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Così simile a una morte

Simona Fagiani, "Fiocco di neve", 2012

Simona Fagiani, “Fiocco di neve”, 2012

27 novembre 2013

Il 25 novembre si è celebrata la Giornata contro la violenza sulle donne, fra i tanti articoli usciti mi ha particolarmente colpito quello pubblicato da Tiziana de Rogatis su Leparoleelecose, per  l’accento che pone sulla corporeità dell’essere donna e su come ciò si esplichi, anche e con particolare ambivalenza, nel diventare madre. Qualche giorno prima era uscito su R di Repubblica, a firma di Helena Janeczek, un articolo che prendeva spunto dal film di Alina Marazzi, Tutto parla di te (2013), per riflettere su come la maternità sia un tema che fatica a slegarsi da cliché rappresentativi, stretto fra la retorica del ruolo sociale e il tabù a parlare di quello che veramente accade in questo attraversamento, così traumatico, del corpo e della psiche femminile. Ad entrambe le autrici, e al film di Alina Marazzi, sono debitrice di aver riportato la mia attenzione su un argomento al quale ho dedicato un racconto, l’ultimo della raccolta Segni sottili e clandestini, che qui ripropongo.


Così simile a una morte

130 su 90. 140 su 110. 160 su 120.
Ti vuoi calmare?
Così ti scoppia il cuore. Va troppo forte. Ma cosa stai pompando nelle vene? Adrenalina, mica sangue. Guarda che hanno appena iniziato e ne avrai almeno per mezz’ora, quindi te lo ripeto, e adesso mi ascolti, calmati.
È la voce che mi sovrasta e mi arriva da dietro, attraverso la bottiglia della flebo con tante cannucce a cui sono attaccata, non la vedo, ma le sue mani calde e cosparse di balsamo tigre mi stanno massaggiando il collo e il petto fin dove possibile, perché avevo detto di aver freddo e stavo battendo i denti.
Finalmente qualcuno che mi ascoltava e faceva una gentilezza, un gesto d’umanità, visto che da tre giorni contrattavo senza successo, facevo complicate mediazioni psicologiche con infermieri e dottori per limitare i danni, per farli accedere al mio corpo con qualche grazia.
– Per favore, stia attento all’inclinazione dell’ago. Per favore mi allenti la cinghia sulla pancia. Per favore, non ce la faccio ad arrivare in bagno. Per favore, lasciatemi dormire.

– Calmati, piano così, piano, respira.
Perché la pressione continuava a salire anziché scendere, nonostante fossi stata curarizzata e sedata e una coda di pvc molle spuntasse dalla mia schiena, attaccata a un catetere inserito sulla delicata superficie della dura all’altezza della seconda vertebra lombare, dove iniettava sostanze che mi paralizzavano dalla vita in giù, in teoria abolendo dalla mappa dei sensi quella parte del corpo.
Infatti non sentivo. Niente più gambe, niente più glutei, niente più pancia.
Chi ha detto che non sentire sia meglio? Meglio del dolore, d’accordo. Ma, come recitano i trattati medici sul tema delle lesioni nervose, al cui effetto è assimilabile l’anestesia spinale, la perdita di sensibilità è il principale insulto all’organo che governa il resto: il cervello. Toglietegli il controllo del suo regno che si estende dalla punta dei capelli a quella dei piedi, o anche solo di una parte, e vedrete l’insurrezione manifestarsi sotto forma di disagio generalizzato, una confusione che è anche peggio del dolore, perché non è localizzabile e non rispetta nessuna scala di tempo.
È dal corpo che s’impara il senso della gerarchia e il bisogno insopprimibile di essere guidati, coordinati in maniera sequenziale, come se l’estraneità del luogo che abitiamo – che è pelle, ossa, sangue, cartilagini, nervi, muscoli, organi e tessuti molli – fosse sempre pronta a rivelarsi in un dolore, una perdita di funzione, un’anomalia. Io sono il mio braccio rotto, ma non il dolore che mi causa. Io sono la mia fronte, disperatamente lei, tonda e alta, ma non il mal di testa che l’assedia.
Un allenamento feroce a cui ci si sottopone fin da piccoli – cosa vuoi che sia quel taglietto ti passerà subito, pensa a qualcos’altro, – l’infanzia è piena di storie sul male che passa.
Ma il fatto è che, a guardarli bene i bambini che si coccolano le ferite, che ripetono l’insistenza di un mal di pancia trascinandosi dal divano alle braccia della mamma, si scopre un attaccamento momentaneo e curioso al disagio, al campanello d’allarme. È lì che s’insinua il dubbio che non tutto sia sotto controllo.
C’è l’agitazione, ad esempio, quando dopo un paio di ore di imbambolamento da anestesia, dal dentista, uno si ritrova a sfregarsi nevroticamente la lingua contro la gengiva, cercando, tastando per vedere se torna, ed è chiaro che con la sensibilità tornerà anche il dolore, il prurito o il fastidio, ma meglio quello del nulla anestetico, che non ha tempo, non ha nome, non è di nessuno.
La gengiva che fa male è indubitabilmente mia, (non è più un buco di niente nella mia guancia, è un buco di dolore) quando finirà di farmi male, sarò guarita, sarà un nuovo giorno. Io e la mia gengiva.

