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La lenta apnea

“Gli occhi ti diventano più azzurri quando guardi l’acqua”. Gliel’aveva detto sua moglie, Laura, poco dopo che si erano conosciuti quando ancora non erano sposati ed era venuta a vedere una partita di domenica, standosene seduta per tutto il pomeriggio sui gradoni della piscina scoperta, anche nel tempo dell’allenamento che aveva preceduto l’incontro.
Lo aveva aspettato fuori dagli spogliatoi, da dove era uscito coi capelli bagnati, gocce che scorrevano sul collo insieme alle endorfine della vittoria. Laura glielo aveva detto così, dandogli un bacio obliquo sulle labbra.
Non suonava come un complimento stravagante, anzi, piuttosto l’intuizione di ciò che lo rendeva felice. Quello che non le aveva mai rivelato era che, spesso, nei secondi prima di addormentarsi, ciò che lui vedeva era un indistinto ondeggiare azzurro, uno smagliarsi del colore che andava verso il basso o si dilatava, e non sapeva se fosse l’ultima immagine della piscina registrata dalla retina o solo un’allucinazione cromatica, come altre ne aveva, a volte premendo le palpebre sopra il cuscino, quando dormiva di pancia.
Un anno dopo essersi conosciuti si erano sposati e sistemati: lei aveva avuto una cattedra alla scuola media, lui era stato assunto in banca. Quando era arrivato il contratto su carta intestata con il simbolo dei tre massi racchiusi dentro l’ovale, e il suo nome stampato sopra più volte, Nicola Cordelli aveva pensato che la pietra era più solida dell’acqua, che due stagioni in nazionale erano state un’enorme soddisfazione ma alla soglia dei trent’anni era meglio costruire qualcosa di duraturo. La passione si poteva trasferire, dentro un ufficio bancario, dentro un matrimonio.
Gli anni che erano seguiti parevano avergli dato ragione. Lo avevano assegnato all’ufficio di Padova, quindi da lunedì a venerdì era lontano da casa. All’inizio c’era stata qualche difficoltà. Laura si era lamentata della solitudine durante la settimana e spesso anche Nicola trovava tristi le sue cene nel monolocale di via Beato Pellegrino, anche se la fame dopo due ore di piscina – non aveva smesso infatti di allenarsi – gli dava una determinazione fisiologica sufficiente a non immalinconirsi troppo e, ora che aveva sparecchiato, la stanchezza aveva già fatto il resto.
Laura cominciò a venire a Padova, sfruttando il giorno libero. Prendeva il treno la sera prima, così dormivano insieme, pranzavano insieme, spesso in un ristorante vicino all’ufficio e affacciato sul Brenta, qualche volta riuscivano a fare una passeggiata prima che lui la riaccompagnasse a prendere il treno.
Marco doveva essere stato concepito nella passione compressa, e per questo più concentrata, di quella notte alla settimana che passavano insieme nel monolocale di Padova, o durante un fine settimana quando Nicola tornava nella villetta a schiera con giardino, comprata con mutuo ventennale, e c’erano cene con amici e musica ad aspettarlo, insieme allo scorrere vuoto e potenziale del tempo il sabato mattina, mentre preparava la sacca con costume occhialini e accappatoio per andare a nuotare e qualche volta si fermava anche per fare una partita. Non aveva infatti perso del tutto il giro della squadra anche se inevitabilmente c’era sempre meno gente della sua età. Dopo la piscina andava a fare la spesa al supermercato, con la lista per la settimana che aveva compilato la sera prima, insieme a Laura. Quel che seguiva era un dolce scivolare verso l’ora della domenica sera in cui avrebbe ripreso un treno. Lì iniziava la sua immersione, la lenta apnea che sarebbe durata i successivi cinque giorni.
In banca si occupava di polizze assicurative legate ai mutui, da quando era nato Marco la stipula di mutui era cresciuta esponenzialmente, il settore che la banca aveva sempre monitorato con avida e conservatrice diffidenza sembrava essere diventato il parco giochi dove si spremevano interessi in fretta e in quantità. C’era chi procacciava il cliente, chi verificava la solidità della sua posizione economica, chi istruiva la pratica per il mutuo e chi, come lui, gliel’assicurava alla vita, alla casa, per cementare meglio un intrico che di per sé doveva valere tutte le ore di lavoro, i sacrifici, le rinunce, forse qualcosa in più.
Quando era in banca Nicola sentiva spesso una forma di rigidità, se avesse dovuto localizzarla avrebbe detto che stava fra il bacino e la nuca, ma dietro. La sentiva più forte quando altri impiegati si avvicinavano a lui, quando si creavano gli inevitabili momenti di tensione di ogni posto di lavoro. Un formicolio sotto la testa che scendeva lungo la colonna. Anche alle cene fra colleghi, anche nelle occasioni in cui si allentavano i nodi alle cravatte e si facevano discorsi su sport e passatempi, Nicola non riusciva mai a lasciarsi andare.
Il mondo della banca rimaneva quello della squadra avversaria di una partita di pallanuoto, solo che intorno non aveva più i compagni della sua, non aveva chi gli copriva le spalle e tagliava l’acqua; gli sembrava poco credibile che lui e gli altri vestiti in completi blu o grigi dovessero condividere un obiettivo, anziché essere l’uno contro l’altro come lui sentiva che erano. Eppure, nei cosiddetti incontri motivazionali, la metafora del ‘fare squadra’ era una delle più ricorrenti.
I trentatré metri di acqua clorata da macinare con le gambe, da solcare con le braccia, da schiacciare con la palla galleggiavano sempre sotto le sue palpebre nel dormiveglia, insieme alle piastrelle che si sfaldavano nei riflessi della luce filtrata della piscina, la rilassatezza sboccata degli spogliatoi, l’ossigeno rubato all’aria, all’acqua.
Tutto quell’ossigeno che gli riempiva i polmoni, il cervello, le vene, i corpi cavernosi.
Quando Marco aveva tre anni, Nicola era stato trasferito nella sede centrale, a Siena.
Una promozione, in pratica una complicazione: non poteva più spostarsi in treno, ci voleva troppo tempo, ora usava un’auto, interamente scaricabile e detraibile dalle tasse, e non era che uno degli innumerevoli vantaggi economici; avrebbero presto saldato il mutuo e forse comprato una casa più grande con quel che guadagnava ora.
Anche a Siena Nicola aveva preso un piccolo appartamento, in un edificio fuori le mura, località Acquacalda, vicino alla piscina comunale. Anche a Siena era la banca a pagarglielo. Non aveva stretto legami, non ne aveva il tempo. L’unica persona fuori dalla banca che aveva conosciuto era il proprietario dell’edicola davanti al condominio dove dormiva, Giuseppe.
Anche lui era un appassionato di pallanuoto, conosceva la formazione della nazionale degli ultimi trent’anni, allenatori e punteggi di partite. Nicola aveva fatto in modo che i giornali del proprio ufficio arrivassero dall’edicola di Giuseppe, d’altronde qualsiasi dirigente a Siena aveva il suo edicolante, il suo pasticcere, il suo barista, il suo calzolaio.
Aveva cominciato a portare Marco in piscina con sé più o meno in quel periodo, al sabato mattina, poi lo aveva iscritto ai corsi. A cinque anni Marco sapeva già nuotare e fare una perfetta respirazione con il crawl. A sette anni lo aveva preso con sé nell’attraversare la baia dei Conigli a Lampedusa, nonostante le proteste di Laura. Sembrava avere la stoffa dell’agonista, diceva l’allenatore della piscina che lo aveva già selezionato per le gare regionali dei piccolissimi.

