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Diario

Labirinto

21 novembre 2018

Febbraio 2018, Bologna

Tanto vale dirlo subito: io con il fatto di tenere un diario ho sempre avuto qualche problema.

Mi ci sono messa a più riprese, specie fra i dieci e i quindici anni, accumulando una tale dose d’insoddisfazione da scoraggiarmi per il seguito a riprovarci, o quasi.

Mi sentivo goffa e innaturale a scrivere ‘caro diario’, non sapendo chi fosse questo ‘tu’ al quale mi rivolgevo, e trovavo insulsi gli elenchi di cose fatte, di avvenimenti, di persone viste con cui riempivo le pagine. Mi è capitato di ritrovarne uno con una copertina di velluto rosso, custodito in un armadio a casa di mia madre: si vede che mi stancavo facilmente ad annotare la quotidianità per quello che era, molte pagine si interrompono con dei disegni. Frustrata, perché non riuscivo a rendere con le parole l’incalzare della vita o il suo noioso ripetersi, viravo sul disegno un’espressività confusa, velleitaria e combustiva come la mia adolescenza.

Anche dei disegni ero tutt’altro che contenta per quanto, a rivederli adesso, mi appaiano più sinceri, forse perché meno ambiziosi. Con le parole era da tempo iniziata un’altra storia, un innamoramento che richiedeva di essere all’altezza, e io non mi sentivo mai all’altezza. Sia delle parole, delle frasi piene di significato che scoprivo nei libri, sia della vita stessa. Anzi, di quest’ultima soprattutto. Le mie parole rimanevano sempre nane per tutto quello che chiamiamo vivere.

Da adulta, quando nacque mia figlia, scrissi per un po’ con le modalità del diario, o forse volevano essere lettere di un epistolario. Era tutto così unico e potente che trascriverlo s’imponeva come una necessità fisica. Ma anche quello si rivelò un tentativo fallimentare. Non c’era verso di piegare la mia esperienza alla forma diaristica, ne venne fuori, diversi anni dopo, un racconto che ovviamente non era la storia della nascita di mia figlia o dei suoi primi mesi, eppure c’era molto di più il senso di un vissuto lì, in una storia inventata per tre quarti, che nelle pagine alle quali avevo cercato di affidare un pezzo di vita. Che dissidio angoscioso fra l’esistenza e la pagina scritta, soprattutto se mi ci mettevo di mezzo io. L’io, quell’ingombro prezioso che la letteratura a volte maltratta o, più spesso, innalza a certe glorie mitopoietiche, che con ogni evidenza non facevano per me, anche se a scrivere ci pensavo di continuo.

Non era finita lì ovviamente, come con tutte le cose alle quali ci annodiamo, con la faccenda del diario. Dopo un grave incidente d’auto che mi ha tolto l’uso delle gambe, mentre cercavo di descrivere al neurologo dell’unità spinale in cui ero ricoverata l’inferno di sensazioni che mi venivano da un corpo alienato e divenuto all’improvviso inconoscibile, mi propose di tenere un diario delle percezioni giornaliere e di darne una valutazione in base all’intensità, con una scala da uno a dieci. Storsi il naso, ma accettai, per disperazione più che altro, e per gratitudine per quel medico colto e sensibile che capiva la fame di parole che avevo. Ogni giorno, per aiutarmi a perimetrare quello che sentivo, mi somministrava una piccola lezione sulle deafferentazioni, ovvero la soppressione degli impulsi nervosi fra cervello e nervi periferici che, in seguito alla lesione midollare subita, era la causa delle parestesie, diffuse dalla cintura in giù, cioè dalla mia undicesima vertebra, maciullata dentro un fosso padano in mezzo all’erba unta di smog. Con un po’ di parole nuove in testa tipo assoni, motoneuroni e via dicendo, mi calmavo, almeno fino a mezzogiorno.

Non che nutrissi grandi speranze riguardo all’efficacia del diario, anzi ero abbastanza sicura che pure con l’aiuto dei numeri non sarei riuscita a rendere in maniera attendibile i dolori, i soprassalti, le scariche elettriche che mi attraversavano di continuo e contro le quali antidolorifici e antiepilettici erano poco più che acqua fresca. Mi ripromisi comunque di aggiungere alla valutazione dell’intensità dei dolori qualche descrizione che fosse più prossima e dettagliata.

Dopo dieci giorni, il diario era una sequenza di valutazioni fra otto e nove, con annotazioni che anche a distanza di poche ore da quando erano state scritte mi apparivano arcane: 25 maggio, dolore 9. Una spazzola per capelli, di quelle con i denti di ferro, striscia sulla parte anteriore delle mie gambe, cosce e polpacci. Il bacino è una vasca a perdere. 26 maggio, dolore 8,5. Perché le mie gambe sono piene di formiche che rodono e rodono? 28 maggio, dolore 8, appena un po’ meglio dopo la fisioterapia, ma è tutto il giorno che sono convinta di avere il coccige sudato, mi tocco e verifico, ma niente. Eppure, una ghiacciaia in fondo alla schiena. 29 maggio, dolore 7/8. Vuoto attraversato da lampi. Poi arriva l’ondata melmosa del miorilassante. Lioresal. Fango fino allo stomaco.

E via di seguito così.

Ricordo che lessi alcune di queste descrizioni al neurologo colto, sensibile e paziente che capiva la mia fame di parole e la mia ansia di trovare metafore per ciò per cui sapeva che non esistevano mai definizioni esatte, o quelle che c’erano erano insufficienti. Mi ascoltò e mi disse che il cervello, con il tempo si sarebbe abituato, avrebbe riscostruito uno schema corporeo per quelle parti che non muovevo più e sulle quali avevo perso anche la sensibilità. In un certo senso, e molto alla lunga, aveva ragione. In ogni caso i suoi occhi neri e lucenti, la barba corta e bianca, che s’increspava in qualche sorriso fugace, sono i pochi luoghi accoglienti in cui so di aver riversato lo smarrimento senza quartiere di quei mesi. Quanto al diario, non c’è bisogno di dirlo, lo mollai dopo quei dieci o quindici giorni in cui mi ero impegnata, col neurologo, più che con me stessa.

