei rapporti fra genitori e figli, la famiglia come luogo in cui il fallimento diventa più intollerabile perché colpisce l’idea stessa di poter agire bene, la disparità fra uomini e donne, l’incomunicabilità, il racconto come forma dell’esistenza. Lungo il resto del romanzo non ci saranno più figure dolenti come quella dell’uomo che ha perso il cane, piuttosto una folta schiera di personaggi variamente legati all’editoria: giornalisti, scrittori, agenti, organizzatori di festival. Ma già all’interno di questo lungo monologo, funereo senza essere elegiaco, si avverte una nota critica nei confronti di quella che era stata una delle convinzioni ribadite a più riprese nei precedenti della saga, ossia che le storie abbiano comunque valore e debbano essere ascoltate. Betsy, la figlia dell’uomo che ha appena seppellito il cane, grazie a una superiore sensibilità sa intuire le sfumature di menzogna nei discorsi familiari, lo fa a partire dal suono e dalla voce, e trova scampo solo nella comunicazione senza parole col cane. Pur non incontrando più Betsy, dopo questa sua apparizione attraverso le parole del padre, molti altri personaggi ne ribadiranno l’assunto: i racconti che facciamo della nostra vita, lungi dall’essere veri, sono manipolatori, bruciano e consumano la nostra essenza. E questo avviene non solo perché, come dice la scrittrice Linda, incontrata al primo festival cui partecipa Faye, “i sentimenti nessuno li può vedere” e quindi sono difficilmente trascrivibili, ma anche perché come afferma il direttore editoriale della protagonista: “Si potrebbe vedere l’intera storia del capitalismo come una storia di combustione, un bruciare non solo di materie sepolte nelle viscere della terra per milioni di anni, ma anche di conoscenza, idee, cultura e perfino bellezza, in altre parole di qualunque cosa abbia impiegato del tempo a svilupparsi e crescere (…) nel caso dei miei autori best-seller va a fuoco il concetto stesso di letteratura.” Molte altre critiche esplicite o implicite vengono rivolte all’industria culturale, appendice sempre sull’orlo dell’implosione dell’onnivoro sistema dei consumi di massa, ma si ha l’impressione che Cusk in Resoconto e in Transiti volesse concedere ampio diritto di parola ad armatori, parrucchieri, carpentieri, gente incontrata letteralmente per strada che raccontandosi ponevano domande universali sull’esistere, e che qui invece tale diritto di parola, affidato agli addetti del mestiere, si tramuti in finzione, intesa come fuga dalla realtà, inganno e malafede.

Esemplare è la rivelazione di una giornalista: la protagonista dice di averla incontrata in precedenza e averne ammirato la capacità di raccontare la propria dimensione familiare con misura e garbo, mentre ora le si rivela come una saccheggiatrice di vite altrui, di quella della sorella che ha invidiato e del cui divorzio si è compiaciuta, di quelle delle autrici che intervista, spacciandosi per donna autonoma e autodeterminata quale in realtà non è: perfino il suo matrimonio appoggia su una costante finzione che la malattia del marito la costringe a perpetuare. Una forma di disonestà individuale e di opacità ambiziosa circonda chi si muove nei paraggi della parola come professione, ma il problema è assai più vasto, come suggerisce l’organizzatore di un altro convegno cui la protagonista partecipa: “Ogni volta che pensava al futuro, aveva detto suo figlio, doveva rammentare a se stesso che il senso della propria storia era pura illusione, perché non restava più abbastanza per raccontare altra storia: abbastanza tempo, abbastanza risorse, abbastanza autenticità. Ogni cosa è stata consumata.” La disillusione si proietta dunque su un sistema economico e sociale che si autodivora, il capitalismo, su un continente, l’Europa, che si autoelide a partire dalla Brexit, su rapporti di forza uomini-donne ancora troppo sbilanciati, come apprendiamo da un’altra intervistatrice della protagonista: “Ben presto mi sono accorta, ha detto, che in realtà non c’era nulla di peggio che essere un mediocre maschio bianco di mediocre talento e intelligenza: anche la più derelitta casalinga, ha detto, è più vicina al dramma e alla poesia di quanto lo sia lui, perché se non altro, come ci mostra Louise Bourgeois, è capace di avere più di una prospettiva.” Dalla questione femminile a quella ecologica ed economico-politica, Onori intreccia temi e riflessioni che prevalgono sulle storie individuali: è una polifonia dove le singole voci sono continuamente rotte e disturbate dal rumore di fondo dell’epoca in cui viviamo.