La mattina di gennaio in cui arrivano i finanzieri, Nicola è entrato da pochi minuti dentro la Rocca Salimbeni, sono le otto di mattina, non è riuscito nemmeno a salire al proprio ufficio, è stato bloccato sulle scale da un ufficiale con l’ordine tassativo di non aprire il computer, di non fare niente, di aspettare. Da quando lavora lì è già successo in un’altra occasione, anche se gli sembra che il numero degli ufficiali in divisa color canna di fucile, visti mentre entrava, sia di gran lunga superiore alla volta precedente. Pensa che nell’attesa leggerà il giornale, Giuseppe fa sempre in modo che i quotidiani siano consegnati prima che lui arrivi.
In cima al pianerottolo incontra un suo collega, che lo guarda come si guarda un complice, con un lieve tremito della testa, senza dire niente. In mano ha il bicchierino di plastica del caffè del distributore automatico.
Nicola entra nel proprio ufficio e si siede dietro la sedia girevole, in effetti i giornali sono sul tavolo. Dalla porta lasciata aperta vede passare altri finanzieri, si accosta un giornale e ne guarda i titoli di prima pagina, ma non riesce veramente a leggerlo. Un numero gli scorre davanti, come un orario sullo schermo digitale di una stazione o di un aeroporto, quei 10 e rotti miliardi con cui MPS ha comprato Antonveneta, un prezzo che è quasi il doppio di quello che la banca valeva in realtà. Lo sanno tutti, ma è una di quelle cose di cui non si parla perché appartengono alla sfera dell’indicibile, dirle vorrebbe chiedersi che ci stanno a fare tutti quanti lì dentro giorno dopo giorno, coi loro lauti stipendi, i benefit, e la diciassettesima.
Però adesso ci sono i finanzieri, i computer bloccati, l’arrivo dei colleghi ai quali viene impartito il medesimo ordine: non toccate niente, tutti fermi. E quel numero li farà saltare per aria, Nicola ne è certo.
A un certo punto si alza e va in corridoio, l’ufficio del numero uno è sotto perquisizione, a seguire gli uffici del numero due e del numero tre, che è il suo diretto superiore. Alle 10.30 viene comunicato che alcuni di loro possono andare a casa. Altri no, dovranno restare. Nicola è fra quelli che dovranno restare. Vengono ordinati panini per tutti all’ora di pranzo, non si può nemmeno uscire dalla banca. Nicola vorrebbe sapere che cosa cercano di preciso, ma non può parlare con il suo capo, anche questo gli viene impedito dal semplice fatto che ormai sta chiuso con tre ufficiali da diverse ore nel suo quartier generale. Solo la segretaria si è affacciata e con il volto stravolto, l’alone del sudore sotto le ascelle, gli ha bisbigliato sulla porta: si sta mettendo molto male, per tutti quanti.
Nell’attesa del suo turno, Nicola si sente soffocare, il corpo è indolenzito, i muscoli delle gambe rigidi. Sale le scale verso il terzo piano, tanto per sgranchirsi. Al pianerottolo si ferma, qualche anno prima hanno aperto una porta finestra che dà sulle scale antincendio, si appoggia con tutto il corpo al vetro, potrebbe anche aprire, ma scatterebbe l’allarme.
Fuori il cielo è chiaro e fermo, anche le nuvole hanno l’immobilità perfetta delle basse temperature, fa freddo, lì non ci sono radiatori e il gelo penetra attraverso la finestra. Nicola lascia che invada ogni sua parte. Lo sente prima sulle mani e sul volto col naso schiacciato sul vetro, poi scendere dal collo al petto coperto solo dalla camicia, fino ai fianchi, dove prima si allarga, poi si restringe in un unico punto. Come l’aria nei polmoni quando si risale da un’immersione. Nicola si appiattisce ancora di più col bacino fino a sentirla, incredibile e forte, la sua erezione contro il vetro. E tutto si sradica veloce. Con una mano cerca in tasca le chiavi dell’appartamento e il badge che gli consente di entrare in Rocca Salimbeni, li stringe fino a farsi male alle dita.
La segretaria arriva alle sue spalle e gli dice che lo stanno cercando. Nicola si volta e rimane fermo per un momento, appeso all’attesa della segretaria che lo guarda e dice, come se lo notasse per la prima volta e come se fosse un’osservazione pertinente: lei ha gli occhi così azzurri.
Poi Nicola scende nel suo ufficio, sostiene una specie di interrogatorio che si svolge senza troppe sorprese, con garbo. I finanzieri fanno una copia di tutto quello che si trova sul suo computer, sigillano i cassetti e lo pregano di tenersi a disposizione.
Quando esce dalla Rocca Salimbeni, sono le quattro e mezza del pomeriggio, sta già facendo buio. Entra in una tabaccheria, prende una busta imbottita e dei francobolli, poi va in un bar e si siede a un tavolo ordinando succo di pomodoro. Compila un breve biglietto di dimissioni, chiude dentro la busta le chiavi e il badge e infila tutto nella prima cassetta della posta all’uscita del bar.
Poi passa dall’appartamento dove ritira un paio di libri, un cambio di biancheria, la sacca del nuoto. Si ferma a salutare Giuseppe, e parte per tornare a casa.
Non tornerà mai più a Siena.

Marco ha dodici anni e fa agonismo, ottimi tempi a dorso. Nicola lo ha portato a vedere le partite della nazionale di pallanuoto, gli ha insegnato i principali passaggi, gli riesce un buon tiro a sciarpa. Al mare spesso hanno giocato insieme, ma Marco non ha mai manifestato la volontà di far parte di una squadra. Nicola lo accompagna alle gare e lo osserva sul trampolino al tuffo, prima della partenza: le narici che vibravano, la fronte tirata, prima del tuffo, poi lui sa che il respiro si sincronizza a ogni fibra per ingoiare cinquanta metri, e poi altri cinquanta per quattro volte. Questa è la sua misura. Non l’attenzione spasmodica ai minimi movimenti degli altri, alle distanze d’acqua da accorciare per arrivare in buca, ai colpi da evitare, al centroboa da aiutare, all’ellissi di sette da mantenere in equilibrio, quella cosa tanto vera e miracolosa che è il gioco di squadra.
No: cinquanta metri secchi e poi altri cinquanta, per quattro volte, andando semplicemente più forte degli altri, da solo.

