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I lettori di libri sono sempre più falsi

dust and wind

28 novembre 2016

In questi giorni ho finito la revisione delle bozze del mio nuovo romanzo, intitolato La notte ha la mia voce, in uscita a metà febbraio 2017.

Un certo svuotamento mi prende ogni volta che un progetto di scrittura è arrivato a termine, perché so che mi devo staccare da quel microcosmo protetto e autosufficiente che un libro tende a essere.

Questo è bene, perché fuori c’è sempre di più, c’è la vita. Però è un distacco che ogni volta patisco, anche perché la scrittura, deposti gli attrezzi del mestiere, appare per quello che è: una vaga illusione, per dirla con Leopardi.

La definizione più bella, o più vicina al sentimento che provo, l’ha data Gianni Celati in chiusa a uno dei racconti che compongono le Quattro novelle sulle apparenze. E qui la riporto:

“Tutto ciò che si scrive è già polvere nel momento stesso in cui viene scritto, ed è giusto che vada a disperdersi con le altre polveri e ceneri del mondo. Scrivere è un modo di consumare il tempo, rendendogli l’omaggio che gli è dovuto: lui dà e toglie, e quello che dà è solo quello che toglie, così la sua somma, è sempre lo zero, l’insostanziale.
Noi chiediamo di poter celebrare questo insostanziale, e il vuoto, l’ombra, l’erba secca, le pietre dei muri che crollano e la polvere che respiriamo”.

 

14 luglio 2016

Pontormo, "La visitazione", Pieve di Carmignano, 1528, dettaglio

Pontormo, “La visitazione”, Pieve di Carmignano, 1528, dettaglio

23 luglio 2016

Lo scorso 14 luglio mi trovavo nel chiostro degli Agostiniani della Biblioteca Comunale di Empoli per la cerimonia finale del premio Luigi Russo Pozzale. Nell’atmosfera raccolta di quell’ambiente fatto per proteggere dal mondo di fuori e creare uno spazio adatto alla riflessione e alla pace parlavamo di viaggi e diversità, di spostamenti fatti per scoprire o per sopravvivere, del sentirsi alieni e alienati solo perché non omologabili agli altri, portati su questi temi dai tre libri vincitori del premio, La frontiera di Alessandro Leogrande, La prima verità di Simona Vinci e le opere di Gianni Celati.

Il pubblico era partecipe, gli autori contenti e nonostante nelle parole sempre appropriate e intelligenti del presidente del premio, Adriano Prosperi, risuonasse un’eco di amarezza nel constatare come a sgretolare l’identità umana e culturale del nostro Paese siano prima di ogni altra cosa la mancanza di lavoro e la distruzione progressiva delle garanzie costituzionali legate al lavoro, per un momento siamo stati bene, abbiamo avuto la speranza che unendo le forze avremmo avuto la meglio sul disagio e sulla paura verso questo presente carico di minacce, di diseguaglianza, di conflitti.

Non ho saputo fino al mattino dopo che, proprio nel momento in cui consegnavamo i premi, a Nizza avveniva una strage che sarebbe poi stata rivendicata come l’ennesima in nome del cosiddetto Stato islamico.

Il 15 luglio mentre ci dirigevamo a Carmignano per vedere La visitazione di Pontormo alla radio ascoltavamo le notizie relative al numero altissimo di morti e feriti travolti dal camion bianco che avrebbe dovuto distribuire gelati sulla Promenade des Anglais e invece aveva portato mitragliate di fuoco sulla folla riunita a vedere i fuochi di artificio per celebrare l’anniversario dell’inizio di ogni libertà civile e laica: la presa della Bastiglia.

Di nuovo dentro una chiesa – la pieve di Carmignano – ho pensato a come ci sentiamo enormemente vulnerabili in questo momento in Europa, esposti alla violenza e come per tanti secoli la risposta a questa fragilità in Occidente sia stata anche nella chiesa, coi suoi luoghi di ritiro, protetti e pieni di bellezza.

Riflettere sul potere della bellezza in un momento del genere mi è sembrato necessario, non solo per giustificare l’esistenza di un premio letterario, il cerimoniale che avevamo appena celebrato, ma soprattutto perché forse per la prima volta ho capito, facendone esperienza diretta, quale sia la sua azione di fronte alle atrocità e al male: innalzare un muro anche se solo simbolico.

Quanti libri bruciati, quante opere distrutte nei secoli, in barba alla bellezza e in nome di qualche convinzione religiosa o politica. E, quel che più conta, quante vite cancellate.

Eppure per opporsi al male, all’odio, alla guerra, la bellezza delle parole e delle opere non è un baluardo secondario: porta dentro di sé la fatica, la pazienza e soprattutto la capacità di ascolto di chi l’ha creata, implicitamente ci dice che costruire è meglio che distruggere.