Tag Archives: racconto

Mirare al bersaglio

“Ho sognato piccioni. Uno stormo di piccioni in volo, come quelli che ci sono all’università, ricordi?”
Giacomo guarda sua madre, spalancando gli occhi dietro le lenti che ingrandiscono le iridi azzurre, come se dovesse acciuffare lì, in quello spazio, l’immagine dei volatili di cui gli sta parlando. Poi si alza dal tavolo della colazione, sposta di lato la tazza del latte, prende dallo zaino di scuola un foglio, l’astuccio con i pennarelli e inizia a disegnare. Prima gli occhi rossi e tondi, poi le sagome grigie e celesti, le ali aperte, le code nere.

Sono proprio i suoi piccioni. Angela gli sorride.

Giacomo dice poche parole, si fatica a capire la logica delle sue rare frasi, ma disegna con precisione qualsiasi cosa, specie gli animali.

“Tenga tutti i suoi disegni, anche gli scarabocchi più insignificanti”. Le ha raccomandato il medico che lo segue. Angela li conserva tutti, dentro carpette colorate allineate in un ripiano basso della libreria. Alcuni li ha portati nello studio che all’università condivide con una collega. Ha incollato su un armadietto di metallo un cane. Giacomo lo ha disegnato con una sola bic nera a tratti fitti e marcati durante un pomeriggio in cui, per qualche ora, Angela ha dovuto portarselo al lavoro. Poi si è messo davanti al davanzale, dove i piccioni piovono coi loro escrementi, le piume spulciate dai becchi che turbinano e si depositano. L’università è uno dei posti più sporchi che Angela conosca, e le tocca andarci quasi tutti i giorni, da tanti anni, da quando ricorda di essere adulta.

Anche oggi dopo aver accompagnato Giacomo a scuola, Angela parcheggia l’auto e cammina sotto il portico, evitando una pozza di vomito e birra, due punkabbestia sdraiati con il cane in mezzo e un venditore di fumo nordafricano. Quando varca il portone e arriva al cortile interno, solleva lo sguardo verso la rete di protezione che hanno messo per evitare che i piccioni si tuffino dai cornicioni: piume e cielo reticolato. Per terra mozziconi di sigarette e polvere.

“Da quando è diventato tutto così squallido?” Lo chiede a Vanda, mentre si accascia sulla sedia di una piccola stanza che funge anche da portineria. Vanda è lì da sempre, ha resistito grazie a chissà quale rivendicazione del sindacato, o forse solo per la propria testardaggine, alla cessione dei lavori di pulizia a una ditta esterna. Metà bidella metà portinaia, ad Angela ricorda sua madre, che per qualche anno ha fatto lo stesso mestiere in una scuola di provincia con la serietà con cui si fanno le cose necessarie. Pulire i banchi, disinfettare i bagni, spazzare le aule, togliere la polvere del gesso dalle lavagne, portare a casa uno stipendio, far studiare i figli, sopravvivere a un matrimonio deludente, sapendo di non essere né la prima né l’ultima cui è toccato, perché nel frattempo Vanda ha imparato a osservare le vite degli altri, e ad ascoltare. Le chiede se vuole un caffè, che si è già avviata a preparare sulla piastra elettrica e dice:

“È stato peggio in passato, figlia mia. Non puoi ricordarlo, ma ti assicuro di aver visto anche le sedie volare qua dentro. E perché poi? Uno dice: l’università, un posto dove si dovrebbe essere liberi di pensare, di farsi un’idea del mondo. E invece le belle parole e i pensieri che vengono raccontati qui fanno a pugni con le cose per come sono. Fuori e dentro. Allora sporchi i muri, imbratti le porte, fai la rivoluzione, poi torni indietro, lasci che lo sfacelo vecchio e nuovo arrivi.”

“Ma allora è sempre la stessa storia”, dice Angela, “eppure qualche anno fa eravamo in tanti a manifestare sul tetto del dipartimento contro una riforma che ci metteva gli uni contro gli altri. Io ci credevo. Credevo che ce l’avremmo fatta, invece poi.”

