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I fantasmi e la memoria

Robert e Clara Schumann

Robert e Clara Schumann

17 gennaio 2016

In una gelida mattina di carnevale, il 27 febbraio 1854, il compositore Robert Schumann uscito di casa in vestaglia verde e pantofole si getta nelle torbide acque del Reno donde viene ripescato da alcuni astanti per essere riportato a casa e, nel giro di poche ore, spedito per sua stessa richiesta in una clinica per malattie mentali a Endenich. Non farà più ritorno a Düsseldorf, morirà afasico e del tutto debilitato nel corpo il 29 luglio di due anni dopo. La moglie Clara e i figli non lo vedranno più, se non in punto di morte. A rendergli visita saranno gli allievi e amici musicisti Christian Reimers, Albert Dietrich, Joseph Joachim e il giovanissimo Johannes Brahms, testimoni della angosciosa e inspiegabile dissoluzione delle capacità cognitive e della salute fisica del maestro.

Questa, in breve, la storia raccontata nell’ultimo libro di Filippo Tuena, Memoriali sul caso Schumann (il Saggiatore 2015), a dire il vero l’opera meno romanzesca scritta dall’autore, che da tempo ama spolpare la tessitura narrativa tradizionale – quella affidata a una diegesi temporale e all’evoluzione di personaggi e azioni – prediligendo la giustapposizione di materiali epistolari, pagine di diario, referti medici, e lavorando quindi con arte sottile sulle cuciture e sui raccordi, nonché sulle variazioni linguistiche, che un ordito siffatto richiede.

I memoriali sul caso Schumann presentano, in particolare, una circolarità del racconto dovuta al fatto che gli episodi legati al tentativo di suicidio del compositore e al successivo periodo di internamento a Endenich sono ripresi di volta in volta da un testimone diverso: ora è la voce dell’amica Rosalie Leser, colta benefattrice dei circoli musicali di Düsseldorf, ora quella della sua dama di compagnia, Elise Junge, ora quella di Christian Reimers, ora quella di un personaggio di invenzione come Katarina, o del figlio di Schumann Ludwig, infine dell’angelo biondo con gli occhi azzurri, Johannes Brahms.

Nessuno di loro è testimone del tutto attendibile, nessuno possiede informazioni sufficienti per ricostruire non solo l’esatta sequenza degli eventi, ma anche per tentarne un’interpretazione soddisfacente, poiché tutti sono a diverso livello coinvolti e avvinti dal fascino malinconico del maestro, dalla sua deriva umorale, dai diversi giochi di ruolo: il discepolo prediletto, il possibile successore, l’istigatore alle pratiche spiritiche, l’amica cieca, l’impenetrabile e virtuosa Clara, l’accompagnatrice che vede ciò che non avrebbe dovuto, il figlioletto che si fa carico del padre.

Leggono i racconti gotici e orrorifici di Hoffmann, conoscono i versi tenebrosi di Herder e vi scorgono premonizioni, consonanze sotterranee con le proprie sorti, che si sforzano invano di irrigimentare nel galateo epistolare, nelle barriere della comunicazione consentita, della vita decorosa quale deve essere: scandita da passeggiate salutari, conversazioni garbate, concerti e lezioni di musica. Ma le parole che tornano con ossessiva frequenza, a rendere indistinguibili le diverse voci sono: angoscia, sogno, incubo, fantasma, demone. Come in un brumoso quadro romantico.

Tutti hanno visto o sentito, nella realtà o nei sogni, quei fantasmi di cui Schumann parlava; Ludwig finirà con l’immedesimarsi completamente, travolto da un destino analogo a quello del padre, trascorrendo trent’anni della propria vita in una clinica per malati mentali a Colditz. Brahms si domanderà se prendendo il posto del maestro, compiendo variazioni sulla sua musica, eseguendola e aiutando Clara nella gestione della casa, non sia diventato egli stesso il fantasma di Schumann, il quale si sentiva a sua volta perseguitato dal fantasma di Schubert. Una catena di rimandi da una vita all’altra, da una sindrome nervosa all’altra, in cui da una parte vediamo come fenomeno culturale rilevante gli albori della psicanalisi, – il medico di Brahms era stato maestro di Freud – e il profondo intreccio con l’esoterismo, ma soprattutto la capacità della musica di essere quella lingua che scavalca il tempo e le vite individuali per incarnarsi, di volta in volta, in bolle di eternità immanente.