Ridicole, talora proprio grottesche, appaiono le figure che gravitano intorno alla letteratura ridotta a spettacolo di se stessa; anche quando raccontano fatti toccanti non si guadagnano del tutto la fiducia del lettore perché l’autrice ha disseminato innumerevoli allarmi sulla credibilità di un mondo (che non è solo quello letterario) in cui la giustizia è sacrificata al successo, all’ambizione e a un desiderio senza freni. Cosa sono gli onori, tributati a chi scrive, se non pericolosi specchi per le allodole? Ma cos’è in generale la gloria umana, se non la miseria del giorno dopo? Con Onori Cusk ha scritto il suo libro più intensamente morale, sancito da un andamento saggistico che talora s’impone nel cuore dei monologhi e incalza con domande la cui risposta presuppone sempre un’assunzione di responsabilità: rimanere o partire, mentire o dire la verità, sottomettersi o rivendicare il proprio spazio. L’immagine finale della protagonista che fluttua tra le onde, mentre un uomo nudo piscia in mare a pochi metri da lei, ci restituisce l’estrema vulnerabilità di una donna, e scrittrice, che si fa carico di queste domande.

Ancora sulla natura e il territorio

Pioppeto

Paolo Bettini, “Pioppeto”, 2013

26 settembre 2013

Da fine estate gru e cingolati hanno ripreso a scavare e il loro rumore minaccioso e ripetitivo echeggia nella valle a ridosso del fiume Reno in cui vivo. Tutta la zona è classificata come protetta da vincolo idrogeologico, per la natura del terreno e per la presenza della golena del fiume, nonché da vincolo paesaggistico, visto che siamo ai piedi di un magnifico contrafforte pliocenico di arenaria dorata.

Ciò non ha impedito di prelevare vaste aree di sabbia e ciottoli utili per l’edilizia che l’azienda responsabile degli scavi ha ‘idealmente’ risarcito, costituendo un’oasi con laghetto per il birdwatching. Al laghetto non ci va mai nessuno, d’estate quando si secca è di una tristezza sconfortante, inoltre come i geologi insegnano se togli un peso da una parte, facendo un buco, crei una forma di risucchio da un’altra parte, quindi tutti questi buchi fatti nel terreno per espropriarlo della sabbia così vitale all’edilizia, avranno una loro ripercussione sull’intero sistema delle falde.

Intanto noi dovremmo deliziarci di uccellini che nidificano e cantano. Ma il timore che le spianate recentemente realizzate siano la premessa per ulteriori costruzioni si è insinuato quando ho notato che hanno aperto un’altra strada, in mezzo al bosco che costeggia il fiume. Qualcuno già parla di un complesso residenziale. Nel bel mezzo di un’area protetta.

Tutto questo in deroga alle leggi, tutto questo in deroga al buon senso, tutto questo in deroga a qualsiasi forma di fraternità col mondo in cui viviamo.

Non so quali compromessi fra politica e affari ci siano stavolta a giustificare l’ennesima deturpazione, la storia che ho immaginata nel mio romanzo Violazione viene sempre largamente superata dalla realtà, da migliaia di storie che ogni giorno mangiano il nostro suolo e ci privano di esistenza e di identità, ma ancora una volta non è l’avidità del singolo a stupirmi di più, quanto l’assenso delle istituzioni, la loro connivenza con il male.

Le istituzioni e le leggi esistono per mettere un freno all’egoismo del singolo a favore della convivenza civile di una comunità, di più singoli che riconoscono dei limiti per poter avere tutti dei diritti e delle garanzie di esistenza.

Ma se questa condizione viene meno, se le istituzioni stesse sono le prime a violare e ignorare le leggi, si disintegra la possibilità stessa che esista una comunità, si sprofonda nella cecità individuale.

Il problema del come abitiamo lo spazio di come usiamo la terra, non è un problema meramente ascrivibile alle preoccupazioni ecologiche, che ora sono tanto superficialmente di moda quanto disattese nei fatti, è un problema più profondo: abbiamo idea di che ci stiamo a fare qui?

Per chi costruiamo nuove case, se la popolazione non aumenta e gli alloggi sfitti sono migliaia e migliaia? In Italia ci sono dieci milioni di case abusive, non c’è un centimetro di litorale che non sia stato lottizzato, non c’è campagna che non sia brutalmente attraversata da strade e superstrade, assediata da aree industriali e capannoni.

Non vedo rimedio a questa situazione, le oasi per birdwatching sono un penoso cosmetico di cui si farebbe volentieri a meno, il fatto rilevante è che la gente accetta di vivere ovunque, di stare dentro un cubetto di cemento ovunque, sopra le autostrade, di fianco ai ripetitori, nel buco dove prima c’era un bosco, o un campo coltivato.