Dunque ero in quella condizione con la pressione che saliva troppo, un’anestesista gentile che cercava di persuadermi alla calma e intanto metteva nuovo valium tra le droghe infilate nella schiena. Un tendino verde tirato tra me e lei, che da diciotto ore cercava di nascere.
Prima c’era stata la lunga idiozia del parto naturale. Di naturale non poteva aver nulla, visto che non mi dilatavo, le contrazioni erano irregolari e insufficienti e subito mi era stata infilata una flebo che iniettava ossitocina, l’ormone che a distanza regolare di tre minuti causa contrazioni sistematiche, una specie di terremoto che andava dai piedi alla testa e lì, quando arrivava, picchiava come un bastone.
Ma lei non scendeva, io non mi dilatavo, intanto l’ossitocina calava in vena, squassando tutta quella pancia, e il liquido continuava a scorrere e defluire inzuppando lenzuola e materasso, quel liquido che sapeva di lei e di me insieme, di lei e di me prima del tempo, prima che si staccasse e ancora, in quel momento, non si era staccata. Liquido amniotico, acqua della memoria prima della coscienza, prima che diventassimo due persone separate, a cominciare una storia.

– Non è che poi rimane senza acqua?
– No, figurati, non ti preoccupare. Hai un tale eccesso di liquido amniotico che può durare così ancora una giornata intera.
E si era sfilata il guanto con cui aveva appena controllato lo stato della mia dilatazione, in mezzo alle gambe gonfie.
L’aveva detto l’ostetrica dell’ultimo turno, quella giovane coi capelli color lampone che poi mi aveva dato delle confezioni di miele Ambrosoli da mangiare con un cucchiaino da tè, per tirarmi su, o forse per distrarmi vedendomi esasperata, stanca e forse inconsapevolmente affamata. Il miele l’avevo divorato con gratitudine, perché mi ricostruiva e distraeva dal fatto che il dolore era più forte di quello che avessi potuto immaginare, e la sequenza dei fatti non andava bene: non succedeva quello che doveva succedere.
L’unica cosa che funzionava, era che continuavo a produrre oblio, acqua magica che l’avvolgeva, e ritardava e attutiva il momento della separazione.
Dopo il miele, l’ostetrica aveva insistito per accompagnarmi in bagno a svuotare la vescica. Il tragitto era breve, ma dovevo portarmi dietro la flebo di ossitocina, sentivo la camicia bagnata fradicia appiccicarsi lungo le cosce.
Mi sembrava un’impresa impossibile appoggiarmi sulla tazza del water e decidere di lasciare uscire almeno la pipì.
L’ostetrica fuori dalla porta scostata del bagno scherzava:
– Non mollarla nel water la bambina.
Intanto canticchiava, il suo turno stava per finire.
Altro che. Facevo perfino fatica a orinare, tanto la mia pancia era contratta. È stata una delle pipì più lunghe della mia vita, per il tempo che ci ho messo a produrre un esile rigagnolo, e con lo sciacquone avrei voluto sparire anch’io.