Quindi, cari amici di Nuovi Argomenti, lettori e redattori, io non sono così sicura che affidarmi questo compito sia stata una buona idea. Non garantisco. Anzi temo che, ben prima di arrivare alla fine dell’impresa, queste pagine avranno preso una piega strana e che i giorni, le cose, il tempo si saranno rifiutati per l’ennesima volta di entrare per quello che sono nelle mie parole, e allora portate pazienza, se nel bel mezzo di una lettura che avevate cominciato come un diario vi ritroverete da un’altra parte.

Imputatelo pure a una mia certa incapacità di stare dentro le cose per quello che sono senza scavarle, guardarle da una prospettiva che non sia solo la mia, sdoppiarle e moltiplicarle; che poi a pensarci è forse una delle ragioni principali che mi spingono a scrivere romanzi, e a immaginare molto più di quello che succede.

 

20 febbraio 2018, Bologna

Avrei dovuto subodorare che accettando la proposta di tenere un diario sarebbe arrivata una qualche coincidenza di malattie e ospedali. E infatti. Oggi dopo aver rimandato varie volte, e dopo aver provato con tutti i rimedi soliti, mi sono decisa ad andare dal medico. L’accentuarsi della colite e dei disturbi gastrointestinali, che da gennaio non mi hanno dato requie, a detta sua richiede un esame diagnostico. In fondo sono quattro anni che non fai un’endoscopia. Mi dice, come se fosse il tagliando per la macchina. Dopo la visita, chiamo direttamente il reparto ospedaliero per prenotare e, con mia grande sorpresa, mi danno appuntamento per il 3 di marzo, si è liberato un posto proprio ora, con una disdetta. Ho solo otto giorni per congetturare le cose peggiori. Otto notti in cui convivere con l’ansia. Temevo ben di più. Attraverso la piazza dove la fontana è spenta ma nella vasca si è raccolta molta acqua che, in realtà, è neve sciolta. Forma uno specchio nero e quasi immobile. Mi sporgo e vedo la mia sagoma contornata dai rami chiazzati e spogli dei platani. Non ho poi una brutta cera, tutto sommato. Considerato che è inverno, che non nuoto da tre mesi, e che non ho nessuna ragione per essere particolarmente allegra o sorridente.

A pranzo avevo appuntamento con Bettina, venuta in treno da Reggio. L’inverno è decisamente la sua stagione. Bionda e rosea, ha la pelle tesa e fresca come un bambino. E diventa ancora più rosea quando entriamo in un posto riscaldato per mangiare. Una specie di Caesar salad, lei, gnocchetti al pomodoro, io. È un posto affollato e anche piuttosto rumoroso. Ma questo non scoraggia le nostre chiacchiere. Parliamo di lirici greci che Bettina spiega ai suoi studenti di liceo e di amore, insomma di una relazione amorosa. Il tutto è un po’ kitsch, forse. Non lo so. Anche i greci antichi avranno parlato di amore fra di loro e chissà in quali termini. Forse con le parole del mito, mentre noi usiamo quelle della psicologia. Comunque, c’è sempre dell’affanno. All’ultimo gnocchetto avverto quelle spiacevoli contorsioni della pancia che mi perseguitano. Mi sento l’ospite di una vita che non conosco, che avviene a livello cellulare, nel dialogo fra gli organi interni che mi esclude e che mi sopravanza di gran lunga.

 

22 febbraio 2018, Bologna

Continua a nevicare, poi piove, la neve si scioglie ma subito dopo nevica di nuovo, va avanti così dall’inizio del mese. Sembra di stare dentro a quelle sfere trasparenti, con i trucioli di neve finta, fatti di polistirolo: la mano di qualcuno continua ad agitare e giù con la neve. Il ripetersi di questo scenario accentua certi pensieri fissi: il mio mal di pancia e tutto quello che può starci dietro, l’impasse politica che presagisco dopo le imminenti elezioni, le ragazze trucidate a Milano e Macerata. Rimbalzo da un pensiero all’altro, faccio ricerche su internet, mi faccio traviare dalla lettura di pessimi articoli di cronaca, sondaggi, diagnosi mediche. C’è un collegamento fra queste ossessioni?

A dire il vero no. Se non un senso di impotenza contro cui la razionalità può ben poco. E all’impotenza si accompagna l’estraneità. Perché devo addomesticare il luogo dove abito, il mio corpo, sempre pronto a farmi qualche scherzo? Perché andrò a votare una sinistra che non mi rappresenta e che – ci potrei giurare – perderà? Perché le donne sono così spesso trattate come Barbie da fare a pezzi? E poi vilipese sui giornali: oche, sciocchine.

Alla ragazza di Macerata mancava il cuore, non era con il resto dei pezzi nelle due valigie; la mafia nigeriana, ben presente in Italia, pare gestisca un traffico di organi. Gli autori di quello scempio erano nigeriani. La ragazza di Milano era ospite di un uomo già noto per aver adescato ragazzine. C’è un prima in queste storie. Altro che oche o sciocchine. Certo, le parole fanno anche le cose. Ma prima, quando doveva esserci una rete di servizi e di umanità che poteva salvare queste ragazze, in quel prima come ci si arriva, coi fatti o con le parole?

Allo stesso modo, io faccio yoga per calmare la mia pancia, e respiro meglio e mi rilasso. Ma prima, quando e perché il mio corpo se ne va per i fatti suoi, subisce e patisce, senza che io riesca a farci un granché? Quanto alla politica, le parole sembrano non avere più nessuna presa, scollate come sono dai fatti. A volte tolgo l’audio ai discorsi in televisione di Renzi o Salvini, mi concentro sulla mimica facciale e quella delle mani. Non ci vuole un genio della fisiognomica per capire che mentono. Eppure, quanta forza in queste menzogne.

A fine giornata mi domando cosa spinse Rimbaud a mollare tutto e a partire avventuriero per l’Africa. La sfiducia nelle parole?