(Il racconto La lenta apnea è inedito)

La lenta apnea

Apneista che scende

 

24 luglio 2014

“Gli occhi ti diventano più azzurri quando guardi l’acqua”. Gliel’aveva detto sua moglie, Laura, poco dopo che si erano conosciuti quando ancora non erano sposati ed era venuta a vedere una partita di domenica, standosene seduta per tutto il pomeriggio sui gradoni della piscina scoperta, anche nel tempo dell’allenamento che aveva preceduto l’incontro.
Lo aveva aspettato fuori dagli spogliatoi, da dove era uscito coi capelli bagnati, gocce che scorrevano sul collo insieme alle endorfine della vittoria. Laura glielo aveva detto così, dandogli un bacio obliquo sulle labbra.
Non suonava come un complimento stravagante, anzi, piuttosto l’intuizione di ciò che lo rendeva felice. Quello che non le aveva mai rivelato era che, spesso, nei secondi prima di addormentarsi, ciò che lui vedeva era un indistinto ondeggiare azzurro, uno smagliarsi del colore che andava verso il basso o si dilatava, e non sapeva se fosse l’ultima immagine della piscina registrata dalla retina o solo un’allucinazione cromatica, come altre ne aveva, a volte premendo le palpebre sopra il cuscino, quando dormiva di pancia.
Un anno dopo essersi conosciuti si erano sposati e sistemati: lei aveva avuto una cattedra alla scuola media, lui era stato assunto in banca. Quando era arrivato il contratto su carta intestata con il simbolo dei tre massi racchiusi dentro l’ovale, e il suo nome stampato sopra più volte, Nicola Cordelli aveva pensato che la pietra era più solida dell’acqua, che due stagioni in nazionale erano state un’enorme soddisfazione ma alla soglia dei trent’anni era meglio costruire qualcosa di duraturo. La passione si poteva trasferire, dentro un ufficio bancario, dentro un matrimonio.
Gli anni che erano seguiti parevano avergli dato ragione. Lo avevano assegnato all’ufficio di Padova, quindi da lunedì a venerdì era lontano da casa. All’inizio c’era stata qualche difficoltà. Laura si era lamentata della solitudine durante la settimana e spesso anche Nicola trovava tristi le sue cene nel monolocale di via Beato Pellegrino, anche se la fame dopo due ore di piscina – non aveva smesso infatti di allenarsi – gli dava una determinazione fisiologica sufficiente a non immalinconirsi troppo e, ora che aveva sparecchiato, la stanchezza aveva già fatto il resto.
Laura cominciò a venire a Padova, sfruttando il giorno libero. Prendeva il treno la sera prima, così dormivano insieme, pranzavano insieme, spesso in un ristorante vicino all’ufficio e affacciato sul Brenta, qualche volta riuscivano a fare una passeggiata prima che lui la riaccompagnasse a prendere il treno.
Marco doveva essere stato concepito nella passione compressa, e per questo più concentrata, di quella notte alla settimana che passavano insieme nel monolocale di Padova, o durante un fine settimana quando Nicola tornava nella villetta a schiera con giardino, comprata con mutuo ventennale, e c’erano cene con amici e musica ad aspettarlo, insieme allo scorrere vuoto e potenziale del tempo il sabato mattina, mentre preparava la sacca con costume occhialini e accappatoio per andare a nuotare e qualche volta si fermava anche per fare una partita. Non aveva infatti perso del tutto il giro della squadra anche se inevitabilmente c’era sempre meno gente della sua età. Dopo la piscina andava a fare la spesa al supermercato, con la lista per la settimana che aveva compilato la sera prima, insieme a Laura. Quel che seguiva era un dolce scivolare verso l’ora della domenica sera in cui avrebbe ripreso un treno. Lì iniziava la sua immersione, la lenta apnea che sarebbe durata i successivi cinque giorni.
In banca si occupava di polizze assicurative legate ai mutui, da quando era nato Marco la stipula di mutui era cresciuta esponenzialmente, il settore che la banca aveva sempre monitorato con avida e conservatrice diffidenza sembrava essere diventato il parco giochi dove si spremevano interessi in fretta e in quantità. C’era chi procacciava il cliente, chi verificava la solidità della sua posizione economica, chi istruiva la pratica per il mutuo e chi, come lui, gliel’assicurava alla vita, alla casa, per cementare meglio un intrico che di per sé doveva valere tutte le ore di lavoro, i sacrifici, le rinunce, forse qualcosa in più.
Quando era in banca Nicola sentiva spesso una forma di rigidità, se avesse dovuto localizzarla avrebbe detto che stava fra il bacino e la nuca, ma dietro. La sentiva più forte quando altri impiegati si avvicinavano a lui, quando si creavano gli inevitabili momenti di tensione di ogni posto di lavoro. Un formicolio sotto la testa che scendeva lungo la colonna. Anche alle cene fra colleghi, anche nelle occasioni in cui si allentavano i nodi alle cravatte e si facevano discorsi su sport e passatempi, Nicola non riusciva mai a lasciarsi andare.
Il mondo della banca rimaneva quello della squadra avversaria di una partita di pallanuoto, solo che intorno non aveva più i compagni della sua, non aveva chi gli copriva le spalle e tagliava l’acqua; gli sembrava poco credibile che lui e gli altri vestiti in completi blu o grigi dovessero condividere un obiettivo, anziché essere l’uno contro l’altro come lui sentiva che erano. Eppure, nei cosiddetti incontri motivazionali, la metafora del ‘fare squadra’ era una delle più ricorrenti.
I trentatré metri di acqua clorata da macinare con le gambe, da solcare con le braccia, da schiacciare con la palla galleggiavano sempre sotto le sue palpebre nel dormiveglia, insieme alle piastrelle che si sfaldavano nei riflessi della luce filtrata della piscina, la rilassatezza sboccata degli spogliatoi, l’ossigeno rubato all’aria, all’acqua.
Tutto quell’ossigeno che gli riempiva i polmoni, il cervello, le vene, i corpi cavernosi.
Quando Marco aveva tre anni, Nicola era stato trasferito nella sede centrale, a Siena.
Una promozione, in pratica una complicazione: non poteva più spostarsi in treno, ci voleva troppo tempo, ora usava un’auto, interamente scaricabile e detraibile dalle tasse, e non era che uno degli innumerevoli vantaggi economici; avrebbero presto saldato il mutuo e forse comprato una casa più grande con quel che guadagnava ora.
Anche a Siena Nicola aveva preso un piccolo appartamento, in un edificio fuori le mura, località Acquacalda, vicino alla piscina comunale. Anche a Siena era la banca a pagarglielo. Non aveva stretto legami, non ne aveva il tempo. L’unica persona fuori dalla banca che aveva conosciuto era il proprietario dell’edicola davanti al condominio dove dormiva, Giuseppe.
Anche lui era un appassionato di pallanuoto, conosceva la formazione della nazionale degli ultimi trent’anni, allenatori e punteggi di partite. Nicola aveva fatto in modo che i giornali del proprio ufficio arrivassero dall’edicola di Giuseppe, d’altronde qualsiasi dirigente a Siena aveva il suo edicolante, il suo pasticcere, il suo barista, il suo calzolaio.
Aveva cominciato a portare Marco in piscina con sé più o meno in quel periodo, al sabato mattina, poi lo aveva iscritto ai corsi. A cinque anni Marco sapeva già nuotare e fare una perfetta respirazione con il crawl. A sette anni lo aveva preso con sé nell’attraversare la baia dei Conigli a Lampedusa, nonostante le proteste di Laura. Sembrava avere la stoffa dell’agonista, diceva l’allenatore della piscina che lo aveva già selezionato per le gare regionali dei piccolissimi.