Grazie al fiume di ossitocina in endovena, dalle tre di notte alle undici del mattino avevo raggiunto i fatidici 2 cm che servono per potere applicare l’anestesia epidurale, la panacea di tutte le partorienti, l’assoluzione dal dolore. Ma era tardi, e pur combinando l’azione di ossitocina, che contraeva e anestesia che toglieva il male della contrazione, qualcosa nei tracciati cominciava a segnalare degli scompensi. Il fatto è che eravamo stanche, tutte e due credo, nonostante il dolore fosse stato sostituito da una specie di nebbia fredda, in cui non distinguevo più molto; il cuore faceva su e giù nei tracciati. Il ginecologo, quello che aveva sostenuto l’assoluta naturalità del parto, era stato alla fine messo a tacere dal chirurgo il quale, data un’occhiata ai tracciati del momento e all’ecografia del giorno prima, in cui si visualizzavano quattro chili di bambina, disse che non sarebbe mai nata, se non in una sala operatoria.
Dunque non era servito a nulla, tutto quello sforzarmi a sopportare, perché la natura facesse il suo corso.
Non c’era pericolo che scivolasse fuori in un impeto liberatorio e precipitasse dritta nella tazza del water come, dando retta alle parole dell’ostetrica, per un attimo, sollevandomi a mia volta dall’asse, avevo sperato e temuto. Eravamo entrambe prigioniere di quella pancia dura come un tamburo, che per effetto di tanta tensione si stava aprendo in una rosa di smagliature concentriche intorno all’ombelico. Lingue di fuoco che segnalavano il cedimento della cute.
C’era a quel punto tanta droga nelle mie vene, avevo a disposizione quantitativi notevoli di ormoni, miei e sintetici, e siccome ero chiaramente uno di quei casi di cui si sarebbe detto, poi, che era stato un parto un po’ difficile, e la mia volontà contava meno di nulla, mi sono concessa un sogno. Per protesta, evasione dalla sala parto, dalle infermiere che, agli ordini del chirurgo, mi stavano depilando e infilando nuovi aghi.
– No, non lì, le assicuro che così mi viene un ematoma.
Infatti dopo cinque minuti era già livido, e via altro ago, altro buco.
A cosa potevo aggrapparmi se non a un sogno? Un sogno che è cominciato mentre mi trasportavano in sala operatoria, attraversando un corridoio lungo nemmeno dieci metri.
– Attenti alle flebo. Mettete una coperta che altrimenti prende freddo. Uno, due, tre, ecco la mettiamo sul lettino operatorio.
E mi scendevano lacrime di frustrazione e d’impotenza.

Arrancavo al fiume, un piccolo fiume dalle rive morbide, tra i sassi con l’acqua che scorreva e arrivava alle caviglie, mi sedevo e aspettavo che ti decidessi a uscire, che ti persuadessi a scendere. Era ora. C’era il sole, il fiume scorreva, altra acqua ti avrebbe preso. Era ora di entrare nel tuo tempo. Finalmente uscivi, trascinata dalla forza della corrente e io svenivo, o mi addormentavo o morivo. Insomma, venivo meno.