 

28 febbraio 2018, Bologna Verona

Nevica di nuovo, grossi fiocchi che sembrano fazzoletti. Parto per Verona dove ho un incontro al Circolo dei Lettori. Arrivo a fine pomeriggio, è già quasi buio e freddissimo. La bellezza marmorea di questa città è perfino più inscalfibile di notte. Non è solo l’arena con il suo cerchio panciuto, ma sono gli archi, le pietre sopravvissute dell’antica colonia romana ad avere una forza che produce contrasto e si accresce a contatto con l’architettura gentile e ricamata del Gotico. L’incontro fa parte di un ciclo che s’intitola “La cura sono io”. Mentre rispondo alle domande, sento come una specie di rimprovero da parte della mia pancia, come se non la stessi raccontando giusta.

Il dialogo con il pubblico invece mi conforta, stiamo scambiando qualcosa. Poco a poco la pancia s’acquieta. Non esistono solo le sue ragioni.

Dopo l’incontro, mi portano a mangiare in una pizzeria dove fanno diversi tipi di pasta e di guarnizioni creative. Optiamo per la soluzione degli assaggi, per non perderci nulla, ed è tutto molto buono. Valeria, direttrice del Circolo dei lettori, conclude che questa però non è pizza. Le do ragione. Ma se non è pizza, cos’è? Focaccia. Quelle che abbiamo mangiato stasera sono deliziose focacce farcite con gli ingredienti che vanno di moda adesso: pesto di rucola, avocado e alici, zucca e formaggio.

Quando finalmente realizzo questa cosa delle focacce, ci tengo a dirlo a Valeria. Non è che si possa vivere in una continua mistificazione delle cose.

 

1 marzo, Verona Bergamo

Mi sveglio in albergo, e nevica sempre. Accendo la televisione, cosa che non faccio mai a casa, ma in viaggio sì. Davvero strano, rifletto, come se avessi bisogno di sentire il rumore del mondo. Ascolto per una decina di minuti un programma in cui si parla della ragazza di Milano accoltellata dal tranviere. Majorino rilascia una breve intervista e dice, fra le altre cose, che il Comune pagherà funerali e sepoltura. Aveva un padre e una madre, ai quali era stata sottratta dai servizi sociali, per poi essere cresciuta in varie comunità, come il fratello, del resto, che ha solo un anno meno di lei. Scendo a fare colazione rimuginando su questi fatti e mi domando quanti altri italiani lo stiano facendo, e se sia voluto che un servizio del genere vada in onda alle otto del mattino, mentre molti hanno appena lasciato il sonno e stanno facendo colazione.

Mi domando se anche con il corpo avviene che una parte, la più debole, accumuli in solitudine anni di malessere e infelicità per poi esplodere e per quale ragione il resto dei tessuti non intervenga prima della degenerazione, o se queste cose avvengano all’improvviso, senza che ci si possa fare nulla. Non che io creda che abbia molto senso continuare a sovrapporre le cose come sto facendo, ma è la passività a spaventarmi: passivamente prendo atto dei malfunzionamenti di parti di me, e passivamente assorbo notizie dal mondo, che siano ammazzamenti o slogan elettorali.

A Bergamo dove arriviamo dopo un’ora di macchina, sempre sotto una neve fitta e bagnata, decidiamo di avventurarci nella città vecchia che è bellissima e costruita come una serie di cerchi concentrici, di fortificazioni e porte. Le porte sembrano di epoca settecentesca e napoleonica, ma alcune devono essere preesistenti, si aprono su piazze che danno respiro, mentre le strade si fanno via via più strette mano a mano che ci si avvicina al duomo. Parcheggiamo su un’erta con il ciottolato per entrare in S. Maria maggiore. Ciottoli e neve sono una maledizione per le ruote della sedia, Sergio decide che è meglio andare all’indietro, così evito anche di spaventarmi per la pendenza, chiudo gli occhi e ascolto il crepitio della neve schiacciata. Nonostante il disagio e il freddo, è bellissimo. Così entro in chiesa con le ruote tutte piene di neve che si stacca a blocchi, girovagando fra le cappelle. Dentro la temperatura è quasi uguale a quella di fuori, si gela. Riprendiamo la macchina anche se il tratto è breve, si tratta di girare intorno alla cattedrale per arrivare sul lato della cappella Colleoni. Lascio che Sergio scenda armato di macchina fotografica, io mi accontento di guardare, stando in auto, la facciata che è un pizzo di marmo rosa e bianco avvolto da una bufera di neve. Ho voglia di rientrare in albergo, scaldarmi e prepararmi per l’incontro del pomeriggio, che è con un gruppo di lettura e una parte della giuria del premio di cui sono finalista.

Avevo già sperimentato l’efficienza dei bergamaschi un mese fa, quando ero stata invitata al festival Presente Prossimo e anche stasera non mi hanno deluso. Alla biblioteca Tiraboschi, nonostante il tempo da lupi, c’erano almeno una settantina di persone, e la cena con gli organizzatori e sostenitori del premio è stata molto divertente. Flavia, la segretaria, è una donna di grande spirito. Negli anni ha raccolto aneddoti sugli scrittori da farci un album illustrato: ascoltarla mi fa ricordare che appartengo a una categoria capricciosa, per quanto attraente, come certi uccellini esotici che uno può aver voglia di allevare, ma che si rivelano delle vere e proprie seccature perché hanno sempre qualcosa che non va, ora il cibo, ora la temperatura, ora la luce.

 

2 marzo 2018, Bergamo

L’organizzazione del premio prevede che oggi incontri tre classi di liceo.

Mi sono svegliata in preda al panico, pensando che domani ho l’esame da fare, poi a colazione mi sono distratta ascoltando i discorsi di una coppia nel tavolo di fianco, non stanno insieme sono colleghi di lavoro in trasferta. Lei è giovane, trantacinque anni su per giù, lui una cinquantina. Lei dice che si addormenta sempre quando viaggia, in treno e in aereo. Comunque sia, alle sette e mezza è truccata di tutto punto e ha già finito due kiwi e bevuto tre tazze di caffè: l’efficienza di chi dorme bene, mi dico, covando la solita invidia dell’insonne.