La mattina di gennaio in cui arrivano i finanzieri, Nicola è entrato da pochi minuti dentro la Rocca Salimbeni, sono le otto di mattina, non è riuscito nemmeno a salire al proprio ufficio, è stato bloccato sulle scale da un ufficiale con l’ordine tassativo di non aprire il computer, di non fare niente, di aspettare. Da quando lavora lì è già successo in un’altra occasione, anche se gli sembra che il numero degli ufficiali in divisa color canna di fucile, visti mentre entrava, sia di gran lunga superiore alla volta precedente. Pensa che nell’attesa leggerà il giornale, Giuseppe fa sempre in modo che i quotidiani siano consegnati prima che lui arrivi.
In cima al pianerottolo incontra un suo collega, che lo guarda come si guarda un complice, con un lieve tremito della testa, senza dire niente. In mano ha il bicchierino di plastica del caffè del distributore automatico.
Nicola entra nel proprio ufficio e si siede dietro la sedia girevole, in effetti i giornali sono sul tavolo. Dalla porta lasciata aperta vede passare altri finanzieri, si accosta un giornale e ne guarda i titoli di prima pagina, ma non riesce veramente a leggerlo. Un numero gli scorre davanti, come un orario sullo schermo digitale di una stazione o di un aeroporto, quei 10 e rotti miliardi con cui MPS ha comprato Antonveneta, un prezzo che è quasi il doppio di quello che la banca valeva in realtà. Lo sanno tutti, ma è una di quelle cose di cui non si parla perché appartengono alla sfera dell’indicibile, dirle vorrebbe chiedersi che ci stanno a fare tutti quanti lì dentro giorno dopo giorno, coi loro lauti stipendi, i benefit, e la diciassettesima.
Però adesso ci sono i finanzieri, i computer bloccati, l’arrivo dei colleghi ai quali viene impartito il medesimo ordine: non toccate niente, tutti fermi. E quel numero li farà saltare per aria, Nicola ne è certo.
A un certo punto si alza e va in corridoio, l’ufficio del numero uno è sotto perquisizione, a seguire gli uffici del numero due e del numero tre, che è il suo diretto superiore. Alle 10.30 viene comunicato che alcuni di loro possono andare a casa. Altri no, dovranno restare. Nicola è fra quelli che dovranno restare. Vengono ordinati panini per tutti all’ora di pranzo, non si può nemmeno uscire dalla banca. Nicola vorrebbe sapere che cosa cercano di preciso, ma non può parlare con il suo capo, anche questo gli viene impedito dal semplice fatto che ormai sta chiuso con tre ufficiali da diverse ore nel suo quartier generale. Solo la segretaria si è affacciata e con il volto stravolto, l’alone del sudore sotto le ascelle, gli ha bisbigliato sulla porta: si sta mettendo molto male, per tutti quanti.
Nell’attesa del suo turno, Nicola si sente soffocare, il corpo è indolenzito, i muscoli delle gambe rigidi. Sale le scale verso il terzo piano, tanto per sgranchirsi. Al pianerottolo si ferma, qualche anno prima hanno aperto una porta finestra che dà sulle scale antincendio, si appoggia con tutto il corpo al vetro, potrebbe anche aprire, ma scatterebbe l’allarme.
Fuori il cielo è chiaro e fermo, anche le nuvole hanno l’immobilità perfetta delle basse temperature, fa freddo, lì non ci sono radiatori e il gelo penetra attraverso la finestra. Nicola lascia che invada ogni sua parte. Lo sente prima sulle mani e sul volto col naso schiacciato sul vetro, poi scendere dal collo al petto coperto solo dalla camicia, fino ai fianchi, dove prima si allarga, poi si restringe in un unico punto. Come l’aria nei polmoni quando si risale da un’immersione. Nicola si appiattisce ancora di più col bacino fino a sentirla, incredibile e forte, la sua erezione contro il vetro. E tutto si sradica veloce. Con una mano cerca in tasca le chiavi dell’appartamento e il badge che gli consente di entrare in Rocca Salimbeni, li stringe fino a farsi male alle dita.
La segretaria arriva alle sue spalle e gli dice che lo stanno cercando. Nicola si volta e rimane fermo per un momento, appeso all’attesa della segretaria che lo guarda e dice, come se lo notasse per la prima volta e come se fosse un’osservazione pertinente: lei ha gli occhi così azzurri.
Poi Nicola scende nel suo ufficio, sostiene una specie di interrogatorio che si svolge senza troppe sorprese, con garbo. I finanzieri fanno una copia di tutto quello che si trova sul suo computer, sigillano i cassetti e lo pregano di tenersi a disposizione.
Quando esce dalla Rocca Salimbeni, sono le quattro e mezza del pomeriggio, sta già facendo buio. Entra in una tabaccheria, prende una busta imbottita e dei francobolli, poi va in un bar e si siede a un tavolo ordinando succo di pomodoro. Compila un breve biglietto di dimissioni, chiude dentro la busta le chiavi e il badge e infila tutto nella prima cassetta della posta all’uscita del bar.
Poi passa dall’appartamento dove ritira un paio di libri, un cambio di biancheria, la sacca del nuoto. Si ferma a salutare Giuseppe, e parte per tornare a casa.
Non tornerà mai più a Siena.

Marco ha dodici anni e fa agonismo, ottimi tempi a dorso. Nicola lo ha portato a vedere le partite della nazionale di pallanuoto, gli ha insegnato i principali passaggi, gli riesce un buon tiro a sciarpa. Al mare spesso hanno giocato insieme, ma Marco non ha mai manifestato la volontà di far parte di una squadra. Nicola lo accompagna alle gare e lo osserva sul trampolino al tuffo, prima della partenza: le narici che vibravano, la fronte tirata, prima del tuffo, poi lui sa che il respiro si sincronizza a ogni fibra per ingoiare cinquanta metri, e poi altri cinquanta per quattro volte. Questa è la sua misura. Non l’attenzione spasmodica ai minimi movimenti degli altri, alle distanze d’acqua da accorciare per arrivare in buca, ai colpi da evitare, al centroboa da aiutare, all’ellissi di sette da mantenere in equilibrio, quella cosa tanto vera e miracolosa che è il gioco di squadra.
No: cinquanta metri secchi e poi altri cinquanta, per quattro volte, andando semplicemente più forte degli altri, da solo.