Angela s’interrompe, le strisciano in mente gli acronimi Anvur e Vqr, come lente bisce d’acqua, le penose riunioni cui aveva partecipato, l’adesione ortodossa e infervorata di molti, il qualunquismo di altri che la riforma se l’erano lasciata scivolare addosso, né più né meno degli esami di fine anno. Ha l’impressione che Vanda non abbia bisogno di conoscere questi dettagli. Che abbia una visione d’insieme chiara – potere è sempre una questione di potere e adesso lo vogliono anche le donne – le aveva detto una volta, mentre l’aiutava a fotocopiare volantini.

Ma Angela sa pure che per Vanda, come per sua madre, la vera domanda è: perché aver studiato, essere diventata una professoressa non l’abbia resa felice. Certo, quel bambino problematico. Certo, un matrimonio andato male, e adesso pure quell’altro uomo inaffidabile. Ma lei è una professoressa!, esclama talvolta quando si raccontano le cose che non vanno, e succede con una certa frequenza che le cose non vadano, negli ultimi tempi.

“Come sta Giacomo?”

Angela le porge il disegno con i piccioni. “Creazione di stamattina.”

Vanda prende il foglio, lo avvicina e si mette gli occhiali. “Dio mio, sono proprio loro!” E fa per appendere il disegno sulla piccola bacheca alle sue spalle. “Posso tenerlo, vero?”

Angela annuisce e prima di uscire dalla stanza, le chiede: “Hai visto F passare stamattina?”

“Passato. Ritirata la posta e ripartito” risponde Vanda, guardandola dritta e neutra.

Angela schiaccia fra le dita un bottone della giacca, dice grazie e se ne va.

Sale sulle scale, passa davanti allo studio chiuso di F, si ferma un attimo. Non ci lasceremo mai, le aveva scritto, ma erano passati alcuni mesi da allora. Angela vorrebbe entrare e depositare stampate sulla sua scrivania le centinaia di messaggi che le ha mandato, e disatteso. Ma tira dritto e arriva in fondo al corridoio, dove la sua collega ha lasciato la porta aperta e un programma radiofonico a basso volume acceso.

C’erano stati momenti belli, anzi a dire il vero proprio grandiosi, anche lì.

Non quando era diventata ricercatrice, perché la fatica e l’incertezza legata a quel momento avevano schiacciato l’euforia, e nemmeno quando si era accorta di aver trovato un suo modo per insegnare senza annoiarsi, perché anche quello era stato un processo lento, piuttosto quando lei e altri colleghi avevano protestato contro la riforma e, sul tetto del dipartimento, aveva conosciuto F, appena trasferito da Milano. Lui aveva capito il suo senso di colpa per il fatto che non riusciva mai a sentirsi abbastanza soddisfatta di essere una professoressa, e quanto questo avesse a che fare con quell’altro senso di colpa verso la sua provenienza modesta, il tradimento di cui si sentiva responsabile. Ne avevano parlato a lungo, lui le aveva detto che non c’era niente di più bello che parlare con lei, a parte baciarla. Poi avevano immaginato ciò che si poteva fare per provare a modificare la riforma. Avevano scritto insieme la famosa lettera al rettore, coinvolgendo più di un centinaio di colleghi di facoltà diverse, gente che non si era mai incontrata prima. Quello era stato un momento grandioso.

Poi F le aveva insegnato a sparare. Un sabato pomeriggio l’aveva portata al poligono di tiro. Con quanta riluttanza aveva indossato le cuffie, preso in mano l’arma e: mira al bersaglio. Stai concentrata, scarica tutto lì.

Ti disperdi troppo, indulgi in cose che ti distraggono dall’obiettivo. Lascia credere agli altri quello che vogliono, tu punta alla tua meta. Alla nostra meta, ogni tanto F si era lasciato sfuggire.

Angela non immaginava che sparare le sarebbe piaciuto tanto. Che potesse ricavarne una soddisfazione così sfacciata. Punti, coordini l’occhio e la mano, colpisci. Finisce tutto lì e ti senti alleggerita, curiosamente irresponsabile.

Vanda era solita ripetere che è difficile indovinare i vizi della gente da fuori, e si riferiva non solo ai professori del dipartimento. Suo marito, ligio impiegato del catasto, l’aveva obbligata a convivere per anni con un rissoso pappagallo brasiliano che, con la sua gabbia, ingombrava metà del soggiorno, pensa un po’.