Anche nel caso de I memoriali del caso Schumann, come già ne Le Variazioni Reinach, oggetto della quête romanzesca è un tema musicale, una pagina di pentagramma, quel tema in mi bemolle, in cui Schumann avvezzo a nascondere messaggi cifrati nella propria musica, avrebbe racchiuso il fantasma che lo ossessionava nell’ultimo periodo della sua vita, prendendo talora la forma di un coro angelico osannante, talora di un gruppo di satanassi sbeffeggianti.

Tuena mima la disarticolazione della psiche di Schumann e la lingua con cui si esprime fino a renderla inintelleggibile: messaggi in codice espressi con i mattoncini del domino, numeri, equivalenze alfabetiche e musicali, poi nemmeno più quelli. Una metafora potente della sfida che la scrittura accoglie e non invera: rendere l’impalpabile, il tempo interiore, il nostro essere qui e altrove, uno e molti allo stesso tempo, morti e vivi, traditori e traditi, abitati da fantasmi e fantasmi a nostra volta.

La scrittura prova a dirlo, ma si ferma: davanti a una pagina di musica.

A cosa serve (anche) l’immaginazione

Nuvole in cielo29 marzo 2015

Martedì 24 marzo ho incontrato Simona Vinci per una chiacchierata su libri e scrittura, alla libreria Biblion di Budrio.

Il piacere di dialogare con una persona che parla dei tuoi libri come se fossero suoi – cioè da dentro – è impagabile.

Solo ‘facendo’ la scrittura si capisce come funziona, quali sentieri segreti l’autore ha percorso, come le idee sono diventate scene, personaggi, azioni, come queste a loro volta hanno tradito o amplificato l’intenzione iniziale.

Certo anch’io mi lascio innamorare dalle belle categorie critiche, dalle vaste sistematizzazioni in cui tutto torna tuttavia, senza nulla togliere al mestiere dei critici, sulla cui occasionale ottusità mai satira più feroce fu scritta di quella presente in 2666 di Roberto Bolaño, il confronto con chi si pone i tuoi stessi problemi tecnici, formali, etici inerenti la narrazione, e magari adotta soluzioni molto diverse dalle tue, è per me molto fecondo.

Simona ed io abbiamo parlato dello stretto rapporto fra vita onirica e scrittura, del baluardo all’innocenza, vero o supposto, rappresentato dall’infanzia – chi meglio dell’autrice di Dei bambini non si sa niente potrebbe dirlo – dei modelli e dei maestri, della dicibilità di alcuni temi, come il dolore e la malattia, scoprendo così di avere entrambe amato molto l’ultimo libro di Harold Brodkey, This Wild Darkenss, tradotto in italiano come Questo buio feroce.

Cronaca in diretta della morte dell’autore, che scopre con una certa sorpresa di essere sieropositivo a distanza di vent’anni dal momento del suo probabile contagio, questo libro ha, fra i tanti pregi, quello di essere una forma di corteggiamento della morte, fatto di ironia, di memoria, di vita che ritorna, di rimpianti, un prologo all’incontro finale che l’autore si concede di immaginare dando spazio ora con rabbia, ora con rassegnazione, ora quasi con tenerezza alla realtà che per l’uomo rimane più misteriosa e meno dicibile.

Brodkey ha avuto il coraggio, la forza, il narcisismo e l’altruismo di rendere pubblico questo suo immaginare intorno alla morte, questo suo prepararsi al distacco. Ha imparato a ‘dire’ la morte.

“Si può essere stanchi del mondo – stanchi dei re della preghiera, dei re della poesia, i cui rituali sono un intrattenimento umano e gradevole, ma assolutamente irritante perché non hanno alcuna realtà – mentre la realtà in sé continua a essere molto preziosa. Il desiderio è di intravedere degli squarci di reale. Dio è un’immensità, mentre la malattia, questa morte, che è in me, questo piccolo evento pedestre circoscritto entro confini tanto precisi è reale, privo di miracoli o di istruzioni. Sono in piedi su una zattera che ha sciolto gli ormeggi, una piccola chiatta che si muove sulla fluida superficie scorrevole di un fiume. È precaria. L’ignoranza dell’ignoto, l’equilibrio difficile, i sobbalzi e l’instabilità si allargano in ampie increspature su tutti i miei pensieri. Pace? Non ce n’è mai stata alcuna nel mondo. Ma ora sto viaggiando sull’acqua arrendevole, sotto il cielo, senza ormeggi, e mi sento ridere, con un certo nervosismo e poi con genuino stupore. È tutta intorno a me”.

