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I piedi nella terra degli angeli

Landed, fra poco avremmo potuto dirlo. Nel formicolio dei piedi sentivo il bisogno di terra dopo così tante ore di aria. Aria buia e aria illuminata che attraversi e in cui potresti precipitare da un momento all’altro, ma non precipiti e avanzi, per dodici ore di volo. La voce del pilota annunciava finalmente la meta: Los Angeles. Dal nome spagnolo, che tutti pronunciano all’inglese, scrosciò una pioggia di vesti cangianti e sete, ali e sorrisi ammiccanti. Gli angeli, si sa, non sono mai del tutto buoni, ma sempre divini. Planando – a quel punto ero sveglia, la bocca impastata, gli occhi stropicciati, i pensieri di ieri sommersi da una coltre spessa – una marea di ‘cose’ grigie ondeggiava sotto di me. Le vedevo dal finestrino contro cui tenevo pigiata la fronte. Impiegai parecchio a capire di che si trattava. Mano a mano che l’aereo scendeva la forma si definiva e, quando eravamo quasi a terra, misi a fuoco: teste di palme. Ce ne erano migliaia e migliaia, tra gli spazi vuoti e gli spazi costruiti, palme dalla criniera aperta e ricca, prima grigie poi di un verde scuro, misterioso. All’apertura del portellone, vento caldo, secco. Luce, netta e fortissima. Non erano solo i miei occhi a esserne colpiti, i colori e le sagome degli oggetti ne venivano deformati. Apparivano diversi da come ero abituata a vederli, avevano un contorno spesso ed erano immobilizzati. La luce li stagliava e isolava. E anche io mi sentivo isolata da una specie di alone che rallentava i gesti, avvolta da una perplessità d’osservazione che mi faceva sembrare tutto così nuovo ed estraneo da indurmi a piangere. Impalata davanti al nastro delle valigie, punta dall’aria condizionata, a stento mi trattenevo. Le palme, ora, le vedevo dai vetri: il movimento delle chiome scure era ritmato, me ne arrivava una certa dolcezza, l’invito a lasciare andare la presa. Ma prima bisognava compiere tutte le procedure burocratiche. Un poster enorme del Presidente all’uscita. La foto così ingrandita che gli si contavano i pori in faccia, rosei come boccioli.

Are you here to stay? Mi chiese l’ufficiale al varco controllando la lunga estensione del permesso di soggiorno. I’m here to study, risposi.

Dovevo avergli fatto tenerezza o pena perché mi ridiede i documenti e mi congedò con un: Take care.

L’incertezza che mi aveva letto in faccia, il riflesso dell’idea che il suo Paese fosse tanto magnanimo da prendersi cura di tutti.

A prendermi all’uscita del gate c’era Carol, che avevo già conosciuto sei mesi prima quando era arrivata con uno scambio all’università di Bologna, e che sarebbe stata la mia roomate. Ci tenne a dirmi subito che il prezzo del taxi era una spesa inclusa nello scambio fra università, per questo non era venuta con la sua auto. Mentre parlava mi immersi nelle sue consonanti e vocali nasalizzate e, più di tutto, nella lieve brezza di shampoo alla mela verde che emanava dai capelli. Carol mi sovrastava di una decina di centimetri, anche lei sembrava fatta di un materiale che la luce attraversava in modo differente, aprendone la pelle del volto verso slarghi di schiettezza che rasentavano l’improntitudine. Il taxi era guidato da un nero, ci separava da lui un vetro spesso e sporco, una misura contro le aggressioni che lì dovevano essere comuni. Sprofondavo nel sedile di pelle, con brividi di caldo e freddo, come avessi la febbre. Carol si prodigava in spiegazioni, cercava di illustrarmi il sistema delle highway che incrociavamo o cambiavamo, ma parlava a una sorda. Non capivo niente. Le parole mi entravano e uscivano, senza aderire a niente di quello che vedevo fuori dal finestrino. Lo sguardo mi scivolava su dettagli tipo la grana grigio chiaro dell’asfalto, così diversa da quella italiana, le ombre corte e i riflessi della luce accecante, quella luce che faceva i contorni neri, e immobilizzava le cose, anche se erano in movimento. Le parole scritte dei cartelloni lungo la strada s’imprimevano meglio, ne contai almeno otto con la scritta a caratteri cubitali SAVE MONEY, e sotto, in caratteri più piccoli, ti spiegavano come. Ce n’era anche un altro, di cartelloni, che ricorreva un po’ ovunque, portava una grande scritta in alto: ANGELINA, e sotto si vedeva il retro di un’auto decapottabile in corsa, con una donna al volante, di spalle, i capelli biondi e una sciarpa fucsia al vento. Chiesi a Carol chi fosse, e lei mi disse di non saperlo. Nessuno lo sapeva, ma da qualche mese si erano visti spuntare questi cartelloni un po’ ovunque.