Chi avrebbe mai sospettato – si era compiaciuta Angela – che F, professore ordinario, studioso dell’Ortis di Foscolo, capace di spiegarne la modernità agli studenti a partire dalla frase ”ci fabbrichiamo la realtà a nostro modo”, avesse una collezione di fucili da caccia d’epoca, e avesse regalato a lei, per il suo quarantacinquesimo compleanno, una piccola pistola con le iniziali incise sul calcio?

Angela detestava la caccia, ma sparare aveva tirato fuori una parte di sé che non conosceva. Una piccola rivoluzione, arrivata col desiderio, che cerca sempre quello che non si vede. F l’aveva cercata e cercata, e lei si era lasciata trovare.

Appena entra nello studio Manuela, la sua collega, la informa che Antonia Pantoni ha avuto l’abilitazione, sarà quindi lei, e non loro, a passare di ruolo, il prossimo anno. Angela assorbe l’informazione come uno sciroppo amaro, non si concede nemmeno un commento. In commissione c’era anche F.

Riceve due studenti, commenta i capitoli che hanno consegnato delle rispettive tesi. Più di una volta ha la tentazione di alzarsi e andare alla finestra per cacciare i piccioni che sbattono molesti contro il vetro o tubano sul davanzale. Manuela le legge nel pensiero e dice: “Non ci lasciano mai”.

“Loro no. Mai.” le fa eco Angela.

A fine mattina ripassa da Vanda e le chiede un doppione delle chiavi del palazzo, vorrebbe tornare in studio di sera.

All’uscita da scuola Angela accompagna Giacomo dal padre, mercoledì è il suo turno. Entra in dipartimento disinnescando l’allarme, come Vanda le ha insegnato a fare, e l’accoglie un vuoto che non riconosce in quel luogo.

Sale lungo le scale e arriva allo studio. Non ha bisogno di accendere la luce perché dalla finestra entra ancora il chiaro della sera, è fine maggio, il cielo è solcato da rondini. Sul davanzale, nessun piccione. Sono tutti in fila sul cornicione opposto, gonfi nelle loro piume grigie. Angela apre la finestra, inserisce il silenziatore nella canna, prende la mira e spara.

Questo racconto è uscito su “L’Espresso” del 22 ottobre 2017)

Mirare al bersaglio

 

Piccioni in volo

7 novembre 2017

“Ho sognato piccioni. Uno stormo di piccioni in volo, come quelli che ci sono all’università, ricordi?”
Giacomo guarda sua madre, spalancando gli occhi dietro le lenti che ingrandiscono le iridi azzurre, come se dovesse acciuffare lì, in quello spazio, l’immagine dei volatili di cui gli sta parlando. Poi si alza dal tavolo della colazione, sposta di lato la tazza del latte, prende dallo zaino di scuola un foglio, l’astuccio con i pennarelli e inizia a disegnare. Prima gli occhi rossi e tondi, poi le sagome grigie e celesti, le ali aperte, le code nere.

Sono proprio i suoi piccioni. Angela gli sorride.

Giacomo dice poche parole, si fatica a capire la logica delle sue rare frasi, ma disegna con precisione qualsiasi cosa, specie gli animali.

“Tenga tutti i suoi disegni, anche gli scarabocchi più insignificanti”. Le ha raccomandato il medico che lo segue. Angela li conserva tutti, dentro carpette colorate allineate in un ripiano basso della libreria. Alcuni li ha portati nello studio che all’università condivide con una collega. Ha incollato su un armadietto di metallo un cane. Giacomo lo ha disegnato con una sola bic nera a tratti fitti e marcati durante un pomeriggio in cui, per qualche ora, Angela ha dovuto portarselo al lavoro. Poi si è messo davanti al davanzale, dove i piccioni piovono coi loro escrementi, le piume spulciate dai becchi che turbinano e si depositano. L’università è uno dei posti più sporchi che Angela conosca, e le tocca andarci quasi tutti i giorni, da tanti anni, da quando ricorda di essere adulta.

Anche oggi dopo aver accompagnato Giacomo a scuola, Angela parcheggia l’auto e cammina sotto il portico, evitando una pozza di vomito e birra, due punkabbestia sdraiati con il cane in mezzo e un venditore di fumo nordafricano. Quando varca il portone e arriva al cortile interno, solleva lo sguardo verso la rete di protezione che hanno messo per evitare che i piccioni si tuffino dai cornicioni: piume e cielo reticolato. Per terra mozziconi di sigarette e polvere.

