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Maschere

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3 febbraio 2016

Mi preparo al debutto di Sex & Disabled People a Milano il prossimo 7 febbraio, e penso che recitare me stessa è curioso. Ogni giorno si sceglie una parte, io è un altro, abbiamo tutti dieci e cento avatar e via di questo passo, ma anche nella finzione si deve attingere a un fondo di verità, o il gioco di mettersi in scena non sta in piedi, per me poi che sto sempre seduta questa metafora è doppiamente insidiosa.

Ma cosa vuol dire metterci la faccia? Affrontare il fatto che gli altri leggano/vedano quello che ti attraversa, sagomarlo per loro, affinché passi un messaggio, un pensiero, emozioni?

Cesare Zavattini ne Gli altri scriveva: “Noi non abbiamo il coraggio di guardare a lungo le facce, probabilmente per paura ancestrale della realtà, e forse le civiltà non sono che meravigliosi sforzi di costruire qualcosa al dì fuori del reale”.

Forse per questo furono inventate nell’antichità le maschere.

Forse per Zavattini la realtà non è così positiva, né così facilmente accettabile e perciò necessita sempre di uno sforzo di cosmesi, di addomesticamento; questa è una nozione di civiltà e cultura che tiene dentro di sé la contraddizione: non esiste elaborazione, non esiste superamento se non come tradimento della realtà. Che poi è non poca parte del fare artistico.

Siamo entrati in un’era di espressività legittimata e incoraggiata a tutti i livelli, i social ne sono un caso e un supporto evidente. Ma appunto: i filtri, l’elaborazione, le regole, la forma non sono forniti dal medium, ma ancora scelte in qualche misura individuali.

La parola detta, pronunciata a voce alta davanti a un pubblico, è prova di pensiero, prova di esperienza.

Bisogna trovare la maschera giusta.