Chissà chi li paga, considerato che non fanno pubblicità a niente, commentò. Forse è lo spirito della città, azzardai, come la lupa capitolina a Roma. Qui c’è ANGELINA.

I’ve never tought of that. Disse Carol, come se le avessi appena svelato un mistero da ponderare attentamente. But still, who would do it?

Se il comandamento più importante che risuonava nelle arterie della città era SAVE MONEY, chi ne avrebbe sprecato, di denaro, per evocare un angelo con una sciarpa di seta svolazzante al posto delle ali e una decapottabile in corsa?

Attraverso lo specchietto retrovisore ebbi l’impressione che da un camioncino, dietro il nostro taxi, spuntasse un clown con un fascio di palloncini rossi legati a una mano. Per qualche minuto fui convinta che il clown guardasse me, gesticolando, poi cominciai a dubitare di quello che vedevo, ANGELINA, il clown, le palme che svettavano, anche l’aria calda e secca che crepitava, sfogliando strati di tempo e memorie brevi. Non ci pensare più alla città che volevi lasciare, all’uomo più grande che ti faceva solletico sotto un’ascella con le dita dei piedi, mentre il soffitto mangiava le parole. Non esistono più. Chiusi gli occhi e forse mi addormentai, ma non più di cinque minuti. Eravamo arrivate. Welcome to Westwood Village, Le Conte Avenue.

L’appartamento era al piano rialzato di una casa che Carol mi indicò come la tipica tudor house del quartiere. Era divisa in quattro unità, noi saremmo state in una delle due che guardavano sul retro.

Più fresca – disse Carol – ci batte meno il sole.

Entrando prima ancora di osservarlo, sentii il pavimento scricchiolare, un assito di legno su cui mi venne subito voglia di appoggiare la pianta dei piedi liberandoli dalle scarpe. Vidi che nel corridoio d’ingresso appena sotto una panca c’era una distesa di sandali e mocassini, di una taglia consistente, adeguata alla stazza di Carol.

Le chiesi se potevo mettere anche le mie con le altre. Mi restituì uno sguardo d’assenso imbarazzato, lasciandomi capire che quell’abitudine tollerabile finché viveva da sola non avrebbe avuto senso ora che eravamo in due. Tolsi e appoggiai comunque le mie scarpe da ginnastica, piccole a fianco delle sue, e pensai: sei per la prima volta a Los Angeles, a dodici ore di volo da casa tua, in una città sterminata di cui hai letto di terremoti e rivolte razziali, di glamour urbano e abissi di disperazione, di cui hai intravisto l’intrico di strade incomprensibile, come il sistema di arterie che dovrai imparare a percorrere, e la prima cosa di cui ti preoccupi è liberare i piedi. Li strisciai con voluttà contro il pavimento nodoso e tirato a cera, sollevando le mie due valigie verso la stanza che Carol m’indicava. Dalla finestra protetta da inferriate nere e panciute verso l’esterno guardai, oltre la recinzione e la siepe, un’insegna al neon rosa fluorescente: “Tacos y Empanadas”. La punta di un ramo di palma ne lambiva un’estremità. Mentre Carol andava in cucina per preparare qualcosa da mangiare e da bere, aprii le valigie, individuai l’armadio ricavato nel muro. Tirai fuori qualche vestito, lo infilai nelle grucce. Posai una scatola sulla scrivania insieme a un paio di libri, ma mi stancai presto di quei gesti, come se fossero troppo precoci, imponessero un ordine che ancora non c’era. Mi avvicinai allora alla finestra per vedere meglio la palma, altissima e snella sopra l’insegna rosa. Sollevai la pianta del piede destro e notai che era impolverata di nero, stessa cosa per quello sinistro, nonostante il pavimento di legno chiaro sembrasse pulito. Dai miei piedi neri alzai di nuovo lo sguardo verso fuori. Il viaggio mi aveva portato fino a lì: piedi neri e palme, non molto, ma già parecchio per cominciare a parlare con quella terra sconosciuta.