Mentre discutevamo di questo libro era stata diffusa da poche ore la notizia del disastro di un aereo della compagnia Germanwings sulle Alpi provenzali col bilancio pesantissimo di 150 morti, schiantati su una montagna impervia. Ancora non si sapeva nulla dell’incidente che appariva molto strano e immotivato. Anche adesso che sappiamo come a determinare la morte di tutte quelle persone sia stata a volontà del co-pilota chiusosi dentro la cabina e deciso a suicidare sé e a uccidere tutti gli altri passeggeri, la loro morte rimane un mistero. Si potranno invocare la depressione, il burnout da troppo stress lavorativo, e tanti altri aspetti della personalità e della vita di questo ventottenne tedesco – Andrea Lubitz – su cui gli inquirenti stanno lavorando, ma io ritengo che non ci sarà mai una spiegazione razionale e definitiva di un gesto e di un evento che rimangono nell’area terribile e vasta dell’irrazionale umano e dell’imponderabilità del caso.

Ciò che mi ha colpito e che non riesco ad accettare è che i passeggeri non abbiano avuto modo di pensare la loro morte, se non per pochi e confusi minuti, forse anche meno. Il pilota chiuso fuori dalla cabina, ha invece avuto otto lunghi minuti per rendersi conto di quello che stava accadendo e in quegli otto minuti ha dovuto cercare di intervenire, di pensare a una possibile alternativa e poi rassegnarsi al fatto che era impossibile forzare la porta con l’estintore, e quindi arrendersi al fatto che sarebbero morti tutti in quella maniera imprevista, atroce. Da solo si è fatto carico di quella coscienza.

I suoi colpi contro la porta, registrati dalla scatola nera, sono l’unica testimonianza, l’unica elaborazione di una morte annunciata che il respiro del copilota all’interno della cabina ha scandito fino allo schianto finale.

Non so se la consapevolezza dell’irreparabile si sia affacciata nei passeggeri e sia concisa con il momento di pochissimo precedente l’impatto tanto da esserne inghiottita, tanto da annullare la loro capacità di reazione. A loro che sono morti senza sapere, senza volere, senza poter immaginare e ‘dire’ la propria morte dobbiamo il nostro sforzo di immaginazione, per accompagnarli.

Così simile a una morte

130 su 90. 140 su 110. 160 su 120.
Ti vuoi calmare?
Così ti scoppia il cuore. Va troppo forte. Ma cosa stai pompando nelle vene? Adrenalina, mica sangue. Guarda che hanno appena iniziato e ne avrai almeno per mezz’ora, quindi te lo ripeto, e adesso mi ascolti, calmati.
È la voce che mi sovrasta e mi arriva da dietro, attraverso la bottiglia della flebo con tante cannucce a cui sono attaccata, non la vedo, ma le sue mani calde e cosparse di balsamo tigre mi stanno massaggiando il collo e il petto fin dove possibile, perché avevo detto di aver freddo e stavo battendo i denti.
Finalmente qualcuno che mi ascoltava e faceva una gentilezza, un gesto d’umanità, visto che da tre giorni contrattavo senza successo, facevo complicate mediazioni psicologiche con infermieri e dottori per limitare i danni, per farli accedere al mio corpo con qualche grazia.
– Per favore, stia attento all’inclinazione dell’ago. Per favore mi allenti la cinghia sulla pancia. Per favore, non ce la faccio ad arrivare in bagno. Per favore, lasciatemi dormire.

