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Too much happiness

Copertina di "Dear Life" di Alice Munro

11 ottobre 2013

La notizia dell’assegnazione ad Alice Munro del premio Nobel per la letteratura mi è giunta come una gioia personale. Ho cominciato a leggere la scrittrice canadese più di una decina di anni fa, quando un amico sceneggiatore mi regalò la raccolta In fuga. Da allora non ho più smesso. Quando ho viaggiato negli Stati Uniti ne ho comprato i testi in originale e mi sono fatta mandare quelli nuovi che via via uscivano. Di certo è l’autrice di cui conosco meglio l’intera opera, di cui continuo a studiare la tecnica narrativa, le soluzioni compositive, l’immaginario.

Il suo sguardo così femminile e così interiore mi è molto familiare, così come lo sono le sue eroine e la sua epopea della vita comune, anzi, delle esistenze comuni.

Sul lato di una pagina di quello che forse, in assoluto, è il suo racconto che più amo, Passione, ho scritto, molti anni fa, la vita!

So bene come nella narrazione di Munro non ci sia tutta la realtà, ma tagli selettivi, finzioni e trucchi, come in qualsiasi altra opera d’arte; non ci sono mai neri, immigrati del Sud America, o cellulari e televisori, e pure pochissimi computer tanto per fare un esempio, scarseggiano gli sfondi metropolitani e dominano quelli rurali e immoti di un Canada senza tempo in cui l’unico grande spartiacque temporale è la seconda guerra mondiale. Eppure c’è una vita che riconosco e mi appartiene nelle sue storie.

Oggi la rivista on line Arabeschi pubblica un mio saggio dedicato al racconto Lichen dove analizzo proprio l’intreccio fra esperienza immagine e scrittura. Lo trovate qui.