Niente di così epico e simbolico. Il tutto, da quel momento in poi, ossia da quando mi hanno portato in sala operatoria, è stato molto pilotato, prevedibile, da protocollo ospedaliero. Salvo la pressione altissima che non rientrava affatto nei parametri e che era frutto della mia agitazione, della paura e della rabbia che era seguita alla mortificazione per aver sprecato tempo, consumando dolore e attesa. A quella maniera non sarebbe mai nata, né io con le mie forze, né io più tutta la chimica che mi avevano iniettato ero stata capace di consegnarla al mondo che aspettava fuori: un padre, impaziente, agitato e un po’ inutile come tutti i padri in queste circostanze, fiori di magnolia che spandevano profumo in una calda mattina di fine maggio, nonne anche loro in attesa, da qualche parte, con qualche finta distrazione in atto, un nome infine, il suo, che aspettava di essere pronunciato.
Ma la scienza fa progressi e rende possibile ciò che fino a ieri sembrava impossibile. E questo significava che contro la natura e contro quello che la medicina aveva fino a quel momento suggerito di fare – contrazioni indotte, analgesia spinale – chirurgicamente l’avrebbero tirata fuori, sottraendola al sonno in cui lei si era beata fino ad allora. Quel sonno spesso in cui è avvolta ancora, nelle mattine d’inverno, quando la sveglio e lei è piena di notte e di sogni, si gira dall’altra parte, e mi chiede di lasciarla dormire.
Nel passaggio tra la sala parto e la sala operatoria era definitivamente crollato il mio umore. Avevo, soprattutto, perso il contatto con il mio corpo e con quell’altro che da nove mesi ci abitava dentro: se prima la sentivo come fardello di dolore, ora non la sentivo proprio più, era sparita nella nebbiolina fredda che mi avvolgeva dai piedi allo sterno.

Intanto, di là dal tendino verde, spostavano, divaricavano, aspiravano. Rumori da cucina: spacchettamenti di provviste, elettrodomestici accesi, una ventola che andava.
– Passami il bisturi. Allarga e aspira.
– Attenzione, sotto c’è l’aorta.
Le carote nel cassetto in basso, il macinato in alto. Il bang della sportella del frigo quando si chiude.
E chiacchieravano del più e del meno, paragonando la mia pancia ad altre pance, filtrando altre vite, in sequenze di banalità e grottesco, dentro la mia che mi sembrava così cruciale e terrificante e così deludente a quel punto. La suocera che mi avrebbe fatto capire che c’era da aspettarselo, da un mezzo fisico come il mio, un fallimento del genere, mia madre che mi avrebbe sommerso con la sua ansia e la sua commiserazione, e soprattutto quel non essere riuscita ad andare fino in fondo, quell’aver perso potere sul mio corpo, che adesso era in balia totale di altri. Un’intera stirpe che aveva deciso di sanzionare il proprio fallimento biologico, la propria inettitudine alla procreazione proprio su di me. Prima c’era stato il cancro all’utero di una nonna, di questo morta e per questo mai conosciuta, varie disfunzioni qua e là, sempre legate alla pratica del dare la vita: due strane gemelle, concepite per effetto di oscure cure in Svizzera, un altro cancro, stavolta curato, difetti ormonali che avevano causato la comparsa di una “cugina barbuta”. Per forza doveva esserci in famiglia un segmento di Dna debole, incline a sbagliare.
In fondo cosa potevo permettermi se non un parto a metà? Un parto in terza persona, in cui il mio contributo poteva essere solo quello di stare calma, e invece mi agitavo. Mentre infermieri e medici trafficavano sulla mia pancia, da un pezzo sparita dal mio monitor di controllo e, insieme ad essa, il senso di ciò che si stava compiendo.

