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La voce del corpo

Kiki Smith, St. Genevieve 1999

Kiki Smith, St. Genevieve 1999

6 aprile 2017

Ho scritto un romanzo, La notte ha la mia voce, che vuole essere la storia di un corpo e molte volte, durante la sua stesura, mi sono domandata cosa legittimasse la mia esperienza soggettiva a iscriversi in un orizzonte più ampio, che fosse significativo per tutti, non solo per chi ha attraversato situazioni estreme e dalle conseguenze irreversibili sulla propria condizione fisica.

Ho spostato il punto di vista da scrittrice a lettrice e mi sono allora chiesta per quale motivo mi fossi appassionata a libri come L’animale morente di Philip Roth, Nel condominio di carne di Valerio Magrelli, La passione secondo G.H. di Clarice Lispector, Il silenzio del corpo di Guido Ceronetti, Riparare i viventi di Maylis de Kerangal, per citarne solo alcuni.

La risposta che mi sono data è che il mio interesse, come quello di moltissimi altri lettori, risiede nel fatto che in quei testi il corpo è una sonda conoscitiva verso il mondo, che comprende ma al tempo stesso trascende le singolarità individuali. Da questa prospettiva di conoscenza è possibile raccontare cose che, in passato, non avevano trovato spazio e dignità letteraria.

Nel 2014 uscì il romanzo della scrittrice francese Maylis de Kerengal, Réparer les vivants (Ripare i viventi, trad. it. di M. Baiocchi e A. Piovanello, Feltrinelli 2014) e divenne un caso letterario, quasi a sorpresa, non perché fosse in dubbio la qualità della scrittura di de Kerengal, quanto per il tema trattato: la storia analiticamente descritta di un trapianto di organi, in particolare dell’espianto del cuore del diciottenne Simon a quello di una signora di mezza età. La morte cerebrale di Simon, avvenuta subito dopo un incidente automobilistico, consente che il suo corpo venga mantenuto tramite macchine e i suoi organi possano restituire ad altre persone funzioni e vita.

La grande competenza medica con cui de Kerengal descrive le varie fasi del percorso, che va dall’espianto al trapianto, ricorda di continuo al lettore il luogo in cui si trova: dentro un ospedale, prima in una sala di rianimazione, poi in una sala operatoria. Da una vita che è finita, ed è solo involucro biologico, a una che è sospesa e dipende dalla possibilità di avere un nuovo cuore.

Mi riesce difficile immaginare il successo, di pubblico e di critica, di questo potente romanzo anche solo vent’anni fa, prima delle numerosissime serie televisive con ambientazione ospedaliera, prima della consuetudine col corpo medicalizzato, esplorato dall’interno tramite ecografie e risonanze che ce lo hanno reso visibile in maniera inedita. È esperienza comune, oggi, aver osservato un proprio organo o una parte di sé tramite un’immagine ecografica o una lastra ai raggi X.

La considerazione del corpo umano al microscopio e dall’interno si è installata nel nostro immaginario e nei nostri discorsi quotidiani. Certo, non è una storia iniziata ieri. Almeno dalla fine dell’Ottocento il pensiero occidentale è impegnato a decostruire la dicotomia anima/corpo, mente/materia, che lo ha dominato da Platone in poi e che è stata rafforzata nel Seicento con Cartesio. Nietzsche, in Così parlò Zarathustra, dichiara: “Colui che è desto e cosciente dice: sono tutto corpo e nulla fuori di esso”.

Il corpo, che per secoli è stato secondario e accessorio, è diventato dunque il fulcro di qualsiasi presa di parola, una grande ininterrotta e mutevole narrazione che produce di continuo significati. Si è affievolita, invece, la distinzione fra mente e corpo, proprio perché quanto più si studia e ci si avvicina a quest’ultimo si vedono le connessioni strettissime che lo legano alla psiche e risulta impossibile tracciare un confine fra i due poli.

Raccontare la storia dei corpi, o attraverso di essi, è diventata una possibilità percorribile per la letteratura e per l’arte in generale.