(Il racconto La lenta apnea è inedito)

La nuotatrice

La terra si era ristretta e screpolata dentro il vaso, le foglie del geranio cominciavano ad essere gialle. C’era proprio bisogno d’acqua. Federica prese l’annaffiatoio di plastica e lo riempì al rubinetto della cucina, versando l’acqua nel vaso notò che la terra gorgogliava, faceva le bolle più o meno come quando lei si dissetava dopo un pomeriggio di giochi all’aperto. Se la beve di gusto – pensò – e le venne un’improvvisa voglia di Coca Cola. Un paio di formiche un tarlo e un lombrico si stavano arrampicando sui bordi per sfuggire all’alluvione, acquattata sul fondo immobile e goduta stava invece una lucertola. Federica scostò una foglia per vederla meglio: due buchi laterali, poco dietro gli occhi si aprivano e chiudevano come membrane acquatiche o branchie, la pelle della bestia era diventata ancora più lucida e cangiante del solito, particelle di verde e di azzurro fluttuavano sul dorso. – Fa il bagno – e vincendo l’atavica repulsione per i rettili pensò che era bellissima. Mentre lo pensava la mano di sua sorella afferrò la bestia e la sollevò in aria tenendola per la coda; bastò farla roteare una volta e mezzo per troncargliela.
– Guarda –. Sua sorella teneva il moncone tra le dita, Federica ebbe paura che volesse tirarglielo in faccia, invece lo lasciò cadere sul cemento grigio. La coda continuava a muoversi, svirgolettando a destra e sinistra. Uno strazio.
Federica si girò a cercare il resto della bestia. Il corpo mozzo caduto di pancia di fianco al vaso del geranio era fermo, con le pupille rettili dilatate e un movimento dell’addome che sembrava umano.
– Tanto poi gli ricresce, la coda – fece sua sorella alzando le spalle.
Federica si piegò sulle gambe a terra, portando il palmo piatto della mano verso la lucertola. Se evitava di guardarla forse le avrebbe fatto meno schifo e sarebbe riuscita a riportarla a casa sua, dentro il vaso. Sua sorella fu più rapida, con un piede raggiunse la lucertola colpendola, poi la prese in mano, se la tenne vicino agli occhi per scrutarla ben bene e sparì in cucina con l’animale. Due minuti dopo uscì con un pentolino fumante in mano. Lo abbassò per farne vedere il contenuto a sua sorella: dentro galleggiava la lucertola, la pancia bianca le zampe allargate a stella, amputata e cotta nell’acqua bollente.
Federica si ricordò della coda, che fine aveva fatto? Muovendosi sul cemento poteva raggiungere l’erba, e lì magari si sarebbe trasformata di nuovo in lucertola crescendo giorno per giorno un pezzetto. Guardò per terra ma il moncone era sparito. All’improvviso non aveva più voglia di stare fuori, meglio andare a cercarsi un biscotto e guardare i cartoni animati. Vide la mamma avanzare dalla porta della cucina, squadrare sua sorella e il pentolino con la lucertola morta, sembrò triste poi solo arrabbiata, con un gesto secco disarmò sua sorella, gettò il contenuto del pentolino sul prato e disse: – Fila in casa, e per oggi niente tivù.
Federica si domandò se la coda sarebbe andata alla ricerca del resto della lucertola e cosa ne avrebbe fatto se mai si fossero incontrate. Nei giorni seguenti cercò entrambe, senza successo. Dal banco di scuola spiava lucertole quando sostavano nello spazio del davanzale avide di caldo, in effetti molte sembravano aver subito un’amputazione di un certo segmento della coda che poi era ricresciuto, portavano una specie di cicatrice nel punto in cui era avvenuto, una piccola irregolarità nella pigmentazione verdastra. Voleva farsi assegnare la lucertola come tema per la ricerca di Scienze, ma le era toccato il cavallo; non aveva protestato né con la maestra né con i compagni di classe, all’epoca godeva la fama di bambina ragionevole e paziente, soprattutto a paragone della sorella irrimediabilmente votata alla protervia e al tormento del prossimo.
Il mondo era in continua trasformazione e fermo, nella regione a parte dell’infanzia. Le cose si rompevano, spesso erano le azioni degli umani a creare queste rotture, eppure Federica era fiduciosa che le cose si riaggiustassero, o trovassero il modo di ricrescere come l’erba del prato che suo padre era sempre stanco di falciare perché ricresceva di continuo. A qualcuno era stato tagliato un orecchio che era stato poi recapitato dentro un sacchetto di plastica, l’avevano sentito al telegiornale prima di cena. A letto, nel buio della loro stanza comune, Federica aveva sostenuto che si sarebbe riattaccato, sua sorella invece la pensava diversamente.
– E le lucertole, allora?
Sua sorella aveva riso di scherno: – Ma tu credi proprio a tutto quello che uno ti dice?

