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Di ritorno da Madrid

scia3

 

29 maggio 2016

Scrivo queste righe pensando alla mia amica Sara V. e in qualche modo vorrei dedicargliele.

Sono osservazioni sparse di una viaggiatrice che sta piuttosto vicina a terra e quindi ha un punto di vista ribassato, siccome a Sara interessano le cose un po’ nascoste, meno appariscenti, nei giorni trascorsi in Spagna immaginavo cosa avrebbe fotografato se fosse stata con me.

Sono stata a Madrid insieme ai compagni di “Sex & Disabled Poeple”, ospiti del magnifico teatro Valle Inclan, palcoscenico di ricerca nel quartiere popolarissimo e multietnico di Lavapies.

Madrid sorge su un altipiano ma è, ancora più di Roma, tutto un su e giù di strade e piazze che hanno rivestito quelli che una volta dovevano essere burroni e calanchi, come se ne vedono dall’aeroporto fino al centro, punteggiati in questa stagione di papaveri, ginestre, nasturzi.

A Madrid non ci sono marciapiedi insormontabili, come i nostri, anche se la pavimentazione non è perfetta e a volte nemmeno tanto liscia. Eppure si ha la sensazione che facciano molti sforzi per cercare una forma di morbidezza, che accompagna dalle strade larghe, dagli spazi pedonali generosi, fino alle facciate delle case, il cui ornamento principale spesso sono bow-window liberty e balconcini fioriti. La metro ha tanti ascensori ed è tenuta costantemente pulita da inservienti che lavano e spruzzano spray: ci si deve sentire bene anche per gli odori che si respirano in una città. E Madrid per essere una capitale di più di tre milioni e mezzo di abitanti riesce a essere profumata, sarà per l’enorme distesa del parco del Buen Retiro o per le colline verdi che in pieno centro spalleggiano per chilometri il retro del palazzo reale.

Ma la cosa che più mi ha colpita è la quasi assenza di pubblicità: niente grandi cartelloni appesi agli edifici o ai lati delle strade, pochissima perfino nella metro e spesso di carattere informativo-sociale. Un totale riposo per gli occhi, che possono vagare sulla superficie di case, palazzi pubblici, autobus e banche senza essere continuamente assaliti dall’imperativo mellifluo della merce, dell’occasione, dell’opportunità, del denaro nelle sue proteiformi incarnazioni.

Non ero più abituata a tanto spazio, a tanto silenzio, in cui le cose ti vengono incontro, o si celano, per quello che sono e non per l’immagine che stanno vendendo.
Non ho scattato nessuna fotografia, e d’altronde come si fotografa il silenzio?