Niente televisione stamattina. Non c’è tempo. Nevica ancora e alle nove mi aspettano in un liceo scientifico. Parlare davanti agli adolescenti è una cosa che mi fa sentire messa alla prova. Conosco la diffidenza, la sterminata ingenuità, le sterzate improvvise di questa età feroce. Mia figlia avrà diciotto anni alla fine di maggio. L’incontro si svolge in un auditorium che è troppo grande per poter essere scaldato e così siamo tutti incappucciati con piumini e sciarpe. I ragazzi sono più audaci delle ragazze, su alcuni volti aleggia uno stordimento ormonale che mi sembra difficile scuotere, su altri una curiosità impertinente che non mi dispiace. Ci rimangono male quando dico che è molto difficile mantenersi scrivendo libri, e che in genere per campare si fanno mille altre cose legate all’editoria, oppure proprio un altro mestiere. Com’è dura a morire la leggenda dell’artista! Hanno letto un mio racconto, presente in un’antologia curata da Filippo Tuena. Ricostruivo l’incontro fra Bob Dylan e Scarlett Rivera, la violinista che lo accompagna nell’album Desire. Hanno capito che in ballo c’è una svolta del destino e che Scarlett poteva anche solo per un soffio non incontrare affatto Dylan. Una carriera costruita su un evento del tutto fortuito e casuale li affascina e li spaventa. Meno male, penso. Quando suona la campanella e il nostro incontro finisce, per loro è la ricreazione, non fanno in tempo ad aprire la porta che dà verso l’esterno che una serie di palle di neve si abbatte, sono i compagni che li aspettano fuori. Che bello avere sedici anni e la neve in mano!

Il ritorno da Bergamo a Bologna è un’odissea che dura quasi cinque ore, molti tratti dell’autostrada sono chiusi per quello che alla radio chiamano il gelicidio, nevica, tira vento a raffiche, e sembra di essere in Siberia. A Sergio diventano gli occhi rossi nello sforzo di stare concentrato sulla guida. Tutto è bianco e grigio, e adesso non ho più niente a cui pensare se non l’esame di domani. A dire il vero ci sarebbe il libro che devo finire, ma in questo momento Calvino, Volponi, Moravia e tutti gli altri mi sembrano lontani come stelle nel cielo invernale.

 

3 marzo 2018, Bologna

Entro in ospedale felice di sottrarmi alle raffiche di vento gelato. C’è una marea di gente in attesa, ma non si capisce se debbano fare la gastroscopia, la colonscopia o che altro. Però è davvero una ressa. La solita maleducazione italiana: se non sei abituato al rispetto delle leggi, non lo fai tu per primo e pretendi connivenza, lamento condiviso. Imprecazioni contro gli infermieri e i dottori, qualcuno sostiene che non è vero che una delle macchine si è rotta e per questo c’è così tanta fila.

Detesto situazioni del genere, mi fanno rinnegare la mia nazionalità e perfino la mia lingua piegata a così tante infamie. Il fatto di essere ammalati, o bisognosi, non dà il diritto a nessuno di presumere la maggior fortuna, o peggio, la malafede altrui. Comunque, c’è un vantaggio ad avere sempre una propria sedia sotto il culo: ti metti a leggere dove ti pare. E così mi isolo tuffandomi ne Il lanciatore di giavellotto di Volponi, che sto rileggendo a dire il vero, la prima volta lo lessi all’università. Su Volponi devo preparare un seminario al Gabinetto Vieusseux di Firenze per aprile, ma ci lavoro da un pezzo, siccome è un capitolo importante del libro temerario che sto scrivendo. Il libro temerario, ormai lo spaccio a tutti così. Perfino a me stessa.

Leggo per dieci minuti.

Fascismo, cazzi duri a destra e sinistra, voyeurismo, dolore e dolore insomma per quanto sia splendido Il lanciatore di giavellotto non è proprio la lettura che mi ci voleva. Cerco allora di visualizzare il peggior esito possibile dell’esame, la necessità di un intervento, la forza con cui mi dovrò preparare al prima e al dopo, quando finalmente l’infermiera mi chiama. Ad eseguire l’esame è lo stesso medico che già mi ha visitato in passato e questo mi scalda il cuore. Mentre mi spoglio ho la certezza irrazionale che non sarà niente di grave. Il dottore mi dà un buffetto e mentre mi infila la sonda mi stringe una spalla, quasi un massaggio. Bisogna essere dotati di autentica empatia e di garbo per fare un gesto così, ci vuole così poco a diventare inopportuni. L’esame dura poco e io riesco a non pensare a quasi niente, ogni tanto sbircio le immagini sul monitor che mi fanno lo stesso effetto della voce che raccontava l’ingresso di Aladino nella grotta magica, nelle fiabe registrate che ascoltavo da piccola: terrore e meraviglia.

Quando sono già rivestita e ho riguadagnato la mia sedia a rotelle, il medico mi dice che il prolasso non è peggiorato, che i miei disturbi si possono curare con una terapia che mi illustra e prescrive. Allora non c’è bisogno di intervenire? chiedo per assicurarmi fino in fondo. Il dottore mi sorride e dice: no. Io poi a lei risparmierei qualsiasi altra cosa finché possibile, visto quello che deve avere passato.

Lo ringrazio e lo saluto, sorrido sulla porta. Mentre percorro il lunghissimo corridoio per arrivare all’ascensore penso a quello che mi ha detto, a quanto conti per me che un medico una volta tanto faccia lo sforzo di immaginare – non ci vuole molto facendo quel mestiere – cosa voglia dire essere sopravvissuta nelle mie condizioni, a un intervento durato più di dieci ore, alla duplice trasfusione, alle mille complicanze avute in seguito, alla minorità cui si viene consegnati. L’immaginazione non è solo un fatto individuale, unisce le persone. Anche per questo è una forza grandissima. Se tutti si esercitassero almeno due minuti al giorno.

 

4 marzo 2018, Bologna

Il giorno del mio quarantasettesimo compleanno coincide anche con quello di queste temute elezioni politiche. Tra l’altro, è il primo compleanno che ricordi con un freddo così cattivo e tanta neve. Andiamo ai seggi con una certa mestizia, il nostro seggio non conta – credo – nella media nazionale, siamo in una roccaforte, a mezzogiorno abbiamo già superato il 50% di affluenza e la sinistra non ha rivali, per quanto il M5S non sia messo male.