“Da quando è diventato tutto così squallido?” Lo chiede a Vanda, mentre si accascia sulla sedia di una piccola stanza che funge anche da portineria. Vanda è lì da sempre, ha resistito grazie a chissà quale rivendicazione del sindacato, o forse solo per la propria testardaggine, alla cessione dei lavori di pulizia a una ditta esterna. Metà bidella metà portinaia, ad Angela ricorda sua madre, che per qualche anno ha fatto lo stesso mestiere in una scuola di provincia con la serietà con cui si fanno le cose necessarie. Pulire i banchi, disinfettare i bagni, spazzare le aule, togliere la polvere del gesso dalle lavagne, portare a casa uno stipendio, far studiare i figli, sopravvivere a un matrimonio deludente, sapendo di non essere né la prima né l’ultima cui è toccato, perché nel frattempo Vanda ha imparato a osservare le vite degli altri, e ad ascoltare. Le chiede se vuole un caffè, che si è già avviata a preparare sulla piastra elettrica e dice:

“È stato peggio in passato, figlia mia. Non puoi ricordarlo, ma ti assicuro di aver visto anche le sedie volare qua dentro. E perché poi? Uno dice: l’università, un posto dove si dovrebbe essere liberi di pensare, di farsi un’idea del mondo. E invece le belle parole e i pensieri che vengono raccontati qui fanno a pugni con le cose per come sono. Fuori e dentro. Allora sporchi i muri, imbratti le porte, fai la rivoluzione, poi torni indietro, lasci che lo sfacelo vecchio e nuovo arrivi.”

“Ma allora è sempre la stessa storia”, dice Angela, “eppure qualche anno fa eravamo in tanti a manifestare sul tetto del dipartimento contro una riforma che ci metteva gli uni contro gli altri. Io ci credevo. Credevo che ce l’avremmo fatta, invece poi.”

Angela s’interrompe, le strisciano in mente gli acronimi Anvur e Vqr, come lente bisce d’acqua, le penose riunioni cui aveva partecipato, l’adesione ortodossa e infervorata di molti, il qualunquismo di altri che la riforma se l’erano lasciata scivolare addosso, né più né meno degli esami di fine anno. Ha l’impressione che Vanda non abbia bisogno di conoscere questi dettagli. Che abbia una visione d’insieme chiara – potere è sempre una questione di potere e adesso lo vogliono anche le donne – le aveva detto una volta, mentre l’aiutava a fotocopiare volantini.

Ma Angela sa pure che per Vanda, come per sua madre, la vera domanda è: perché aver studiato, essere diventata una professoressa non l’abbia resa felice. Certo, quel bambino problematico. Certo, un matrimonio andato male, e adesso pure quell’altro uomo inaffidabile. Ma lei è una professoressa!, esclama talvolta quando si raccontano le cose che non vanno, e succede con una certa frequenza che le cose non vadano, negli ultimi tempi.

“Come sta Giacomo?”

Angela le porge il disegno con i piccioni. “Creazione di stamattina.”

Vanda prende il foglio, lo avvicina e si mette gli occhiali. “Dio mio, sono proprio loro!” E fa per appendere il disegno sulla piccola bacheca alle sue spalle. “Posso tenerlo, vero?”

Angela annuisce e prima di uscire dalla stanza, le chiede: “Hai visto F passare stamattina?”

“Passato. Ritirata la posta e ripartito” risponde Vanda, guardandola dritta e neutra.

Angela schiaccia fra le dita un bottone della giacca, dice grazie e se ne va.

Sale sulle scale, passa davanti allo studio chiuso di F, si ferma un attimo. Non ci lasceremo mai, le aveva scritto, ma erano passati alcuni mesi da allora. Angela vorrebbe entrare e depositare stampate sulla sua scrivania le centinaia di messaggi che le ha mandato, e disatteso. Ma tira dritto e arriva in fondo al corridoio, dove la sua collega ha lasciato la porta aperta e un programma radiofonico a basso volume acceso.

C’erano stati momenti belli, anzi a dire il vero proprio grandiosi, anche lì.

