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I piedi nella terra degli angeli

Landed, fra poco avremmo potuto dirlo. Nel formicolio dei piedi sentivo il bisogno di terra dopo così tante ore di aria. Aria buia e aria illuminata che attraversi e in cui potresti precipitare da un momento all’altro, ma non precipiti e avanzi, per dodici ore di volo. La voce del pilota annunciava finalmente la meta: Los Angeles. Dal nome spagnolo, che tutti pronunciano all’inglese, scrosciò una pioggia di vesti cangianti e sete, ali e sorrisi ammiccanti. Gli angeli, si sa, non sono mai del tutto buoni, ma sempre divini. Planando – a quel punto ero sveglia, la bocca impastata, gli occhi stropicciati, i pensieri di ieri sommersi da una coltre spessa – una marea di ‘cose’ grigie ondeggiava sotto di me. Le vedevo dal finestrino contro cui tenevo pigiata la fronte. Impiegai parecchio a capire di che si trattava. Mano a mano che l’aereo scendeva la forma si definiva e, quando eravamo quasi a terra, misi a fuoco: teste di palme. Ce ne erano migliaia e migliaia, tra gli spazi vuoti e gli spazi costruiti, palme dalla criniera aperta e ricca, prima grigie poi di un verde scuro, misterioso. All’apertura del portellone, vento caldo, secco. Luce, netta e fortissima. Non erano solo i miei occhi a esserne colpiti, i colori e le sagome degli oggetti ne venivano deformati. Apparivano diversi da come ero abituata a vederli, avevano un contorno spesso ed erano immobilizzati. La luce li stagliava e isolava. E anche io mi sentivo isolata da una specie di alone che rallentava i gesti, avvolta da una perplessità d’osservazione che mi faceva sembrare tutto così nuovo ed estraneo da indurmi a piangere. Impalata davanti al nastro delle valigie, punta dall’aria condizionata, a stento mi trattenevo. Le palme, ora, le vedevo dai vetri: il movimento delle chiome scure era ritmato, me ne arrivava una certa dolcezza, l’invito a lasciare andare la presa. Ma prima bisognava compiere tutte le procedure burocratiche. Un poster enorme del Presidente all’uscita. La foto così ingrandita che gli si contavano i pori in faccia, rosei come boccioli.

Are you here to stay? Mi chiese l’ufficiale al varco controllando la lunga estensione del permesso di soggiorno. I’m here to study, risposi.

Dovevo avergli fatto tenerezza o pena perché mi ridiede i documenti e mi congedò con un: Take care.

L’incertezza che mi aveva letto in faccia, il riflesso dell’idea che il suo Paese fosse tanto magnanimo da prendersi cura di tutti.

A prendermi all’uscita del gate c’era Carol, che avevo già conosciuto sei mesi prima quando era arrivata con uno scambio all’università di Bologna, e che sarebbe stata la mia roomate. Ci tenne a dirmi subito che il prezzo del taxi era una spesa inclusa nello scambio fra università, per questo non era venuta con la sua auto. Mentre parlava mi immersi nelle sue consonanti e vocali nasalizzate e, più di tutto, nella lieve brezza di shampoo alla mela verde che emanava dai capelli. Carol mi sovrastava di una decina di centimetri, anche lei sembrava fatta di un materiale che la luce attraversava in modo differente, aprendone la pelle del volto verso slarghi di schiettezza che rasentavano l’improntitudine. Il taxi era guidato da un nero, ci separava da lui un vetro spesso e sporco, una misura contro le aggressioni che lì dovevano essere comuni. Sprofondavo nel sedile di pelle, con brividi di caldo e freddo, come avessi la febbre. Carol si prodigava in spiegazioni, cercava di illustrarmi il sistema delle highway che incrociavamo o cambiavamo, ma parlava a una sorda. Non capivo niente. Le parole mi entravano e uscivano, senza aderire a niente di quello che vedevo fuori dal finestrino. Lo sguardo mi scivolava su dettagli tipo la grana grigio chiaro dell’asfalto, così diversa da quella italiana, le ombre corte e i riflessi della luce accecante, quella luce che faceva i contorni neri, e immobilizzava le cose, anche se erano in movimento. Le parole scritte dei cartelloni lungo la strada s’imprimevano meglio, ne contai almeno otto con la scritta a caratteri cubitali SAVE MONEY, e sotto, in caratteri più piccoli, ti spiegavano come. Ce n’era anche un altro, di cartelloni, che ricorreva un po’ ovunque, portava una grande scritta in alto: ANGELINA, e sotto si vedeva il retro di un’auto decapottabile in corsa, con una donna al volante, di spalle, i capelli biondi e una sciarpa fucsia al vento. Chiesi a Carol chi fosse, e lei mi disse di non saperlo. Nessuno lo sapeva, ma da qualche mese si erano visti spuntare questi cartelloni un po’ ovunque.

Chissà chi li paga, considerato che non fanno pubblicità a niente, commentò. Forse è lo spirito della città, azzardai, come la lupa capitolina a Roma. Qui c’è ANGELINA.

I’ve never tought of that. Disse Carol, come se le avessi appena svelato un mistero da ponderare attentamente. But still, who would do it?