Da una certa età in poi Federica ha raccontato queste storie in numerose occasioni, ai suoi amici e fidanzati. Ha sempre avuto l’impressione che spiegassero bene il rapporto con la sorella e, in un certo senso, la sua attitudine alla vita. Paolo, che vive con lei da cinque anni, le conosce a memoria in tutte le possibili varianti.
Il giorno in cui a Federica viene annunciata la cessione di ramo della azienda per cui lavora, che significa il suo imminente licenziamento, dopo aver cercato di rincuorare una sua collega che da sola mantiene due bambini, telefona a Paolo e gli dice che rientrerà più tardi, ha delle commissioni da sbrigare.
La voce telefonica di Paolo commenta con una certa esitazione: – Non mi avevi detto niente, stamattina.
– Comincia pure tu a preparare la cena –. Lo rassicura Federica che sa come il piacere di cucinare insieme, ogni giorno al rientro dal lavoro, sia uno dei capisaldi della loro routine sentimentale, garanzia del buon funzionamento della vita domestica, almeno quanto il sesso.
In realtà Federica non ha idea di dove andare all’uscita dal lavoro. Alla fine del discorso dell’amministratore – una solfa indistricabile di falsità – le era venuta una specie di ridarella. C’erano troppe scatole al mondo, c’era troppa gente occupata a produrre scatole e anche troppa a far sì che questa produzione funzionasse bene. Bisognava contrarre. L’ufficio stampa dove lavorava Federica veniva riassorbito. Aveva dovuto accavallare e disaccavallare le gambe parecchie volte per disperdere un riso nervoso sul punto di diventare una risata sguaiata alla faccia dell’amministratore, di cui per la prima volta aveva notato che portava le unghie laccate di bianco. Si era trattenuta. Lo aveva odiato in silenzio, decidendo che era inutile contrattaccare. Avrebbero combattuto ad armi dispari: lei avrebbe parlato di realtà, di impegno personale e risultati ottenuti, di soluzioni che avrebbero potuto essere adottate per prevenire, lui avrebbe risposto con retoriche manipolazioni di quegli stessi argomenti, scenari apocalittici, cioè con cose irreali. Ad ogni essere umano ogni giorno viene detto che appartiene a una specie in grado di distruggere il pianeta, o che potrebbe essere vittima di una catastrofe collettiva, non per questo smette di fare ciò che stava facendo, nel bene e nel male. Lasciò che finisse il discorso, intanto pensava al mutuo sulla casa, e al fatto che non avevano figli e in quelle circostanze non sapeva se fosse meglio o peggio. Ad ogni modo c’era un sacco di gente a cui capitava di perdere il lavoro, senza aver fatto nulla per meritarselo. Poteva stare ancora un mese, ma aveva deciso che era meglio evitare un’agonia programmata. Era andata a liberare la sua scrivania, con ordine e calma. Infine l’armadietto che stava proprio di fianco a quello dell’amministratore e più di una volta lei aveva notato che sul fondo c’era scritto con un pennarello nero: checca mefitica. Un’offesa intollerabile – aveva sempre pensato – forse di un collega invidioso e screanzato. Be’, adesso aveva qualche ragione per ritenere che fosse vero. Ben gli stava.
Dal proprio armadietto aveva tirato fuori una sacca che non ricordava nemmeno più di aver portato: dentro c’erano un costume, un accappatoio, un paio di occhialini con cuffia, un tubetto di nivea fluida e uno di doccia shampoo.
In macchina mentre guidava sulla tangenziale che la riportava in città ascoltava la radio; intervistavano uno scrittore che parlava di animismo, diceva che la tradizione dell’Africa centrale non era molto diversa, nella sua sostanza filosofica, dal pampsichismo occidentale antico e dall’anima mundi rinascimentale: le cose, i luoghi e gli oggetti, ogni essere materiale era attraversato dallo spirito, ogni spirito andava rispettato, la divinità era disseminata ovunque, bastava non perdere il contatto. Federica la pensava proprio così, si sentiva in perfetta sintonia con l’idea che l’autore spiegava in maniera flemmatica, a tratti didattica, come un medico che illustri i vantaggi per la salute nel praticare sport. Non perdere il contatto era un’antica convinzione, un pensiero familiare e confortante, qualcosa di morbido ed elastico a cui appoggiarsi. Come aveva fatto a non pensarci per tutto quel tempo? Oh, non c’era da scoraggiarsi, ce l’avrebbe fatta, avrebbe trovato anche di meglio come lavoro. Frugò nella borsa in cerca di una bottiglietta d’acqua, una brusca frenata partita dal suo piede con un movimento riflesso le impedì di tamponare un’auto. Dallo zaino rimbalzato sul cruscotto uscirono gli occhialini di plastica per nuotare. Decise che sarebbe andata in piscina.