Pranziamo in un ristorante giapponese che mi piace molto, anche se il padre di Sergio, chiacchierando con i cuochi, scopre che sono tutti cinesi. Usciamo commentando che al giorno d’oggi è tutta una contraffazione. Mi ritornano in mente le pizze-focacce di Verona. Però abbiamo mangiato a quattro palmenti ed era tutto molto buono. Io e Matilde ci siamo pure rimpinzate di un mango a testa, che di per sé sarebbe già mezzo pasto, e per noi era solo il dessert.

Per ingannare l’attesa del risultato elettorale andiamo al cinema. Ma anziché Il filo nascosto per cui c’è troppa coda, ci tocca Lady Bird, che è carino, ma forse non è esattamente quello che avremmo voluto vedere.

A casa riprendo in mano Il lanciatore di giavellotto, pensando all’archetipo di una virilità tutta muscoli, repressione e fallocentrisimo, sulla quale Volponi e Morante hanno scritto due romanzi di fallita iniziazione ai sentimenti e al sesso, Il lanciatore e Aracoeli, che sono fra le cose più vere e strazianti del nostro Novecento. Romanzi usciti all’inizio dei gaudenti anni ottanta, non sarà un caso. Questa virilità, che non ha mai superato il complesso edipico, che nega il femminile e divide brutalmente le donne in madri idealizzate e puttane, è traghettata dal fascismo a oggi, se ne può ridere solo quando Antonio Albanese la cala nel luridissimo Cetto Laqualunque, per il resto si porta dietro una scia di dolore insopportabile.

I primi exit poll sono sconfortanti, vado a letto con il mal di pancia e stavolta so da dove viene. Corpo e mente hanno un loro accordo, paradossalmente, sulle questioni politiche.

 

5 marzo 2018, Milano

Prendo il treno alle 17,00 per Milano. Proprio mentre Renzi dovrebbe pronunciarsi pubblicamente sulla sconfitta, chiamiamola pure batosta, del Pd.

Fa freddissimo e non so cosa aspettarmi da questa cerimonia di premiazione al Teatro Manzoni. Il premio è dedicato alla memoria di Wondy, la giornalista Francesca del Rosso, e alla letteratura resiliente.

Durante la serata si sprecano le battute sul baraccone elettorale che non sembra ancora finito e sull’ingovernabilità del paese che si profila. Mi viene assegnato il premio della giuria, e ne sono contenta, ma la cosa più emozionante è che ho conosciuto Roberto Bolle e l’ho avuto di fianco per una bella oretta, in modo da deliziarmi della sua pelle diafana, così pura da sembrare trasparente e attraversata da luce, le lunghe mani che si tormenta, i piedi altrettanto lunghi. Anche nel suo respiro c’è il ritmo della danza che gli ha modellato il corpo, i gesti. Ci ripenso prima di addormentarmi e mi dà conforto.

 

26 marzo 2018, Bologna

L’ultima nevicata risale solo a una settimana fa, e forse ora finalmente abbiamo finito con l’inverno. Le gemme sugli alberi da frutto sono ancora chiuse e l’erba è slavata e ammaccata per il tanto carico di neve. Ho passato venti giorni a scrivere e studiare, venti giorni in cui non succedeva assolutamente nulla, non si formava nemmeno il governo, il mio mal di pancia attraversava fasi di latenza per poi ritornare tale e quale. Nulla di memorabile e una stagione che sembrava bloccata.

Ieri è entrata in vigore l’ora solare, e così alle sette di sera di oggi ero con Andrea in un bar affacciato su Piazza Verdi a bere uno spritz e c’era ancora tantissima luce, sul fianco del teatro comunale e sugli alberi. Alcuni studenti del suo corso di scrittura creativa, per il quale ho tenuto una lezione sul romanzo, ci hanno raggiunto. Avevano ancora molte domande. Nel locale la musica era fortissima, le loro voci piene di accenti regionali, si faceva fatica a parlarsi senza ripetere domande e risposte. A un certo punto gli studenti hanno cominciato a parlare di cose loro, e sono tornati giovanissimi e fin troppo vivi. Io continuavo a guardare fuori dalla vetrata grata per tutto quel chiaro, finalmente. Andrea mi ha detto: non ti sei accorta che quella ragazza si era innamorata di te?

Ho riso, dicendogli che romanzava. Ma all’uscita dal bar, mentre attraversavamo la piazza dove un sacco di gente faceva un sacco di cose – mangiare, essere seduta per terra, bere, cantare, suonare, parlare, fumare delle canne, limonare – mi è venuta in mente una frase della mia amica californiana Rachel “When spring comes in Bologna it’s all about sex”.

E così ho pensato che forse è tornata davvero Persefone dall’Ade e si può ricominciare a vivere.

 

2 aprile 2018, Bologna

In piazza S. Domenico io e Chiara guardiamo la fiancata della chiesa, tutta rosa e bianco, e chiacchieriamo. A pochi metri da noi una signora russa, una badante dico io, sta a gambe aperte seduta per terra, fuma e ha una bottiglia di birra in mano. Passano turisti, soffia un po’ di vento e l’aria è morbida. Arrivata la primavera, Bologna cede allo struggimento di chi ha patito una lunghissima lontananza, dal sole, dalla luce, dall’amore.

Ho capito finalmente cosa mi ha tenuto sempre lontana dallo scrivere un diario: la convinzione che quello che mi capita sia del tutto irrilevante, o meglio che possa avere un qualche senso solo se messo in relazione ad altri milioni di cose che accadono ogni istante nel cosmo e collidono o si tengono a distanza, ma fanno comunque parte del tempo che ci contiene, che è l’unico vero soggetto della scrittura. Allora forse per scrivere un diario bisogna abbandonarsi al tempo che passa, accettare l’insignificanza e andare avanti.

Anche di insignificanza bisognerebbe fare almeno cinque minuti di esercizio al giorno.

Ma torniamo alla primavera e allo struggimento. Oggi ho trovato questa frase di Gianni Celati, in uno dei suoi libri che amo di più, Quattro novelle sulle apparenze: “Nel nostro essere perduti noi aspettiamo che gli altri ci trovino, perché solo loro possono trovarci in tutto l’universo.”