– Hai visto l’ittero che aveva il bambino nigeriano che abbiamo tirato fuori stanotte?
E tac, il bisturi era tonfato su un piattino d’acciaio. Rumore d’aspirapolvere.
– Sarà che il giallo sulla pelle scura fa ancora più impressione…
Ecco, ci mancava solo che nascessi gialla.
– Oh, ci siamo quasi. Come andiamo con la pressione?
– Eh, sempre allegra.
Ha detto la voce dietro di me, la voce che era anche un paio di mani gentili che mi massaggiavano.
Poi ho capito che era il momento. Avevano smesso i pettegolezzi, erano concentrati.
Con un rumore di plastica gonfiata e stracciata, di cellophane bucato lateralmente, l’hanno sottratta per sempre al viluppo di sangue, acqua, placenta che era stata la sua tana e che aveva rischiato di diventare la sua prigione. Nel silenzio perfetto e irreale delle grandi occasioni, come quando appare la sposa sulla soglia della chiesa e tutti trattengono il fiato.
L’hanno sollevata sopra il tendino verde tenendola con la faccia tutta gonfia e chiazzata verso di me, una specie di enorme ranocchio con gli occhi chiusi che faceva quasi paura.
Dovevo chiamarla col suo nome per farla diventare la piccola divinità dei miei sogni.
L’ho pronunciato piano mentre la mettevano vicino a me col musetto ancora tutto sporco di muco, e finalmente l’ho sentita.
Prima il fresco di una guancia che, così morbida, così intatta, così perfettamente curvata, così come io me l’ero sentita dentro tante volte, poteva esserci solo lei. Era un contatto perfetto, pieno di parole, ricordi, promesse, dove si aboliva la distinzione tra la mia pelle e la sua. Guancia a guancia. Un fresco che era quello della neve quando cade sulla terra secca ed è soffice, impalpabile, e tiene cristallizzata nell’aria l’acqua. Un fresco che d’ora in poi sarebbe stato il fresco in assoluto, il mio modo di riconoscerla e ritrovarla fra mille. Anche quando, come lei dice nella sua fantasia infantile, rinascerà e forse avrà cambiato faccia, colore di capelli, ma io sono certa che la sua guancia avrà conservato quel velluto morbido solo per me. Anche quando nei primi mesi dopo che era nata, pur guardandola e riguardandola a volte confondevo la mappa dei suoi lineamenti, mutevoli e ancora così poco definitivi, – perché la superficie che indossiamo è continuo adattamento – e lei cominciava ad adattarsi al mondo e io a lei. Grazie a quel fresco che era la mia guida, il mio faro di notte, la mia certezza che lei mi appartenesse e io a lei. Una sensazione fuori dal tempo, anche se era entrata nel tempo, uscendo da me. Non in riva a un fiume, ma in una sala operatoria. E già venivano a prenderla per lavarla e vestirla, e già sentivo gli strilli che tagliavano l’aria ed erano la sua voce perentoria di protesta. Mentre sotto, dietro la tenda verde, spremevano e tiravano, e poi cucivano e suturavano, di nuovo tra una chiacchiera e l’altra.

– Tra un po’ dovresti cominciare a sentire le gambe. Prova a muovere i piedi.
Una dottoressa, mentre mi riportano in corsia, dice incoraggiante.
I miei piedi erano come avvolti nel ghiaccio e divorati da un esercito di formiche, la pancia era tornata al suo posto, sotto i fianchi, e la sentivo: bruciava.
Con una mano mi sono allungata verso il lettino in cui l’avevano messa di fianco al mio.
Avvolta nel suo pigiamino ricamato di margherite, gli occhi chiusi e lunghi, con le palpebre cosparse di macchie rosa scuro, dormiva. Ho accostato un dito alla sua guancia, per sentire ancora quella meraviglia di fresco. C’era, era sempre lì. Era il mio premio, il risarcimento.
L’infermiera intanto toglieva i resti della sala operatoria: i cateteri, la sonda nella schiena, aggiustava la flebo, e rinforzava la fasciatura intorno alla pancia. Mi infilava un termometro per provarmi la febbre. Si allontanava, con un ultimo sguardo che comprendeva il mio letto e la culla di fianco. Tutto era in ordine.
C’eravamo tutt’e due, lei nella sua freschezza, io con le cicatrici.
Ma ero troppo stanca per domandarmi cosa tenesse insieme le due cose, cosa ci avesse tenuto insieme in quel passaggio insensibile e analgesico, così simile a una morte.
E poi già li vedevo arrivare, dal corridoio, parenti e amici ognuno con il suo carico di domande e di curiosità. Ognuno pronto a stupirsi che, da una, fossimo diventate due, perché di queste cose non si finisce mai di stupirsi. 