Negli spogliatoi c’è una luce azzurrina e filtrata, le ombre si dilatano e colano sui muri come un liquido, sembra di stare dentro a un’incubatrice. È riposante, rispetto alle lame di sole che tagliano il tardo pomeriggio estivo di fuori. Federica si spoglia, appende il reggiseno a una gruccia e si accorge quasi con sollievo che l’interno dello spallino è un po’ unto: la biancheria sporca fa meno gola ai ladri. L’ultima volta le hanno rubato perfino i collants. Si avvia verso la vasca e nota sul pavimento nero di graffite tracce parallele, la scia di due ruote, che segue fino a quando finiscono dentro la pozzanghera d’acqua clorata che bisogna attraversare per entrare nello spazio vero e proprio della piscina. Federica guarda dietro di sé e poi verso la vasca. Due corsie sono occupate dai sub che fanno le prove di apnea. Il resto è per il nuoto libero. I corpi in acqua subiscono una spinta verso l’alto che è proporzionale al peso della massa di fluido di forma e volume uguale a quella della parte immersa. Dunque ci sono nuotatori poderosi come tonni che spostano in qualche bracciata decubiti d’acqua, ma ad attirare l’attenzione di Federica è la piccola onda costante che solca la corsia vicino al bordo. A muoversi sembrano solo le braccia e il busto, come se le gambe fossero un’appendice non sviluppata, un girino. Poi guardando meglio si accorge che le gambe non ci sono, ciò che emerge e sparisce è un mezzo busto con gli arti amputati più o meno all’altezza delle ginocchia e, quando si appoggia al fondo vasca per girarsi, vede che è una donna, giovane anche. Federica decide di calarsi in quella stessa corsia. L’acqua aderisce al suo corpo come una guaina, appena sotto apre gli occhi e sente le ultime bollicine d’aria rimaste impigliate nelle sue cavità e fra il costume e la pelle liberarsi, poi si spinge in avanti con la prima bracciata, inizia la lotta per conquistare l’ossigeno. Attraversa il liquido azzurro che sa di cloro e di epidermide che si squama, respira ogni quattro bracciate, poi cerca di imporsi un ritmo meno serrato, ma è come se i muscoli avessero bisogno di liberarsi sferzati dal fresco, o di assorbire attraverso ogni poro della pelle l’ossigeno, l’elemento che bruciano dentro e che sentono premere di fuori, ma in una forma primordiale, prigioniero di due molecole di idrogeno, inservibile per respirare. La lotta va avanti bracciata dopo bracciata. Il rumore dell’acqua e delle voci – un bagnino, l’istruttore sub – ha un andamento carsico, scompare con la testa sotto e rimbomba invece contro i soffitti altissimi. Oh, potere tenere la testa sotto, sempre. Di fianco in senso opposto passa la donna senza gambe, avanza con il muso di un pesce e il petto di una polena. Federica invidia la sua velocità costante, il patto stabilito fra la quantità d’aria e d’acqua che devono scambiarsi, ogni volta che emerge. Ripensa a quello che ha sentito alla radio, ma le sembra ora distante e irrealizzabile; se è così difficile abbandonarsi, entrare in comunione con l’acqua senza perdersi, figuriamoci con l’anima del mondo.
Alla decima bracciata si ferma al fondo della vasca, per aspettarla. La donna le arriva vicina come un galleggiante, sorride e le chiede – Chi riparte? – Federica si rituffa e quasi si vergogna di aver attirato la sua attenzione e di aver manifestato la propria curiosità. Mentre nuota, conta le piastrelle azzurre sul fondo che si susseguono noiosamente rettangolari, una dopo l’altra, l’unico diversivo è dato dalla luce che entra dai lucernari in alto e varia lungo la corsia; in alcuni punti dove manca quasi completamente l’acqua si fa scura e spessa, Federica sente che potrebbe addormentarsi e dimenticare. Ma la staffetta con la donna senza gambe la tiene impegnata, ha paura di offenderla se si ferma e le rivela lo stupore e l’ammirazione che prova. Ha paura che sotto ci sia qualcosa di meschino.
Quando vede la nuotatrice senza gambe passare sotto i galleggianti che dividono le corsie e andare verso una sedia girevole che risale dalla vasca al bordo e la riporta su quell’altra sedia con le ruote che deve essere la sua, Federica vorrebbe uscire a sua volta dalla piscina, ma s’impone un ultimo sforzo. È arrivata al punto in cui il fiato è rotto e qualche endorfina si è liberata, si sente il naso pieno di cloro, vuota nella testa, e un po’ euforica, della tipica euforia chimica che riporta gli umani al livello di animali semplici. Con un colpo di reni si issa sul bordo e balza fuori gocciolante. avviandosi verso gli spogliatoi, spera e teme di ritrovarla. Segue di nuovo il percorso delle ruote sul pavimento nero ed entra nelle docce che sono aperte e non consentono nessuna intimità, all’odore di cloro si mischia quello dolciastro di bagnoschiuma ai frutti e creme per capelli.
– Mi raccoglieresti lo shampoo?
La donna senza gambe è seduta su uno sgabello ribaltabile appeso al muro, con una mano si tiene alla maniglia che corre lungo la parete, con l’altra si lava.
Federica si china a raccoglierle il tubetto rotolato qualche metro oltre la sedia, glielo allunga e dice: – Sei una gran nuotatrice.
La donna sorride: – Considerando che non faccio altro, tutti i giorni. E tu, ci vieni spesso? – La scruta mentre si passa il sapone sotto le ascelle. – Non ci siamo mai viste, direi.
Federica scuote la testa: – A dire il vero era da parecchio che non venivo a nuotare. Ma oggi è un giorno diverso. Avevo bisogno di liberare la testa, concentrarmi sul corpo.
– E ci sei riuscita? – Questa domanda la mette in difficoltà e in imbarazzo, perché a essere sincera del proprio corpo ha percepito solo una certa renitenza, la disabitudine alla fatica e all’appagamento, mentre non ha fatto altro che concentrarsi sul corpo di lei, quel mezzo busto senza gambe che si sposta facendo forza sulle braccia e in senso orizzontale rispetto al suolo, traslando da una superficie d’appoggio all’altra. Da vicino vede le cicatrici, dove la pelle ha cambiato colore e tessitura, sgranata e troncata, come nelle lucertole, ma senza ricrescita. Federica si sforza di non guardarle, ma in realtà vorrebbe toccarle.
– Credevo di sì, di essermi liberata di qualche pensiero. Ma non so, adesso mi sento più confusa di prima –. Dice alla fine, mentre a sua volta s’insapona, togliendosi con insolito pudore il costume. La donna senza gambe le sembra molto più a suo agio.
– Dovresti venire anche tu, tutti i giorni. È questione d’abitudine e del tempo che ci dedichi. Per me funziona così. Certo ti deve piacere nuotare, e bisogna ammettere che il nuoto in piscina è un po’ noioso.
Federica si passa la schiuma fra i capelli e risponde: – Oggi non avrei potuto affrontare nemmeno il mare ignorante e addomesticato della riviera. Almeno la piscina ti contiene.
– Fammi indovinare: è un problema di cuore –. Dice la donna senza gambe mentre passa dallo sgabello ribaltabile alla carrozzina e si copre le spalle con un telo di spugna.
– No, ho solo perso il lavoro.
– Mi dispiace –. Commenta con voce sincera la donna senza gambe.
– In verità non è che andassi pazza per quel posto, un’azienda che produceva scatole e imballaggi. Sono sicura che troverò di meglio. Il fatto è che uno si abitua a pensare in base a delle abitudini: la scrivania dove lavori, lo stipendio che prendi ogni mese e sul quale regoli le tue spese, ad esempio. Sono cose che dai per scontate come camminare e respirare.
– Già –. Annuisce la donna senza gambe, annodandosi i lunghi capelli castani in una treccia raccolta sulla nuca. Però adesso Federica non può fare a meno di accorgersi dell’enormità che le è appena uscita di bocca. Non si sbagliava a temere se stessa, aveva ragione, prima o poi sarebbe venuto fuori qualcosa di meschino e offensivo. Le gambe che hai, la terra che sei abituato a calpestare, il posto che ti spetta nel mondo. E se non ce l’hai più? Avrebbe voluto mordersi la lingua, invece continuava a fissare i due monconi arrossati alle estremità della donna che si stringeva nel telo con le braccia robuste e abbronzate.
La donna se ne accorge e: – Quando ho perso le gambe, credevo che sarei impazzita. Erano le piccole cose di tutti i giorni a farmi uscire dalla grazia di dio: i vestiti che non potevo più mettermi, come avrei fatto la spesa, come avrei portato a scuola i bambini. E continuano a tormentarmi, non credere. Quando nuoto, però, riesco a non pensarci.
– Ma non è che uno può nuotare tutto il giorno –. Dice con aria ottusa Federica.
– A me basta un’ora, appena posso, un’ora che s’allarga per tutta la giornata –. Guarda l’orologio al polso e: – Adesso, scusami, ma devo andare. Magari ci rivediamo qui, io mi chiamo Giovanna.

Quando Federica arriva a casa, Paolo sta guardando la televisione, la tavola è apparecchiata e si sente odore di pasta al forno fin dal corridoio. Federica gli si accuccia di fianco sul divano, lasciando cadere borsa e zaino a terra. Lui le passa una mano tra i capelli. – Sai di cloro. Sei stata in piscina?
– Era tanto che non andavo.
– Vuoi guardare il telegiornale? Perché io ne avrei anche abbastanza, per oggi. Immagino che avrai fame, è già tutto pronto.
Federica non risponde subito, ma non è neanche che guardi la televisione, piuttosto sembra assorta e assente.
Poi si alza e dice: – Vado a stendere il costume in bagno e arrivo.
Appoggiata al bordo della vasca pensa che non era così che se l’era immaginato. Mentre guidava verso casa aveva deciso che prima di tutto avrebbe detto a Paolo del lavoro, ma quando era entrata e aveva visto tutto in ordine, tutto così accogliente e preparato, non era stata più tanto sicura, le era mancato il coraggio di introdurre il cambiamento. Era una questione di avere fiducia, di dirsi le cose, certo. Ma anche di accettare che le cose si rompessero, che ci fossero delle conseguenze. Ci sarebbe stato un prima e un dopo, di sicuro. Mentre per il momento il tempo delle loro vite era intatto e continuo.
Stendendo il costume, dopo averlo risciacquato, Federica nota che i bordi dell’inguine sono smangiati, le torna in mente il costume di Giovanna, con il fianco basso e le mutandine che arrivavano fino a mezza coscia, come usava negli anni ’50 del secolo scorso, un vezzo che le stava piuttosto bene. Allora capisce che è di Giovanna che vuole parlargli, di questa donna tagliata in due, una menomata, che attraversava l’acqua limpida e sicura come se si muovesse dentro la propria coscienza purificata, mentre lei arrancava e lottava voleva a tutti i costi svuotare la testa così pesante, e invece si riempiva di cloro e si smagliava il senso di quello che faceva come se un gas le avesse annebbiato la vista.