– Calmati, piano così, piano, respira.
Perché la pressione continuava a salire anziché scendere, nonostante fossi stata curarizzata e sedata e una coda di pvc molle spuntasse dalla mia schiena, attaccata a un catetere inserito sulla delicata superficie della dura all’altezza della seconda vertebra lombare, dove iniettava sostanze che mi paralizzavano dalla vita in giù, in teoria abolendo dalla mappa dei sensi quella parte del corpo.
Infatti non sentivo. Niente più gambe, niente più glutei, niente più pancia.
Chi ha detto che non sentire sia meglio? Meglio del dolore, d’accordo. Ma, come recitano i trattati medici sul tema delle lesioni nervose, al cui effetto è assimilabile l’anestesia spinale, la perdita di sensibilità è il principale insulto all’organo che governa il resto: il cervello. Toglietegli il controllo del suo regno che si estende dalla punta dei capelli a quella dei piedi, o anche solo di una parte, e vedrete l’insurrezione manifestarsi sotto forma di disagio generalizzato, una confusione che è anche peggio del dolore, perché non è localizzabile e non rispetta nessuna scala di tempo.
È dal corpo che s’impara il senso della gerarchia e il bisogno insopprimibile di essere guidati, coordinati in maniera sequenziale, come se l’estraneità del luogo che abitiamo – che è pelle, ossa, sangue, cartilagini, nervi, muscoli, organi e tessuti molli – fosse sempre pronta a rivelarsi in un dolore, una perdita di funzione, un’anomalia. Io sono il mio braccio rotto, ma non il dolore che mi causa. Io sono la mia fronte, disperatamente lei, tonda e alta, ma non il mal di testa che l’assedia.
Un allenamento feroce a cui ci si sottopone fin da piccoli – cosa vuoi che sia quel taglietto ti passerà subito, pensa a qualcos’altro, – l’infanzia è piena di storie sul male che passa.
Ma il fatto è che, a guardarli bene i bambini che si coccolano le ferite, che ripetono l’insistenza di un mal di pancia trascinandosi dal divano alle braccia della mamma, si scopre un attaccamento momentaneo e curioso al disagio, al campanello d’allarme. È lì che s’insinua il dubbio che non tutto sia sotto controllo.
C’è l’agitazione, ad esempio, quando dopo un paio di ore di imbambolamento da anestesia, dal dentista, uno si ritrova a sfregarsi nevroticamente la lingua contro la gengiva, cercando, tastando per vedere se torna, ed è chiaro che con la sensibilità tornerà anche il dolore, il prurito o il fastidio, ma meglio quello del nulla anestetico, che non ha tempo, non ha nome, non è di nessuno.
La gengiva che fa male è indubitabilmente mia, (non è più un buco di niente nella mia guancia, è un buco di dolore) quando finirà di farmi male, sarò guarita, sarà un nuovo giorno. Io e la mia gengiva.

Dunque ero in quella condizione con la pressione che saliva troppo, un’anestesista gentile che cercava di persuadermi alla calma e intanto metteva nuovo valium tra le droghe infilate nella schiena. Un tendino verde tirato tra me e lei, che da diciotto ore cercava di nascere.
Prima c’era stata la lunga idiozia del parto naturale. Di naturale non poteva aver nulla, visto che non mi dilatavo, le contrazioni erano irregolari e insufficienti e subito mi era stata infilata una flebo che iniettava ossitocina, l’ormone che a distanza regolare di tre minuti causa contrazioni sistematiche, una specie di terremoto che andava dai piedi alla testa e lì, quando arrivava, picchiava come un bastone.
Ma lei non scendeva, io non mi dilatavo, intanto l’ossitocina calava in vena, squassando tutta quella pancia, e il liquido continuava a scorrere e defluire inzuppando lenzuola e materasso, quel liquido che sapeva di lei e di me insieme, di lei e di me prima del tempo, prima che si staccasse e ancora, in quel momento, non si era staccata. Liquido amniotico, acqua della memoria prima della coscienza, prima che diventassimo due persone separate, a cominciare una storia.