(Questo racconto è uscito su Vanity Fair il 26 luglio 2017)

I piedi nella terra degli angeli

Hollywood

2 ottobre 2017

Landed, fra poco avremmo potuto dirlo. Nel formicolio dei piedi sentivo il bisogno di terra dopo così tante ore di aria. Aria buia e aria illuminata che attraversi e in cui potresti precipitare da un momento all’altro, ma non precipiti e avanzi, per dodici ore di volo. La voce del pilota annunciava finalmente la meta: Los Angeles. Dal nome spagnolo, che tutti pronunciano all’inglese, scrosciò una pioggia di vesti cangianti e sete, ali e sorrisi ammiccanti. Gli angeli, si sa, non sono mai del tutto buoni, ma sempre divini. Planando – a quel punto ero sveglia, la bocca impastata, gli occhi stropicciati, i pensieri di ieri sommersi da una coltre spessa – una marea di ‘cose’ grigie ondeggiava sotto di me. Le vedevo dal finestrino contro cui tenevo pigiata la fronte. Impiegai parecchio a capire di che si trattava. Mano a mano che l’aereo scendeva la forma si definiva e, quando eravamo quasi a terra, misi a fuoco: teste di palme. Ce ne erano migliaia e migliaia, tra gli spazi vuoti e gli spazi costruiti, palme dalla criniera aperta e ricca, prima grigie poi di un verde scuro, misterioso. All’apertura del portellone, vento caldo, secco. Luce, netta e fortissima. Non erano solo i miei occhi a esserne colpiti, i colori e le sagome degli oggetti ne venivano deformati. Apparivano diversi da come ero abituata a vederli, avevano un contorno spesso ed erano immobilizzati. La luce li stagliava e isolava. E anche io mi sentivo isolata da una specie di alone che rallentava i gesti, avvolta da una perplessità d’osservazione che mi faceva sembrare tutto così nuovo ed estraneo da indurmi a piangere. Impalata davanti al nastro delle valigie, punta dall’aria condizionata, a stento mi trattenevo. Le palme, ora, le vedevo dai vetri: il movimento delle chiome scure era ritmato, me ne arrivava una certa dolcezza, l’invito a lasciare andare la presa. Ma prima bisognava compiere tutte le procedure burocratiche. Un poster enorme del Presidente all’uscita. La foto così ingrandita che gli si contavano i pori in faccia, rosei come boccioli.

Are you here to stay? Mi chiese l’ufficiale al varco controllando la lunga estensione del permesso di soggiorno. I’m here to study, risposi.

Dovevo avergli fatto tenerezza o pena perché mi ridiede i documenti e mi congedò con un: Take care.

L’incertezza che mi aveva letto in faccia, il riflesso dell’idea che il suo Paese fosse tanto magnanimo da prendersi cura di tutti.

A prendermi all’uscita del gate c’era Carol, che avevo già conosciuto sei mesi prima quando era arrivata con uno scambio all’università di Bologna, e che sarebbe stata la mia roomate. Ci tenne a dirmi subito che il prezzo del taxi era una spesa inclusa nello scambio fra università, per questo non era venuta con la sua auto. Mentre parlava mi immersi nelle sue consonanti e vocali nasalizzate e, più di tutto, nella lieve brezza di shampoo alla mela verde che emanava dai capelli. Carol mi sovrastava di una decina di centimetri, anche lei sembrava fatta di un materiale che la luce attraversava in modo differente, aprendone la pelle del volto verso slarghi di schiettezza che rasentavano l’improntitudine. Il taxi era guidato da un nero, ci separava da lui un vetro spesso e sporco, una misura contro le aggressioni che lì dovevano essere comuni. Sprofondavo nel sedile di pelle, con brividi di caldo e freddo, come avessi la febbre. Carol si prodigava in spiegazioni, cercava di illustrarmi il sistema delle highway che incrociavamo o cambiavamo, ma parlava a una sorda. Non capivo niente. Le parole mi entravano e uscivano, senza aderire a niente di quello che vedevo fuori dal finestrino. Lo sguardo mi scivolava su dettagli tipo la grana grigio chiaro dell’asfalto, così diversa da quella italiana, le ombre corte e i riflessi della luce accecante, quella luce che faceva i contorni neri, e immobilizzava le cose, anche se erano in movimento. Le parole scritte dei cartelloni lungo la strada s’imprimevano meglio, ne contai almeno otto con la scritta a caratteri cubitali SAVE MONEY, e sotto, in caratteri più piccoli, ti spiegavano come. Ce n’era anche un altro, di cartelloni, che ricorreva un po’ ovunque, portava una grande scritta in alto: ANGELINA, e sotto si vedeva il retro di un’auto decapottabile in corsa, con una donna al volante, di spalle, i capelli biondi e una sciarpa fucsia al vento. Chiesi a Carol chi fosse, e lei mi disse di non saperlo. Nessuno lo sapeva, ma da qualche mese si erano visti spuntare questi cartelloni un po’ ovunque.