 

L’oscenità della morte

ALTRE SCRITTURE > 2011

1.

Da un po’ di tempo a questa parte morire sembra diventato un reato; a voler essere un po’ meno iperbolici, è diventato un fatto straordinario che la percezione collettiva comune ha fretta di rimuovere, o all’opposto, ma si tratta delle due facce della stessa medaglia, enfatizza in modo spettacolare. Non mi riferisco a morti in circostanze eccezionali, o in età molto giovane, che da sempre hanno suscitato compassione e contribuito a fondare un genere letterario – l’elegia – che potesse accogliere la memoria individuale come baluardo al poco, o niente, in cui si risolvono le vite di moltissimi. Penso piuttosto a quanti sono consumati dalla vecchiaia, dalla malattia, o da entrambe le cose; a tutti gli esseri viventi per i quali il ciclo biologico si è esaurito o deteriorato a un punto tale da comprometterne la possibilità di essere persone, cioè viventi con una vita psichica e di relazione complessa e articolata con il resto del mondo. Penso anche a quanti semplicemente non ce la fanno, non perché fisicamente ammalati, ma perché la vita è un peso inaffrontabile. L’istinto di sopravvivenza, la forza più brutale che ci muove, a volte, e non sempre a torto, si arrende a qualcosa di superiore, a uno squarcio avvertito come irrimediabile fra sé e la vita. Chi ha il diritto di inoltrarsi in questo spazio e di decidere? Nessuno se non i diretti interessati. Pensare il contrario sarebbe come immaginare che davanti a Dio, per chi ci crede, all’assoluto, all’imponderabile, o più banalmente, davanti alla propria coscienza ci si possa presentare in massa, con richieste di categoria e patteggiamenti sindacali.

Assumiamo un dato di fatto: morire, in una società consumistica basata sulla rimozione della morte, e soprattutto in una società che dispone di mezzi notevoli per tenere in vita i corpi, non è semplice. Nemmeno per chi sia nelle condizioni ottimali, malattie devastanti e vecchiaia avanzata, per augurarselo. Lo dimostra il travagliato e disgraziato iter del disegno di legge noto come Testamento Biologico e i casi in crescita – Welby, Englaro, Monicelli, per citare i più noti – di interruzione eclatante e violenta della vita. Dico violenta perché, se su un piano giuridico sarebbe auspicabile che si arrivasse al totale rispetto della volontà individuale, ciò non eliminerà mai del tutto il fatto che morire, e soprattutto aiutare a morire, richiede una forma di violenza. E su questo terreno, luogo contraddittorio di fortissimi tabù e discutibili prassi, mi pare si collochino due testi della narrativa italiana molto distanti nel tempo e nello stile.

 

2.

Passo d’addio di Giovanni Arpino, uscito presso Einaudi nel 1986, poco prima della morte dell’autore, e Antartide di Laura Pugno, fresco di stampa presso Minimum Fax.