– Non è che poi rimane senza acqua?
– No, figurati, non ti preoccupare. Hai un tale eccesso di liquido amniotico che può durare così ancora una giornata intera.
E si era sfilata il guanto con cui aveva appena controllato lo stato della mia dilatazione, in mezzo alle gambe gonfie.
L’aveva detto l’ostetrica dell’ultimo turno, quella giovane coi capelli color lampone che poi mi aveva dato delle confezioni di miele Ambrosoli da mangiare con un cucchiaino da tè, per tirarmi su, o forse per distrarmi vedendomi esasperata, stanca e forse inconsapevolmente affamata. Il miele l’avevo divorato con gratitudine, perché mi ricostruiva e distraeva dal fatto che il dolore era più forte di quello che avessi potuto immaginare, e la sequenza dei fatti non andava bene: non succedeva quello che doveva succedere.
L’unica cosa che funzionava, era che continuavo a produrre oblio, acqua magica che l’avvolgeva, e ritardava e attutiva il momento della separazione.
Dopo il miele, l’ostetrica aveva insistito per accompagnarmi in bagno a svuotare la vescica. Il tragitto era breve, ma dovevo portarmi dietro la flebo di ossitocina, sentivo la camicia bagnata fradicia appiccicarsi lungo le cosce.
Mi sembrava un’impresa impossibile appoggiarmi sulla tazza del water e decidere di lasciare uscire almeno la pipì.
L’ostetrica fuori dalla porta scostata del bagno scherzava:
– Non mollarla nel water la bambina.
Intanto canticchiava, il suo turno stava per finire.
Altro che. Facevo perfino fatica a orinare, tanto la mia pancia era contratta. È stata una delle pipì più lunghe della mia vita, per il tempo che ci ho messo a produrre un esile rigagnolo, e con lo sciacquone avrei voluto sparire anch’io.
Grazie al fiume di ossitocina in endovena, dalle tre di notte alle undici del mattino avevo raggiunto i fatidici 2 cm che servono per potere applicare l’anestesia epidurale, la panacea di tutte le partorienti, l’assoluzione dal dolore. Ma era tardi, e pur combinando l’azione di ossitocina, che contraeva e anestesia che toglieva il male della contrazione, qualcosa nei tracciati cominciava a segnalare degli scompensi. Il fatto è che eravamo stanche, tutte e due credo, nonostante il dolore fosse stato sostituito da una specie di nebbia fredda, in cui non distinguevo più molto; il cuore faceva su e giù nei tracciati. Il ginecologo, quello che aveva sostenuto l’assoluta naturalità del parto, era stato alla fine messo a tacere dal chirurgo il quale, data un’occhiata ai tracciati del momento e all’ecografia del giorno prima, in cui si visualizzavano quattro chili di bambina, disse che non sarebbe mai nata, se non in una sala operatoria.
Dunque non era servito a nulla, tutto quello sforzarmi a sopportare, perché la natura facesse il suo corso.
Non c’era pericolo che scivolasse fuori in un impeto liberatorio e precipitasse dritta nella tazza del water come, dando retta alle parole dell’ostetrica, per un attimo, sollevandomi a mia volta dall’asse, avevo sperato e temuto. Eravamo entrambe prigioniere di quella pancia dura come un tamburo, che per effetto di tanta tensione si stava aprendo in una rosa di smagliature concentriche intorno all’ombelico. Lingue di fuoco che segnalavano il cedimento della cute.
C’era a quel punto tanta droga nelle mie vene, avevo a disposizione quantitativi notevoli di ormoni, miei e sintetici, e siccome ero chiaramente uno di quei casi di cui si sarebbe detto, poi, che era stato un parto un po’ difficile, e la mia volontà contava meno di nulla, mi sono concessa un sogno. Per protesta, evasione dalla sala parto, dalle infermiere che, agli ordini del chirurgo, mi stavano depilando e infilando nuovi aghi.
– No, non lì, le assicuro che così mi viene un ematoma.
Infatti dopo cinque minuti era già livido, e via altro ago, altro buco.
A cosa potevo aggrapparmi se non a un sogno? Un sogno che è cominciato mentre mi trasportavano in sala operatoria, attraversando un corridoio lungo nemmeno dieci metri.
– Attenti alle flebo. Mettete una coperta che altrimenti prende freddo. Uno, due, tre, ecco la mettiamo sul lettino operatorio.
E mi scendevano lacrime di frustrazione e d’impotenza.

Arrancavo al fiume, un piccolo fiume dalle rive morbide, tra i sassi con l’acqua che scorreva e arrivava alle caviglie, mi sedevo e aspettavo che ti decidessi a uscire, che ti persuadessi a scendere. Era ora. C’era il sole, il fiume scorreva, altra acqua ti avrebbe preso. Era ora di entrare nel tuo tempo. Finalmente uscivi, trascinata dalla forza della corrente e io svenivo, o mi addormentavo o morivo. Insomma, venivo meno.