Non quando era diventata ricercatrice, perché la fatica e l’incertezza legata a quel momento avevano schiacciato l’euforia, e nemmeno quando si era accorta di aver trovato un suo modo per insegnare senza annoiarsi, perché anche quello era stato un processo lento, piuttosto quando lei e altri colleghi avevano protestato contro la riforma e, sul tetto del dipartimento, aveva conosciuto F, appena trasferito da Milano. Lui aveva capito il suo senso di colpa per il fatto che non riusciva mai a sentirsi abbastanza soddisfatta di essere una professoressa, e quanto questo avesse a che fare con quell’altro senso di colpa verso la sua provenienza modesta, il tradimento di cui si sentiva responsabile. Ne avevano parlato a lungo, lui le aveva detto che non c’era niente di più bello che parlare con lei, a parte baciarla. Poi avevano immaginato ciò che si poteva fare per provare a modificare la riforma. Avevano scritto insieme la famosa lettera al rettore, coinvolgendo più di un centinaio di colleghi di facoltà diverse, gente che non si era mai incontrata prima. Quello era stato un momento grandioso.

Poi F le aveva insegnato a sparare. Un sabato pomeriggio l’aveva portata al poligono di tiro. Con quanta riluttanza aveva indossato le cuffie, preso in mano l’arma e: mira al bersaglio. Stai concentrata, scarica tutto lì.

Ti disperdi troppo, indulgi in cose che ti distraggono dall’obiettivo. Lascia credere agli altri quello che vogliono, tu punta alla tua meta. Alla nostra meta, ogni tanto F si era lasciato sfuggire.

Angela non immaginava che sparare le sarebbe piaciuto tanto. Che potesse ricavarne una soddisfazione così sfacciata. Punti, coordini l’occhio e la mano, colpisci. Finisce tutto lì e ti senti alleggerita, curiosamente irresponsabile.

Vanda era solita ripetere che è difficile indovinare i vizi della gente da fuori, e si riferiva non solo ai professori del dipartimento. Suo marito, ligio impiegato del catasto, l’aveva obbligata a convivere per anni con un rissoso pappagallo brasiliano che, con la sua gabbia, ingombrava metà del soggiorno, pensa un po’.

Chi avrebbe mai sospettato – si era compiaciuta Angela – che F, professore ordinario, studioso dell’Ortis di Foscolo, capace di spiegarne la modernità agli studenti a partire dalla frase ”ci fabbrichiamo la realtà a nostro modo”, avesse una collezione di fucili da caccia d’epoca, e avesse regalato a lei, per il suo quarantacinquesimo compleanno, una piccola pistola con le iniziali incise sul calcio?

Angela detestava la caccia, ma sparare aveva tirato fuori una parte di sé che non conosceva. Una piccola rivoluzione, arrivata col desiderio, che cerca sempre quello che non si vede. F l’aveva cercata e cercata, e lei si era lasciata trovare.

Appena entra nello studio Manuela, la sua collega, la informa che Antonia Pantoni ha avuto l’abilitazione, sarà quindi lei, e non loro, a passare di ruolo, il prossimo anno. Angela assorbe l’informazione come uno sciroppo amaro, non si concede nemmeno un commento. In commissione c’era anche F.

Riceve due studenti, commenta i capitoli che hanno consegnato delle rispettive tesi. Più di una volta ha la tentazione di alzarsi e andare alla finestra per cacciare i piccioni che sbattono molesti contro il vetro o tubano sul davanzale. Manuela le legge nel pensiero e dice: “Non ci lasciano mai”.

“Loro no. Mai.” le fa eco Angela.

A fine mattina ripassa da Vanda e le chiede un doppione delle chiavi del palazzo, vorrebbe tornare in studio di sera.

All’uscita da scuola Angela accompagna Giacomo dal padre, mercoledì è il suo turno. Entra in dipartimento disinnescando l’allarme, come Vanda le ha insegnato a fare, e l’accoglie un vuoto che non riconosce in quel luogo.

Sale lungo le scale e arriva allo studio. Non ha bisogno di accendere la luce perché dalla finestra entra ancora il chiaro della sera, è fine maggio, il cielo è solcato da rondini. Sul davanzale, nessun piccione. Sono tutti in fila sul cornicione opposto, gonfi nelle loro piume grigie. Angela apre la finestra, inserisce il silenziatore nella canna, prende la mira e spara.