È quello che mi auguro ogni giorno, di essere trovata, è quello che auguro a ogni essere vivente, a ogni lettore di queste pagine.

(Questo Diario è uscito sul numero 82 della rivista “Nuovi Argomenti”, 2018)

 

Resoconto

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Henry Miller, “L’ascolto”, Parigi 1986

 

 

 

 

 

11 ottobre 2018

Rachel Cusk, nata a Saskaaton, Canada, nel 1967 ma da molto tempo residente in Inghilterra, è una scrittrice che unisce due doti raramente ben assortite e compresenti: da una parte la capacità di narrare la vita di tutti i giorni, analizzando i gesti che ne determinano le piccole o grandi svolte, insieme alla percezione dell’unicità individuale dei sentimenti, dall’altra l’abilità di riflettere sulle strutture linguistiche con le quali intessiamo di continuo il racconto di ciò che viviamo.

Su questo doppio binario si è distribuita la sua produzione letteraria, che comprende anche due memoir saggistici sulla maternità e sulla separazione, e che culmina nella trilogia di cui Einaudi Stile Libero ha appena pubblicato il primo volume: Resoconto, uscito in originale nel 2014 e ora tradotto con grande sensibilità da Anna Nadotti.

Una voce narrante femminile, una scrittrice di cui sappiamo pochissimo, se non che è separata da poco e ha due figli, racconta un viaggio e un soggiorno ad Atene, dove va per tenere un corso estivo di scrittura. Gli incontri che riempiono le giornate della protagonista diventano la materia stessa della narrazione: il fluire incessante di storie altrui che entrano in risonanza con la propria, toccando temi come il matrimonio, la famiglia, i figli, l’affermazione professionale. Numerosi sono i personaggi che si raccontano: l’anziano uomo d’affari greco che siede al suo fianco in aereo, nel viaggio da Londra ad Atene, e che la invita a ripetute gite in barca, fino a dichiararle un interesse tanto goffo quanto toccante, gli studenti del seminario di scrittura con la loro reticenza o il loro straripare espressivo, i colleghi inglesi o ateniesi con le loro frustrazioni e coi loro successi. Insieme formano un coro di voci intrecciate, espongono fatti, esplorano sentimenti e ricordi, deformandoli, censurandoli, comprimendoli fino a farli diventare tollerabili, perché la vita – pare dire Cusk – è sempre un insieme di progetti abbozzati, e imprevedibilmente cambiati dagli eventi. Desiderio, proiezione e perdita sono la vera sostanza di cui è fatta la miriade di occorrenze con cui allestiamo gli scenari effimeri dentro cui ci muoviamo.

La scrittrice – Rachel Cusk e il suo alter ego narrativo – si dispongono con infinita disponibilità ad ascoltare, e riascoltare, a confrontare le versioni di un medesimo episodio, perché raccontando rielaboriamo e selezioniamo, confezionando una realtà che di rado combacia con l’accaduto, ma è piuttosto la trascrizione infedele e rivelatrice di ciò che siamo. La vita è quella che accade, anche nella sua totale insignificanza, anche nel suo divagare irrelato, come mostrano molti dei resoconti degli studenti del corso tenuto dalla protagonista, ma è anche – e non meno – il racconto che ne facciamo, e come reagiamo a tale racconto.

L’ultimo personaggio che entra in scena nel romanzo, è una sceneggiatrice che prenderà il posto della protagonista nell’affitto della casa ateniese, forse l’ennesimo alter ego, e ci descrive l’incontro appena avvenuto con un diplomatico: “Coi suoi racconti, lui andava descrivendo, di fatto una difformità sempre più palese, una difformità in cui lui stava da una parte e lei, con ogni evidenza, dalla parte opposta. In altre parole, andava facendo il racconto di ciò che lei non era: di ogni cosa che diceva di se stesso, lei riscontrava nella propria natura l’equivalente negativo”.

Si direbbe che il talento e l’originalità di Cusk si svilupppino appieno in questo spazio: nella difformità e nella compressione/dilatazione del racconto rispetto alla vita. I suoi personaggi vivono, ma soprattutto raccontano quello che hanno vissuto, e si definiscono a loro volta per contrasto o adesione tramite i racconti altrui.

La protagonista, che li ascolta tutti, è in quella posizione di apertura e di scarto che consente di mettere in prospettiva e dare forma a ciò che si presenta solo come giustapposizione, un fluire talora difforme talora ripetitivo. Cusk ci fornisce così una delle metafore più potenti della letteratura che si possano incontrare nella prosa contemporanea, mettendo in opera una strategia narrativa che rinegozia la distinzione fra autore e personaggio. Non stupisce che la sua trilogia abbia suscitato tanta attenzione e dibattitio critico nel mondo aglosassone.

Narrare e riflettere sulla narrazione, e nello specifico su come le forme adottate modifichino e determinino la gamma del dicibile, è un terreno su cui tutti i grandi scrittori della tradizione modernista si sono confrontati e, pur nella diversità di premesse e di soluzioni adottate, per tutti la posta in palio era quella dell’autenticità.

In un suo precedente romanzo, Le variazioni Bradshaw, Cusk scriveva: “è facile dire cosa sia artificiale, più difficile dire cosa sia autentico”.

Con Resoconto Cusk ha abbandonato quelli che Gianni Celati ha definito i cerimoniali tradizionali del romanzo, una trama conclusiva ad esempio, per trovare una propria via all’autenticità: un’accoglienza fiduciosa per le storie individuali, anche quando sembrano non portare a nulla, esattamente come la vita di ciascuno di noi.

Leggendo Resoconto non si può che essere grati di aver incontrato una scrittrice tanto generosa e convinta che “le storie chiedano una forma di speranza”.

(Questo articolo è apparso su La lettura, il 7 ottobre 2018)

A occhi chiusi

Piero di Cosimo, "Perseo libera Andromeda", 1510, Firenze, Galleria degli Uffizi

Piero di Cosimo, “Perseo libera Andromeda”, 1510, Firenze, Galleria degli Uffizi

20 dicembre 2016

Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi. È il sottotitolo della mostra Orlando furioso 500 anni, curata da Guido Beltramini e Adolfo Tura che ha inaugurato il 24 settembre a Palazzo dei Diamanti di Ferrara e proseguirà fino all’8 gennaio 2017.