Se il comandamento più importante che risuonava nelle arterie della città era SAVE MONEY, chi ne avrebbe sprecato, di denaro, per evocare un angelo con una sciarpa di seta svolazzante al posto delle ali e una decapottabile in corsa?

Attraverso lo specchietto retrovisore ebbi l’impressione che da un camioncino, dietro il nostro taxi, spuntasse un clown con un fascio di palloncini rossi legati a una mano. Per qualche minuto fui convinta che il clown guardasse me, gesticolando, poi cominciai a dubitare di quello che vedevo, ANGELINA, il clown, le palme che svettavano, anche l’aria calda e secca che crepitava, sfogliando strati di tempo e memorie brevi. Non ci pensare più alla città che volevi lasciare, all’uomo più grande che ti faceva solletico sotto un’ascella con le dita dei piedi, mentre il soffitto mangiava le parole. Non esistono più. Chiusi gli occhi e forse mi addormentai, ma non più di cinque minuti. Eravamo arrivate. Welcome to Westwood Village, Le Conte Avenue.

L’appartamento era al piano rialzato di una casa che Carol mi indicò come la tipica tudor house del quartiere. Era divisa in quattro unità, noi saremmo state in una delle due che guardavano sul retro.

Più fresca – disse Carol – ci batte meno il sole.

Entrando prima ancora di osservarlo, sentii il pavimento scricchiolare, un assito di legno su cui mi venne subito voglia di appoggiare la pianta dei piedi liberandoli dalle scarpe. Vidi che nel corridoio d’ingresso appena sotto una panca c’era una distesa di sandali e mocassini, di una taglia consistente, adeguata alla stazza di Carol.

Le chiesi se potevo mettere anche le mie con le altre. Mi restituì uno sguardo d’assenso imbarazzato, lasciandomi capire che quell’abitudine tollerabile finché viveva da sola non avrebbe avuto senso ora che eravamo in due. Tolsi e appoggiai comunque le mie scarpe da ginnastica, piccole a fianco delle sue, e pensai: sei per la prima volta a Los Angeles, a dodici ore di volo da casa tua, in una città sterminata di cui hai letto di terremoti e rivolte razziali, di glamour urbano e abissi di disperazione, di cui hai intravisto l’intrico di strade incomprensibile, come il sistema di arterie che dovrai imparare a percorrere, e la prima cosa di cui ti preoccupi è liberare i piedi. Li strisciai con voluttà contro il pavimento nodoso e tirato a cera, sollevando le mie due valigie verso la stanza che Carol m’indicava. Dalla finestra protetta da inferriate nere e panciute verso l’esterno guardai, oltre la recinzione e la siepe, un’insegna al neon rosa fluorescente: “Tacos y Empanadas”. La punta di un ramo di palma ne lambiva un’estremità. Mentre Carol andava in cucina per preparare qualcosa da mangiare e da bere, aprii le valigie, individuai l’armadio ricavato nel muro. Tirai fuori qualche vestito, lo infilai nelle grucce. Posai una scatola sulla scrivania insieme a un paio di libri, ma mi stancai presto di quei gesti, come se fossero troppo precoci, imponessero un ordine che ancora non c’era. Mi avvicinai allora alla finestra per vedere meglio la palma, altissima e snella sopra l’insegna rosa. Sollevai la pianta del piede destro e notai che era impolverata di nero, stessa cosa per quello sinistro, nonostante il pavimento di legno chiaro sembrasse pulito. Dai miei piedi neri alzai di nuovo lo sguardo verso fuori. Il viaggio mi aveva portato fino a lì: piedi neri e palme, non molto, ma già parecchio per cominciare a parlare con quella terra sconosciuta.

(Questo racconto è uscito su Vanity Fair il 26 luglio 2017)

I piedi nella terra degli angeli

Hollywood

2 ottobre 2017

Landed, fra poco avremmo potuto dirlo. Nel formicolio dei piedi sentivo il bisogno di terra dopo così tante ore di aria. Aria buia e aria illuminata che attraversi e in cui potresti precipitare da un momento all’altro, ma non precipiti e avanzi, per dodici ore di volo. La voce del pilota annunciava finalmente la meta: Los Angeles. Dal nome spagnolo, che tutti pronunciano all’inglese, scrosciò una pioggia di vesti cangianti e sete, ali e sorrisi ammiccanti. Gli angeli, si sa, non sono mai del tutto buoni, ma sempre divini. Planando – a quel punto ero sveglia, la bocca impastata, gli occhi stropicciati, i pensieri di ieri sommersi da una coltre spessa – una marea di ‘cose’ grigie ondeggiava sotto di me. Le vedevo dal finestrino contro cui tenevo pigiata la fronte. Impiegai parecchio a capire di che si trattava. Mano a mano che l’aereo scendeva la forma si definiva e, quando eravamo quasi a terra, misi a fuoco: teste di palme. Ce ne erano migliaia e migliaia, tra gli spazi vuoti e gli spazi costruiti, palme dalla criniera aperta e ricca, prima grigie poi di un verde scuro, misterioso. All’apertura del portellone, vento caldo, secco. Luce, netta e fortissima. Non erano solo i miei occhi a esserne colpiti, i colori e le sagome degli oggetti ne venivano deformati. Apparivano diversi da come ero abituata a vederli, avevano un contorno spesso ed erano immobilizzati. La luce li stagliava e isolava. E anche io mi sentivo isolata da una specie di alone che rallentava i gesti, avvolta da una perplessità d’osservazione che mi faceva sembrare tutto così nuovo ed estraneo da indurmi a piangere. Impalata davanti al nastro delle valigie, punta dall’aria condizionata, a stento mi trattenevo. Le palme, ora, le vedevo dai vetri: il movimento delle chiome scure era ritmato, me ne arrivava una certa dolcezza, l’invito a lasciare andare la presa. Ma prima bisognava compiere tutte le procedure burocratiche. Un poster enorme del Presidente all’uscita. La foto così ingrandita che gli si contavano i pori in faccia, rosei come boccioli.