Questo racconto è uscito su “L’Espresso” del 22 ottobre 2017)

“L’arte di raccontare” di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini

Giuseppe Maria Crespi, "Due scaffali con libri di musica", 1725-1730, Bologna, Museo della Musica

Giuseppe Maria Crespi, “Due scaffali con libri di musica”, 1725-1730, Bologna, Museo della Musica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

20 luglio 2015

Suddiviso in dieci capitoli corrispondenti ad altrettanti temi, L’Arte di raccontare (Nottetempo 2015) è un’agile raccolta di interviste realizzate da Caterina Bonvicini e Alberto Garlini a dieci scrittori stranieri tra i più noti fra quelli tradotti in italiano. Nate come interviste pubblicate di volta in volta su Il fatto Quotidiano del lunedì, con l’intento di portare il lettore dentro il laboratorio della scrittura, queste interviste hanno il grande pregio di essere costruite con la regia di due autori, Bonvicini e Garlini, che sono a loro volta scrittori. Sempre focalizzate, tecniche, capaci di risalire dal dettaglio stilistico all’impianto generale dell’opera, le domande poste nascono da chi pratica la scrittura, come vocazione e mestiere, e sa che il confine fra ciò che si può insegnare, ma ancora prima imparare, e ciò che sfugge all’apprendimento e all’insegnamento è parecchio instabile, soggettivo al punto da non poter essere mai sistematizzato una volta per tutte. Esistono buone o cattive scuole di scrittura, utili o inutili corsi, ed esistono le parole sulla scrittura degli scrittori: né le une né le altre esauriscono i meccanismi del processo creativo, il perché e come un’opera narrativa riuscita venga concepita e sviluppata in un certo modo; ma se per Garlini ricorrere alla parola dell’autore è un modo per fare spazio, come se il momento sorgivo di un’opera, di un’idea originale, fosse sempre un’interruzione nella continuità già nota e abusata, per Bonvicini la conoscenza degli autori e del loro modo di raccontare la propria scrittura rientra nella preliminare educazione che chiunque pratichi il mondo delle lettere deve avere: “Da lì non si prescinde. Il problema semmai è che non basta”.

Non basterà, certo, a scrivere il prossimo capolavoro, ma è più che sufficiente per attraversare con il piacere di essere guidati da maestri alcuni nodi ineludibili della prosa creativa, come queste interviste ci invitano a fare. Si comincia dunque con la prima distinzione: romanzo o racconto, la domanda fil rouge dell’intervista all’irlandese Colm Tóibín, che dichiara nel più classico dei modi come il romanzo aspiri a fornire uno spaccato della storia e della società, mentre il racconto può ruotare intorno anche a una sola scena o frase epifanica, poi però ammette che il racconto è destinato a un pubblico più scelto, perché più addestrato a notare i dettagli, e quindi necessita di una cura e di un cesello maggiore, insomma un’arte da virtuosi e per virtuosi.

Con l’intervista a Jhumpa Lahiri, scrittrice naturalizzata americana di origine bengalese, premio Pulitzer nel 2000, si affronta il problema dell’incipit, che varia: può essere disteso e presentare via via gli elementi della storia per un romanzo, deve viceversa entrare nel vivo fin da subito per un racconto, ma per Lahiri l’incipit non necessariamente è la parte che viene scritta per prima, a volte solo dopo che tutta la storia e i personaggi sono stati sviluppati riesce a definire quale sia l’attacco giusto. Il che significa che Lahiri non riesce mai a definire del tutto un romanzo se non stando dentro le sue molte riscritture, spesso intervallate dal tempo necessario a farle depositare.

L’intervista alla statunitense Elizabeth Strout è incentrata sul personaggio, persone piuttosto comuni animano infatti i suoi racconti e romanzi e l’autrice spiega come sia indispensabile considerare l’individualità di ciascuno come assolutamente interessante, solo in questo modo lo diventa anche per il lettore. Alla base di questo processo c’è dunque una dose fortissima di empatia e di capacità di visualizzare le persone senza giudicarle, la scrittura può infatti restituirle nella loro complessità e farcele percepire come dotate di un destino.