Vorrei soffermarmi su questa soglia testuale perché non è ambizione da poco dire che cosa vedesse Ariosto a occhi chiusi, ossia verisimilmente quando sognava, fantasticava o ricordava.

La vita onirica e interiore di ogni individuo di rado lascia traccia storica, essendo in larga parte inattingibile dall’esterno e talvolta indecodificabile perfino a chi la vive. Per quel che concerne gli artisti, è vero – nella misura in cui l’interpretazione ne guadagna – le opere possono essere lette come la proiezione, a diversi gradi e livelli di sublimazione e trasfigurazione di processi intellettuali-culturali non meno che emotivi, con qualche cautela, anch’essa di vario genere e grado.

Nel caso di Ludovico Ariosto il poema in ottave Orlando furioso, di cui si celebra il cinquecentenario della prima edizione risalente all’aprile 1516, sarebbe la scatola nera che – stando al sottotitolo – ci porta nella mente del creatore, verso quel nucleo fondativo di un pensare per immagini, inteso come analogico, simbolico e mnestico per eccellenza.

A Palazzo dei Diamanti troviamo allestito un percorso di opere – dipinti, sculture, arazzi, strumenti musicali, lettere, libri e armi – che nell’intenzione dei curatori è una “paziente ricognizione delle tradizioni figurative familiari al poeta”.

Sappiamo quanto possano essere complessi i rapporti fra tradizione e familiarità, reinvenzione e creazione, e quanto la giustapposizione a posteriori non sia da confondere con la derivazione originale, l’incrocio fortuito, la concomitanza; cosa dobbiamo dunque aspettarci da questa mostra, un viaggio all’interno della cultura visiva del tempo e dei suoi possibili, o probabili, intrecci con il poema in ottave di Ariosto o una più inesprimibile calata nella palpebra interna del poeta?

Ai curatori non è mancata la consapevolezza di muoversi sulla cresta di un ossimoro, tant’è che nell’introduzione al catalogo hanno premura di sottolineare: “Filologia dell’immaginazione che non rischia di diventare fantafilologia finché si mantenga la consapevolezza che – tranne rarissimi casi – sarebbe velleitario e sostanzialmente fuorviante tentare di rintracciare nel poema di Ariosto una trama di puntuali citazioni di opere figurative”.

Insomma non entreremo nella testa di Ludovico Ariosto e tantomeno all’interno delle sue palpebre immaginose e immaginanti, ammesso che le citazioni figurative possano costituirne un accesso.

Piuttosto quel che la mostra ferrarese riesce a fare, attraverso una sequenza di stanze tematiche, è una colta e raffinata ricognizione che in alcuni casi individua un correlativo visivo di oggetti mitologici, come il corno di Astolfo che avrebbe un precedente nell’olifante cosiddetto di Orlando, un corno d’avorio intagliato nell’XI secolo, con figure di caccia e di animali, che faceva parte del tesoro della basilica di St. Sernin a Tolosa e si riteneva, erroneamente, fosse quello suonato da Orlando nella rotta di Roncisvalle. Il corno è esposto a fianco della sella da parata ornata di intagli eburnei di Ercole I d’Este, della Galleria estense di Modena e con un cimiero del XV secolo, nella sala intitolata “La giostra e la battaglia”, dove è suggerito un parallelo tra il modo di rappresentare le battaglie nel Furioso e le frequenti esercitazioni sul tema, derivato dai sarcofagi antichi, degli artisti quattro-cinquecenteschi con un disegno del ferrarese Ercole de’ Roberti e con il rilievo bronzeo, proveniente dal Bargello, di Bertoldo di Giovanni.

Nella sala chiamata “Lo specchio della corte” la maglia viene stretta fra il poema e la musica, attraverso un oggetto rarissimo come la lira da braccio di Andrea Veronese, che presenta nell’intaglio e nel modellato ligneo una squisita allusione all’anatomia maschile e femminile, qui fuse, e reca un’iscrizione in greco che tradotta suona: il canto per gli uomini è medico al dolore. Nella sala dedicata a “L’immagine del cavaliere” il disegno di Marco Zoppo con un profilo di donna guerriera è l’esemplare grafico che Boiardo e Ariosto potrebbero aver avuto presente nel tratteggiare le loro indomite guerriere, in particolare Marfisa col suo cimiero riccamente decorato.

Sul tema della questione femminile e della sua rappresentazione, centrale nel Furioso, si sarebbe potuto approfondire. “Le donne” sono l’attacco del primo verso del poema, e non è una novità da poco rispetto alla tradizione incipitaria epico-cavalleresca.

Viceversa, introducendo il Furioso come viene fatto all’inizio del percorso espositivo quale ‘sequel’ dell’Innamorato, a parte l’ammiccamento al gergo televisivo, si glissa sulla novità che Ariosto immette nel poema cavalleresco, perché all’interno dell’intrico labirintico di episodi di fuga, scontro, ritrovamenti, magie e amori che Ariosto riprende da Boiardo e dalla tradizione, Ariosto trova anche il modo di confrontarsi con la realtà del suo tempo, con le questioni storiche e morali che lo percorrono.

Lo ricordano studiosi di vaglia all’interno del catalogo come Alberto Casadei e Paolo Trovato, ma non è detto che chi visita la mostra legga poi il catalogo.

Ariosto, in risposta al proprio tempo, esprime una posizione irenica e un rifiuto degli ordigni di guerra all’interno di un poema di scontri e battaglie qual è, anche, il Furioso, e riflette sul desiderio amoroso e sul gioco di ruoli maschile-femminile auspicando forme di parità nelle coraggiose ottave del canto IV, “perché si de’ punir donna o biasmare/che con uno o più d’uno abbia commesso/quel che l’uom fa con quante n’ha appetito/e lodato ne va, non che impunito?” Se è vero che l’Ariosto della V Satira, composta quando ebbe notizia delle prossime nozze del cugino Annibale Malaguzzi, non risparmia alcuni dei luoghi comuni dell’inveterata diffidenza umanistica verso il genere femminile, è altrettanto vero che la sua considerazione della donna è sfaccettata e consapevole, sempre nel canto IV del Furioso troviamo infatti l’ammissione che: “Sono fatti in questa legge disuguale/Veramente alle donne espressi torti”.