Are you here to stay? Mi chiese l’ufficiale al varco controllando la lunga estensione del permesso di soggiorno. I’m here to study, risposi.

Dovevo avergli fatto tenerezza o pena perché mi ridiede i documenti e mi congedò con un: Take care.

L’incertezza che mi aveva letto in faccia, il riflesso dell’idea che il suo Paese fosse tanto magnanimo da prendersi cura di tutti.

A prendermi all’uscita del gate c’era Carol, che avevo già conosciuto sei mesi prima quando era arrivata con uno scambio all’università di Bologna, e che sarebbe stata la mia roomate. Ci tenne a dirmi subito che il prezzo del taxi era una spesa inclusa nello scambio fra università, per questo non era venuta con la sua auto. Mentre parlava mi immersi nelle sue consonanti e vocali nasalizzate e, più di tutto, nella lieve brezza di shampoo alla mela verde che emanava dai capelli. Carol mi sovrastava di una decina di centimetri, anche lei sembrava fatta di un materiale che la luce attraversava in modo differente, aprendone la pelle del volto verso slarghi di schiettezza che rasentavano l’improntitudine. Il taxi era guidato da un nero, ci separava da lui un vetro spesso e sporco, una misura contro le aggressioni che lì dovevano essere comuni. Sprofondavo nel sedile di pelle, con brividi di caldo e freddo, come avessi la febbre. Carol si prodigava in spiegazioni, cercava di illustrarmi il sistema delle highway che incrociavamo o cambiavamo, ma parlava a una sorda. Non capivo niente. Le parole mi entravano e uscivano, senza aderire a niente di quello che vedevo fuori dal finestrino. Lo sguardo mi scivolava su dettagli tipo la grana grigio chiaro dell’asfalto, così diversa da quella italiana, le ombre corte e i riflessi della luce accecante, quella luce che faceva i contorni neri, e immobilizzava le cose, anche se erano in movimento. Le parole scritte dei cartelloni lungo la strada s’imprimevano meglio, ne contai almeno otto con la scritta a caratteri cubitali SAVE MONEY, e sotto, in caratteri più piccoli, ti spiegavano come. Ce n’era anche un altro, di cartelloni, che ricorreva un po’ ovunque, portava una grande scritta in alto: ANGELINA, e sotto si vedeva il retro di un’auto decapottabile in corsa, con una donna al volante, di spalle, i capelli biondi e una sciarpa fucsia al vento. Chiesi a Carol chi fosse, e lei mi disse di non saperlo. Nessuno lo sapeva, ma da qualche mese si erano visti spuntare questi cartelloni un po’ ovunque.

Chissà chi li paga, considerato che non fanno pubblicità a niente, commentò. Forse è lo spirito della città, azzardai, come la lupa capitolina a Roma. Qui c’è ANGELINA.

I’ve never tought of that. Disse Carol, come se le avessi appena svelato un mistero da ponderare attentamente. But still, who would do it?

Se il comandamento più importante che risuonava nelle arterie della città era SAVE MONEY, chi ne avrebbe sprecato, di denaro, per evocare un angelo con una sciarpa di seta svolazzante al posto delle ali e una decapottabile in corsa?

Attraverso lo specchietto retrovisore ebbi l’impressione che da un camioncino, dietro il nostro taxi, spuntasse un clown con un fascio di palloncini rossi legati a una mano. Per qualche minuto fui convinta che il clown guardasse me, gesticolando, poi cominciai a dubitare di quello che vedevo, ANGELINA, il clown, le palme che svettavano, anche l’aria calda e secca che crepitava, sfogliando strati di tempo e memorie brevi. Non ci pensare più alla città che volevi lasciare, all’uomo più grande che ti faceva solletico sotto un’ascella con le dita dei piedi, mentre il soffitto mangiava le parole. Non esistono più. Chiusi gli occhi e forse mi addormentai, ma non più di cinque minuti. Eravamo arrivate. Welcome to Westwood Village, Le Conte Avenue.

L’appartamento era al piano rialzato di una casa che Carol mi indicò come la tipica tudor house del quartiere. Era divisa in quattro unità, noi saremmo state in una delle due che guardavano sul retro.

Più fresca – disse Carol – ci batte meno il sole.

Entrando prima ancora di osservarlo, sentii il pavimento scricchiolare, un assito di legno su cui mi venne subito voglia di appoggiare la pianta dei piedi liberandoli dalle scarpe. Vidi che nel corridoio d’ingresso appena sotto una panca c’era una distesa di sandali e mocassini, di una taglia consistente, adeguata alla stazza di Carol.