Se la terra è oggetto di una brutalità senza senso allora anche chi vi abita lo è; il totalitarismo prodotto da un sistema di consumi entropico e senza freni che Pasolini denunciava con tanta veemenza, quarant’anni fa, si è perfettamente compiuto.

Pasolini contrapponeva a questo il mondo antico, dove a suo modo di vedere c’era un maggior equilibrio fra l’appropriarsi dei luoghi da parte dell’uomo e il corso dei fenomeni naturali, l’assetto della terra.

Mi colpisce il modo in cui formulava il suo pensiero: “Ormai del resto, la distruzione del mondo antico, ossia del mondo reale, è dappertutto. L’irrealtà dilaga attraverso la speculazione edilizia del neocapitalismo”.

Il termine irrealtà è, fra tutti quelli che poteva scegliere il più forte e, a posteriori, il più adatto a descrivere la situazione che si crea quando il suolo su cui viviamo è solo luogo di mera occupazione per decubiti di cemento che sono, nella maggior parte dei casi, bruttissimi e inutili.

Irrealtà è la provincia vicentina iperurbanizzata descritta in Tristissimi giardini di Vitaliano Trevisan, irrealtà sono i quartieri residenziali dell’interland milanese protagonisti di L’ubicazione del bene di Giorgio Falco, o la sterminata periferia romana descritta da Walter Siti e da Tommaso Giagni ne L’estraneo.

Irrealtà è il villaggio antisismico costruito a pochi chilometri dal centro dell’Aquila che, dopo il terremoto del 2009, difficilmente tornerà a vivere se non come museo di se stessa, gli outlet che richiamano nelle forme i castelli disneyani e che insieme alle villette a schiera punteggiano ormai tutte le arterie viarie di ogni regione italiana.

Tutto questo è possibile, perché l’Italia è un paese corrotto, dominato da poteri illegittimi che nello stato cercano sempre una sponda, perché manca in larga parte un senso del bene comune, perché troppo in fretta siamo passati da una realtà rurale a una industriale e post-industriale, ecc. ecc., ma alla radice c’è – io credo – una ragione più sostanziale: da un sacco di tempo abbiamo smesso di porci, in questo paese come altrove, una domanda che nella sua basilarità viene considerata trascendentale e quindi trascurabile per chi si accontenta del qui ed ora: che ci stiamo a fare su questo pianeta? Cosa siamo? Perché dovremmo essere fraterni con una natura che con noi non è certo e non sempre benevola?

L’obiezione classica a questo tipo di domande è che essendo prive di risposta, quanto meno in un orizzonte e laico e completamente mondanizzato, siano anche inutili.

Mentre posso essere d’accordo sul fatto che siano destinate a rimanere senza una risposta definitiva, non credo affatto che siano inutili. La storia dell’umanità che si evolve ha inzio con domande che superano di gran lunga i suoi bisogni contingenti, il suo arco di proiezione. Questo tipo di domande ci ha portato a essere animali singolarmente evoluti e diversi da tutto il resto che popola la terra, il che potrebbe anche costituire una pericolosa anomalia, ma è la nostra storia, la storia di cui conserviamo memoria.  L’unica risposta che trovo è che, la natura, la terra, gli animali, i corpi organici, costituiscono tutto ciò che abbiamo; il movimento di progressiva alienazione da questo ci ha portato prima a una perdita di senso dilagante e ora ai margini di una vera e propria autodistruzione materiale.

Sono già tanti i luoghi sulla terra, e anche in Italia, dove non è più possibile vivere, coltivare, respirare, pena la malattia e la morte.

Dopo, se dovesse avvenire su scala mondiale, sarà forse di nuovo il silenzio della materia inorganica e il gelo delle stelle, ma intanto l’avventura dell’animale simbolico, della specie homo sapiens, sarà fallita per sempre.

Se il nostro orizzonte politico e filosofico è per forza di cose post-utopico, è possibile che con la perdita delle utopie abbiamo perso anche la forza primaria che ci muove: lo spirito di sopravvivenza.

Per disinnescare questo ottundimento di percezione si potrebbe cominciare a camminare, percorrere la terra con le proprie gambe e misurarsi coi luoghi in una unità che non sia l’auto, o qualsiasi altro mezzo di trasporto meccanizzato.

Tornare a fare i conti con la finitudine che siamo e accoglierla, anziché occultarla nella sazietà e nella cattiva infinità delle merci, del consumo, del cemento, ci renderebbe forse meno alienati.