Nel libro di Arpino, Giovanni Bertola, un anziano professore di matematica, consapevole di essere affetto da una forma grave di sclerosi cerebrale, affida a Carlo Meroni fedele allievo e già cattedratico, il compito di aiutarlo ad andarsene. Ogni domenica, tra aforismi sulla vita e divagazioni sui massimi sistemi, Carlo si confronta in una rituale partita a scacchi con l’anziano professore. Dentro la scatola che contiene le pedine del gioco si trova anche l’astuccio con la siringa predisposta dal professore affinché l’allievo possa, soffiandogli aria in vena, provocargli un’embolia e finirlo in fretta. Carlo, pur avendo promesso, tentenna e rimanda, intanto la malattia del professore degenera. L’anziano uscendo di casa si perde e quando lo ritrovano non riesce più a camminare, ha perso l’uso della parola e la coscienza vigile. La siringa non verrà mai usata. Giovanni Bertola, paralizzato su un letto, sarà aiutato a morire da Ginetta, la nipote delle signore, molto perbene, presso cui il professore è pensionante. Prototipo della donna moderna (per come intendeva moderne le donne un autore nato nel 1927) sessualmente emancipata, vitale anche se un po’ instabile, Ginetta è l’unica a cogliere le ultime parole articolate del professore, l’ultimo guizzo di umanità. La sola ad assumersi la responsabilità di aiutarlo, preparandogli un cocktail di barbiturici e restando con lui fino all’ultimo respiro. Dopo, come in una pièce teatrale settecentesca, Ginetta lo annuncia ai tre pusillanimi, le zie affittuarie e l’allievo, barricati in cucina e perfettamente consapevoli di quanto stava accadendo: “Tocca a voi adesso, brava gente”. Alle due zie tocca l’organizzazione del funerale, la spartizione dell’eredità, nonché lo scrupolo della confessione; a Carlo la constatazione della propria inettitudine. Cosa sia passato nella psiche di Ginetta, dopo o durante la morte del professore, Arpino non lo dice, ne mostra solo i gesti attenti, di cura. Il romanzo si chiude con la figura tormentata e vinta di Carlo, che immagina, e invidia, “il professore tra le braccia misericordiose di Ginetta mentre moriva.” Quasi una pietà dipinta.

Anche in Antartide di Laura Pugno chi decide di morire è un professore universitario, Niccolò Bechis, un neurologo che, dopo aver scoperto di avere un’afasia degenerativa incurabile, destìna tutti i propri beni alla “Casa di Miriam”, un luogo tra i boschi al confine tra l’Italia e la Francia, alla cui fondazione ha contribuito attivamente. La morte lo coglie sul treno che lo avrebbe portato fra gli chalet nel bosco dove Miriam, madre di una bambina affetta a sua volta da tumore e operata da Niccolò Bechis, offre discrezione, pace e soprattutto la possibilità di andarsene nella maniera prescelta, per chi lo voglia. La morte del professor Bechis coincide con il rientro a Roma del figlio, Matteo, dopo una spedizione scientifica in Antartide, durante la quale si sospetta abbia tentato di suicidarsi nelle acque ghiacciate. La ricostruzione del piano paterno, e della verità che si cela dietro la “Casa di Miriam”, è resa possibile perché l’ex-compagna, Sonia, figlia di un altro professore universitario amico intimo del padre di Matteo, lo contatta dalla “Casa di Miriam” dove si è recata alla ricerca del padre lì ricoverato e poi sparito. La perlustrazione del bosco sulle tracce del padre di Sonia, che verrà trovato morto in un burrone, dà modo a Matteo di passare del tempo con la misteriosa Miriam e con il suo aiutante (amante?) Gabriel, esperto dei boschi. Miriam (come Miryam, la principessa biblica, simbolo di una femminilità ribelle e portatrice di salvezza individuale e collettiva?) gli rivela la natura del luogo: aiutare a morire malati terminali che lo desiderano, e ognuno pare desiderarlo in modo diverso. C’è chi vuole ‘addormentarsi’ nel bosco con una pastiglia e non svegliarsi mai più, chi preferisce che il proprio corpo sia bruciato, chi vorrebbe invece che se ne cibassero gli animali. Matteo assiste a una di queste spedizioni nel bosco. Vede una coppia di malati terminali aiutata da Gabriel, l’angelo della morte, prendere i farmaci letali, e assiste alla cremazione all’aperto, sopra una catasta di legno, del corpo del padre di Sonia. Poco prima di andarsene, tra i nuovi ospiti della casa di Miriam Matteo scoprirà un altro amico di famiglia, il dottor Scesi, anche lui in fin di vita. In un paio di dialoghi rivelatori Matteo capisce il piano concepito da suo padre e dai suoi amici-colleghi, è Miriam a svelargliene la logica: “Tutto questo ti fa orrore (…) Ma prova a pensarci (…) Pensa cosa significa perdere totalmente il controllo del tuo corpo, sopportare cure dolorosissime, sapendo che saranno inutili. Pensa se potessi scegliere.” Ma, all’invito che Miriam gli rivolge a rimanere per aiutarla, risponde: “No. (…) Anche se credessi in quello in cui credi tu, non ne avrei il coraggio” e alla battuta successiva di Miriam, “Ti sbagli. Tu hai dentro il freddo sufficiente”, Matteo non può far altro che tacere e abbassare lo sguardo. La clinica fondata dal padre, e sostenuta da una collettività di studiosi amici e colleghi, si rivela agli occhi di Matteo un’inquietante luogo della buona morte. Il fatto che sia liberamente scelta non la rende, soprattutto per chi rimane e per chi assiste, meno scioccante.