Le chiesi se potevo mettere anche le mie con le altre. Mi restituì uno sguardo d’assenso imbarazzato, lasciandomi capire che quell’abitudine tollerabile finché viveva da sola non avrebbe avuto senso ora che eravamo in due. Tolsi e appoggiai comunque le mie scarpe da ginnastica, piccole a fianco delle sue, e pensai: sei per la prima volta a Los Angeles, a dodici ore di volo da casa tua, in una città sterminata di cui hai letto di terremoti e rivolte razziali, di glamour urbano e abissi di disperazione, di cui hai intravisto l’intrico di strade incomprensibile, come il sistema di arterie che dovrai imparare a percorrere, e la prima cosa di cui ti preoccupi è liberare i piedi. Li strisciai con voluttà contro il pavimento nodoso e tirato a cera, sollevando le mie due valigie verso la stanza che Carol m’indicava. Dalla finestra protetta da inferriate nere e panciute verso l’esterno guardai, oltre la recinzione e la siepe, un’insegna al neon rosa fluorescente: “Tacos y Empanadas”. La punta di un ramo di palma ne lambiva un’estremità. Mentre Carol andava in cucina per preparare qualcosa da mangiare e da bere, aprii le valigie, individuai l’armadio ricavato nel muro. Tirai fuori qualche vestito, lo infilai nelle grucce. Posai una scatola sulla scrivania insieme a un paio di libri, ma mi stancai presto di quei gesti, come se fossero troppo precoci, imponessero un ordine che ancora non c’era. Mi avvicinai allora alla finestra per vedere meglio la palma, altissima e snella sopra l’insegna rosa. Sollevai la pianta del piede destro e notai che era impolverata di nero, stessa cosa per quello sinistro, nonostante il pavimento di legno chiaro sembrasse pulito. Dai miei piedi neri alzai di nuovo lo sguardo verso fuori. Il viaggio mi aveva portato fino a lì: piedi neri e palme, non molto, ma già parecchio per cominciare a parlare con quella terra sconosciuta.

(Questo racconto è uscito su Vanity Fair il 26 luglio 2017)

 

Villaggi e ‘viaggi’ industriali in Emilia Romagna

Massicciata della ferrovia dismessa di Modena

23 aprile 2016

Da piccola, negli anni ’70, ho trascorso molti pomeriggi nel cortile di una fabbrica che produceva tappatrici per bottiglie e altri articoli da ferramenta. Mia madre lavorava lì come contabile e segretaria e se, dopo la scuola nessuno poteva badarmi, la seguivo in ufficio, due stanze con bagno al piano terra di una casa che era quella dove i proprietari dell’impresa risiedevano, nell’ala a fianco e ai piani superiori. Però io da lì uscivo subito. Vagavo per tutto il pomeriggio, almeno finché non faceva scuro, tra i resti delle lavorazioni ammassati in un gran mucchio di filamenti gommosi colorati che si potevano plasmare e che quindi m’impiegavano le mani e la fantasia a lungo, o tra certe armature di metallo che per le proporzioni e la corrosione della ruggine si prestavano a diventare archi di un castello, porte magiche per attraversare le epoche.

La solitudine la sentivo solo quando mia madre mi richiamava dentro, spesso in coincidenza con l’ora di uscita degli operai dalla fabbrica, quando suonava una flebile sirena a liberare una decina di uomini in tuta blu, le mani macchiate di nero; gettavano saluti al buio e sbattevano le portiere delle auto parcheggiate in fila. Il rumore secco e ripetuto col quale gli operai si lasciavano alle spalle la fatica per tornare a casa o alla vita fuori dalla fabbrica, sagomava la misura del tempo che avevo passato là fuori, nel cortile dove nelle crepe del cemento spuntavano ciuffi di camomilla tra i quali si inseguivano le lucertole, mie uniche compagne di gioco. Poi lasciavamo anche noi quel posto e percorrevamo in auto la strada in cui sfilavano un’autocarrozzeria, un grande capannone con attrezzi agricoli e trattori in esposizione, un campo incolto ma recintato, un’altra fabbrica di cemento e prodotti edilizi. Mentre piano piano il paese della Bassa padana in cui vivevamo ci riavvolgeva con le sequenze di case, portici medievali e negozi, mi domandavo cosa sarebbe successo nelle ore successive al cortile vuoto, al capannone di fianco, a tutta quella via che era il villaggio artigianale, che mi pareva già così vuoto di giorno e che chissà cosa diventava di notte. Eppure era tutt’altro che vuoto, anzi in febbrile espansione in quegli anni.

La definizione di villaggio imparata a scuola diceva che si trattava di un insediamento di modesta entità, anticamente sprovvisto di un piano urbanistico, ma legato ad alcune attività lavorative, non diceva nulla riguardo al fatto che potesse essere un luogo che si trasformava, che l’energia compressa del lavoro o la sua potenzialità creativa potevano diventare una solitudine così vasta e imprevedibile da non essere contenuta nella parola stessa. All’epoca non avevo ancora in tasca il termine che in seguito mi avrebbe accompagnato spesso nell’attraversare il paesaggio industriale, una parola che mi sarebbe arrivata sovraccarica di connotati filosofici, economici e psicanalitici accumulati lungo tutto il Novecento: alienazione. Il corrispettivo per me di cemento che si sgretola nei cortili, di strade che non vanno da nessuna parte se non nel retro di una fabbrica, di posti dove la gente entra ed esce a orari fissi ed è come se non fosse mai stata lì, o avesse preferito non esserci, di aree carico-scarico, di aiuole dove nessuno ha mai raccolto un fiore, di case attaccate al capannone, o costruite sopra la fabbrica, intorno i panni stesi su un filo, le tende alle finestre, un’auto parcheggiata davanti all’ingresso, la cuccia del cane e il suo abbaiare.