Chissà chi li paga, considerato che non fanno pubblicità a niente, commentò. Forse è lo spirito della città, azzardai, come la lupa capitolina a Roma. Qui c’è ANGELINA.

I’ve never tought of that. Disse Carol, come se le avessi appena svelato un mistero da ponderare attentamente. But still, who would do it?

Se il comandamento più importante che risuonava nelle arterie della città era SAVE MONEY, chi ne avrebbe sprecato, di denaro, per evocare un angelo con una sciarpa di seta svolazzante al posto delle ali e una decapottabile in corsa?

Attraverso lo specchietto retrovisore ebbi l’impressione che da un camioncino, dietro il nostro taxi, spuntasse un clown con un fascio di palloncini rossi legati a una mano. Per qualche minuto fui convinta che il clown guardasse me, gesticolando, poi cominciai a dubitare di quello che vedevo, ANGELINA, il clown, le palme che svettavano, anche l’aria calda e secca che crepitava, sfogliando strati di tempo e memorie brevi. Non ci pensare più alla città che volevi lasciare, all’uomo più grande che ti faceva solletico sotto un’ascella con le dita dei piedi, mentre il soffitto mangiava le parole. Non esistono più. Chiusi gli occhi e forse mi addormentai, ma non più di cinque minuti. Eravamo arrivate. Welcome to Westwood Village, Le Conte Avenue.

L’appartamento era al piano rialzato di una casa che Carol mi indicò come la tipica tudor house del quartiere. Era divisa in quattro unità, noi saremmo state in una delle due che guardavano sul retro.

Più fresca – disse Carol – ci batte meno il sole.

Entrando prima ancora di osservarlo, sentii il pavimento scricchiolare, un assito di legno su cui mi venne subito voglia di appoggiare la pianta dei piedi liberandoli dalle scarpe. Vidi che nel corridoio d’ingresso appena sotto una panca c’era una distesa di sandali e mocassini, di una taglia consistente, adeguata alla stazza di Carol.

Le chiesi se potevo mettere anche le mie con le altre. Mi restituì uno sguardo d’assenso imbarazzato, lasciandomi capire che quell’abitudine tollerabile finché viveva da sola non avrebbe avuto senso ora che eravamo in due. Tolsi e appoggiai comunque le mie scarpe da ginnastica, piccole a fianco delle sue, e pensai: sei per la prima volta a Los Angeles, a dodici ore di volo da casa tua, in una città sterminata di cui hai letto di terremoti e rivolte razziali, di glamour urbano e abissi di disperazione, di cui hai intravisto l’intrico di strade incomprensibile, come il sistema di arterie che dovrai imparare a percorrere, e la prima cosa di cui ti preoccupi è liberare i piedi. Li strisciai con voluttà contro il pavimento nodoso e tirato a cera, sollevando le mie due valigie verso la stanza che Carol m’indicava. Dalla finestra protetta da inferriate nere e panciute verso l’esterno guardai, oltre la recinzione e la siepe, un’insegna al neon rosa fluorescente: “Tacos y Empanadas”. La punta di un ramo di palma ne lambiva un’estremità. Mentre Carol andava in cucina per preparare qualcosa da mangiare e da bere, aprii le valigie, individuai l’armadio ricavato nel muro. Tirai fuori qualche vestito, lo infilai nelle grucce. Posai una scatola sulla scrivania insieme a un paio di libri, ma mi stancai presto di quei gesti, come se fossero troppo precoci, imponessero un ordine che ancora non c’era. Mi avvicinai allora alla finestra per vedere meglio la palma, altissima e snella sopra l’insegna rosa. Sollevai la pianta del piede destro e notai che era impolverata di nero, stessa cosa per quello sinistro, nonostante il pavimento di legno chiaro sembrasse pulito. Dai miei piedi neri alzai di nuovo lo sguardo verso fuori. Il viaggio mi aveva portato fino a lì: piedi neri e palme, non molto, ma già parecchio per cominciare a parlare con quella terra sconosciuta.

(Questo racconto è uscito su Vanity Fair il 26 luglio 2017)