Un libro fondamentale in tale senso credo sia stato Se questo è un uomo di Primo Levi, perché l’esperienza di spossessamento fisico e psichico del lager passa in primis dal vissuto del corpo: fame, freddo, ferite, debolezza e perdita di controllo delle proprie funzioni che Levi vincendo la vergogna l’incredulità e il senso di colpa del sopravvissuto ha descritto, aprendo la strada a ogni successivo racconto sul corpo offeso, ammalato, e manipolato, come luogo in cui vive l’individuo e in cui si riflette l’intera società, e dunque come luogo politico per eccellenza.

“Riparare i viventi”, di Maylis de Kerangal

Antonio Crivelli, "Tuffo in cinque mosse"

Antonio Crivelli, “Tuffo in cinque mosse”

17 marzo 2015

Per Omero e i suoi contemporanei l’uomo non era unità ma aggregazione di organi tenuti insieme dal respiro. Ogni organo era sede di determinati sentimenti, di pulsioni, di forze che s’irradiavano agli arti. Quando Ulisse parla al proprio cuore e gli dice: “Sopporta, che hai sopportato cose ancora più da cani”, sta facendo appello alla sede del coraggio e della tenacia, perché sa che è da lì che gli verrà la forza, non certo dall’intelletto, pur finissimo e pieno di risorse, o dalle gambe forti e veloci.

Maylis de Kerangal nel romanzo Riparare i viventi (ed. or. Gallimard 2014, trad. it. di M. Baiocchi, A. Piovanello, Feltrinelli 2015) racconta il trapianto del cuore di un diciannovenne mortalmente ferito in un incidente stradale nel corpo di una donna cinquantenne affetta da miocardite, ed evoca una visione non lontana da quella omerica, ma affinata dalla conoscenza fisiologica e biomedica che descrive nel dettaglio l’anatomia, con il linguaggio tecnico che secoli e secoli di dissezioni nella pratica della medicina occidentale (una disciplina basata sui cadaveri) hanno elaborato per definire il meccanismo, e la possibilità di intrusione, di prelievo, di rianimazione del corpo.

Simone Limbres, il diciannovenne catapultato contro il parabrezza del van su cui rientrava da un’uscita col surf in mare insieme a due amici, di mattina prestissimo, è dunque principalmente il proprio cuore, l’organo con cui si apre la pagina iniziale del romanzo e di cui l’autrice dichiara che solo un elettrocardiogramma lungo quanto i suoi anni, avrebbe potuto registrarne la storia, quella riducibile a un linguaggio di segni su carta perforata.

Ma anche questo ipotetico tracciato non restituirebbe l’essenza di Simon. Dal momento in cui viene dichiarata la morte encefalica e comunicata ai genitori, Marianne e Sean, e saggiata la loro disponibilità a donare gli organi, è proprio l’essenza del figlio a svanire, diventando l’impossibile oggetto di amore e di straziante rimpianto. Se il padre è riluttante, perché accettare il prelievo degli organi vuol dire accettare che il corpo del figlio sia solo un involucro vuoto e disponibile di materia organica, è Marianne a siglare l’accettazione e la comprensione dell’accaduto: “Il ne lui feront pas mal, ils ne lui feront aucun mal… La solitude qui émane de Simon désormais aussi seul qu’un objet, comme s’il s’était délesté de sa part humaine, metamorphosé en une chose absolue. Simon n’existe plus.”

Romanzo senza trama, se per trama s’intende un concatenarsi di eventi significativi legati gli uni agli altri, Riparare i viventi è piuttosto l’allestimento tragico e – contrariamente a quanto è stato detto, di grande pathos – di una serie di scene che portano da un’operazione di prelievo a una di impianto di cuore, nell’arco di ventiquattro ore precise.