Dagli anni settanta del secolo scorso a oggi gli spazi occupati da attività industriali e manifatturiere, ma anche solo dal deposito e transito necessario ai mezzi di locomozione di entrambe, sono cresciuti per tipologia ed estensione, in alcuni casi hanno cambiato il nome in distretti, comparti, zone, forse perché era evidente la distanza che li separava da quelli costruiti a fine Ottocento e nei primi anni del Novecento. Come il villaggio Crespi D’Adda, edificato a partire dal 1878 dall’industriale del tessile Cristoforo Benigno Crespi a Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo, dove in un reticolato geometrico erede tanto della tradizione francese che di quella inglese, vennero disposte dall’architetto Ernesto Pirovano e dall’ingegnere Pietro Brunati la fabbrica, i magazzini, le case degli operai con i loro giardini, un ospedale, un teatro, una palestra e una scuola, gli edifici residenziali più nobili destinati ai dirigenti, la casa padronale circondata da un parco, e la tomba di famiglia, il tutto in morbido stile eclettico. Intorno al 1990 questo complesso, ancora attivo e abitato, rischiava di venire invaso da ulteriori costruzioni per le quali il Comune aveva già dato la concessione edilizia. Si costituì un comitato per l’iscrizione nella lista Unesco e nel 1995 tutta l’area coi suoi fabbricati e il verde intorno venne dichiarata Patrimonio dell’Umanità.

Un altro esempio è il villaggio Olivetti iniziato a Ivrea da Camillo, fondatore della fabbrica di macchine da scrivere, e ampliato poi dal figlio Adriano, fino alla morte nel 1960, coinvolgendo alcuni tra i più importanti architetti e urbanisti del razionalismo italiano: Luigi Figini, Gino Pollini, Annibale Fiocchi, Marcello Nizzoli e Luigi Piccinato. L’armonia, termine caro a Olivetti, nella ricerca di un rapporto vivibile fra spazi lavorativi e residenziali, fra verde e costruito, fra servizi agevolati alle famiglie e partecipazione alla vita aziendale, è ancora così ben percepibile che anche il complesso Olivetti è diventato nel 2001 un percorso museale. Tali occorrenze, che già quando nacquero costituivano delle semi-eccezioni frutto di un industrialismo illuminato piuttosto episodico nella tradizione italiana, sono diventate non a caso musei di se stesse, esempi di archeologia industriale, realtà istruttive e affascinanti quanto si vuole, ma appunto relegate al perimetro di una memoria che ha bisogno di essere recintata per sopravvivere.

Comunque, in Emilia Romagna, a molte delle aree industriali venute dopo a partire dal dopoguerra, ma con un’accelerazione rilevante negli anni ’90 a causa di alcune leggi che di fatto incentivavano la costruzione anche immotivata di capannoni, è rimasto appiccicato il nome di villaggi, vuoi perché si sviluppavano da precedenti insediamenti artigianali e con questi coesistevano, vuoi per nostalgia dell’idea di comunità laboriosa all’origine di quel conio linguistico. Ciò che manca in verità ai villaggi industriali è proprio, anche se non del tutto, una comunità di persone che vi si riconosca, e che li senta propri. Dico non del tutto, perché a percorrerli questi luoghi ci si accorge che c’è sempre qualche bambino che s’inventa il mondo a modo suo in un cortile, un bar in cui chi lavora da quelle parti spezza la giornata, siti in rete in cui si raggruppano comitati e si auspica un rinnovamento, un recupero funzionale, investimenti congiunti da parte di privati e Comune.

I villaggi industriali che occupano porzioni di suolo ben maggiori rispetto ai centri storici e danno la forma al nostro presente, producendo i beni materiali che consumiamo, abolendo la demarcazione una volta netta fra campagna e città, sono sempre uno spazio da riqualificare, da ripensare, da sottrarre a un degrado conclamato o incipiente. E io vorrei capire perché.

Partiamo dalla via Emilia, l’antica strada romana che solca la regione da Ovest a Est inanellando tutti i capoluoghi di provincia. Senza saperlo è diventata il più grande villaggio artigianale-industriale disseminato. Da Piacenza a Bologna – perché poi verso la Romagna la densità si abbassa – su entrambi i lati, nord e sud, attività commerciali, saloni espositivi, fabbrichette, capannoni s’intervallano senza regola a sopravvivenze agricole, qualche antica villa pudicamente arretrata rispetto alla strada, centri storici che per me sono un sollievo, quando li attraverso, perché almeno lì so dove mi trovo. Per il resto è difficile dire se si è alle porte di Parma o verso San Lazzaro, fuori Bologna. È quasi tutto uguale, raramente interessante dal punto di vista architettonico e, persa l’euforia espansionistica delle scorse decadi, anche piuttosto triste. Moltissimi sono i capannoni svuotati, privati del nome dell’azienda che prima li occupava e ora distinti solo dall’insegna a caratteri cubitali: vendesi o affittasi. Il protrarsi della crisi ne stinge i colori, dilava i numeri che diventano illeggibili, la siepe – di fotinie, piracanta o lauro ceraso – che più nessuno taglia nel frattempo si è trasformata in ricettacolo di sacchetti e bottiglie di plastica, ma a volte ci si vede pure una scarpa, un sandalo rotto, una sdraio sfasciata.