Niente di così epico e simbolico. Il tutto, da quel momento in poi, ossia da quando mi hanno portato in sala operatoria, è stato molto pilotato, prevedibile, da protocollo ospedaliero. Salvo la pressione altissima che non rientrava affatto nei parametri e che era frutto della mia agitazione, della paura e della rabbia che era seguita alla mortificazione per aver sprecato tempo, consumando dolore e attesa. A quella maniera non sarebbe mai nata, né io con le mie forze, né io più tutta la chimica che mi avevano iniettato ero stata capace di consegnarla al mondo che aspettava fuori: un padre, impaziente, agitato e un po’ inutile come tutti i padri in queste circostanze, fiori di magnolia che spandevano profumo in una calda mattina di fine maggio, nonne anche loro in attesa, da qualche parte, con qualche finta distrazione in atto, un nome infine, il suo, che aspettava di essere pronunciato.
Ma la scienza fa progressi e rende possibile ciò che fino a ieri sembrava impossibile. E questo significava che contro la natura e contro quello che la medicina aveva fino a quel momento suggerito di fare – contrazioni indotte, analgesia spinale – chirurgicamente l’avrebbero tirata fuori, sottraendola al sonno in cui lei si era beata fino ad allora. Quel sonno spesso in cui è avvolta ancora, nelle mattine d’inverno, quando la sveglio e lei è piena di notte e di sogni, si gira dall’altra parte, e mi chiede di lasciarla dormire.
Nel passaggio tra la sala parto e la sala operatoria era definitivamente crollato il mio umore. Avevo, soprattutto, perso il contatto con il mio corpo e con quell’altro che da nove mesi ci abitava dentro: se prima la sentivo come fardello di dolore, ora non la sentivo proprio più, era sparita nella nebbiolina fredda che mi avvolgeva dai piedi allo sterno.

Intanto, di là dal tendino verde, spostavano, divaricavano, aspiravano. Rumori da cucina: spacchettamenti di provviste, elettrodomestici accesi, una ventola che andava.
– Passami il bisturi. Allarga e aspira.
– Attenzione, sotto c’è l’aorta.
Le carote nel cassetto in basso, il macinato in alto. Il bang della sportella del frigo quando si chiude.
E chiacchieravano del più e del meno, paragonando la mia pancia ad altre pance, filtrando altre vite, in sequenze di banalità e grottesco, dentro la mia che mi sembrava così cruciale e terrificante e così deludente a quel punto. La suocera che mi avrebbe fatto capire che c’era da aspettarselo, da un mezzo fisico come il mio, un fallimento del genere, mia madre che mi avrebbe sommerso con la sua ansia e la sua commiserazione, e soprattutto quel non essere riuscita ad andare fino in fondo, quell’aver perso potere sul mio corpo, che adesso era in balia totale di altri. Un’intera stirpe che aveva deciso di sanzionare il proprio fallimento biologico, la propria inettitudine alla procreazione proprio su di me. Prima c’era stato il cancro all’utero di una nonna, di questo morta e per questo mai conosciuta, varie disfunzioni qua e là, sempre legate alla pratica del dare la vita: due strane gemelle, concepite per effetto di oscure cure in Svizzera, un altro cancro, stavolta curato, difetti ormonali che avevano causato la comparsa di una “cugina barbuta”. Per forza doveva esserci in famiglia un segmento di Dna debole, incline a sbagliare.
In fondo cosa potevo permettermi se non un parto a metà? Un parto in terza persona, in cui il mio contributo poteva essere solo quello di stare calma, e invece mi agitavo. Mentre infermieri e medici trafficavano sulla mia pancia, da un pezzo sparita dal mio monitor di controllo e, insieme ad essa, il senso di ciò che si stava compiendo.