Se l’incipit è una sorta di flash-forward sul cuore, il resto della narrazione procede invece attraverso nicchie temporali all’interno delle quali si dilatano micro-eventi legati ai personaggi che via via entrano in contatto con il corpo tenuto in vita di Simon, e con la morte. Qui i movimenti temporali sono di necessità all’indietro, nel passato recente o remoto che lega i gesti dei genitori, della giovane fidanzata Juliette, dell’anestesista della rianimazione, lo scrupoloso dottor Revol, dell’infermiere coordinatore dell’unità trapianti, Thomas Rémige, sensibile figura limbica di traghettatore di organi dai morti ai vivi, dell’infermiera Cordélia Owl, vulnerabile ex ragazza in cerca di amore, e poi della coordinatrice della ricerca di organi Marthe Carrare, che nelle sigarette annega l’alienazione del limbo in cui lavora, e dei due chirurghi dell’espianto e del trapianto, Virgilio e Harfang, gli inquietanti esecutori materiali di un rito che conclude il romanzo con la ripresa della vita: il cuore di Simon batte di nuovo nel corpo di Claire.

Come già in Nascita di un ponte Maylis de Kerangal costruisce una narrazione corale, in cui di ogni personaggio, anche solo affacciatosi sulla scena, viene delineata non tanto la psicologia, quanto la reazione emotiva e percettiva. La morte di Simon innesca una lunga catena di connessioni fra persone luoghi e situazioni distanti e irrelate ma tenute insieme dal viaggio di espianto e reimpianto dei suoi organi. Una costruzione che ricorda il film 21 grammi di Alejandro González Iñarritu uscito nel 2003. Ogni personaggio per de Kerangal ha un punto di vista e un passato proprio che confluisce in quella morte traumatica e nella possibilità di un’altra vita. L’abolizione dei diacritici per i dialoghi rende il fluire di azioni e pensieri mimetico rispetto al ritmo interno-esterno che domina il racconto, e consente l’espansione delle coscienze individuali entro l’alveo di riflessioni che s’allargano al cosmo e all’inanimato; la più bella senz’altro si trova al culmine del romanzo, nel momento in cui Thomas ferma i medici prima che venga chiusa l’aorta e quindi tecnicamente staccato il cuore di Simon, per sussurrargli all’orecchio l’amore dei suoi cari e fargli ascoltare, tramite un paio di auricolari lasciati dal padre, il rumore di una grande onda oceanica, una di quelle che Simon aveva cavalcato sulla tavola da surf confondendo la sua giovinezza e forza fisica con quella degli elementi.

De Kerangal si muove come un equilibrista nell’alternanza di un linguaggio medico-tecnico e di una lingua sensibile all’auscultazione emotiva cucendo l’uno all’altra tramite una vasta rete di metafore, dove gli elementi ricorrenti sono l’acqua, il sangue, le onde, il riparare, ma anche il cantare che non è solo quello del cardellino acquistato ad Algeri ma quello stesso dell’infermiere Thomas, che canta mentre lava il corpo svuotato di organi di Simon, e infine il canto della scrittura, l’unico spazio che la morte non può usurpare.

“Enterrer les morts et réparer les vivants” non è solo il compito che Čechov attribuisce al personaggio Platonov dell’omonima opera, e che regala il titolo al libro di de Kerangal, è anche il monito degli antichi, di quel mondo omerico di cui tutto il romanzo è ricco di riferimenti: dalle sirene-arpie che folleggiano sui corpi dei tre ragazzi subito dopo l’urto del van, al rituale della restituzione del corpo di Simon, svuotato e massacrato come quello di un guerriero, ma trasfigurato di gloria. Non si tratta solo di richiami letterari per innalzare la temperatura delle pagine. Gli uomini e le donne di Omero affrontano in ogni istante la morte o la sua possibilità, e questa coscienza di mortalità s’impone in tutto il suo contraddittorio portato a Claire, proprio mentre sta per ricevere una nuova vita, e la obbliga a interrogarsi sul senso di quel dono. Il corpo di Simon smembrato rivivrà nei corpi di altre persone, la solitudine contemplata dalla madre davanti al figlio, che non è più, diventa rigenerazione per altre vite.

De Kerangal sa che alla mortalità si àncora il senso dell’agire umano e fa di tutto per ricordarlo a noi figli della cultura della rimozione e dell’irrilevanza, perché la riparazione dal dolore e dalla morte, come ha ricordato in numerose occasioni l’autrice, è un fatto collettivo.

(Una versione più breve dell’articolo, intitolata L’onda del corpo, è apparsa oggi su Alfabeta 2)