Dal 2008 al 2011 la cessazione di attività industriali in senso stretto è stata pari a un –20% con una forte ripercussione su tutta l’economia della regione che concentra in questo settore il 28,4% del proprio Pil con un numero di imprese che si aggira intorno alle 46.800 unità. Negli anni successivi il segno negativo è stato un po’ meno forte ma sempre rilevante, con un fallimento di aziende oscillante fra le 1102 unità del 2013 e le 780 del 2015.

Si è creato un paesaggio inedito: anche le case sono messe in vendita, quelle case un tempo ambite perché affacciate, letteralmente spinte sull’orlo del principale asse viario, oggi faticano a reggere il confronto con il rumore costante, l’inquinamento, la disomogeneità estetica frutto della mancanza di un piano generale e di cultura architettonica, e se nessuna attività le riempie si lasciano andare a un destino di abbandono. Negli ultimi due anni il calo delle vendite e degli affitti degli immobili a uso produttivo è stato del -8,5% e del -19% in quelli destinati a uso commerciale.

L’abbandono può anche essere un modo rivelatore e prezioso di uscire dal tempo, di annunciare la fine di un’epoca, ma qui in una regione che occupa il terzo posto in Italia per capacità di esportazione, ha la pressione antropica di Pechino e la ricchezza economica e di servizi, nonché il tasso di occupazione delle zone nordiche d’Europa, che significato si può dare alle fabbriche dismesse, alle saracinesche chiuse, ai magazzini blindati che a macchia di leopardo si diffondono? Si tratta di sfortune individuali, di esuberanze del sistema, dell’inevitabile fine di un modello di sviluppo irrazionale perché tendente all’infinito? E nel frattempo – per quanto tempo? – quelle vetrine, quelle fabbriche, quelle attività rimarranno fantasmi di ciò che sono state? I cicli economici non hanno la regolarità e continuità delle stagioni, con ogni evidenza, e forse lasciano macerie non così facili da decifrare, poiché comunque secondo i dati Istat l’Emilia Romagna continua a essere la settima regione in Europa per produzione manifatturiera.

Se dalla via Emilia mi sposto dentro un villaggio industriale vero e proprio come le Roveri, il più grande di Bologna, situato lungo l’asse che sul lato nord della città porta verso la pianura e addossato alla stazione treni terminale di scarico merci, l’assetto cambia, è quello di una maglia di strade che nei nomi portano una vocazione un tempo specifica: via dell’Industria, via del Fresatore, via del Muratore, via del Fonditore, via del Vetraio, via del Legatore, via del Battitore, ma anche vicolo dei Prati, via Bassa dei Sassi, via delle Biscie a ricordare la prossimità con la campagna o con l’incolto. Il toponimo stesso, Roveri, lascia pensare che un tempo qui ci fosse un bosco di querce di pianura.

Il villaggio, percorso nella calma sonnolenta di una domenica mattina di fine febbraio, ha la dignità straniata dei posti tenuti in ordine per la ripresa del lavoro settimanale e, al momento, deserti. A confronto con l’incombenza caotica che regna sulla Via Emilia, qui le fabbriche e i capannoni sono arretrati, un’ampia area di rispetto è stata osservata sui fronti stradali, per cui oltre a grandi cortili, ci sono viali alberati con platani e tigli. Lo spazio che separa i fabbricati in certi punti è solenne, immaginato per imponenti manovre, anche se l’impressione è che una grande industria non vi abbia mai trovato posto, ma che l’artigianato si sia affiancato alla logistica e ai trasporti, del resto la dimensione media delle imprese emiliane vede 4,1 addetti che salgono a 10,5 nel settore propriamente industriale.

Nel vasto silenzio delle fabbriche chiuse, avvisto due uomini che corrono in tenuta sportiva, controllando qualcosa che deve essere un cardiofrequenzimetro legato al polso, lungo uno dei viali più larghi con un ampio marciapiedi tramato dalle ombre pallide dei rami di platano, sullo sfondo un timpano post-moderno si staglia contro il muro di un edificio divelto. Chi l’ha detto, dopotutto, che di domenica mattina, da queste parti, debba esserci più smog che altrove.

Arrivo nel cul de sac di una strada dove affacciato su un campo d’erba si erge un capannone di nuova costruzione e vuoto, fuori il solito cartello vendesi affittasi, uno dei circa 3500 immobili a destinazione manifatturiera stimati sfitti in regione. Ritorno alla rotonda dove mi era sfuggita una baracchina, un po’ delabré, ho l’impressione che qui d’estate vendano piadine e cocomeri e mi colpisce che in un posto in cui la parola scritta è usata solo per indicare le cose – a destra uffici, a sinistra corrieri, cementi, parcheggio – spunti un’allocuzione personale, politica ed enigmatica: “Salvini stai attento!”, spray rosso su un muro color rosa porcellino.