– Cosa stai facendo?
Siccome non arrivava, Paolo dopo aver messo la pasta nei piatti e versato il vino nei bicchieri, era andato in bagno, per vedere se per caso si fosse sentita male.
Federica era in mutande e canottiera passava dalla tazza del water al bordo della vasca da bagno, tenendo le gambe sollevate, allineate e rigide davanti a sé, spingeva sulle mani e sugli avambracci tesi.
– Provo a muovermi come se non avessi le gambe.
– Ma cosa ti è saltato in mente?
Federica si ferma, un attimo, sempre sospesa sugli avambracci. – Non ci si pensa mai che da un momento all’altro tutto può cambiare. Ti ritrovi senza gambe ad esempio, o senza lavoro –, si alza in piedi e si mette un paio di pantaloni leggeri da pigiama, – allora t’accorgi che la tua vita di prima, che non era niente di speciale, davvero niente di eccezionale, era comunque una cosa compatta, c’era dell’armonia, e forse anche un senso. Lo capisci dopo, quando qualcosa si è rotto, quando hai perso una cosa che credevi di avere.
Federica parla in fretta come se le parole le avesse gonfiate dentro di sé a dismisura e ora volesse liberarsene, si guarda allo specchio appeso alla parete di tanto in tanto studiandosi.
Paolo arretra di un passo, prende uno sgabello e si mette a sedere: – Mi spieghi di che cosa stiamo parlando?
La prima persona plurale di Paolo l’ha disarmata, ha disinnescato il meccanismo di separazione dal mondo, quello avviato nel pomeriggio dal discorso dell’amministratore – L’Azienda sta subendo una ristrutturazione, l’area dell’ufficio stampa verrà riassorbita dalla struttura dell’Azienda acquirente. L’Azienda è stata costretta a questa decisione dalla congiuntura economica di recessione generale. L’Azienda ringrazia i suoi dipendenti, sopratutto quelli a cui non può garantire una strada comune.
– Mi hanno licenziato –, dice infine Federica tendendo a Paolo una mano con la quale lo invita ad alzarsi – però adesso andiamo a mangiare, sennò poi è uno schifo.

Paolo l’ha ascoltata e rassicurata, si sono messi a ridere insieme quando Federica gli ha raccontato della scritta in fondo all’armadietto, che di sicuro è una checca, per come va in giro con le unghie stupidamente smaltate.
È vero, il momento non è dei migliori per cercarsi un lavoro, ma con la liquidazione e i risparmi possono tirare avanti dignitosamente ancora per diversi mesi. Intanto succederà qualcosa. E poi, non l’aveva sempre detto Federica che in quell’ufficio non c’erano grandi possibilità di crescita?
Quando si alza da tavola Federica sente la testa manipolata e riaggiustata, come dopo un massaggio shiatsu, deve solo evitare di guardare troppo intensamente le cose, il divano, il televisore spento, lo zaino della piscina su una sedia, il portatile che ha lasciato in un angolo; se concede troppa attenzione le cose la risucchiano e vogliono un nome e vogliono una spiegazione per rientrare nell’ordine dei giorni, quello che teme di essersi lasciata alle spalle.
– Vedrai che si aggiusta tutto – si sente dire mentre s’infila sotto le lenzuola.
Se n’era quasi convinta, ma è proprio quella frase a produrre un’altra incrinatura. Si gira e rigira nel letto, senza riuscire a prendere sonno. La notte è calda e ventilata, dalla finestra socchiusa arriva l’odore del gelsomino. Paolo dopo averle massaggiato un fianco sembra essere calato in un sonno profondo e regolare. Federica pensa che il giorno dopo vorrebbe tornare in piscina, ma non sa come affrontare Giovanna, se dovesse incontrarla di nuovo. Non capisce perché prova un misto di vergogna e imbarazzo. Si mette a sedere sul letto. Paolo si gira, è sveglio e accende la luce sul comodino. La ritrova in quella posizione assurda con i pugni puntati sul materasso e le gambe dritte sollevate.
– In piscina c’era una donna senza gambe –. Gli dice guardando dritto davanti a sé, sempre nella stessa posizione.
– Ho capito, ma non è che adesso ti devi mettere alla prova anche su questo.
– Si fa bastare un’ora di nuoto al giorno. Capisci? È contenta, di quello e probabilmente della sua vita. Io non so se sarei capace.
Paolo annaspa sul comodino in cerca degli occhiali, li trova e se li infila, come se lo aiutassero a capire quello che Federica gli sta dicendo. Tira su le gambe al petto e sospira.
– Avrà trovato un modo di adattarsi.
Federica gli rivolge un’occhiata come se non avesse capito niente di quello che gli ha appena detto, incrocia le gambe e porta le mani sulle ginocchia.
– Avrei voluto toccarle le cicatrici. È stupido, lo so. Adesso dirai che sono morbosa, ma avrei voluto toccarle per farmi un’idea di che cosa c’era prima, delle sue gambe.
– Forse, invece, lei preferisce non pensarci affatto, a com’erano prima intendo.
– Ma come fa a bastarle un’ora di nuoto al giorno?
Paolo si solleva dal letto e apre la finestra, la strada sotto è lontana buia e tappezzata di cofani di auto parcheggiate.
– Lo senti l’odore del gelsomino? Adesso la fioritura è al massimo, non durerà più di una settimana.
Si appoggia all’inferriata del balcone e pensa a quanto poco spazio occupano nella vita cose come annusare un fiore, eppure uno se le ricorda e ci ripensa, a volte cambia perfino umore per cose così, da niente. Uno perde le gambe e ha tutto contro, allora nuota e sopravvive. Vorrebbe spiegarlo a Federica, ma teme di non esserne capace, teme che suoni come una cosa sentimentale e stupidamente consolatoria.
Federica lo raggiunge da dietro cingendolo con le braccia e dice piano: – Se ce l’ha fatta lei senza gambe, posso farcela anch’io, senza lavoro. No?
– Giusto.
Paolo si scioglie dall’abbraccio, è come se gli mancasse il fiato, ma non dice niente a Federica, si allontana di qualche passo, poi va verso la cucina: – Prendo qualcosa da bere.
Nell’oscurità sopra la piastra dei fornelli fluttua il riverbero azzurro del display sul frigo. Paolo ripensa alle storie delle lucertole che tanto spesso ha sentito raccontare da Federica. Chissà poi se erano vere, chissà se era andata veramente così. Magari anche Federica aveva spezzato qualche coda, e solo adesso, da adulta, le scocciava ammetterlo. Guarda il latte colare bianco nel vetro del bicchiere e si domanda perché la sofferenza degli altri diventi tanto spesso la misura e l’argine della propria, il velo opaco con cui ci si protegge dalla vita e da se stessi.

(Questo racconto è stato pubblicato su “Nuovi Argomenti”, n. 65, 2014)