 

3.

I due romanzi, nonostante la distanza temporale, hanno punti di contatto notevoli che rivelano un contesto sociologico e una dialettica di valori omogenea e comparabile. Mentre nella realtà arcaica descritta da Michela Murgia in Accabadora (Einaudi 2009) la comunità riconosce, pur con qualche conflitto, che ci debba essere una figura addetta alla cura dell’altro, in particolare del morente, l’orizzonte di Passo d’addio e Antartide è radicalmente individualistico. Non c’è una comunità dotata di leggi, rituali, o convinzioni che legittimino le scelte dei protagonisti che, per questo, risultano tanto più estreme. A somministrare o facilitare la morte, in entrambi i casi, è una donna (così anche nel bellissimo film Mare dentro di Alejandro Amenábar, Spagna 2004), la cui condizione sociale è di non integrazione nel quadro delle convenzioni della comunità in cui vive, o meglio di un ruolo ritagliato a margine. Versioni moderne della figura della ‘strega’, colei che traffica con i misteri di nascita e morte e per questo è condannata dall’ordine morale, – dove storicamente morale e religione cattolica hanno coinciso – la sboccata Ginetta e Miriam dai capelli color fuoco sono vitalissime outsider. Si caricano di responsabilità che nessun altro vuole e capiscono l’importanza di allestire un rituale, anche minimo, per sancire il passaggio, per renderlo accettabile in quanto estremo gesto umano che rivendica la dignità della persona.

Le figure dei morenti, viceversa, appartengono a un ceto dotato di mezzi per farlo, non solo economici, ma principalmente culturali: sono professori universitari, consapevoli delle proprie condizioni fisiche, dell’inutilità delle cure mediche e dell’ostilità sociale a cui va incontro la loro scelta. I personaggi maschili che li affiancano, figli biologici o figli putativi, capiscono il gesto, la giustezza del gesto, ma non hanno letteralmente il coraggio di compierlo, diversamente dal Clint Eastwood, regista e attore nei panni dell’angelo della morte, di The Million Dollar Baby (USA 2004), uno dei pochissimi casi di assunzione maschile di un ruolo prevalentemente declinato al femminile.

Carlo Meroni e Matteo Bechis rimangono traumatizzati dalla morte, anche quando è somministrata con estrema dolcezza, come fanno la sensuale Ginetta o l’angelico Gabriel. La paralisi psichica che li coglie rivela una loro anteriore, e più profonda, inettitudine e distanza con la vita. Tuttavia non possiamo esimerci dal capire, e in parte condividere, anche la loro riluttanza inane, il dolore pietrificato. Ci tiene lì, sull’orlo di una pagina in cui qualcuno muore e noi rimaniamo. Siamo come il lettore sgomento a cui Marguerite Yourcenar consegna, con un gesto di estrema pudicizia, l’atto finale dell’Opera al nero: “Non oltre è concesso andare nella fine di Zenone”.

(Le parole e le cose, 17 ottobre 2011)