Abbasso il vetro dell’auto per sentire l’aria che non sa di niente in particolare, e mi accorgo che dall’altro fianco della strada tra un appartamento costruito al piano superiore di una fabbrichetta di gomme e un capannone, si apre un campetto di erba, intatto e vuoto. Non più di duecento metri quadrati di erba su cui non si è voluto o potuto costruire, una presa d’ossigeno per il suolo, sorvegliata da una telecamera che monitora dal tetto. Proseguo in quella via delle Biscie che a tutti gli effetti serpeggia tra due fossi e sembra aperta campagna con alcuni antichi edifici di tipo colonico; qui nel 2008 si volevano trasferire le casette prefabbricate usate a Torino per le olimpiadi invernali del 2006, ad uso di operai emigrati. Ci fu una sollevazione del comitato delle Roveri e le casette, a quanto pare non furono mai impiantate. Abitanti e imprenditori temevano che si creasse una situazione di spaccio di droghe e degrado come quello che si era creato intorno al centro sociale, Livello 57. Ma se capisco benissimo che edifici vuoti possano interessare a chi è senza un tetto e sulla strada, faccio più fatica a capire come possa essere vantaggioso lo spaccio in una zona frequentata prevalentemente da lavoratori e non così ben servita dai mezzi pubblici. È forse il fantasma dell’ex Manifattura Tabacchi costruita da Luigi Nervi, da tempo abbandonata in attesa di diventare un Tecnopolo, ma per ora infestata da spacciatori nord-africani, ciò che terrorizza i membri del comitato Roveri? Me lo domando mentre arrivo alla rotonda in cui hanno installato un’opera che celebra il lavoro: su un traliccio semicircolare figure ritagliate in metallo nero: la modista, l’elettricista, il carpentiere, c’è perfino un liutaio. Un’evocazione dei mestieri da sussidiario invecchiato, che ancora una volta tradisce ogni legittima aspirazione di questo Paese a essere dentro il proprio tempo. La targhetta indica la data 2004. Nel frattempo il lavoro è cambiato così tanto da far sembrare antiquate quelle figurette, forse già inadeguate dodici anni fa.

Eppure qui c’è tutto lo spazio e mentre penso la parola spazio, mi si sprigiona dentro l’allegria infantile mista a sgomento che mi prendeva nelle interminabili peregrinazioni per scoprire la città, Los Angeles, quando vivevo in California e mi rendevo conto che nella percezione del paesaggio c’era la proiezione della psiche, delle sue paure, dei suoi schemi, delle sue strutture più profonde davanti a tutta quella diversità rispetto ai luoghi in cui ero cresciuta. Educati all’idea di un centro e di una geometria spaziale che gli ruota intorno, fra piazze e vie, è difficile pensare per gli Europei, e per gli Italiani in particolar modo, che il centro non ci sia. I nostri villaggi industriali, che erano una grande opportunità di libertà costruttiva, sembrano sempre orfani di qualcosa, e anche quando sono moderni e funzionali, come questo, lo sono senza convinzione.

Una volta fuori dal villaggio Roveri ho un momento di esitazione. Dalla tangenziale che è sopralevata si vede scintillare l’Appennino, quest’anno tardivamente innevato, prendendo a est si va verso Ferrara o Ravenna con i loro poli petrolchimici, che da lontano hanno la sulfurea apparenza di pinnacoli torrette e cilindri avvolti da miasmi. A sinistra verso ovest, si va verso Modena con i suoi distretti delle ceramiche e delle piastrelle, che tanto piombo hanno sedimentato nei polmoni degli abitanti lungo la valle del Secchia. Il biancore di torrone delle montagne, insolitamente visibili e nitide, mi pare l’unico argine al primato d’una dispersione delle attività produttive che fa sì che le aree industriali in Emilia Romagna siano più di 700 per un’estensione che supera i 30.000 ettari. Siamo nella più vasta pianura italiana ma la terra per coltivare il foraggio necessario alla produzione del Parmigiano Reggiano scarseggia.

Decido di dedicare la prossima perlustrazione al villaggio artigianale-industriale di Modena Ovest, dove il Comune ha dichiarato di volere recuperare, riqualificare, ecc. C’è perfino una tratta di ferrovia da sradicare e una discarica da bonificare, stando alle notizie riportate sul sito web.

L’aspetto, appena imbocco via Gassendi, è quello di un ibrido tra le periferia urbana fitta di condomini post-bellici e l’insediamento artigianale. Tutto è stretto, piccolo, fatto un po’ al risparmio, un po’ come capitava. Il modello, se ha senso parlare di un modello, è quello della piccionaia. Recinzioni tirate su con materiali di recupero rattoppati insieme, alberi che caparbiamente crescono in mezzo alle recinzioni distorcendole ancora di più, aree di manovra in cui a stento passa un furgoncino, ma di quelli piccoli. Sembra impossibile che da queste parti abbia sede la casa editrice Panini, nota a tutti i bambini italiani di diverse generazioni per le figurine incollabili di cartoni animati e calciatori, eppure, eccola apparire appena si svolta in Via Emilio Po: di colore arancione con la classica copertura prefabbricata a shed, un edificio anonimo non fosse per l’insegna con l’omino corrazzato e piumato che corre lancia in resta. Dall’altra parte della strada un parcheggio con le file delimitate da stecche di tigli. Superata la Panini m’infilo in una via di cui non ricordo il nome e trovo l’ennesimo edificio abbandonato, occupato, devastato e ora più o meno blindato, ma l’abbandono non deve essere troppo remoto, perché in quel che rimane dei vasi di cemento davanti all’ingresso spuntano i bulbi di giunchiglie in procinto di fiorire. Quanto durano i bulbi in un vaso se nessuno li annaffia?