– Hai visto l’ittero che aveva il bambino nigeriano che abbiamo tirato fuori stanotte?
E tac, il bisturi era tonfato su un piattino d’acciaio. Rumore d’aspirapolvere.
– Sarà che il giallo sulla pelle scura fa ancora più impressione…
Ecco, ci mancava solo che nascessi gialla.
– Oh, ci siamo quasi. Come andiamo con la pressione?
– Eh, sempre allegra.
Ha detto la voce dietro di me, la voce che era anche un paio di mani gentili che mi massaggiavano.
Poi ho capito che era il momento. Avevano smesso i pettegolezzi, erano concentrati.
Con un rumore di plastica gonfiata e stracciata, di cellophane bucato lateralmente, l’hanno sottratta per sempre al viluppo di sangue, acqua, placenta che era stata la sua tana e che aveva rischiato di diventare la sua prigione. Nel silenzio perfetto e irreale delle grandi occasioni, come quando appare la sposa sulla soglia della chiesa e tutti trattengono il fiato.
L’hanno sollevata sopra il tendino verde tenendola con la faccia tutta gonfia e chiazzata verso di me, una specie di enorme ranocchio con gli occhi chiusi che faceva quasi paura.
Dovevo chiamarla col suo nome per farla diventare la piccola divinità dei miei sogni.
L’ho pronunciato piano mentre la mettevano vicino a me col musetto ancora tutto sporco di muco, e finalmente l’ho sentita.
Prima il fresco di una guancia che, così morbida, così intatta, così perfettamente curvata, così come io me l’ero sentita dentro tante volte, poteva esserci solo lei. Era un contatto perfetto, pieno di parole, ricordi, promesse, dove si aboliva la distinzione tra la mia pelle e la sua. Guancia a guancia. Un fresco che era quello della neve quando cade sulla terra secca ed è soffice, impalpabile, e tiene cristallizzata nell’aria l’acqua. Un fresco che d’ora in poi sarebbe stato il fresco in assoluto, il mio modo di riconoscerla e ritrovarla fra mille. Anche quando, come lei dice nella sua fantasia infantile, rinascerà e forse avrà cambiato faccia, colore di capelli, ma io sono certa che la sua guancia avrà conservato quel velluto morbido solo per me. Anche quando nei primi mesi dopo che era nata, pur guardandola e riguardandola a volte confondevo la mappa dei suoi lineamenti, mutevoli e ancora così poco definitivi, – perché la superficie che indossiamo è continuo adattamento – e lei cominciava ad adattarsi al mondo e io a lei. Grazie a quel fresco che era la mia guida, il mio faro di notte, la mia certezza che lei mi appartenesse e io a lei. Una sensazione fuori dal tempo, anche se era entrata nel tempo, uscendo da me. Non in riva a un fiume, ma in una sala operatoria. E già venivano a prenderla per lavarla e vestirla, e già sentivo gli strilli che tagliavano l’aria ed erano la sua voce perentoria di protesta. Mentre sotto, dietro la tenda verde, spremevano e tiravano, e poi cucivano e suturavano, di nuovo tra una chiacchiera e l’altra.

– Tra un po’ dovresti cominciare a sentire le gambe. Prova a muovere i piedi.
Una dottoressa, mentre mi riportano in corsia, dice incoraggiante.
I miei piedi erano come avvolti nel ghiaccio e divorati da un esercito di formiche, la pancia era tornata al suo posto, sotto i fianchi, e la sentivo: bruciava.
Con una mano mi sono allungata verso il lettino in cui l’avevano messa di fianco al mio.
Avvolta nel suo pigiamino ricamato di margherite, gli occhi chiusi e lunghi, con le palpebre cosparse di macchie rosa scuro, dormiva. Ho accostato un dito alla sua guancia, per sentire ancora quella meraviglia di fresco. C’era, era sempre lì. Era il mio premio, il risarcimento.
L’infermiera intanto toglieva i resti della sala operatoria: i cateteri, la sonda nella schiena, aggiustava la flebo, e rinforzava la fasciatura intorno alla pancia. Mi infilava un termometro per provarmi la febbre. Si allontanava, con un ultimo sguardo che comprendeva il mio letto e la culla di fianco. Tutto era in ordine.
C’eravamo tutt’e due, lei nella sua freschezza, io con le cicatrici.
Ma ero troppo stanca per domandarmi cosa tenesse insieme le due cose, cosa ci avesse tenuto insieme in quel passaggio insensibile e analgesico, così simile a una morte.
E poi già li vedevo arrivare, dal corridoio, parenti e amici ognuno con il suo carico di domande e di curiosità. Ognuno pronto a stupirsi che, da una, fossimo diventate due, perché di queste cose non si finisce mai di stupirsi.

(Questo racconto fa parte della raccolta di Alessandra Sarchi Segni sottili e clandestini, pubblicata nel 2008 da Diabasis all’interno della collana “Al buon corsiero”)