L’esposizione all’interno della mostra ferrarese de La Venere pudica, attribuita a Botticelli e bottega e proveniente dalla Sabauda di Torino, si lega a un’idea femminile di derivazione petrarchesca piuttosto stereotipata: le membra eburnee, il biondo crine, l’angelico sembiante. Ma l’Angelica ariostesca, che pure il paladino Ruggiero vede (con scarsa fantasia e molta letterarietà) “come statua finta/o d’alabastro o d’altri marmi illustri” è in verità sempre in movimento, selvatica e iper-reattiva. È lei il motore rivoluzionario del poema cavalleresco fra Boiardo e Ariosto, come ha sostenuto Gianni Celati in una conferenza tenuta alla Princeton University nel 2000 e ora ristampata nel volume Studi di affezione per amici e altri (Quodlibet, Macerata 2016). L’ideale femminile ariostesco è quindi, quantomeno, più movimentato di quanto l’eterea e statica figura botticelliana lasci immaginare, ed è forse meglio rappresentato dal quadro di Piero di Cosimo, La liberazione di Andromeda, dove le figure hanno la vaghezza e l’intonazione atmosferica alla meravigliosa mostruosità di cui partecipano che si ritrova nei personaggi ariosteschi, i quali non sono mai volti o psicologie definite, piuttosto si caratterizzano per gesti ricorrenti, quasi epiteti formulari, sfuggenti e animati dal continuo movimento centripeto di desiderio e fuga che percorre tutto il poema.

Nell’ultima sezione della mostra “Un capolavoro in trasformazione” spuntano le più robuste e sensuali nudità michelangiolesche e tizianesche con Leda e il cigno e il Baccanale degli Andrii ad accompagnare l’elaborazione del poema che nel 1532 vide la sua terza e definitiva edizione, ma se il rapporto fra Tiziano e Ariosto, che certo si conobbero, è un tipico frutto della costruzione letteraria già attiva quando il poeta era ancora in vita, come rilevato da Miguel Falomir nel saggio in catalogo, fra Ariosto e Michelangelo sarebbe davvero arduo stringere le maglie.

Nel frattempo, fra il 1505 anno di probabile inizio del poema e il 1532 anno della sua ultima versione, tante cose erano cambiate, il rapporto di Ariosto con Ippolito d’Este, la fiducia negli ideali cavallereschi rappresentati dallo sconfitto re francese Francesco I, l’avvento di Carlo V, le turbolenze fra gli Estensi e Venezia e fra gli Estensi e il papato. L’ironia di Ariosto che tanto spazio aveva avuto nella costruzione delle precedenti versioni del Furioso cedeva il passo a tratti di maggior cupezza, la stessa presente pure nelle Satire.

Il Furioso è un’architettura complessa anche per il lungo arco temporale in cui è stato elaborato, ma è la capacità di Ariosto di reinventare di continuo la propria materia, non meno che la propria lingua, a farne un’opera coerente e omogenea. A vincere fu la ricerca di uno stile medio, che potesse inserire il lessico della prosa nella poesia. Quest’evoluzione è documentabile attraverso lo studio delle varianti interne e in rapporto alla questione del volgare in Italia, quale si evidenzia con le Prose del Bembo. Possiamo fare un parallelo con quanto la maniera moderna, e Raffaello in particolare, operano con le forme e lo stile pittorico, cercando una koiné classicista e sovraregionale.

Si tratta di un parallelo che nell’individuare dei campioni ideali del passaggio cruciale, registrato da Bembo per la lingua e da Vasari per le arti, traccia lo sfondo storico in cui il Furioso è un testo di primaria e duratura grandezza, e suona particolarmente felice la definizione di Paolo Trovato dell’Ariosto come ‘il più vicino dei grandi antenati’. Ma con questo ci siamo riallacciati alle grandi linee prospettiche della storia, non certo all’immaginazione di Ariosto e ai suoi dispositivi interni.

Una mostra come questa solleva infatti un problema di metodo e di sostanza: il rapporto fra un poeta, o uno scrittore, e l’arte figurativa è sempre difficile da esemplificare con incroci cronologici e tematici. Fuori dal recinto dell’ut pictura poiesis e dalle esercitazioni ecfrastiche molto care agli artisti rinascimentali e agli umanisti, verso le quali comunque Ariosto non ebbe mai particolari propensioni, i codici, quello linguistico e quello visivo, non sono omogenei, attingono e si riferiscono a livelli di realtà e valori di rappresentazione diversi. Talora sarà possibile arrivare a riecheggiamenti puntuali, come suggerisce Vincenzo Farinella per le ottave 61-63 del canto VI del Furioso accostate alla torma di mostri-vizi che Mantegna dipinse per Isabella d’Este, in Minerva che scaccia i vizi dal giardino delle virtù.

Si potrà con scrupolo ricostruire un’aria del tempo, esito tutt’altro che disprezzabile da una prospettiva hegeliana della storia: in questo la mostra ferrarese è pienamente riuscita.

Ma il livello più profondo in cui un’arte agisce su un’altra rimane un po’ fuori fuoco. Ci si è avvicinato, più di tutti, Gianni Celati nel summenzionato saggio su Ariosto, dove rileva come l’arte della tessitura, i tappeti alessandrini evocati nel canto X, sia il modello che permea di sé il Furioso, non solo perché la metafora del filo, dei colori e delle variazioni, dell’intrico, della ‘gionta’ al textus ricorre con incredibile frequenza, ma anche perché l’esito stilistico è paragonabile a un tappeto orientale: ad Ariosto non interessa la resa prospettica – sulla quale si cimentavano i pittori suoi coevi – o un punto focale attorno al quale organizzare una figuralità significante e specifica, piuttosto lo scorrere e l’intrecciarsi di linee narrative potenzialmente infinite, rinnovabili perché mai determinate in un tempo cronologico, bensì galleggianti in uno spazio dove tutto ciò che accade una volta è come se accadesse per sempre.

(Questo articolo è uscito su Doppiozero)