Procedendo verso la massicciata della ferrovia che finalmente ho individuato – ma non era difficile, le strade vi sono addossate a pettine – rallento davanti a un gruppetto di uomini dalla pelle scurissima, di varia età, vestiti a festa con completi lucidi e sgargianti, stanno sul bordo della strada, discutono animatamente di fianco a un pulmino dove c’è scritto “God is Love”, la stessa scritta accompagnata da altre che fatico a decifrare si trova sulla porta di quello sembra a tutti gli effetti il retro di un capannone, ma che deduco sia diventato la loro chiesa, quando abbasso il finestrino e sento la musica e i canti che ne fuoriescono. Chiedo il permesso di fare una foto e loro m’invitano, molto sorridenti, a entrare. Li saluto e procedo. Più avanti una donna con un abito a stampa africana dai colori che ti rubano gli occhi, le treccine a torre sulla testa, si sta aggiustando le scarpe col tacco. Immagino che stia per raggiungere i suoi amici, la sua comunità, perché qui a tutti gli effetti, e contro ogni previsione, ce n’è una.

Sfilo davanti a una fonderia che coi tubi a vista di colore azzurro ricorda il retro del centre Pompidou a Parigi. Poi trovo anche la discarica e un’ironia involontaria di cartelli comunali che da un lato indicano la presenza poco più in là di un’isola ecologica, dall’altro vietano di abbandonare rifiuti. Distanti non più di trecento metri, appartamenti colorati di un complesso nuovo, dignitoso nelle forme, nelle aperture, nei volumi. Chi ci abita vede tutto questo: la massicciata effettivamente liberata dalle traversine di un tratto di ferrovia soppressa, una discarica abbandonata, di lato la fonderia, chi sta in alto probabilmente anche l’Appennino. La giornata s’è fatta luminosa, qualcuno sta bruciando della gomma, se ne sente l’odore invadente.

In rete ho letto che di questo lungo tratto dismesso di ferrovia vorrebbero fare una passeggiata nel verde come la magnifica Highway di New York, in cui sono stata qualche anno fa, poco dopo l’inaugurazione del primo tratto. Provo a immaginare la massicciata liberata dalle pietre e ripulita, un lungo percorso in cui si corre, si passeggia, ci si ferma a chiacchierare, si sosta su panchine all’ombra di siepi di bambù e specie arboree autoctone cresciute di fianco alla fonderia a ingentilirla, a mangiarsene le polveri, e magari ad ascoltare i gospel domenicali di una comunità africana che forse sarebbe felice di aprire la porta, se potesse farlo. Credo che molti gioirebbero di tutto ciò, che molti dedicherebbero anche del lavoro volontario per realizzare un simile progetto, pur di non vederlo arenato tra le secche di un cambio di giunta, tra gli stralci di appalti poco limpidi, perché questo è il rischio sempre incombente in Italia; di certo lo vorrebbero gli abitanti delle ridenti case con affaccio sull’attuale discarica, e probabilmente anche quel signore che mi ha doppiato per la seconda volta. Incontrato all’ingresso del villaggio, spinge un carrello basso, trasporta un enorme contenitore di plastica dove fluttua un liquido verde. A piedi si deve essere fatto un chilometro, avanzando verso l’isola ecologica, di domenica mattina, mentre la maggior parte degli italiani si sta mettendo a tavola. Seguo per qualche minuto con lo sguardo il suo procedere regolare a bordo della strada e immagino che sia un piccolo imprenditore, con una fabbrichetta che impiega pochi operai, la casa costruita attaccata al capannone, il garage di fianco, ‘chi lavora in proprio, lavora sempre’ come ritornello che lo accompagna da una vita; la tipica microeconomia su cui si è retto per anni il Paese e che ora boccheggia sotto l’urto della globalizzazione. Al palo di quei 4,1 addetti dell’impresa media che per reggere la concorrenza e crescere – dicono gli analisti – dovrebbe essere ben più strutturata.

Per uscire dal villaggio, e raggiungere di nuovo l’autostrada verso Bologna, bisogna salire su un cavalcavia, dall’alto rivedo il luogo in cui sono appena stata, il suo snodarsi indefinito, fra residui di un’economia non più esistente e impianti ancora vitali, un tessuto mai isotopico che con fatica cerco di ricucire a quello che l’orizzonte pure accoglie: la guglia elegantissima della Ghirlandina, il campanile trecentesco del Duomo, un altro monumento Unesco.

Ricucire, ritessere, rammendare, questi sono i verbi umili e declinati nei secoli al femminile, perché conoscere il proprio tempo è sempre un problema di spazio.

(Questo articolo è uscito sul numero 12 di Pagina 99 del marzo 2016.)