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I lettori di libri sono sempre più falsi

dust and wind

28 novembre 2016

In questi giorni ho finito la revisione delle bozze del mio nuovo romanzo, intitolato La notte ha la mia voce, in uscita a metà febbraio 2017.

Un certo svuotamento mi prende ogni volta che un progetto di scrittura è arrivato a termine, perché so che mi devo staccare da quel microcosmo protetto e autosufficiente che un libro tende a essere.

Questo è bene, perché fuori c’è sempre di più, c’è la vita. Però è un distacco che ogni volta patisco, anche perché la scrittura, deposti gli attrezzi del mestiere, appare per quello che è: una vaga illusione, per dirla con Leopardi.

La definizione più bella, o più vicina al sentimento che provo, l’ha data Gianni Celati in chiusa a uno dei racconti che compongono le Quattro novelle sulle apparenze. E qui la riporto:

“Tutto ciò che si scrive è già polvere nel momento stesso in cui viene scritto, ed è giusto che vada a disperdersi con le altre polveri e ceneri del mondo. Scrivere è un modo di consumare il tempo, rendendogli l’omaggio che gli è dovuto: lui dà e toglie, e quello che dà è solo quello che toglie, così la sua somma, è sempre lo zero, l’insostanziale.
Noi chiediamo di poter celebrare questo insostanziale, e il vuoto, l’ombra, l’erba secca, le pietre dei muri che crollano e la polvere che respiriamo”.