Con John Banville, romanziere e giornalista irlandese, viene affrontato il problema del punto di vista, da cui dipende in larga parte la scelta di una narrazione in prima o in terza persona. Banville dichiara di adottare la prima persona in quanto la sua scrittura si rifà a un’istanza cognitiva e sensoriale che non può prescindere da chi dice io, ed esperisce il mondo. Scrittore impegnato a rendere il senso atmosferico delle vicende e il loro accadere interiore, Banville considera la soggettività come l’unico punto di vista possibile per restituire anche il senso del tempo e la percezione rapsodica che ne abbiamo.

Edward St Aubyn, autore della saga dei Melrose, si cimenta con domande relative all’ambientazione: i luoghi vanno costruiti in base all’esperienza, cercando di coniugare memoria e immaginazione che di per sé sono strettamente legate, i luoghi hanno un valore simbolico all’interno della costruzione romanzesca, la loro scelta e descrizione deve riallacciarsi al destino dei personaggi.

Con Yasmina Reza, sceneggiatrice e scrittrice francese, si tratta il dialogo, banco di prova (e di fallimento) di molti scrittori. Per l’autrice di molte commedie di successo il dialogo è il presente della scrittura dove tutto deve accadere in diretta, la scuola per lei è stata il teatro dove corpo e parola devono dire senza appigli esterni. Sapere costruire buoni dialoghi è una questione di ascolto e di ritmo.

Ad Emmanuel Carrère tocca il tema della biografia. Autore di vite di personaggi inquietanti, spesso criminali, lo scrittore francese spiega come immaginare queste esistenze sia per lui un esercizio estremo di alterità, all’interno del quale è però necessario trovare i punti di contatto: saranno quelli a saldare, talora in modo pericoloso e disturbante, la vita dello scrittore a quella dei suoi soggetti, calamitando tra due poli che agiscono per sovrapposizione e contrasto, l’attenzione del lettore. Carrère spiega anche come questo procedimento, che si è consolidato nei successivi romanzi, sia nato da un’impasse nello scrivere L’avversario, trasformando la narrazione dalla terza alla prima persona.

Javier Cercas si cala nei problemi dell’autofiction, di cui tanto si è parlato in tempi recenti. Per lo scrittore spagnolo tutta la scrittura è riconducibile a una radice autobiografica. Decidere di porsi all’interno della narrazione significa scegliere di assumere una maschera, per dire alcune cose e tacerne altre, la letteratura, infatti, a differenza della cronaca e della storia, mira a una verità morale, ed è solo a partire dalla proprie domande che può cercare di restituire questa verità, astenendosi dal giudizio e aprendo la strada alla comprensione.

Allo scrittore greco Petros Markaris è rivolta l’intervista sul giallo. Markaris ha costruito un personaggio di detective molto umano, affine al Maigret di Simenon, una persona ‘normale’, con moglie e figlia, che nella corruzione e nella lutulenza burocratica di Atene risolve i crimini di delinquenti altrettanto ‘normali’. Una scelta precisa di giallo mediterraneo, con largo spazio concesso all’indagine sociale e alla descrizione della vita quotidiana con le sue piacevolezze, che Markaris contrappone a quello nordico, dove i detective non sono persone comuni, ma dotati di super-intelligenze che brillano nel vuoto di vite grigissime.

Infine, chiude la rassegna l’intervista a Luis Sepúlveda, intervistato sui meccanismi della favola, genere che lo scrittore cileno ha praticato insieme alla sceneggiatura e al romanzo. Per Sepúlveda la favola è un ottimo modo per comunicare contenuti e valori in maniera esplicita, attraverso lo spostamento dei comportamenti umani sugli animali – gatti, gabbiani, lumache che popolano i suoi racconti – è possibile fornire una lettura morale della società e del mondo senza per questo diventare prescrittivi.

A voler trovare un difetto a questa preziosa raccolta si potrebbe dire che termina troppo presto e ci lascia con il desiderio di sentire ancora parlare gli scrittori della loro arte, dei loro trucchi, delle loro convinzioni, dei loro consigli, ma si tratta in realtà di un successo: le dieci interviste hanno aperto molte altre porte e finestre attraverso cui il lettore può entrare e osservare quegli edifici complessi e mutevoli in prospettiva che sono le opere letterarie.